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NICK: aracnoide
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CITTA': padova
COSA COMBINO: mi trascino....
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STO LEGGENDO
leggo leggo...tiziano terzani...


HO VISTO
ho visto un sogno svanire proprio ieri...


STO ASCOLTANDO
male di miele, quello ceh non c'è, niente è per sempre


ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
sto in boxer tzé tzé..quanto so coatto...tzé tzé


ORA VORREI TANTO...
Stringimi madre ho molto peccato
ma la vita è un suicidio, l'amore un rogo
e voglio un pensiero superficiale
che renda la pelle splendida


IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
privato..sigh sigh


OGGI IL MIO UMORE E'...
na merda grazie...ricordando qualcuno...tanto è un attimo...solespento troppo il migliore...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
1)
2)

 


MERAVIGLIE

Nessuna scelta effettuata




“...pensieri sparsi come bolle di sapone...non tanto della mia vita..molto riservata...ma in cerca di me stesso..nella volontà di porsi le domande quelle giuste..perché è più importante la domanda che la risposta! ”

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ULTIMI 10 messaggi
(per leggere i precedenti naviga attraverso il calendarietto qui a destra:
i giorni linkati sono quelli che contengono interventi )


mercoledì 29 settembre 2004
ore 20:28
(categoria: "Vita Quotidiana")



oggi ho toccato 33 incursioni sul mio blog...gli anni di cristo...mah...quasi quasi me lo gioco al lotto!!

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mercoledì 29 settembre 2004
ore 19:55
(categoria: "Vita Quotidiana")



HO MALE DI MIELE....



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mercoledì 29 settembre 2004
ore 12:05
(categoria: "Musica e Canzoni")


oro nero
C’è una nuova luna stasera
Con un filo di voce io cerco di cantarla
Sono io l’uomo con la valigia
Sempre pronto a partire
Sempre con la guardia alta
E scrivo a fondo per vedere, se è più profondo di questi occhi tuoi
E cercherò risposte che di certo non sapresti darmi mai

Quando ami per davvero, non ti basterà il futuro
Vuoi soltanto avere lei che vale più dell’oro nero
Vuoi svegliarti la mattina, respirare il suo cuscino
Fisso sul soffitto dire piano è tutto vero, è tutto vero...

C’è una nuova luna stasera
Con un filo di musica cerco di offuscarla
Per filtrare la luce cattiva
Liberare la mente, da ogni forma perversa
Nei piccoli progressi della casa
Scaccerò le nostalgie
Eviterò le stupide allusioni tra le nostre gelosie

Quando ami per davvero, basta poco per sognare
Ed il motorino è un razzo che da te mi fa arrivare
Vuoi svegliarti la mattina e vederla riposare
Per avere la certezza che non se ne vuole andare
Quando ami per davvero, non ti basterà il futuro
Vuoi soltanto avere lei che vale più dell’oro nero
Vuoi svegliarti la mattina, respirare il suo cuscino
Fisso sul soffitto dire piano è tutto vero, è tutto vero...


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martedì 28 settembre 2004
ore 19:43
(categoria: "Riflessioni")


quando si dialoga
quando si dialoga...quando si dimsotra che le persone sono venute in pace per fare pace alla fine si salvano...e nei fiori del corano sufista questo è molto chiaro...
SIMONA PARI E SIMONA TORRETTA BENTORNATA DI CUORE....


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martedì 28 settembre 2004
ore 12:13
(categoria: "Vita Quotidiana")


oggi un giorno disumano
Oggi più che mai, mi sento in quei giorni disumano...

Dal principio era la neve,non è stata colpa mia,ma siamo andati in culo al mondo,ma ci sei finita dentro e ci son venuto anch'io che mi son venduto a Dio per non esserti lontano in un giorno disumano e per noi ho deciso io che mi son sentito Dio per amarti da lontano in un giorno disumano...


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martedì 28 settembre 2004
ore 12:05
(categoria: "Vita Quotidiana")



Laken ha hia arty huna Yajibu an auda, ila arty, ila Filastin Aud min ajli hauiaty mithla jady, qabla an yatrukù Filastin Audu hurru kay aktaru, an akuna usfuran au akuna shajarah(tun)
Kamà raghiba jady

traduzione: (Ma eccola là, la mia terra, voglio ritornare nella mia terra, in Palestina.
Tornare per una identità, come mio nonno, prima di lasciare la Palestina.
Tornare, libera di scegliere se essere un uccello, come sempre avrei voluto, oppure un albero, come il nonno aveva sempre desiderato.) Mona Zaarour, 12 anni, campo profughi di Chatila.


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lunedì 27 settembre 2004
ore 17:51
(categoria: "Vita Quotidiana")


a volte ecco dove vivo!
Vivo nel frigorifero. Da un anno vivo lì dentro. In un parallelepipedo rigido con la bombatura sul petto. Immenso. Di colore bianco. Un bianco squillante. Lucente. La grossa maniglia d’acciaio curvato. I suoi lati dal consistente spessore. L’altezza perfetta. La giusta per mantenermi eretta del tutto. Sta nell’angolo di una cucina sintetica. Nessun profumo di niente. Mangio insalate freddissime. Lunghe carote col ciuffo. Sedani con le gambe. Poi dormo. A volte sto sveglia. Penso. Ricordo i miei giorni diversi. Quando vivevo. Relazionavo. Uscivo la sera coi tacchi. Scopavo. Sognavo. Speravo. Cercavo l’affetto. L’amore. Quel caldo. Gli amici. Le telefonate di sera. Le cene. Le passeggiate romantiche. Il trucco. Il parrucchiere. L’ufficio. I sorrisi. Gli abbracci. Le lotte. La voglia di cambiare un po’ tutto. Gli sforzi. Gli allenamenti in palestra. Gli addominali. I piegamenti dei glutei. Gli integratori. I massaggi. Le poche conquiste. I fallimenti. Le attese. La disperazione. La gioia improvvisa per qualche dettaglio di vita decente. La fine. Le delusioni. Ricominciare. Cercare le giuste movenze. La perfezione professionale. Salire. Conquistare nuovi livelli. Realizzare ambizioni. Superare gli ostacoli. Eccitare. Stupire. Sedurre la gente. Resistere. Accettare gli scherzi. Vincere le debolezze. Mantenere il rispetto. Spolverare i miei mobili. Usare il guanto di crine. Conversare. Essere brillante. Lucida. Farsi sottomettere. Vestire con gusto. Usare il fondotinta. L’ombretto. Nascondere tracce di solitudine. Fingere. Io sto benissimo. Sono contenta. Proiettata davanti. Un immenso futuro eccitante. Una casa perfetta. Trent’anni. Carriera. Divertimento. Un bel corpo. L’intelligenza. Sensibile. I corteggiatori dolcissimi. Premurosi. Mi sbattono. Non si ripresentano. Aspetto. Mi sento. Un mostro. In guerra. Mi alzavo il mattino. Già pronta. Coraggio. Vita magnifica. Doccia. I vestiti. Le armi. La metro. I colleghi. La mensa. La merda. La sera. Il ritorno. Ti chiamo domani. Il
cinema. Le derelitte. Donne senza nessuno. In ricerca. Gli sguardi. Zero conquiste. Qualcuna. L’evento. I pettegolezzi. L’appuntamento. Cercare l’amore. Trovarne la fine. Poi basta. Stringere il cuore. Lasciarlo in disparte. Del sesso. Una notte. Cercarlo. L’utente chiamato potrebbe avere il terminale spento. Dei pianti. Le amiche. Non prendertela. Uno stronzo. Non merita. Che palle. Ho deciso. Io smetto. Io chiudo. Addormento. La pace dei sensi. Del resto. Il lavoro. L’amore. La vita. Mi spengo. Rinuncio. Licenzio. Il convento. Le alte montagne. Eremita. Da sola. Vestire di stracci. Lavarsi nel fiume. Scappare. Raccogliere mele. Campagna. Il risveglio col gallo. Le torte. Mungere vacche. Dormire alle otto. Gli asparagi. Fare il coltivatore diretto. Pregare in ginocchio. Il sesso peccato. L’amore per Dio. L’incenso. Le calze. La messa. La tempia. Pistola. Il grilletto. L’ho fatto. Lasciato l’impiego. Le conoscenze. Staccato il telefono. Buttato il presente. A natale. In quel giorno. Sono uscita per strada. Il viso contratto. Lo sguardo cadente. Girare nei viali. Camminare per ore. Il Mc Donald. Le mille vetrine. Le madri. La spesa. Le macchine. Il cielo. Il semaforo. Le valigette. Attendere il verde. I clacson. Veloci ambulanze. Sirene. Gli addobbi. Le lampadine. Gli alberi in gomma. I lustrini. Babbo Natale. La slitta. Le intere famiglie in carrello. Gli acquisti. I barboni per terra. I cavalli da festa. I dolci. I pacchetti coi fiocchi. Le mele candite. Gli affanni da shopping. Le merendine di zucchero. I camion. Gli operai nei tombini. Le telecamere. I maschi che corrono. Le femmine in mostra. I culetti. Le gonne svasate. I tagli alla moda. Le bottigliette. I bar tutti aperti. Le coppie abbracciate. Le liti tra autisti. I taxi. Il gelo. La neve. Gli stivaletti di pelle. Gli zingari. Il senso di perdita. Abbandono negli occhi. Sentirsi un’aliena. Non avere famiglia. Quel brivido. Paura. Spavento. Deridersi. Guardarsi riflessa. In cammino. Pensare. Gli sbagli. Chiedersi e adesso che faccio.
Le convinzioni. Il panico. Oddio sono pazza. Ritorno. Riprendo. M’infilo. M’esalto. Chiamo chi avevo. Ritento. Il lavoro. Insisto. E’ stato per colpa di un mancamento. Vorrei nuovamente il mio posto. Riaccendo. Pulisco. Mi pettino. Metto la camicetta. La spilla. Le collant trasparenti. Il fascino. Sono corsa verso il mio appartamento. Aperto le tende. Il mattino. La luce. Gli armadi. Il bagno. Il profumo. I numeri. La cornetta. L’orecchio. Ciao cosa fate di bello. Cercare un invito per capodanno. Inserirsi di nuovo. Brillare. Ma certo. Magnifico. Vediamoci presto. Domani. Le chiacchiere. Il giapponese. Sfogliare riviste. Stai calma. Nessuno sconforto. Solo un momento di smarrimento. Avrei ripreso il lavoro finite le feste. Ero bravissima. Segretaria impeccabile. Orari perfetti. Il silenzio. Una piccola irrilevante crisi di nervi. Cosa da poco. Succede. La vita è stupenda. Avrai nuovi occhi. E poi ti ricordi che bello andare alle feste. Agli aperitivi. Nel chiasso. Sedersi. Ballare. Ammirare. Essere scelta. Che bello. Sperare. Emozioni. Parlare dei maschi. Degli abiti. Delle femmine. Pesarsi. Usare le creme. Le maschere. Gli specchi. Sorridere. Fantastico. Ricordi. La cena. I tacchi. Lo scialle. Le frange. Il giovane artista. Con lui sul divano. Guardare la luna. Parlare. La porta. I domestici. I complimenti. L’eleganza dell’abito. Il viso dolcissimo.Quella borsetta. Lui ti ha baciato se non mi sbaglio.Molto romantico. Aveva degli occhi. Uno sguardo. Quel fuoco. La pelle. Il suo collo. Lo scooter. Sfrecciare per Roma. Nel vento. I capelli. Salire sopra il suo letto. Sentire ti amo in questo momento. Mi sono convinta. Sono una pessimista per questo ho detto ora mollo. Campagna. Convento. Grilletto. Montagna. Gli stracci. Eremita. Le vacche. Troppo severa verso me stessa. L’attorno. Ho trascorso quei giorni di festa benissimo. Simulavo il non panico. Nemmeno l’ombra d’angosce. Facevo le passeggiate. I negozi. Comprare ciò che ti dona. Risalta. I
consigli. Le stordite femmine. Poi è arrivato il giorno del capodanno. Il compleanno degli anni. Il delirio. L’eccitazione. La festa al castello. Venivano a prendermi verso le otto. La cena. L’orchestra. Dei balli. L’abito in seta. Fiori leggeri sopra i capelli. La strada. I fischietti. Il rossetto. Le amiche invincibili. Le scale. La musica. Mi sono messa in un angolo. Nell’angolo del tavolo. Nell’angolo del salone. Nell’angolo della mente. Del cuore. Del corpo. Di tutto lo spazio presente. Mi pareva terribile. Una rivoluzione della solitudine. Ridevano molto gli altri invitati. Si ubriacavano. Facevano i brindisi. Gonfiavano i muscoli. Tiravano palloncini dalle finestre. Si sbattevano a ritmo. Le giacche fosforescenti. Cravatte. Le palpebre. Le vesti di tulle. Le ciprie rosate. Le lingue. Le bocche. Le grida. I bicchieri. Il pesce lasciato nei piatti. Le righe nei cessi. Gli scherzi. Le braccia. Gli sbandamenti. Le schiene. I tatuaggi. Recitare divertimenti. Esagerare. Scommettere. Fare da matti. Salire sul tavolo. I ballerini. Le ragazze di lusso. Gli spostamenti. Il trenino. Suonare trombette. La musica esotica. Le esplosioni di mezzanotte. Scappare in giardino. Guardare nel cielo. Gli scoppi. I petardi. I fuochi nel buio. Le voci. Le spinte. Gli auguri. La vodka. Spumante. Champagne. I dolcetti. Le mele cotogne. Le calze smagliate. Il trucco disfatto. Le prede. Gli avvicinamenti. Il rimorchio. Gli atteggiamenti. I divanetti. La nausea. La sbronza. Le mani sul culo. Le tette. Gli approcci. Dei nomi. Numeri di telefono. Nasi. Pupille. Profumi. Battute. Le reginette. I rampolli. Le sigarette. Le ore. I collassi. La gente che dorme. La luce. Le sbornie. I mancamenti. Il mattino. La pelle. I ritocchi. Le bandierine. I passaggi. Finire. Tornare. Le date. Lancette. Abbassare le tapparelle. La testa. Dormire. Svegliarsi. Già sera. Sconvolta. Le occhiaie. La puzza di sigarette. Le scarpe in cucina. Tristezza. Aspettare. Guardare. Aprire. Togliere tutto da dentro. Lo yogurt. I fiocchi di latte. I carciofini sott’olio.
Le grate. Entrare. Infilarsi col corpo. Tirare. Assaggiare quel fresco. Restare. Nel buio. Nient’altro.

scritto di isabella santacroce (www.isabellasantacroce.com)


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lunedì 27 settembre 2004
ore 15:37
(categoria: "Vita Quotidiana")



Bisogna sempre per forza parlare d'amore?
Bisogna sempre comunque far nascere il sole?
E' necessario far credere di fare del bene?
E' necessario alle feste donare le rose?
Ripeto:
Bisogna sempre per forza parlare d'amore?
Bisogna sempre comunque far nascere il sole?
E' necessario far credere di fare del bene?
E' necessario alle feste donare le rose?
Beh, io sinceramente provo anche:
ODIO - la mia vicina che reclama
ODIO - per il frastuono che procuro
ODIO - e questa è una canzone sull'
ODIO - un sentimento umano e duraturo
ODIO - quando sono esasperato
ODIO - e non mi sento esagerato
ODIO - sinceramente sono fiero
ODIO - forse ora un po' troppo sincero
ODIO - è sempre scomodo parlarne
ODIO - poi sembra di essere gli stronzi
ODIO - è veramente un paradosso
ODIO - forse è meglio lasciar stare
ODIO - Masini e le sue ansie
ODIO - e provo tutti i sentimenti
ODIO - oltre all'amare e il tollerare
ODIO - quando mi portano ad odiare
Bisogna sempre tentare di farsi accettare?
Bisogna sempre scrivere solo testi d'amore?
E' necessario ogni volta mentire al nostro cuore?
non sarebbe meglio liberarsi e confessare?
Bisogna sempre tentare di farsi accettare?
Bisogna sempre scrivere solo testi d'amore?
E' necessario ogni volta mentire al nostro cuore?
non sarebbe meglio liberarsi e confessare?
Beh, io sinceramente provo anche:
ODIO - la mia vicina che reclama
ODIO - per il frastuono che procuro
ODIO - e questa è una canzone sull'
ODIO - un sentimento umano e duraturo
ODIO - quando sono esasperato
ODIO - e non mi sento esagerato
ODIO - sinceramente sono fiero
ODIO - forse ora un po' troppo sincero
ODIO - è sempre scomodo parlarne
ODIO - poi sembra di essere gli stronzi
ODIO - è veramente un paradosso
ODIO - forse è meglio lasciar stare
ODIO - Masini e le sue ansie
ODIO - e provo tutti i sentimenti
ODIO - oltre all'amare e il tollerare
ODIO - quando mi portano ad odiare
ODIO , io
ODIO , io
ODIO , io
ODIO
io ODIO


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lunedì 27 settembre 2004
ore 12:32
(categoria: "Riflessioni")


un muro dentro
Un muro dentro


A Belfast decine di "linee della pace" dividono ancora i ghetti protestanti da quelli cattolici. Le barriere tra le due comunità sono ormai parte del paesaggio, e a nessuno viene in mente di demolirle. Perché, prima di buttare giù quelle fisiche, bisogna scavalcare quelle psicologiche.



16 gennaio 2004 - Quello di Berlino tagliava in due la città tedesca, e venne giù perché così volevano sia di qua che di là. Le decine di muri che ancora caratterizzano Belfast, invece, sono ancora al loro posto. Anzi, crescono: ne sorgono di nuovi, o vengono allungati di qualche metro quelli già esistenti. Perché le barriere che sezionano il centro più importante dell’Irlanda del Nord, separando i quartieri protestanti da quelli cattolici, sono ancora viste come indispensabili da praticamente tutta la popolazione.


I muri di Belfast sono nati nei primi anni Settanta, all’apice dei “Troubles” – i “guai”, la fase più acuta dello scontro tra le due comunità - quando l’Irlanda del Nord era in piena guerra civile. In quel periodo la parola era alle armi e i gruppi paramilitari di entrambe le parti dettavano legge: le bombe squassavano Belfast giorno dopo giorno, le ritorsioni erano reciproche. Le tensioni accumulate da cattolici e protestanti in decenni di convivenza – da metà Ottocento decine di migliaia di lavoratori cattolici cominciarono ad affluire nella fiorente Belfast industriale dei coloni britannici protestanti - erano scoppiate e non c’era modo di fermarle. L’astio s’era trasformato in puro odio, e vivere insieme non era più possibile. L’unica soluzione era dividersi fisicamente, rinchiudersi nel proprio microcosmo. Così, i rimescolamenti della popolazione diedero vita a “isole” religiosamente omogenee, separate da barriere di cemento erette dalle autorità nel tentativo di porre fine alle violenze.

Il più famoso di questi muri è quello che corre lungo Cupar Street, nella parte occidentale di Belfast. Da una parte c’è il quartiere protestante di Shankill Road, dall’altra quello cattolico che si sviluppa intorno a Falls Road. La barriera è lunga più di un chilometro, e può essere oltrepassata nel solo check-point di Lanark Way, che la polizia chiude ogni sera alle nove. Ma ce ne sono altri, tra “ufficiali” e spontanei, tanto che fare una conta esatta è problematico. Ce n’è persino uno che taglia in due Alexandra Park, uno dei giardini pubblici della città sorti in epoca vittoriana. Qui sono addirittura gli alberi, l’erba e i fiori che possono essere cattolici o protestanti.


La Belfast di oggi non è quella in piena crisi economica di trent’anni fa. Anche rispetto ai primi anni Novanta è cambiata profondamente. Gli sgargianti negozi del centro sono gli stessi delle città britanniche, ci sono vivaci pub dove i giovani di entrambe le confessioni bevono fianco a fianco e fanno amicizia, dopo l’accordo di pace del 1998 gli investimenti nella regione sono cresciuti, i turisti hanno scoperto che l’Irlanda non è solo Dublino e paesaggi unici, i quartieri misti della classe media si sono ingranditi.

Ma questa è la Belfast benestante. Poi c’è la Belfast della working-class, fatta di ghetti dove un uomo su due è senza lavoro, dove bambini smunti giocano per strada con quello che raccattano per terra, dove i negozianti pagano il pizzo ai paramilitari, dove la polizia evita di farsi vedere. Fra un ghetto e l’altro, i muri. Che da queste parti vengono chiamati “interfacce” o “linee della pace”. Spesso non bastano: c’è sempre chi ha voglia di fargliela pagare, ai “bastards” che stanno dall’altra parte. Si arrampica e scaglia bottiglie o mattoni che colpiscono gente di cui non sa neanche il nome. Quando succede troppo di frequente, la polizia alza le “linee della pace” di qualche metro. E la sfida ricomincia.

Perché qui il muro non è solo fisico. E’ psicologico, sociale, ti insegna a odiare quelli dell’altra comunità da quando non sai ancora parlare, ti dice che cosa puoi fare e cosa no, dove puoi andare e dove non mettere piede se vuoi vivere. La tua vita è instradata fin dalla culla. Tanto che in Irlanda del Nord i ragazzi ti dicono: se vuoi sapere se uno è cattolico o è protestante, basta chiedergli tre cose. 1) Come si chiama 2) Che sport ha praticato da piccolo e 3) Come pronuncia la lettera “H”. Regola che sembra bizzarra, ma che ci azzecca quasi sempre. Se uno si chiama Seamus, Patrick o Sinead – nomi tradizionali irlandesi - non può che essere cattolico. Se si chiama George, Neil o Ian sarà molto probabilmente protestante. Se ha giocato al calcio gaelico, che nella Repubblica d’Irlanda è molto più seguito del calcio praticato nel resto del mondo, sarà cattolico al cento per cento. E la lettera “H” – per non si sa quale regola acquisita nell’ambiente in cui si è cresciuti – si pronuncia “Eich” se sei protestante, e “Heich” (facendo sentire l’acca aspirata) se sei cattolico.

I ragazzi delle bande che si fanno la guerra hanno il muro dentro, e non c’è verso di buttarlo giù. D’altronde, come possono comprendersi a vicenda? Hanno frequentato scuole diverse, praticano sport differenti, tifano per squadre di calcio di Glasgow rivali (i protestanti per i Rangers, i cattolici per i Celtic), e le uniche cose che scavalcano il muro sono le pietre, le bottiglie e le bombe di vernice che si scagliano gli uni contro gli altri, senza poter neanche vedere dove vanno a finire. La fiducia reciproca, quella mai. L’altro, si evita. L’altro, è malvagio per definizione.

E la cosa strana è che, se si conoscessero veramente, quelli che a Belfast hanno il muro dentro scoprirebbero di avere in comune molto più di quanto pensino: vivono in identiche misere casette a schiera, comprano i vestiti negli stessi negozi sportivi del centro, bevono le stesse birre, si rasano i capelli allo stesso modo, parlano lo stesso slang. Ma non possono scoprire quanto sono uguali. Sono separati da un muro, che finché esiste almeno impedisce che si uccidano a vicenda. Ecco perché qui solo gli idealisti vogliono che le “linee della pace” siano demolite. Tutti gli altri le vedono come il male minore. E per questo, accordi di pace o no, rimarranno al loro posto ancora per molto.


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lunedì 27 settembre 2004
ore 12:21
(categoria: "Vita Quotidiana")


E LORO COME NOI CI SONO


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