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mercoledì 14 settembre 2011 - ore 23:58



(categoria: " Vita Quotidiana ")


I’m.learning.to.walk.again.Can’t.you.see.I’ve.waited.long.enough.Where.do.I.begin?


Quante cose possono essere incastrate in quindici giorni o giù di lì?
Passo il tempo a riempirlo. Mi incastro gli orari in modo perfetto. Per conciliare ogni impegno e me stessa. Per farci stare le persone che voglio. Non trovo un attimo per me e per la prima volta, oggi pomeriggio, mi sono ritrovata stesa sul letto a guardare il soffitto e a sentirmi vibrare la testa.
Di tutte le cose che sono successe. Di tutte le cose che vorrei succedessero davvero, prima o poi. tre esami in tredici giorni era una cosa che non facevo neppure quando l’entusiasmo e la motivazione erano i miei compagni di viaggio in una vita da matricola. Ne passo due con un buon risultato e con uno devo giocarmi la frase del ritentasaraipiùfortunata.
passo il primo sabato del mese sotto palco con quelle facce che tanto amo. Passo il primo fine settimana del mese con una cena casalinga e un brindisi che ci ricorda che non saremo mai soli mentre si trascina appresso due bottiglie vuote, una torta salata e un mix di antipasti strani.
Passo i primi giorni del mese con quegli occhioni verdi che vorrei preservare da qualsiasi cosa. Con quegli occhioni verdi che mi sanno far sentire speciale sempre, abbracciandomi in quel modo che mi fa sentire in un mondo perfetto e immune da tutto.
Passo i primi giorni del mese a cercare perché a cose inspiegabili e a metterci tutta la santa pazienza di cui sono capace.
Li passo così: tra una fotocopia sulle doppie, una foto con una bambina di quattro anni, capricci tutti concentrati e la voglia di tornare a lavorare con quelle persone in miniatura che sono i bambini.
Passo i primi giorni di settembre a non accorgermi che ne sono passati già metà.
Mentre il telefono suona di sabato pomeriggio e la morte mi accoglie tra un filamento di dna e uno di rna.
Passo quegli istanti a tranquillizzare e a gestirmi. Passo quegli istanti a chiedermi quanto la disperazione possa essere profonda, se ti porta a toglierti la cosa più preziosa che hai. E a domandarmi, ancora, come si possa vivere con la sensazione di non aver saputo fare abbastanza.
Li passo al telefono a parlare con te. Che le nostre discussioni fanno invidia a qualunque forma di psicoterapia. Che mi piace autolodarmi e sedermi sulla sedia a dondolo. A sviscerare perle di saggezza per gli altri, che io a volte mica mi guardo allo specchio, mi ci arrampico. A prendere biglietti per la stagione concertistica autunnale. A inveire contro i nuovi e vecchi giocatori dell’inter e a ipotizzare complotti di bande criminali contro di noi.
Li passo sentendomi una specie di militare con gli orari programmati. A incastrare pranzi veloci in centri commerciali. A bere birra in birra party improvvisati su un terrazzo in cui non ci stiamo neppure tutti.
Li passo così: con i miei nuclei densi di contraddizione e qualche cielo nero una volta a settimana.
E mi chiedo costantemente se quello che faccio, lo faccio bene. Mi chiedo costantemente se dovrei fare di più, dire di più. essere meno qualcosa e più un’altra. Ma alla fine il risultato è sempre lo stesso e poco importa. Io vivo. Vivo come voglio. Come posso. Come sento. E cambio. anche in modo impercettibile. Ma cambio. imparo davvero a camminare di nuovo.
E la sensazione che ho aspettato abbastanza, è sempre più viva in me.
Non lo so dove mi porteranno gli altri quindici giorni o giù di lì che formano questo mese in cui tutto comincia e prende forma.
So che continuerò a camminarci dentro. Con questo ritmo frenetico. Che mi fa abbracciare ogni singolo evento. Ogni singolo secondo.
E anche se penso con tutta me stessa che le cose non dovrebbero capitare, che il mondo davvero a volte va al contrario ed è ingiusto e stronzo, io continuo a sorridere e a ridere. Continuo ad arrabbiarmi e a piangere. Continuo a morire dalla voglia di vederti. Continuo semplicemente a vivere.
Perché, che cosa c’è di meglio?





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giovedì 1 settembre 2011 - ore 21:10



(categoria: " Vita Quotidiana ")


But.gravity.always.win.


Thom Yorke oggi mi ha accompagnata dappertutto. C’era stamattina, quando inebetita da un risveglio di sale e ansia sono finita a parlare con chi mi considera come sempre un peso. Con chi non fa altro che ricordarmi che la mia età e la mia vita sono una contraddizione e un campionato di partite perse.
C’era Thom, mentre il neon mi tornava sopra la testa e qualcuno mi parlava di date, appuntamenti, mesi ancora da organizzare e tanta santa pazienza da legarmi alle punta delle dita e ad ogni ciocca di capelli.
C’era Thom, quando sono arrivata a casa di chi non sa scrivere le parole staccandole l’una dall’altra ma ha bisogno di attaccarle tutte senza separarle e anche unendole che forse così si fa prima a sparire e a non far sentire cosa si ha nella testa, nelle orecchie, negli occhi e tutto intorno.
C’era Thom. Mentre ti scrivevo tra un semaforo e l’altro che non sei mai stato quelle due parole orribili e stupide. Mentre pensavo a Noi andando a ritroso.
C’era Thom. Mentre tornavo a casa e preparavo discorsi senza intoppi. Guidata da milioni di numeri contati per prendere fiato. Per sembrare matura. Logica ineccepibile.
C’era Thom. Quando ti dicevo, tra uno scaffale e l’altro del supermercato, tra una bottiglia di vino e un pezzo di grana, che niente mi ha dato, niente mi darà mai quella cosa lì. Questa cosa qui.
Che mi rendo conto essere profonda e spaziosa. Sì. spaziosa. Non è una solo una cosa che mi scava dentro, ma che a volte mi esplode. Anche quando forse non sembro capire. Quando non sembro sentire. Quando sembro troppo dura. Quando non trattengo quello che penso e lo mescolo con quello che provo ed ho provato. Il fatto è che. Vorrei davvero essere un involucro perfetto che sappia prendersi cura di te senza far troppo rumore. Ma anche se provo a maneggiarti delicamente, le mie dita sono ciompe e non sanno fare a meno di farsi sentire. Non riesco a farti sentire solo la leggerezza senza la pesantezza. Solo la protezione senza la preoccupazione. Non riesco a farlo. Forse perché c’è troppo purezza. Non solo in me. Anche in quello che sei per me. E ci sono giorni in cui vorrei ripeterti allo sfinimento che anche se gli alberghi appena costruiti coprono i tramonti, tu non ti devi preoccupare. D’altronde è feroce settembre. Ma poi penso che Vasco Brondi ti sta in culo. Allora sto zitta e mi limito a restarti accanto.
Perché darti la mano è la cosa che so fare meglio anche io.





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giovedì 25 agosto 2011 - ore 01:25



(categoria: " Vita Quotidiana ")


It’s.a.terrible.love.and.i’m.walking.with.spiders.


Sai Chiara, avrei voluto fare di più stasera. Avrei voluto dire di più. mentre i tuoi occhi riempivano le tue guance e le tue parole sapevano di luci al neon, verde chirurgia, ricerche di parrucche perfette e mal di testa notturni. Avrei voluto dirti di più. quando parlavi di quel dottore napoletano che non le manda di certo a dire. Che non ti dà speranza, non ti dà sicurezza. Invece ti accarezzavo il braccio con le dita e ti dicevo che da tutto questo ne siete uscite. Anche se ora è arrivata l’ennesima prova. Anche se è vero, che piove sempre sul bagnato. E mentre mi dicevi che forse andrai all’inferno per qualche senso di colpa, che Dio non ti è stato poi molto accanto e che la vita a volte fa davvero schifo, non ho saputo fare altro che risponderti che tutto questo dovrebbe solo farti capire che la vita è meravigliosa. Che il tempo è poco. che tutto quello che vogliamo è rimanere incollati a questa cosa qui, che genera giorni, possibilità, incontri ed emozioni.
E mentre ci raccontiamo di chi sta male e la riflessione naturale di questi giorni è che siamo sommersi di nevrosi proprie e altrui, penso a quante persone stanno male e fanno di tutto per non vederlo. Penso a chi si copre gli occhi dietro famiglie perfette, dietro sicurezze costruite progettando e pianificando la vita. E penso a tutte quelle persone che non sanno stare in piedi. Penso a chi lo sa fare. e penso a me. Che sono in bilico tra le due. Che so vedere con lucidità le cose anche quando ci sono immersa fino al collo. Che riesco ad analizzarmi. A capire sempre dov’è il problema. Ma che mi lascio prendere dalle mie pulsioni cmq. E che non decido. Mi lascio decidere.
Che mi odio e mi amo allo stesso modo. Che mi sento troppo per alcuni e mai abbastanza per altri e forse per me stessa. Che amo questa vita con tutto il cuore che ho. Che Agosto mi fa ancora paura. Che questi giorno sono estenuanti e io ho voglia di sentirmi libera.
Libera come quando sono lì, sotto palco. E la musica mi riempie le vene.
Libera come quando rido insieme a chi amo. Rido così tanto che mi manca il fiato e mi devo piegare.
Come quando il tintinnio del bicchiere di vino è seguito dal nostro –machecazzo-.
Libera.
Come quando potevo essere tutto quello che volevo, che sono e tu c’eri.
Come quando ti attaccavo post-it e non mi importava di quello che pensava la gente.
Libera.
Come quando alla mattina la prima cosa che facevi era accarezzarmi o prendermi per la gamba e tirarmi a te.
Libera.
Come quando sento che tutto ci lega e niente ci può distruggere.

Ma tutto quello che sento ora è che le dita mi fanno male, niente è al sicuro.
E io voglio restare attaccata solo alle cose che mi sfuggono dalle mani.






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sabato 6 agosto 2011 - ore 03:27



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Agosto.è.il.mese.più.freddo.dell’anno.

Ho inscatolato. Staccato. Messo via.
Tutte le mie cose. La mia camera. E seduta su questo letto vedo solo il bianco sporco delle pareti. La desolazione di una camera che non sa di nulla, senza i volti di chi amo appiccicati alle pareti. Senza i libri che sanno di me sulle mensole. Senza quel casino denso e contradditorio che mi perseguita dentro e fuori.
Vasco Brondi direbbe che il nostro scambio d’organi ha imbrattato le pareti, dobbiamo ridpingerle. Mentre i marta sui tubi gli risponderebbero che infondo anche un pianeta non è altro che una scatola un po’sferica.
Dal canto mio, non ho molto da controbattere.
Hanno ragione entrambi.
Non so se quest’anno i perturbazione ce l’avranno, però, come ogni anno ad agosto. E come ogni anno a ricordarmi che nell’altro emisfero lo chiamano inverno.
Io ci provo, a costruirimi un riparo per tutto questo freddo.
Quindici giorni.
Dentro di Noi. Fuori dal Mondo. Con una tappa in Austria.
A riscaldar(ci) con quella benedetta light that never goes out.
E anche qui Brondi direbbe la sua, dicendo semplicemente che.
sarei sempre sugli eurostar e sulle frecce rosse a sfogliare riviste, per venirti incontro.

questa.canzone.dice.che.a.volte.anche.i.periodi.neri.possono.essere.bellissimi.






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domenica 24 luglio 2011 - ore 00:02



(categoria: " Vita Quotidiana ")


.And I will leave this world in pieces, I will leave it to the scarab and the crows under seas and under soil, in a million years our bones will be your oil.




Non vedrò mai tante, tantissime cose.
Non le toccherò. Non le assaggerò. Non le saprò. Ci sono così tante cose da vivere. E così troppo poco tempo per farlo.
Ma so.
So cosa significa sentirsi talmente a proprio agio con qualcuno da essere libera di essere pazza.
So di cosa sa quell’intimità riflessa nello specchio di due persone che si lavano i denti insieme, alla mattina.
So di cosa sa quella lenta e dilatata incomprensione che porta due persone a non sapersi parlare, mentre la pioggia cade.
So di cosa sa quella voglia. Quella voglia di sentirsi la pelle di qualcuno addosso fino a non riconoscere più lo spazio in cui inizia la tua e finisce la sua.
So cosa significa commuoversi di fronte ad un pubblico che canta contemporaneamente la stessa canzone.
E so cosa significa abbracciare tutto l’amore in un colpo solo e buttarcisi dentro. Immergersi fino a confondersi e perdere i confini di sé. So cosa significa non bastarsi mai.
Tra tutte le cose che non vivrò mai.
C’è anche l’aridità.
E questo mi fa sentire bene.

A volte succedono delle cose.
Le cose capitano.
E tu devi solo lasciarle fare.
Solo. Lasciarle.





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lunedì 18 luglio 2011 - ore 22:40



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Jimmy shoes busted both his legs, trying to learn to fly
From a second story window, he just jumped and closed his eyes
His momma said he was crazy - he said momma "I’ve got to try"
Don’t you know that all my heroes died
And I guess I’d rather die than fade away

These days - the stars seem out of reach
But these days - there ain’t a ladder on these streets
These days are fast, love don’t lasts-in this graceless age
Even innocence has caught the morning train

And.there.ain’t.nobody.left.but.us.these.days.



è iniziato tutto con dei palloncini e una torta con ventotto candeline.
con ian curtis e morrissey che mi facevano gli auguri in anticipo.
con manuel agnelli che dopo tanti concerti si è rivelato buono, simpatico e mi ha fatto sentire due tra le mie canzoni preferite.
è passato attraverso una cena disastrosa. piena di punti di disaccordo. ma che è finita con un abbraccio in un auto e una foto distesi su tutto quel verde che somiglia a quegli occhioni che tanto conosco e tanto mi fanno ritrovare quella speranza che a volte perdo.
è continuato in 4 ore di viaggio, un mare denso di zanzare di Vigevano. Con gli Strokes che danno il meglio che possono per un concerto durato 40 minuti in un FLOPpaut che ricorderemo purtroppo per sempre. Ma insieme a tale catastrofe ricorderò sempre anche quel momento puramente demenziale, in cui dario imita Julian, V sclera e io non so fare altro che ridere.
Si dilata in giorni un po’neri. Incomprensioni che si infilano sopra e sotto pelle. Silenzi. Occhi che sanno di sale. Notizie devastanti.
Ma ancora.
Si riprende. In weekend tanto attesi. In km che macinano groppi in gola. In bonsai che diventeranno la mia nuova (bellissima) fissazione. In bicchieri di vino che a poco a poco sciolgono nodi. In partite a calcetto che cercano di distruggere muri di freddezza. In pranzi della domenica trasformati in pranzi del sabato. In all stars grigie e abbracci. In regali "dai soiti", in poesie scritte alle medie da due occhi azzurri che mi hanno vista così poche volte ma che sanno tanto di me, in aneddoti esilaranti fatti da chi ritrovo di nuovo come un tempo, in foto da prima comunione con ognuno di voi. Voi.
Che vi amo e vi tengo tutti stretti.
Diventa ancora più bello. In notti che passano lente e allo stesso tempo veloci. Tra momenti di sconforto addolciti con tisane, braccia su cui addormentarsi e una preparazione concerto con tanto di commenti stupidi e risate.
Finisce.
Con Bon Jovi che riesce a riportarmi alla mia infanzia. Con uno stadio pieno di persone in estasi. Con le cagne anni 80. Con la pioggia che cade in un bed of roses. Con Riche Sambora che ciuccia il microfono in quel modo che tanto gli invidio. Con Tico sgionfo ma sempre scopabile. Con l’altro che se la ride sornione.

E succede che.

Era novembre, quando in una della nostre chilometriche conversazioni Bon Jovi ci faceva compagnia cantando These Days.
Era novembre, quando dal nulla tu te ne uscivi con quel miele di cui mi piace cibarmi e dicevi " per me ora questa song sarà tutto il bi che ci vogliamo.
Era gennaio. Quando per mms mi mandavi foto di biglietti di concerto ed io mi sentivo un po’una merda perché prima avevamo litigato.
Erano mesi. A spulciare scalette e a renderci conto che dovevamo farci una ragione, quella canzone non l’avrebbero mai suonata.
Era solo ieri.
Quando quegli accordi hanno invaso lo stadio e io ti ho guardato.
E tutto il nostro Bi, è risuonato per sei minuti o giù di lì.
Era in quell’abbraccio durato tutta una canzone.
Che io mi sono sentita piena d’amore. Piena di vita.
Ed ho capito che può succedere di tutto. Proprio di tutto.
Ma come Noi. Niente e nessuno mai.





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giovedì 14 luglio 2011 - ore 02:50



(categoria: " Vita Quotidiana ")








se tutto quello che seminiamo poi lo raccogliamo, evidentemente non sono né sarò mai una brava coltivatrice.


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martedì 12 luglio 2011 - ore 00:32



(categoria: " Vita Quotidiana ")


.Ventotto.

i ventisette se ne sono andati.
Se penso ai miei ventisette li vedo apparentemente uguali agli altri. Non ho ancora un lavoro fisso. Non ho ancora finito con i libri. Non ho ancora abbastanza soldi da permettermi una casa. Mia mamma non riesce a fare a meno di telefonarmi quando non ci sono e mio papà non mi telefona mai, ma ascolta mia mamma che lo fa. Non sono ancora diventata vegetariana. Non ho ancora smesso con l’alcol. Non ho ancora smesso di divorare romanzi. Non ho ancora smesso di cibarmi di musica e di credere che lei sia il vero motore della vita. Non ho ancora smesso di credere, di avere fiducia e di pensare che a tutto c’è una soluzione e che tutti, tutti, hanno qualcosa di buono da darti. Non ho ancora smesso di piangere quando mi viene voglia di farlo. Né tantomeno di ridere.
Se penso ai miei ventisette anni.
Penso che mi abbiano resa più forte.
Penso che mi abbiano maturata.
Penso anche che abbiano consolidato certe mie manie, certe mie frustrazioni. Certe insicurezze che fuoriescono in ossessioni.
Se penso ai miei ventisette anni. sento il suono di una chitarra e di una voce che all’orecchio mi sussurrano che è il primo giorno della mia vita. E che da allora, non hanno mai smesso di risuonarmi dentro. Di darmi la mano. Di scandire i miei giorni e i battiti del mio cuore.
Se penso ai miei ventisette anni.
Penso che mi abbiano insegnato cosa significa amare. Amare in quel modo maturo che ti insegna a restare.restare.restare. anche quando te ne vai.
Se penso ai miei ventisette anni.
Penso abbiano solo confermato. Che ho voglia di vivere. Che ho tanta tantissima fame.
E che le mie braccia sono aperte. Non chiuse. Aperte.
Perché io non smetterò mai di avere voglia di abbracciare.
Sia il bello, che il brutto.
Che i miei ventotto porteranno.
E succhiare tutto, ma proprio tutto quel fottuto midollo della Vita.

Buoni ventotto a me.





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martedì 5 luglio 2011 - ore 20:49



(categoria: " Vita Quotidiana ")


What.i.have.become.?.my.sweetest.friend.


Un tempo, quando capitavano giorni come questo, le mie dita avevano bisogno di questo spazio.
Avevo bisogno di scrivere. Avevo bisogno di tirare fuori il dolore e riversarlo in quelle che sono state sempre mie amiche fedeli: le parole.
Ora, spesso, il dolore lo aspiro e lo rigetto fuori tramite il fumo delle sigarette che consumo sulla mia poltrona.
A guardare fissa le montagne.
Un po’di quel fumo, infatti, mi rimane dentro. E sedimenta lì.
Ho fatto diventare piano piano questo mio spazio contenitore di elaborazioni del mio stare male. Di emozioni e stralci di vita che mi riempiono. Di cose belle, quasi sempre.
E se brutte, scritte quando già passate.
Ho voluto forse inconsciamente nascondere. Tutto il dolore. La rabbia. La sofferenza. La fottuta e maledetta stanchezza. Perché sai, sì, ne ho parlato. L’ho tirata fuori, l’ho scritta. Ma sempre quando era già passato il brutto momento.
Quando non mi spaventava più. quando non mi minacciava più.

Ho cercato di farti arrabbiare, oggi.
Perché trovo la tua rabbia un’emozione viva.
Ed io avevo bisogno di vedere e di sentire che non è la morte che mi circonda.
Non lo so cosa ci ho guadagnato.
Non lo so. fino a dove non ci siano limiti. Nelle cose che diciamo. Nel male che ci facciamo.
Ma non smetterò mai di credere che sia meglio questo al fare finta di niente, che tanto tutto torna come prima.
Non voglio vedere lasciare andare le cose perché tanto, ci siamo.
Non voglio finire a dare per scontato tutto quello per cui siamo arrivati ad essere quello che siamo.
Quindi sì. continuerò ad essere quella che si impunta. Quella che sviscera ogni cosa fino a farti venire la nausea.
Continuerò ad essere quella che si rifiuta di sentirsi dire –pensa quello che vuoi-.
L’ho sempre fatto. E non mi stancherò.
Non mi stancherò mai di essere quello che sono.
Anche se quello che sono è un ammasso di cose fastidiose, noiose e pesanti.
Questo mio modo di fare mi ha regalato quello che ho.
Forse non saremo più come prima. Forse saremo ancora meglio.
Ma almeno, siamo stati Noi.
E quello che conta per me è continuare ad esserlo.
In un modo o nell’altro.
In questa vita.
O altrove.





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giovedì 23 giugno 2011 - ore 22:08



(categoria: " Vita Quotidiana ")


how.does.it.feel.?.how.does.it.feel.?.


Ci sono serate che per quanto calde e afose, ti regalano momenti di respiro dopo parentesi di apnea.
Ci sono serate che durano dodici ore o giù di lì.
Ci sono serate che contengono tanto del nostro meglio.
Quel nostro meglio che si sviscera in abbracci. occhi. Sorrisi. Silenzi. Parole di cui avevamo bisogno entrambi. sensazioni e stati d’animo provati da entrambi, ma che a volte non diciamo. Il modo diverso di vivere quei mezzi che ci hanno sempre unito. La paura fottuta di perderci. La gelosia. La possessione. Rendersi conto che le crisi o pseudo tali non possono farci da padrone. Siamo solo Noi che decidiamo. Che ci teniamo il nostro smalto. Che ci viviamo in quel modo irripetibile e a tratti inconcepibile. Che seduti sugli scalini ci abbracciamo una volta in più e mi fai domande con un’aria talmente tenera che non posso che risponderti Sì. Anche se quel Sì era scontato.
E vivere insieme pezzi di storia della musica.
Io che mi emoziono davvero. Mentre bob dylan storpia tutte le sue canzoni e le rende irriconoscibili.
Che mi piace pensare faccia così non solo perché è un lurido cazzone, ma perché questo è diventato l’unico modo a sua disposizione per far rimanere veramente suo qualcosa di cui si sono cibati forse tutti, almeno una volta nella vita.
Certo che. Like a rolling stones puoi storpiarla quanto vuoi, caro Zimmerman, ma quelle parole sono indimenticabili per troppe persone. Persone che si esaltano e sanno di cantare a squarciagola una canzone che ha significato tanto, tantissimo per una generazione intera.
Ed è bellissimo vedere un Alcatraz così pieno di gente over 40 mischiata a teen, mischiata a 30enni.
E ti chiedi quanti altri saprebbero unire età diverse in uno stesso posto con le stesse facce strabordanti
di felicità.
Ci sono dodici ore. tra l’arrivo di un treno e la partenza di un altro. in cui capisci una volta in più che il tempo è metro di contenimento, non di misura.
Ci sono una manciata di secondi. Tra il mio “ohi sveglia” e il tuo aprire gli occhi, guardarmi e accarezzarmi. In cui capisci che. Tanta dolcezza alle sei di mattina. Ti potrebbe bastare una vita intera.






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