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martedì 16 ottobre 2007 - ore 11:37



(categoria: " Vita Quotidiana ")


unaltratennentsmediaAlegrazie

FRENKI’S BAR RULEGGIA

LEGGI I COMMENTI (10) - PERMALINK



martedì 9 ottobre 2007 - ore 12:04



(categoria: " Vita Quotidiana ")


FINALMENTE HA UN NOME!!!
.complimenti Sardellone.
-sei il mio ospite (con il nome però) N°18.000.
.meriti una tennents super e un cazzo di gomma.
.vieni sabato dal Pannax a ritirare il premio.


LEGGI I COMMENTI (6) - PERMALINK



giovedì 4 ottobre 2007 - ore 14:09



(categoria: " Vita Quotidiana ")






.quando anche i fascisti hanno ragione.

(non è il tuo caso ordine. l’illogicità non è tenuta in considerazione)

LEGGI I COMMENTI (9) - PERMALINK



giovedì 4 ottobre 2007 - ore 10:26



(categoria: " Vita Quotidiana ")






!fantastico!
un grazie a Venereo

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giovedì 4 ottobre 2007 - ore 10:20



(categoria: " Vita Quotidiana ")


...si può dimenticare solo ciò che già si conosceva....

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martedì 2 ottobre 2007 - ore 11:10



(categoria: " Vita Quotidiana ")


.cease to speak or cease to breath.

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venerdì 28 settembre 2007 - ore 13:02



(categoria: " Vita Quotidiana ")


I conti della Chiesa, ecco quanto ci costa

di CURZIO MALTESE

"Quando sono arrivato alla Cei, nel 1986, si trovavano a malapena i soldi per pagare gli stipendi di quattro impiegati". Camillo Ruini non esagera. A metà anni Ottanta le finanze vaticane sono una scatola vuota e nera. Un anno dopo l’arrivo di Ruini alla Cei, soltanto il passaporto vaticano salva il presidente dello Ior, monsignor Paul Marcinkus, dall’arresto per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La crisi economica è la ragione per cui Giovanni Paolo II chiama a Roma il giovane vescovo di Reggio Emilia, allora noto alle cronache solo per aver celebrato il matrimonio di Flavia Franzoni e Romano Prodi, ma dotato di talento manageriale. Poche scelte si riveleranno più azzeccate. Nel "ventennio Ruini", segretario dall’86 e presidente dal ’91, la Cei si è trasformata in una potenza economica, quindi mediatica e politica. In parallelo, il presidente dei vescovi ha assunto un ruolo centrale nel dibattito pubblico italiano e all’interno del Vaticano, come mai era avvenuto con i predecessori, fino a diventare il grande elettore di Benedetto XVI.
Le ragioni dell’ascesa di Ruini sono legate all’intelligenza, alla ferrea volontà e alle straordinarie qualità di organizzatore del personaggio. Ma un’altra chiave per leggerne la parabola si chiama "otto per mille". Un fiume di soldi che comincia a fluire nelle casse della Cei dalla primavera del 1990, quando entra a regime il prelievo diretto sull’Irpef, e sfocia ormai nel mare di un miliardo di euro all’anno. Ruini ne è il dominus incontrastato. Tolte le spese automatiche come gli stipendi dei preti, è il presidente della conferenza episcopale, attraverso pochi fidati collaboratori, ad avere l’ultima parola su ogni singola spesa, dalla riparazione di una canonica alla costruzione di una missione in Africa agli investimenti immobiliari e finanziari.

Dall’otto per mille, la voce più nota, parte l’inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa cattolica per gli italiani. Il calcolo non è semplice, oltre che poco di moda. Assai meno di moda delle furenti diatribe sul costo della politica. Il "prezzo della casta" è ormai calcolato in quattro miliardi di euro all’anno. "Una mezza finanziaria" per "far mangiare il ceto politico". "L’equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all’anno".

Alla cifra dello scandalo, sbattuta in copertina da Il Mondo e altri giornali, sulla scia di La Casta di Rizzo e Stella e Il costo della democrazia di Salvi e Villone, si arriva sommando gli stipendi di 150 mila eletti dal popolo, dai parlamentari europei all’ultimo consigliere di comunità montane, più i compensi dei quasi trecentomila consulenti, le spese per il funzionamento dei ministeri, le pensioni dei politici, i rimborsi elettorali, i finanziamenti ai giornali di partito, le auto blu e altri privilegi, compresi buvette e barbiere di Montecitorio.

Per la par condicio bisognerebbe adottare al "costo della Chiesa" la stessa larghezza di vedute. Ma si arriverebbe a cifre faraoniche quanto approssimative, del genere strombazzato nei libelli e in certi siti anticlericali.

Con più prudenza e realismo si può stabilire che la Chiesa cattolica costa in ogni caso ai contribuenti italiani almeno quanto il ceto politico. Oltre quattro miliardi di euro all’anno, tra finanziamenti diretti dello Stato e degli enti locali e mancato gettito fiscale. La prima voce comprende il miliardo di euro dell’otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell’ora di religione ("Un vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire", nell’opinione dello scrittore cattolico Vittorio Messori), altri 700 milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità. Poi c’è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi, dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all’ultimo raduno di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua, nell’ultimo decennio, di 250 milioni. A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, oggi al centro di un’inchiesta dell’Unione Europea per "aiuti di Stato". L’elenco è immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza si può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il mancato incasso per l’Ici (stime "non di mercato" dell’associazione dei Comuni), in 500 milioni le esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in altri 600 milioni l’elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per l’Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e pellegrini. Il totale supera i quattro miliardi all’anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo Stretto o un Mose all’anno, più qualche decina di milioni.

La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico. Soltanto agli italiani, almeno in queste dimensioni. Non ai francesi, agli spagnoli, ai tedeschi, agli americani, che pure pagano come noi il "costo della democrazia", magari con migliori risultati.

Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell’otto per mille sull’Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all’epoca "di sinistra" come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia in bianco la voce "otto per mille" ma grazie al 35 per cento che indica "Chiesa cattolica" fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una mostruosità giuridica la definì già nell’84 sul Sole 24 Ore lo storico Piero Bellini.

Ma pur considerando il meccanismo "facilitante" dell’otto per mille, rimane diffusa la convinzione che i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio "ritorno sociale". Una mezza finanziaria, d’accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l’impegno nel Terzo Mondo. Tutti argomenti veri. Ma "quanto" veri?

Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata. Ma per capire dove finiscono i soldi degli italiani sarà pur lecito citare come fonte insospettabile la stessa Cei e il suo bilancio annuo sull’otto per mille. Su cinque euro versati dai contribuenti, la conferenza dei vescovi dichiara di spenderne uno per interventi di carità in Italia e all’estero (rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli altri quattro euro servono all’autofinanziamento. Prelevato il 35 per cento del totale per pagare gli stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani, rimane ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei distribuisce all’interno della Chiesa a suo insindacabile parere e senza alcun serio controllo, sotto voci generiche come "esigenze di culto", "spese di catechesi", attività finanziarie e immobiliari. Senza contare l’altro paradosso: se al "voto" dell’otto per mille fosse applicato il quorum della metà, la Chiesa non vedrebbe mai un euro.

Nella cultura cattolica, in misura ben maggiore che nelle timidissime culture liberali e di sinistra, è in corso da anni un coraggioso, doloroso e censuratissimo dibattito sul "come" le gerarchie vaticane usano il danaro dell’otto per mille "per troncare e sopire il dissenso nella Chiesa". Una delle testimonianze migliori è il pamphlet "Chiesa padrona" di Roberto Beretta, scrittore e giornalista dell’Avvenire, il quotidiano dei vescovi. Al capitolo "L’altra faccia dell’otto per mille", Beretta osserva: "Chi gestisce i danari dell’otto per mille ha conquistato un enorme potere, che pure ha importantissimi risvolti ecclesiali e teologici". Continua: "Quale vescovo per esempio - sapendo che poi dovrà ricorrere alla Cei per i soldi necessari a sistemare un seminario o a riparare la cattedrale - alzerà mai la mano in assemblea generale per contestare le posizioni della presidenza?". "E infatti - conclude l’autore - i soli che in Italia si permettono di parlare schiettamente sono alcuni dei vescovi emeriti, ovvero quelli ormai in pensione, che non hanno più niente da perdere...".

A scorrere i resoconti dei convegni culturali e le pagine di "Chiesa padrona", rifiutato in blocco dall’editoria cattolica e non pervenuto nelle librerie religiose, si capisce che la critica al "dirigismo" e all’uso "ideologico" dell’otto per mille non è affatto nell’universo dei credenti. Non mancano naturalmente i "vescovi in pensione", da Carlo Maria Martini, ormai esiliato volontario a Gerusalemme, a Giuseppe Casale, ex arcivescovo di Foggia, che descrive così il nuovo corso: "I vescovi non parlano più, aspettano l’input dai vertici... Quando fanno le nomine vescovili consultano tutti, laici, preti, monsignori, e poi fanno quello che vogliono loro, cioè chiunque salvo il nome che è stato indicato". Il già citato Vittorio Messori ha lamentato più volte "il dirigismo", "il centralismo" e "lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa". Alfredo Carlo Moro, giurista e fratello di Aldo, in uno degli ultimi interventi pubblici ha lanciato una sofferta accusa: "Assistiamo ormai a una carenza gravissima di discussione nella Chiesa, a un impressionante e clamoroso silenzio; delle riunioni della Cei si sa solo ciò che dichiara in principio il presidente; i teologi parlano solo quando sono perfettamente in linea, altrimenti tacciono".

La Chiesa di vent’anni fa, quella in cui Camillo Ruini comincia la sua scalata, non ha i soldi per pagare gli impiegati della Cei, con le finanze scosse dagli scandali e svuotate dal sostegno a Solidarnosc. La cultura cattolica si sente derisa dall’egemonia di sinistra, ignorata dai giornali laici, espulsa dall’universo edonista delle tv commerciali, perfino ridotta in minoranza nella Rai riformata. Eppure è una Chiesa ancora viva, anzi vitalissima. Tanto pluralista da ospitare nel suo seno mille voci, dai teologi della liberazione agli ultra tradizionalisti seguaci di monsignor Lefebrve. Capace di riconoscere movimenti di massa, come Comunione e Liberazione, e di "scoprire" l’antimafia, con le omelie del cardinale Pappalardo, il lavoro di don Puglisi a Brancaccio, l’impegno di don Italo Calabrò contro la ’ndrangheta.
Dopo vent’anni di "cura Ruini" la Chiesa all’apparenza scoppia di salute. È assai più ricca e potente e ascoltata a Palazzo, governa l’agenda dei media e influisce sull’intero quadro politico, da An a Rifondazione, non più soltanto su uno. Nelle apparizioni televisive il clero è secondo soltanto al ceto politico. Si vantano folle oceaniche ai raduni cattolici, la moltiplicazione dei santi e dei santuari, i record di audience delle fiction di tema religioso. Le voci di dissenso sono sparite. Eppure le chiese e le sagrestie si svuotano, la crisi di vocazioni ha ridotto in vent’anni i preti da 60 a 39 mila, i sacramenti religiosi come il matrimonio e il battesimo sono in diminuzione.

Il clero è vittima dell’illusoria equazione mediatica "visibilità uguale consenso", come il suo gemello separato, il ceto politico. Nella vita reale rischia d’inverarsi la terribile profezia lanciata trent’anni fa da un teologo progressista: "La Chiesa sta divenendo per molti l’ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l’ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo". Quel teologo si chiamava Joseph Ratzinger.


(28 settembre 2007)

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domenica 23 settembre 2007 - ore 18:41



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Visco: «I dati di Equitalia sono la prova del lavoro del governo»
In Lombardia il record dei superevasori
Sono 103 quelli che hanno dovuto versare importi superiori ai 500mila euro. Seguono i 50 del Lazio e i 42 della Campania

ROMA - È la Lombardia la regione con il maggior numero di «evasori-Paperoni» incastrati dal fisco e che tra gennaio e agosto hanno versato importi superiori ai 500 mila euro. La classifica regionale degli evasori che hanno pagato cifre equivalenti al vecchio miliardo di lire sono stati 103. In seconda posizione il Lazio, con 50 evasori, seguito dalla Campania (42) che supera Emilia Romagna (34), Toscana (27) e Piemonte (18). In cinque regioni italiane - Alto Adige, Basilicata, Marche, Molise e Valle d’ Aosta - nessun contribuente ha pagato una somma superiore ai 500 mila euro.
L’EVASIONE DEI SUPERICCHI - Non si tratta di evasione da sopravvivenza e nemmeno di piccoli errori nelle dichiarazioni, ma di ricchi che evadono. Tra loro ci sono infatti anche una dozzina di super-paperoni ai quali il fisco - attraverso Equitalia che cura la riscossione dell’evasione scoperta per il Fisco e per l’Inps - ha contestato cifre da capogiro e che hanno già pagato importi superiori a 5 milioni di euro.
VISCO: LA PROVA DEL NOSTRO LAVORO - La caccia agli evasori «vip» e le cifre da capogiro che hanno versato al fisco nei primi 8 mesi dell’anno sono la «prova» del lavoro che il governo sta compiendo per ridurre l’evasione. Così il vice ministro dell’Economia Vincenzo Visco commenta i nuovi dati sulla riscossione da cui emerge che dal primo gennaio al 31 agosto sono finiti nella rete 345 mega evasori, il 40% dei quali ha versato cifre tra i 500mila e il milione di euro. «Quando vengono presi - ha commentato Visco all’Agi - poi concordano. È una testimonianza del lavoro che stiamo facendo. Speriamo che continui».
ENTRO 60 GIORNI LA META’ PAGA - Dalle elaborazioni effettuate da Equitalia - la società che cura la riscossione coatta da parte delle Finanze e dell’Inps - emerge che il fisco riesce ad incassare entro 60 giorni oltre la metà degli importi contestati agli evasori Paperoni, quelli cioè che hanno ricevuto una cartella superiore ai 500.000 euro. Il 50,26% dei 479,6 milioni incassati dai 345 evasori Paperoni sono stati versati in due mesi, cioè senza mettere in atto nessuna misura di coercizione. Il 10,29% è stato invece incassato attraverso rate e il rimanente 39,44% solo dopo aver attivato procedure per l’incasso (dalle ganasce-fiscali al pignoramento).
23 settembre 2007

.tanto per farsi due grassissime risate in faccia a quell’imbecille che si diverte a farsi mettere in lista nera qui e la.
.(sì caro il mio disciplina, sto parlando proprio di te).
.sempre orgoglioso della tua meravigliosa regione?
.mona.


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domenica 23 settembre 2007 - ore 15:06



(categoria: " Vita Quotidiana ")


.davvero.
.pensateci un attimo va...
ma quanto merda può essere uno che si riempie la bocca di onestà, giustizia, solidarietà, bene assoluto, condivisione delle ricchezze e altre stronzate simili e finchè lo dice è "nella sua residenza estiva di Castel Gandolfo" IL VENTITRE DI SETTEMBRE???
.ma VA IN FIGA TO MARE, VA.
.papa de merda.


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domenica 23 settembre 2007 - ore 15:01



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Profitto contro condivisione e solidarietà è come Satana contro Dio»
Il Papa: «Il capitalismo produce ingiustizie»
Il Santo Padre: «Anche se il profitto è naturalmente legittimo c’è questo sistema economico dietro la fame e i problemi economici»

ROMA - Dietro «l’emergenza della fame» e la questione «ecologica» c’è «la logica del profitto», a cui si contrappone quella «della condivisione e della solidarietà»: lo ha affermato il Papa prima della recita domenicale dell’Angelus. «L’emergenza della fame e quella ecologica - ha detto Benedetto XVI dal balcone della sua residenza estiva di Castel Gandolfo - stanno a denunciare, con crescente evidenza, che la logica del profitto, se prevalente, incrementa la sproporzione tra ricchi e poveri e un rovinoso sfruttamento del pianeta. Quando invece prevale la logica della condivisione e della solidarietà - ha proseguito - è possibile correggere la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo e sostenibile».
PROFITTO E EQUA DISTRIBUZIONE - Il Papa, rivolgendosi alle qualche migliaia di fedeli presenti, ha precisato che «la logica del profitto» e quella della «equa distribuzione dei beni» non sono «in contraddizione l’una con l’altra», purché «il loro rapporto sia bene ordinato». Al proposito, Ratzinger ha sottolineato che, per la dottrina sociale della Chiesa, «il profitto è naturalmente legittimo e, nella giusta misura, necessario allo sviluppo economico». Citando, poi, l’enciclica Centesimus Annus di Giovanni Paolo II, ha poi messo in evidenza che, «tuttavia», «il capitalismo non va considerato come l’unico modello valido di organizzazione economica». La Madonna, ha aggiunto il Papa «ispiri ai governanti e agli economisti strategie lungimiranti che favoriscano l`autentico progresso di tutti i popoli».
GIUSTIZIA DISONESTA’ - Per Benedetto XVI dunque gli uomini di oggi, come quelli di ogni epoca, sono in definitiva chiamati a scegliere «tra l’egoismo e l’amore, tra la giustizia e la disonestà, in definitiva tra Dio e Satana». Il miglior uso che si può fare del denaro e della ricchezza, ha aggiunto Benedetto XVI, è quello di condividerli con i poveri secondo l’insegnamento di Gesù, il denaro non è un male in sé ma può diventare strumento di cieco egoismo. Quindi ha spiegato che «raccontando la parabola di un amministratore disonesto ma assai scaltro, Cristo insegna ai suoi discepoli qual è il modo migliore di utilizzare il denaro e le ricchezze materiali, e cioè condividerli con i poveri procurandosi così la loro amicizia, in vista del Regno dei cieli».

23 settembre 2007


.chi glielo spiega a questo vecchio bastardo che l’unico a contravvenire a tutti gli ottimi consigli che da, è proprio lui?
.io non li sopporto proprio più questi ipocriti, infami, luridi preti.
.non ho commentato nessuna frase in particolare dell’articolo perchè mi sono soffermato più volte a ridacchiare pensando a quanto stronzo e incoerente può essere un personaggio come quello qui sopra.
.in parole povere: SI INCULA DA SOLO.
.come sempre.


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