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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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giovedì 18 ottobre 2007
ore 12:26
(categoria: "Vita Quotidiana")



La nuvola "nera" che oscura la Valle del Po
"Nella Padana concentrazione di inquinanti"
di ELENA DUSI

ROMA - Valle del Po, benvenuta nel club mondiale delle "nuvole brune". La primogenita di tutte le "brown clouds" è la mostruosa cappa di inquinamento spessa tre chilometri che copre India e parte della Cina. Ma una sorella minore è comparsa anche sul cielo della Pianura Padana. L’hanno osservata gli strumenti degli scienziati del Cnr, che dall’osservatorio a 2.165 metri del monte Cimone hanno studiato la composizione di quella che è stata soprannominata la "Po Valley Brown Cloud": la nuvola bruna della Valle del Po.

"La Pianura Padana è una delle zone a più alta concentrazione industriale in Europa. E allo stesso tempo ha la forma di un catino, in cui si raccolgono tutti gli inquinanti" spiega Sandro Buzzi, responsabile del progetto sui cambiamenti climatici del Cnr. "Vista dal satellite - prosegue - la nuvola appare come una macchia bruna che coincide con il profilo della Valle del Po. E le misurazioni degli ossidi di azoto mostrano due aree ad alta concentrazione di inquinamento in Europa: il bacino della Ruhr e la Pianura Padana, appunto".

La cappa di inquinamento della Valle del Po non nasce oggi. Ma il Cnr, che ha una base di rilevamento nel Centro del Monte Cimone dell’Aeronautica Militare, è appena entrato a far parte della rete di monitoraggio "Share", per le osservazioni delle nuvole brune nel mondo. Le altre sette stazioni per il rilevamento ad alta quota del Consiglio nazionale delle ricerche si trovano in Nepal, Pakistan e Uganda.

Sul Monte Everest, a quota 5mila metri, vicino al primo campo base usato dagli alpinisti, Paolo Bonasoni ha installato i suoi strumenti per il monitoraggio della gigantesca Brown Cloud asiatica. Il ricercatore del Cnr dirige anche la stazione del Monte Cimone. Mettendo a confronto le due coltri inquinanti, Bonasoni spiega: "La nube asiatica è infinitamente più spessa e densa di sostanze velenose: nitrati, solfati, ozono, anidride carbonica e black carbon". Quest’ultimo è il residuo dei processi di combusione. Contiene particelle molto fini (della grandezza media di un micron, un milionesimo di metro) che sono pericolose per la salute da un lato, e per l’ambiente dall’altro.

"Il black carbon ha un colore scuro - prosegue Bonasoni e quando riempie l’atmosfera riduce la quantità di energia solare che raggiunge il terreno. Nel caso della Pianura Padana, questa perdita di irraggiamento si aggira intorno al 10 per cento. L’energia che non raggiunge il suolo viene assorbita dall’atmosfera, riscaldandola ulteriormente".

Quest’estate gli strumenti del monte Cimone - la vetta più alta dell’Appennino centro-settentrionale, con una visibilità che può arrivare a 200 chilometri - hanno osservato tanto dettagliatamente la nuvola bruna della Valle del Po da notare al suo interno gli effetti degli incendi e della sabbia africana trasportata dal vento. "Normalmente - spiega Bonasoni - la cappa di inquinamento nasce dalle attività umane e industriali. Ma alla fine di agosto la situazione è peggiorata a causa dei venti da sud, che hanno trasportato da una sponda all’altra del Mediterraneo la sabbia del Sahara e le ceneri degli incendi in Algeria".


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giovedì 18 ottobre 2007
ore 09:34
(categoria: "Vita Quotidiana")





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mercoledì 17 ottobre 2007
ore 16:33
(categoria: "Vita Quotidiana")



Sette divorzi per i Reds
Martin ama solo il Liverpool



LONDRA (Inghilterra), 17 ottobre 2007 - Si può cambiare moglie, ma mai squadra del cuore. Una "regola" non scritta che il 59enne tassista Martin Cooper, originario di Norwich, ha deciso di seguire un po’ troppo alla lettera, sposandosi per ben sette volte e divorziando altrettante volte a causa della sua ossessione per il Liverpool. Tutte le malcapitate che ha impalmato, infatti, lo hanno lasciato (alcune dopo pochi mesi, altre, più coraggiose, hanno retto qualche anno) perché si sono sentite "tradite" dall’insana passione del signor Martin per il club di Anfield, di cui è tifoso sfegatato dall’età di 7 anni. "In nessuna maniera potrei mettere una donna o un matrimonio prima del calcio – ha spiegato tranquillo l’uomo al "Daily Star" – perché il Liverpool è la mia vita.

AMORE TOTALE - "Ero un bambino quando i Reds vennero a giocare a Carrow Road (lo stadio del Norwich, ndr) e da quel momento è stato amore totale". Un amore sui generis, ma che lui non ha mai messo in discussione per nessuno. Anzi, per nessuna. Il primo matrimonio fu a 19 anni, con Rosemary, ma l’unione naufragò a causa del suo chiodo fisso, i Reds. Stessa sorte con Patricia e idem pure con Barbara, con cui rimase due anni. Cooper ci provò allora con un’altra Rosemary, "ma non era che una casalinga – ha raccontato l’uomo - e anche con lei finì dopo un paio d’anni". Andò male pure con la moglie numero 5, Carol, che tentò persino la strada dell’ultimatum per cercare di tenere lontano dal Liverpool il fanatico marito. Senza successo. "Un giorno mi disse: se vai a vedere questa partita, non sarò più qui quando tornerai. Le risposi: "Più che giusto". Ovviamente, Martin se ne andò allo stadio e, manco a dirlo, il matrimonio finì.

UNDICI NOMI - Ma il nostro uomo non si diede per vinto e quando conobbe Davina, decise di farla diventare la sesta signora Cooper. Tutto bene, finalmente? Non proprio, perché quando nacque il loro unico figlio, il tassista decise di chiamarlo con undici nomi di battesimo: quelli della squadra del Liverpool del 1986. Inevitabile la separazione. L’ultima donna a sfidare la sorte Reds è stata Tina, ma anche con lei si è trattato di una relazione-lampo: "Ci siamo conosciuti a settembre, sposati a ottobre e lasciati a gennaio". A questo punto, al "fedifrago" Martin non resta che "camminare da solo": contraddirà il celebre motto della curva del Liverpool, ma almeno non spezzerà altri cuori…


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mercoledì 17 ottobre 2007
ore 15:03
(categoria: "Vita Quotidiana")







Indossatrici che si baciano in pubblico tenendo tra le braccia un neonato; una coppia di modelli nascosti da un velo bianco per interpretare i fidanzati costretti ad amarsi protetti da preservativi; o ancora coppie di mannequin che passeggiano "imprigionati" da filamenti che evocano paure e malattie. Sul tema della lotta all’Aids, gli stilisti ospiti della Settimana della moda a Kiev, capitale dell’Ucraina, hanno scelto la strada della polemica riscuotendo tra il pubblico approvazione e applausi


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mercoledì 17 ottobre 2007
ore 10:27
(categoria: "Vita Quotidiana")



Down a Gardaland: «L’ottovolante è vietato»
Diventa un caso la visita di dieci ragazzi padovani: «Ci hanno umiliati»
di Cristina Marrone

MILANO - L’idea era quella di trascorrere una giornata di fine settembre a Gardaland, a provare l’emozione delle montagne russe, il brivido di lanciarsi a tutta velocità nello spazio, e l’adrenalina di essere letteralmente centrifugati a metri d’altezza. Un gruppo di ragazzi down padovani se l’era studiata bene la gita nel parco di divertimenti più famoso d’Italia. Treno, panini, iPod nel marsupio. «Ci siamo portati anche i vestiti di ricambio perché pensavamo che ci saremmo bagnati sulle canoe, invece per noi c’erano solo giostre per bambini» dicono ora con l’amaro in bocca: «E’ così, ci hanno fatto sentire dei diversi».

Succede sabato 29 settembre. Arrivano da Padova 10 ragazzi down tra i 18 e i 30 anni, con altrettanti accompagnatori. Ma appena varcato il cancello viene messa loro in mano la «mappa per i disabili », con tanti simbolini di divieto sulle attrazioni più emozionanti. Perché in base alla mappa di Gardaland le persone down fanno parte della categoria «ospiti con problemi mentali/psichici». Quindi non possono mettere piede in nessuna delle 12 attrazioni «adrenaliniche », ad esclusione del «Saltomatto », giostra per bambini. «Abbiamo protestato, non potevamo crederci — denuncia Patrizia Tolot, presidente veneta dell’associazione Dadi (Down, autismo e disabilità intellettiva) — perché le persone down non sono malati psichici. Loro si sono sentiti umiliati e delusi. I ragazzi hanno cercato di far valere le proprie ragioni, hanno raccontato alle signorine che si occupano dell’accoglienza dei disabili cosa fanno, dove studiano, dove lavorano. Ma sono state irremovibili. "Le regole sono regole" ci hanno detto. Eppure tutti quanti sono sportivi, atleti dell’Aspea, tra loro ci sono anche campioni di nuoto e sci». Danilo Santo, direttore del parco, dice di essere «dispiaciuto», ma è deciso: «Ci sono regole sulla sicurezza ben precise, e io ne sono il diretto responsabile. Noi compriamo le giostre, e i costruttori ci forniscono le prescrizioni. Poi, con il buon senso, mettiamo alcune restrizioni. Tre anni fa è stato deciso con la collaborazione di esperti che lavorano con i disabili di preparare una guida ad hoc in cui abbiamo specificato le attrazioni che si possono fare a seconda delle varie disabilità. E i down rientrano tra i disabili mentali/ psichici. Noi vogliamo solo tutelarli ed evitare che capitino incidenti. Dobbiamo mettere in discussione la classificazione? Noi cerchiamo di migliorarci e la guida è già stata aggiornata in passato».

«La verità — spiega Franca Bruzzo Torti, coordinatrice delle 70 associazioni di Down — è che va visto con quali criteri sono state fatte certe valutazioni. Le persone down non soffrono di una disabilità psichica, ma intellettiva. Io dico che, sempre nel rispetto della sicurezza, non è giusto negare un’opportunità a una persona down, perché ogni caso è differente. Ci sono ragazzi down che fanno rafting, possibile che non siano in grado di andare sulle canoe di Gardaland? Solo un accompagnatore è in grado di valutare cosa un ragazzo può fare o no. Come coordinatrice delle associazioni chiedo che si apra un tavolo per fare una valutazione con criteri corretti». Patrizia Tolot un passo in questo senso l’ha fatto. Ha telefonato al direttore di Gardaland per offrire un contributo nello stilare una nuova mappa. «E’ una terminologia vecchia parlare di disabilità intellettiva per i down — concorda Antonella Costantino, direttore di Neuropsichiatria dell’infanzia al Policlinico di Milano — e negare in assoluto e a priori è sbagliato. Ogni situazione va valutata. Nella fascia dei down lievi non è assolutamente scontato che salire su certe giostre non vada bene. In queste decisioni sono gli accompagnatori ad avere un ruolo importante».


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mercoledì 17 ottobre 2007
ore 09:19
(categoria: "Vita Quotidiana")



Viaggio nell’utopia di Güssing, il paese a emissioni zero
di CINZIA SASSO

GÜSSING - La città dell’utopia è arrampicata sulle colline del Burgerland, nell’Austria più profonda, ai confini con l’Ungheria, tra campi di mais e foreste di pini. Si chiama Güssing, ha quattromila abitanti e un profeta: Rheinard Koch, 46 anni, un ingegnere alto due metri e quattro che giocava a basket nella nazionale austriaca e che ha realizzato il sogno di trasformare il paese dove è nato in un’isola pulita che produce da sé, con quello che la natura gli mette a disposizione, tutta l’energia di cui ha bisogno. Il sole, il legno, il mais, i grassi vegetali, i rifiuti, a Güssing si trasformano in riscaldamento, elettricità, gas, carburante per le auto. Dice Koch: "Certo che è un sistema perfetto, ed è per questo che le grandi lobby non lo vogliono. Parliamo di molti soldi, e molti soldi vuol dire molto potere. Se ogni comunità facesse come noi, quel potere verrebbe meno".

L’uso dell’energia alternativa ha permesso alla città di ridurre del 90% le emissioni di biossido di carbonio e di guadagnare ogni anno, dalla vendita alla rete nazionale del surplus energetico, 500 mila euro che vengono reinvestiti in nuovi progetti. Dal ’95 ad oggi, le emissioni sono state ridotte del 93% mentre la città svedese che ha vinto il premio per la Sustainable Community, Vaxjo, ha tagliato i veleni nell’aria del 25% negli ultimi dieci anni. E Al Gore ha auspicato una riduzione del 90% entro il 2050.

In Europastrasse, là dove ha la sua sede il Centro Europeo di Energia Rinnovabile, hanno dovuto costruire anche un albergo, il Com Inn, per le comitive che arrivano da tutto il mondo: dall’Ocse di Vienna, con i cinquanta diplomatici guidati dal direttore degli affari economici Bernard Snoy, agli scienziati giapponesi; dai ricercatori del Canada alle comitive di contadini scozzesi, quasi 5.000 visitatori solo l’anno scorso. "Questa città - dicono - ha saputo coniugare la crescita economica con la sostenibilità ambientale". Aggiunge Peter Vadasz, un ex professore che ora è sindaco: "Non avremmo mai sognato di raggiungere simili risultati: la montagna di denaro che prima lasciava la città, adesso rimane qui".

È una storia che comincia nel 1989, quando Güssing era solo la capitale di una delle regioni più povere del paese. Non c’era altro che lavorare nei campi e il 70% della popolazione era costretta ad emigrare. Anche Koch aveva dovuto andare a Vienna, finché Herr Krammer, il sindaco di allora, pensò di offrirgli un posto come tecnico comunale. Racconta Koch: "Ci siamo chiesti che cosa si poteva fare per creare lavoro e ricchezza. E per prima cosa abbiamo realizzato che qui c’erano molti soldi: tutti quelli che la gente doveva spendere per procurarsi energia. Erano 36 milioni l’anno per la regione, 6 per Güssing. E così abbiamo pensato di creare da noi l’energia, sfruttando le nostre risorse".

Quei soldi sono rimasti nella zona e hanno creato lavoro. Negli ultimi dieci anni sono nate 60 aziende per 1.200 posti di lavoro. "Abbiamo scalato la classifica della povertà e siamo diventati i primi produttori al mondo di gas naturale". Ora Güssing è completamente autosufficiente. Negli otto diversi impianti produce 22 megawattora di energia l’anno, compresi 8 megawatt di surplus che vende. Contro la sagoma del vecchio castello della nobiltà ungherese che è il simbolo del paese, si stagliano adesso montagne di segatura e cattedrali di tubi. Verena, i capelli dritti in testa per il gel, lavora in un altro dei nuovi alberghi: "Sì, adesso vengono un sacco di persone, pare che tutti siano curiosi di sapere come abbiamo fatto". E Ullriche, che va a far la spesa con il cesto di vimini: "Questa era una città morta, adesso cercano sempre nuovo personale".

Il paese dell’eco-energia è cambiato: ci sono le case pastello con i tetti spioventi e i nidi di cicogna, ma anche le palazzine con le parabole sui balconi. Il Rathaus, il municipio, ha la scritta gotica e la facciata di pietra tirata a lucido e per le strade viaggiano i Renault Traffic della Biomasse Fernheizwerk Güssing. "La cosa più difficile - spiega Koch - è stata quella di convincere la gente che la nostra energia era buona come quella delle multinazionali". Ma la gente si è convinta e l’energia costa dal 30 al 40% in meno che nel resto del Paese. Al festival del teatro, quest’estate, hanno messo in cartellone il Don Chisciotte. Proprio come Koch, l’ingegnere che è diventato ricco facendo prima diventare ricco il suo paese. "Dice che sono un visionario? Sì, forse. Ma le mie visioni sono diventate realtà".


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martedì 16 ottobre 2007
ore 16:13
(categoria: "Vita Quotidiana")



Intervista shock al cannibale di Rotenburg
"La carne umana è buona e sa di maiale"

BERLINO - "La carne umana? Ha lo stesso sapore di quella di maiale". La Germania è sotto shock per l’intervista tv al cannibale di Rotenburg, andata in onda sull’emittente privata Rtl.

Quella di Armin Meiwes, 46 anni, è una storia che continua a fare scalpore. Il 10 marzo del 2001 aveva ucciso un esperto berlinese di computer, conosciuto in internet, nella sua casa di Meiwes a Rotenburg. L’uomo era consapevole di ciò che l’attendeva e avea dato il suo consenso. Tutto era stato documentato con un video, realizzato dallo stesso cannibale, della durata di quattro ore. La notte stessa dell’arrivo del suo ospite di 37 anni, Meiwes, di un anno più anziano, lo uccise con un coltello da cucina dopo averlo semi-anestetizzato con alcool e sonniferi.

Ma prima, quando era ancora in vita ma semicosciente, lo aveva evirato e avevano mangiato insieme - secondo le immagini dei filmati - gli organi genitali dopo averli cucinati. Finita la vittima con una coltellata, Meiwes aveva poi sezionato il cadavere ed aveva conservato nel freezer i pezzi di carne umana che ha via via scongelato e mangiato.

Davanti alle telecamere il cannibale ha raccontato che in quel momento ebbe "una sensazione strana", perché attendeva "da 30 anni quel momento". "La carne umana ha lo stesso sapore di quella di maiale, è solo leggermente più amara, ma più sostanziosa - ha aggiunto - è buona davvero".

Meiwes, che sta scontando l’ergastolo nel carcere di Kassel, dove lavora nella lavanderia, ha spiegato di non provare alcun tipo di rimorso. "E’ una bella sensazione sapere che adesso lui è diventato parte di me".

Il cannibale ricorda di aver amato molto da bambino la favola di "Hansel e Gretel", che gli leggeva la madre, trovando particolarmente "interessante quando Hansel deve essere mangiato": "Voi non immaginate nemmeno quanti Hansel si aggirano su internet". A suo dire, in Germania ci sarebbero oltre 10mila tra cannibali e potenziali vittime che cercano di mettersi in contatto tra loro via internet.

La conoscenza della sua vittima Meiwes l’aveva fatta proprio in rete, dove gli aveva proposto di farsi uccidere e mangiare. Dal suo punto di vista, il cannibale di Rotenburg si considera "una persona servizievole, sempre disposto ad aiutare chiunque", ma ammette tuttavia che gli altri lo possano vedere come "qualcosa di mostruoso", poiché "solo in linea di principio sono una persona normale".


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lunedì 15 ottobre 2007
ore 10:58
(categoria: "Vita Quotidiana")





Una delle foto prodigiose scattate in Polonia nel corso di una preghiera intorno al fuoco villaggio Beskid Zywiecki in ricordo di Giovanni Paolo II. Le fiamme assumerebbero la fisionomia di papa Wojtyla e molti già gridano al miracolo



San Gennà, San Gennà, io sto un’altra volta qua, San Gennà... Sì, è sempre per quella grazia che t’aggio chiesto, San Gennà! Eh, io nun te l’avess’ ’a ripetere neppure... No, San Gennà. Tu lo sai, io so cliente, ccà... Sì. Chella me vuleva ’a chiesa affianco San Gennà... ma io aggio ditto, ma pecché, io mi trovo bene là. San Gennaro nun me fa mancare niente, mi tratta bene... San Gennà, si putisse anticipà nu poco ’e pratiche ’e chella grazia, he’ capito? Sì, ne ho proprio bisogno, San Gennà! Sì, altrimenti non venevo ccà, ampressa stamattina... San Gennà, ne ho bisogno, he’ capito, eh?
(...)
...Gennari’, si siamo spiegati, no? Tu ’o ssaje coome songo... Io piglio e te votto ’nterra ’a lloco ’n’ coppa... cercammo ’e fa ’e cose per bene... 5 e 25, Gennarì...


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lunedì 15 ottobre 2007
ore 09:32
(categoria: "Vita Quotidiana")





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domenica 14 ottobre 2007
ore 21:00
(categoria: "Vita Quotidiana")





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