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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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venerdì 14 settembre 2007
ore 10:11 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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I COMMENTI (2)
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giovedì 13 settembre 2007
ore 14:33 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Unicef: mortalità infantile in calo "Ma 9,7 milioni sono ancora troppi"
WASHINGTON - Cala la mortalità infantile: per la prima volta dal 1990, sono meno di 10 milioni i bambini al di sotto dei 5 anni uccisi da fame, guerre e malattie nel mondo. Diciassette anni fa la cifra era di 13 milioni e oggi tocca invece il picco più basso di sempre. A dare la buona notizia è lUnicef, che però non canta vittoria. Lagenzia dellOnu per i bambini sottolinea come "la morte di 9,7 milioni di bimbi nel 2006 rimanga un fatto totalmente e assolutamente inaccettabile". Si tratta, comunque, di un "momento storico" e di un importante passo in avanti verso il raggiungimento di uno degli Obiettivi del Millennio che punta a ridurre la mortalità infantile di due terzi entro il 2015, come ha sottolineato il direttore esecutivo, Ann Veneman, alla presentazione del rapporto.
Si punta a ridurre le morti di due terzi entro il 2015. Nel mondo muoiono meno bambini grazie al successo sanitario, che deve diventare la leva per centrare quegli obiettivi del Millennio ancora lontani. Ridurre, infatti, di due terzi la mortalità infantile in un arco di tempo considerato dal 1990 e il 2015 sarebbe un traguardo che salverebbe la vita di altri 5,4 milioni di bambini, da oggi al 2015.
Tra le buone notizie cè il calo del 60% delle morti da morbillo rispetto al 1999, con punte che in Africa sub sahariana arrivano anche al 75 per cento. Molti dei progressi ottenuti nella diminuzione dei decessi sono dovuti ad interventi sanitari di base, adottati su larga scala, come lallattamento al seno esclusivo e immediato, la vaccinazione contro il morbillo, la somministrazione di vitamina A e luso di zanzariere per prevenire la malaria. Rispetto al passato, poi, è aumentato decisamente anche il sostegno alla sanità mondiale.
America Latina e Caraibi vicini al traguardo dell obiettivo del millennio. Una nota di merito va allAmerica latina e ai Caraibi, vicini al raggiungimento dellObiettivo del millennio: il tasso di mortalità in queste aree è di 27 decessi infantili ogni 1.000 nati vivi, contro i 55 del 1990. Ma sono diversi i paesi virtuosi che hanno compiuto progressi, illustra il rapporto: Marocco, Vietnam e Repubblica Dominicana, in particolare, hanno ridotto le morti di bambini al di sotto di 5 anni di oltre un terzo. Madagascar del 41 per cento, Sao Tomè e Principe del 48 per cento.
"Non abbassare la guardia". Sono però ancora troppi i bambini che continuano a morire, soprattutto nelle aree rurali e nelle famiglie più povere. Dei 9,7 milioni di morti infantili che si verificano ogni anno, 3,1 milioni avvengono nellAsia meridionale e 4,8 nellAfrica sub-sahariana, anche se, proprio in questa zona, sono stati conseguiti buoni risultati: percentuali distanti ancora anni luce da quelle dei paesi sviluppati, con sei morti infantili ogni mille nati vivi.
Rispetto al periodo 2000-2004, la mortalità infantile è diminuita del 29% in Malawi, e di oltre il 20% in Etiopia, Mozambico, Namibia, Niger, Ruanda e Tanzania. Restano però elevate le morti nellAfrica centrale e occidentale, così come nella zona meridionale dove i progressi ottenuti sono messi a rischio dalla diffusione dellHiv-Aids, che non accenna a calare.
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giovedì 13 settembre 2007
ore 11:44 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Io e il fantasma di Alekos L’amore, il dolore, la scrittura: i miei tre inverni nel tunnel di Oriana Fallaci
Era morto l’uomo che amavo e m’ero messa a scrivere un romanzo che desse senso alla tragedia. Per scriverlo m’ero esiliata in una stanza al primo piano della mia casa in Toscana ed era stato come infilarsi in un tunnel di cui non si intravede la fine, uno spiraglio di luce. La stanza era in realtà un corridoio brevissimo, arredato con alcuni scaffali di libri, un tavolino, una sedia, e male illuminato da una mezza finestra che s’apriva su un campo di ulivi. Al bordo del campo e proprio sotto la mezza finestra, un pero su cui mi cadeva lo sguardo quando alzavo gli occhi in cerca di sole. Non uscivo di casa neanche per recarmi in giardino o alla piscina, non comunicavo nemmeno con le persone della mia famiglia. All’alba mi alzavo, sedevo al tavolino, ci restavo fino a notte inoltrata ammucchiando fogli scritti che a volte approvavo e a volte gettavo. Tutt’al più mi interrompevo per andare giù da mia madre che si estingueva come una candela in un letto, divorata da un invisibile mostro che Con identici passi, identici gesti, scendevo le scale che portano al piano terreno, attraversavo il salone col grande orologio che ogni sessanta minuti suonava col rintocco della Westminster bell, ed entravo nella camera dove lei giaceva con adirata rassegnazione: il bel volto sempre più smunto, le belle mani sempre più affilate. «Come stai?» «Male». Parlavamo poco, quasi avessimo paura di dirci quel che pensavamo: «Ora te ne vai anche tu» , «Ora me ne vado anch’io». Le pause che trascorrevo con lei erano un susseguirsi di movimenti che rubavo all’infermiera e che avevano l’unico scopo di mascherare il nostro silenzio: sollevarla in una posizione meno scomoda, aggiustarle i guanciali, controllare le bombole dell’ossigeno grazie a cui respirava. Esaurito il cerimoniale, lei bisbigliava una frase: quasi sempre la stessa. «Diventerai cieca su quel libro». Io rispondevo scherzosa che mi sarei messa gli occhiali, posavo un timido bacio sulla fronte d’avorio, riattraversavo il salone, risalivo le scale, e tornavo al mio esilio privo di rapporti col mondo. [...] Una sera di gelo scesi a controllare le bombole dell’ossigeno, aggiustarle i guanciali, sollevarla in una posizione meno scomoda, e quando lei mosse le labbra non uscì alcun suono: l’invisibile mostro era salito fino alle corde vocali. Terrorizzata le suggerii la frase diventerai-cieca-su-quel-libro. Scosse la testa per rispondere no.
Elencai una serie di domande che la aiutassero a farmi capire: aveva sete, voleva andare nel bagno, non sopportava il dolore? Ma ogni domanda scuoteva la testa per rispondere no, no, no. Ci volle un secolo prima che l’infermiera captasse il vocabolo prete, capisse che voleva il prete. E il prete venne, con la sua valigetta di flaconi contenenti acqua santa, olio santo, altri liquidi santi e brevettati per la guarigione dell’anima. Come uno stregone che si accinge a misteriosi esorcismi si addobbò con stole nere e ricamate d’oro e d’argento, brandì la croce, recitò litanie, spruzzò i suoi liquidi santi, la assolse dei peccati che non aveva mai commesso. Poi se ne andò e mi lasciò sola con lei che, sollevata all’idea d’esser stata assolta dei peccati mai commessi, mi indicò la poltrona accanto al letto. Lì sedetti, col cuore che mi scoppiava, e rimasi sei giorni e sei notti dimenticando il fantasma che mi aveva rubato a lei con un libro.
La morte della madre non è paragonabile alla morte dell’uomo che amavi: è l’anticipo della tua morte. Perché è la morte della creatura che ti ha concepito, portato dentro il ventre, regalato la vita. E la tua carne è la sua carne, il tuo sangue è il suo sangue, il tuo corpo è un’estensione del suo corpo: nell’attimo in cui muore, muore fisicamente una parte di te o il principio di te, né serve che il cordone ombelicale sia stato tagliato per separarvi. Per rinviar quella morte che era un anticipo della mia morte, dunque mi tenevo sveglia. Per tenermi sveglia la tenevo sveglia e parlavo, parlavo. Le raccontavo ciò che non le avevo mai raccontato e non avrei mai raccontato a nessuno, le mie ferite, i miei rimpianti, i miei dubbi, prezioso fardello tuttavia giacché era esso stesso vita, le dicevo che malgrado quelle ferite e quei rimpianti e quei dubbi mi piaceva tanto la vita, ero così contenta d’esser nata, e la ringraziavo in ginocchio d’avermi partorito. Perfino se non avesse fatto altre cose buone nella sua bontà, nella sua generosità, l’avermi regalato la vita sarebbe stato per me sufficiente a giustificar la sua vita. E io speravo che questa mia gratitudine la ripagasse di ogni dispiacere che potevo averle dato. Per rispondermi che la rendevo felice, fiera del bellissimo gesto che aveva compiuto, lei mi stringeva con forza le dita e mi spalancava addosso gli occhi nocciola. Poi, quando veniva mio padre, me lo indicava con l’indice e con un sorriso: quasi a ricordarmi che il dono veniva anche da lui. La settima notte crollai e di colpo caddi in un sonno esausto da cui emersi scrollata dall’infermiera che strillava in preda al panico: «Si svegli, si svegli! ». Mia madre non respirava quasi più e i suoi occhi improvvisamente celesti fissavano già il nulla. Se ne andò tra le mie braccia, come un uccellino intirizzito dal freddo, e per condurla al cimitero uscii finalmente di casa notando che le strade erano ancora strade, che la gente era ancora la gente. Ma la cosa non mi tentò e subito rientrai nel mio tunnel trasformando l’esilio in prigione. Scomparsa lei che mi strappava al tavolino e mi induceva a scender le scale, attraversare il salone con l’orologio, entrare nella camera ora chiusa a chiave ed evitata da tutti, non avevo più motivo di lasciare la stanza con la mezza finestra aperta sul campo di ulivi. E mentre il fantasma dimenticato per sei giorni e sei notti riprendeva possesso della mia esistenza, mentre il mio cervello tornava ad essere un muscolo da usare esclusivamente in funzione del libro che stavo scrivendo, la stanza divenne una cella sopra il pero che sbocciava in una nuvola di fiori bianchi sicché doveva esser giunta la primavera, poi grondava di nuovo pere sicché doveva esser giunta un’altra estate, poi ingialliva di nuovo le foglie sicché doveva esser giunto un altro autunno, poi le perdeva di nuovo denudandosi in mezzo alla neve sicché doveva esser giunto un altro inverno, poi sbocciava una seconda volta in una nuvola di fiori bianchi sicché doveva esser giunta un’altra primavera che presto sarebbe scivolata in una terza estate e in un terzo autunno e in un terzo inverno. Il mondo, una memoria sempre più lontana. [...] D’un tratto nel buio del tunnel apparve uno spiraglio di luce, e filtrò attraverso il sipario della mia cecità per portarmi la nostalgia del mondo che avevo sepolto con le due persone amate. Questo avvenne, credo, nel periodo in cui il pero sbocciò per la terza volta e il romanzo si avviò verso le ultime pagine. A ogni pagina, un risorgere di curiosità per gli avvenimenti che il mio delirio aveva ignorato, un bisogno di cancellare anche il ricordo di quel delirio, un’impazienza di tornare ai viaggi, alle avventure, alle scoperte, insomma alla vita di un tempo. Allora la cella in cui m’ero rinchiusa diventò insopportabile, l’eco dell’orologio che ogni sessanta minuti ripeteva i rintocchi della Big Ben diventò un incubo anzi una tortura. Con l’ira del prigioniero che s’avventa contro il suo carceriere, scesi nel salone e ne fermai il meccanismo. Poi raccolsi il mio lavoro, mi trasferii in un’altra ala della casa, mi sistemai in un’ampia stanza piena di finestre. L’indomani ripresi a leggere i giornali, a guardare la TV, rispondere a telefono, uscii addirittura in giardino spingendomi fino alla piscina dove per due estati non m’ero mai tuffata, non avevo mai goduto un filo di sole. Mio padre stava strappando le erbacce che erano cresciute sui bordi. Sollevò la testa, mi avvolse in un’occhiata incredula, esclamò: «Redivivi te salutant!».
Ed io scoppiai in una risata il cui suono mi spaventò: durante tutti quegli anni trascorsi in compagnia di un fantasma e d’un silenzio che parlava soltanto di morte, avevo perfino dimenticato come si fa a ridere ed era la prima volta che udivo me stessa ridere. Qualche settimana dopo il libro era finito e volavo a New York per affacciarmi all’uscita del tunnel con la riluttanza di un prigioniero rimasto troppo a lungo nell’oscurità. Che farne di tanto spazio, tanta luce? In che modo riprendere le abitudini perdute, le esperienze interrotte, l’esistenza di prima? Un libro appena finito, oltretutto, non restituisce alla libertà che ti tolse il giorno in cui lo concepisti. Come un figlio appena nato va guidato, nutrito, difeso dalle insidie, dalle perfidie, e a ciascun passo questo ti riconduce ai tormenti che ti divoravano mentre lo scrivevi. Insomma, sapevo bene che la sua pubblicazione m’avrebbe avviluppato in una nuova schiavitù e che avrebbe resuscitato il fantasma da cui ero stata rubata a mia madre quando essa aveva bisogno di me.
Questo testo è tratto da un brano letto dalla Fallaci nel 1980 di fronte agli studenti del Columbia College di Chicago, da Corriere.it
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giovedì 13 settembre 2007
ore 10:27 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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mercoledì 12 settembre 2007
ore 14:22 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Londra, libera la lesbica iraniana Pegah Rischiava il rimpatrio e la lapidazione
LONDRA - Pegah, la donna lesbica iraniana che dalla Gran Bretagna rischiava lestradizione nel suo paese e la morte, "è libera". Lo rende noto il gruppo Everyone, che ha promosso la mobilitazione per la sua vita, e secondo il quale la donna "si trova a casa di amici a Sheffield".
La notizia della liberazione di Pegah Emambakhsh dal centro di detenzione di Yarls Wood - fa sapere il gruppo Everyone - è arrivata nella tarda serata di ieri. La sua liberazione, dicono dallorganizzazione, è frutto della mobilitazione internazionale ha cui hanno aderito migliaia di cittadini e centinaia di associazioni e organizzazioni per i diritti umani.
La donna si era rifugiata in Inghilterra per sfuggire una condanna a morte per omosessualità. Il suo status, secondo la legge britannica, non è più quello di persona accusata di immigrazione clandestina ma di rifugiata in attesa di permesso di soggiorno. Non dovrà quindi tornare in Iran.
"Ora che Pegah è fuori del carcere possiamo tirare un sospiro di sollievo - ha detto Matteo Pegoraro di Everyone - queste ultime ore sono state piene di tensione, eravamo preoccupati per la salute di Pegah e ci attendevamo una risposta da Yarls Wood, dopo le nostre ultime campagne per la sua liberazione".
La campagna lanciata via Internet dal gruppo Everyone ha raccolto oltre 20 mila adesioni e sono giunti nel carcere inglese - secondo quanto riferisce lo stesso gruppo - quasi 30 mila mazzi di fiori indirizzati alla donna. Nellarco di due settimane - conclude Everyone - Pegah verrà ascoltata dallImmigration Court, ossia la Corte dAppello inglese, cui i legali si sono rivolti per una definitiva risoluzione del caso.
"Vigileremo con attenzione - osserva Pegoraro - rimanendo accanto a Pegah, ansiosi di conoscere la decisione finale della Corte in merito alla sua richiesta di asilo come rifugiata nel Regno Unito".
La donna, il cui caso ha creato una mobilitazione internazionale - anche lItalia si era detta disponibile ad accoglierla per evitarne la condanna a morte in patria - era fuggita nel 2005 nel Regno Unito dopo che la sua compagna era stata arrestata, ed aveva chiesto asilo. Asilo che dopo due anni di attesa le era stato negato. Il 13 agosto scorso, infatti, era stata arrestata e il ministro degli Interni Jaqui Smith aveva deciso la sua deportazione a Teheran, dove lattendeva una condanna certa e dove rischiava la lapidazione.
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mercoledì 12 settembre 2007
ore 11:23 (categoria:
"Vita Quotidiana")
«Lesercito di terracotta» invade Londra di Guido Santevecchi LONDRA — LEsercito di Terracotta è arrivato a Londra. O, meglio, ha mandato in avanscoperta un plotone dei 7 mila soldati di argilla costituiti tra il 220 e il 210 avanti Cristo e rimasti sepolti a Xi’an nel centro della Cina fino al 1974. La mostra «The First Emperor, China’s Terracotta Army» apre il 13 settembre e proseguirà fino al 6 aprile del 2008 al British Museum. I 150 pezzi, tra i quali una ventina di ufficiali, soldati, musicisti e acrobati, non danno l’idea della massa al seguito dell’imperatore Qin (si pronuncia Cin e dal suo nome viene Cina). Ma la possibilità di ammirarli da meno di un metro di distanza permette di cogliere dei dettagli sorprendenti, quasi commoventi. Sono figure tutte diverse: i soldati semplici con il volto da contadini arruolati forse a forza; i generali con le fattezze più raffinate ma anche molli del benestante; o con la barba da pensatore e stratega. Braccia, mani, piedi, gambe, teste dei soldati di terracotta erano costruiti separatamente e poi assemblati da un’immensa catena di montaggio (ricreata nella mostra). Ci vorranno almeno altri trent’anni di scavi per riportare alla luce tutto l’esercito. Gli archeologi cinesi proseguono lentamente per affinare la loro tecnologia e trovare il modo di preservare i colori smaltati dei guerrieri, finora riemersi come spettri.
La mostra del British Museum svela l’animo del Primo Imperatore: Qin Shihuangdi sognava un impero universale e governare per l’eternità: per questo aveva deciso di farsi accompagnare nell’aldilà dalla sua armata. La sua tomba a Xi’an è stata individuata, oltre trenta metri sotto il livello del terreno. È intatta e gli archeologi non sono ancora entrati forse anche per rispetto dell’uomo che nella storia cinese, sopravvissuta anche al nuovo impero della Repubblica Popolare fondata da Mao, è visto come il padre dello Stato. In prevendita sono già stati assegnati centomila biglietti. Si prevedono code epiche.
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mercoledì 12 settembre 2007
ore 10:49 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Teenager: la sindrome della «superdonna» di Francesco Tortora
NEW YORK - Le teenager occidentali sono vittime della «Sindrome da superdonna», un disturbo che le spinge la volere imitare i più famosi personaggi femminili contemporanei e a cercare la perfezione in ogni campo, da quello estetico a quello scolastico, dalle competizioni sportive e in tutti gli altri aspetti della vita quotidiana. Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista di scienza comportamentale «Sex Roles». Secondo la ricerca che è stata condotta su un campione di 866 teenager americane, la sindrome sarebbe allorigine di molti casi di anoressia e i disordini alimentari
SUCCESSO E PERFEZIONE - Secondo lo studio già a tredici anni molte ragazze sono colte dallirrefrenabile voglia di raggiungere il successo e la perfezione a tutti i costi. Questa eccessiva pressione, però, può portare a disturbi fisici e mentale. Infatti, come conferma «Beat», la più importante associazione inglese che combatte i disturbi alimentari, le giovani si sentono ovviamente inadeguate nel momento in cui confrontano il loro fisico con quelli di modelle come, per esempio, la solita Kate Moss, oppure quando paragonano la propria creatività con quella di JK Rowling (lautrice della saga di Harry Potter) oppure quando cercano di imitare Victoria Beckham nel portare avanti una dieta ferrea e drastica.
LA DONNA MIGLIORE AL MONDO - Janell Lynn Mesinger, che ha diretto lo studio è drastico: «La causa principale che porta alcune ragazze a diventare anoressiche e a soffrire di disturbi alimentari è il desiderio di diventare la donna migliore al mondo. Queste aspiranti superdonne desiderano una vita perfetta e non si sentono mai soddisfatte». Secondo il Royal College of Psychiatrists britannico, lanoressia è ormai la terza malattia più comune tra le teenager, dopo lobesità e lasma. Le cifre in Inghilterra parlano chiaro: su cento ragazze che hanno tra i 16 e i 18 anni almeno una è anoressica. Il 15% delle teenager che soffrono di disturbi alimentari muoiono entro i 20 anni perchè non si sottopongono a cure adeguate.
ALTRE CAUSE - Tuttavia Mary George, portavoce di «Beat» sottolinea al quotidiano inglese Daily Telegraph che i disturbi alimentari non sono causati solo dalla sindrome da superdonna: «Le pressioni oggi sono maggiori rispetto al passato. Le cosiddette superdonne possono essere una delle cause, ma non lunica. Certamente vedere continuamente corpi perfetti può contribuire a ricercare ossessivamente lo stesso risultato, ma è importante ricordare che lanoressia è un disturbo mentale che è causato dallincapacità a superare completamente le proprie paure e i problemi. Le teenager sviluppano disordini alimentari per diversi fattori, tra i quali si possono includere un trauma, un lutto, il bullismo e lavere poco stima di se stesse».
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mercoledì 12 settembre 2007
ore 10:17 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Addio al peyote della beat generation. Cactus dei sogni a rischio estinzione di OMERO CIAI
Addio al peyote, il cactus magico degli indios del Messico che ha "fatto sognare" generazioni di giovani turisti europei ed americani trascinandoli carponi nella ricerca del frutto tra i sassi della Sierra. Addio a quel minuscolo ciotolo secco e immangiabile che sa di calce e anche alla mescalina di cui è ricco, quella che ha regalato allucinazioni e visioni agli scrittori beat in fuga dal Moloch dellimperialismo. Addio miraggi. Secondo il Financial Times, che riprende un articolo uscito sullUniversal di Città del Messico, il "Nahuati" (o "Lophophora williamsii", nel suo nome scientifico) sarebbe ormai in via destinzione. Un fantasma. Non ci sarebbero - spiega larticolo - prove concrete della sua prossima estinzione ma fonti accademiche segnalano che è sempre più difficile trovare il cactus nel deserto a nord del paese.
Il peyote è una pianta molto particolare, ci mette trentanni a crescere e il saccheggio di mezzo secolo lha fatta diventare quasi introvabile. Fu infatti negli anni Sessanta che, sulla scia dei libri dellantropologo Carlos Castaneda - A scuola dallo stregone su tutti - , centinaia di giovani americani, Kerouac compreso, fecero il viaggio nel deserto dal Texas alla scoperta del peyote e delle sue allucinazioni. E, spiegano gli esperti, iniziarono a provocarne la perdita perché invece di tagliare solo la sua corona verde offrendo al cactus la possibilità di rigenerarsi, di solito i turisti strappano tutta la pianta, uccidendola.
Oggi, quel che più preoccupa gli accademici come il professor Pedro Medellin dellUniversità di San Luis Potosì non è la riduzione della biodiversità o la perdita del flusso di turisti occidentali a caccia di mondi virtuali ma la difesa della cultura degli huicoles, gli indios che da sempre usano il peyote nelle loro cerimonie religiose. Per loro le allucinazioni sono una forma di comunicazione con gli dei ed ogni anno, una volta allanno, gli sciamani huicol camminano a piedi anche per 500 km in cerca dei loro cactus. "Vorremmo proteggerlo - dice a lUniversal uno sciamano che si chiama Andrés Carrillo - ma nessuno rispetta il peyote. La prima volta che lo mangiai avevo nove anni e ce nera tantissimo, oggi è quasi introvabile". Ma la cosa che più lo preoccupa è che senza peyote - dice - i bambini huicol non potranno capire. "Il peyote è un libro, un maestro. Non puoi apprendere se non hai mai mangiato il peyote".
Luso del peyote risale ad oltre duemila anni fa. Insieme alle cerimonie religiose gli indios lo usavano contro il mal di denti, come analgesico, ma sembra che abbia poteri curativi anche per lasma e i reumatismi. Come la foglia di coca è una pianta sacra, venerata per le sue proprietà. E come con la cocaina siamo stati noi, dopo averla scoperta, a renderla pericolosa, costosa, illegale. E in via destinzione.
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mercoledì 12 settembre 2007
ore 09:32 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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martedì 11 settembre 2007
ore 15:02 (categoria:
"Vita Quotidiana")
«L’Adriatico è caldo, diventerà una palude» di Franco Foresta Martin
ROMA - Gli olandesi proteggono le loro coste con le dighe, l’Italia lo farà, dove possibile, con le dune, imitando la natura che ci aveva abbondantemente fornito di questi sistemi di difesa costieri, da noi sistematicamente distrutti per far posto al cemento. E’ uno dei più originali e promettenti progetti che saranno presentati domani alla prima Conferenza nazionale sul clima, un summit di politici e scienziati convocato dalministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio nel tentativo di arginare, con soluzioni pratiche, i crescenti disastri del clima. Uno di questi è l’innalzamento della temperatura dell’Adriatico, che rischia di alterare le correnti di trasformare presto il mare in una «palude salmastra».
PREPARARSI AL PEGGIO — Gli esperti le chiamano «misure di adattamento». In parole semplici vuole dire prepararsi al peggio che ci aspetta nei prossimi decenni a causa dei cambiamenti climatici: erosione e inondazione delle coste, collasso degli ecosistemi, accentuazione del dissesto idrogeologico, perdita di specie animali e vegetali, contraccolpi sulla salute dell’uomo. «Le coste italiane soggette al rischio di erosione sono circa 5.000 km — spiega la dottoressa Edi Valpreda, la geologa dell’Enea che esporrà il progetto dune —. Sono belle spiagge che si affacciano sul Tirreno, sull’Adriatico e sullo Ionio, con tassi di erosione aumentati dagli anni 70 e che ora arrivano a qualche metro l’anno. Oggi i rimedi adottati per proteggere queste spiagge consistono in difese fatte con grossi massi calati amare e in «ripascimenti» realizzati col trasporto, ogni anno, di nuova sabbia per sostituire quella strappata dalle onde: entrambe soluzioni costose e spesso effimere. Le dune studiate e proposte dal Gruppo nazionale per la difesa dell’ambiente costiero, un team di ricercatori di cui fa parte la Valpreda, svolgono la funzione di serbatoi di sabbia, posti a distanza di almeno 20 metri dalla battigia, ricoperti da vegetazione spontanea, che cedono lentamente alla spiaggia quel che il mare sottrae. «Svolgono, in altri termini, la stessa funzione delle dune naturali, formatesi nel corso dei tempi geologici, di cui erano ricche le spiagge italiane e che poi sono state distrutte per far posto amassicciate ferroviarie, passeggiate a mare, stabilimenti — si rammarica la dottoressa Valpreda —. Oggi, di quel patrimonio di cordoni dunari, sopravvivono a stento circa 700 km,molti dei quali in pessime condizioni».
IMPIANTI SPERIMENTALI —Le azioni proposte alla Conferenza dal Gruppo di difesa dell’ambiente sono la salvaguardia delle dune naturali già esistenti, che svolgono un’eccellente funzione di difesa delle spiagge e, parallelamente, l’impianto di nuove dune nei tratti più esposti all’erosione. «Già sono in corso alcune sperimentazioni che hanno dato ottimi risultati nel delta del Po, vicino a Goro, e nei pressi di Ravenna — informa la Valpreda —. Se dovessi scegliere suggerirei altri interventi presso le foci dei fiumi del Molise, particolarmente aggredite dall’erosione, e nella Basilicata Ionica. Gli interventi, in ogni caso, devono essere circoscritti a quei circa 2.000 km di spiagge ancora libere da insediamenti umani, in quanto l’impianto di dune artificiali non è compatibile con la presenza di costruzioni».
ALLARME ADRIATICO —Alla Conferenza i ricercatori dell’Icram, l’Istituto per la ricerca sul mare, lanceranno un allarmeper le preoccupanti condizioni fisiche dell’Adriatico, un bacino in cui ormai si registra un aumento di 2 gradi anche nei mesi invernali e fino a 100 metri di profondità. L’anomalia ha già interrotto la corrente delGolfo di Trieste, un flusso che contribuisce al rimescolamento delle acque dell’intero Mediterraneo e la cui prolungata assenza comporterebbe rischi gravi per lintera catena alimentare marina. «Senza questa corrente che si muove in direzione Nord-Sud, l’Adriatico si trasformerebbe in una mare fermo e sempre più caldo — ha spiegato il direttore scientifico dell’Icram Silvestro Greco —. Dal Golfo di Trieste fino alla costa pugliese si creerebbe una palude salmastra dove lo scambio di ossigeno si fermerebbe allo strato superficiale, rendendo inabitabile l’ambiente marino. Le prime specie a scomparire sarebbero i pesci e le piante marine tipiche del Golfo di Trieste.E troveremmo nellAdriatico sempre più mucillagine e alghe assassine.
PIANO NAZIONALE —«Dalla Conferenza dovrà uscire un piano per la sicurezza ambientale dei cittadini e per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici per il quale ho espressamente chiesto la partecipazione di tutti iministri—ha dichiarato alla vigilia del summit Pecoraro Scanio —. Il problema riguarda l’intero governo e ognuno deve fare la sua parte. Le risorse necessarie per i prossimi anni ammontano a circa un miliardo e sono già inserite in un capitolo del Dpef che prevede l’attuazione del Protocollo di Kyoto per la riduzione dei gas serra e varie misure di adattamento nei settori del dissesto idrogeologico, biodiversità, parchi e precariato».
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