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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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i giorni linkati sono quelli che contengono interventi )


mercoledì 6 giugno 2007
ore 16:48
(categoria: "Vita Quotidiana")



La Bibbia libro di testo a scuola?
Parte la campagna: è cultura

ROMA - La Bibbia come libro di testo in tutte le scuole. E’ la proposta che l’associazione culturale "Biblia" ha presentato, nei giorni scorsi, al ministro della pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, forte di una petizione con oltre diecimila firme. L’appello è stato sottoscritto da cattolici, protestanti, ebrei, personalità del mondo della cultura italiana, sia credenti sia non credenti.

E da noti intellettuali: Massimo Cacciari, Furio Colombo, Tullio De Mauro, Umberto Eco, Margherita Hack, Gad Lerner, Gianni Vattimo, Gustavo Zagrebelsky, Tullia Zevi. La proposta di introdurre la bibbia nella scuola pubblica, come testo di studio alla pari dell’Iliade, dell’Odissea, dell’Eneide, o della Divina Commedia, è ora nelle mani del responsabile di viale trastevere.

Si tratta di un’iniziativa che parte da lontano: è dal 1989 che l’associazione "Biblia" (nata nell’84) si batte "per valorizzare, al di là delle ipoteche confessionali, il grande codice dell’umanità". E ora arrivano commenti anche dal mondo politico. "Una bellissima proposta che va senz’altro sostenuta", dice il deputato Ds Giuseppe
Lumia, secondo cui la Bibbia è anche "un grande ponte verso le civiltà e le religioni semitiche".

Per la teodem della margherita, Paola Binetti, lo studio della Bibbia, offre un approfondimento sulle "radici cristiane dell’Europa" e sui "valori, della legge naturale espressa dai dieci comandamenti". Ma c’è anche una ragione in più, che "è offerta dal confronto con le altre religioni, che sembrano fondare la loro tradizione su una conoscenza molto chiara e approfondita della loro dottrina, cosa che obbliga anche noi ad una conoscenza molto attenta di questo testo".

Anche Daniela Santanché (An) sottoscrive, a voce, la petizione: "Sono assolutamente d’accordo. Si tratta - osserva la deputata - di un libro che fa parte della nostra cultura ed è bene che i ragazzi lo conoscano". Favorevole alla proposta anche Dorina Bianchi, della Margherita, vicepresidente della commissione affari sociali della Camera: "Servirebbe a sensibilizzare i ragazzi, e rendere più semplice il dialogo intorno ad un testo che rappresenta la storia e la cultura di tutte le religioni". Isabella Bertolini (Fi) è "assolutamente favorevole". Secondo la deputata, "il fatto di introdurlo nello studio", al pari di classici come l’Odissea, "non ha un significato religioso".

Una voce del tutto contraria è quella, invece, dalla deputata transgender Vladimir Luxuria di Rifondazione: "Intanto sono favorevole a sostituire l’ora di religione con la storia delle religioni - spiega la parlamentare - perché credo molto in una scuola pubblica non confessionale. Viviamo in una società che diventa sempre più multietnica, nella quale il numero degli studenti di altre religioni è sempre più numeroso". Per Luxuria, quindi, chi vuole che i figli imparino la bibbia "li può mandare al catechismo". Invece, conclude la deputata, "l’idea di porre un’attenzione maggiore su un libro religioso, piuttosto che su altri, facendolo diventare un testo base a scuola, mi sembra discutibile anche dal punto di vista della difesa della laicità".


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mercoledì 6 giugno 2007
ore 15:45
(categoria: "Vita Quotidiana")





Scoperte in Suriname(America meridionale) 24 nuove specie animali.


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mercoledì 6 giugno 2007
ore 11:01
(categoria: "Vita Quotidiana")



Le nuove coppie gay? Sempre più fedeli.
Stabili e con un rapporto paritario: «Sembrano eterosessuali».
di Andrea Garibaldi

ROMA — Una volta, seconda metà del ’400, l’omosessualità era «vizio nefando». E c’erano, a Firenze, gli «Ufficiali di Notte», incaricati di investigare su chi indulgeva al vizio sodomitico. Dopo quasi sei secoli, oggi vivono nelle città italiane coppie omosessuali che sempre più somigliano a quelle eterosessuali. Due uomini o due donne che hanno un rapporto paritario, con ruoli intercambiabili, sia sessuali che di vita quotidiana, che portano un anello come simbolo del legame (45 per cento dei gay, 65 per cento delle lesbiche), che si chiamano fra loro «ciccio», «cucciola», «tato», «orsetto». È dunque questa l’epoca degli «Omosessuali moderni», titolo del libro dei sociologi bolognesi Marzio Barbagli e Asher Colombo, che esce domani con una seconda edizione aggiornata e ampliata (Il Mulino editore). Vanno in minoranza alcuni modelli e stereotipi: il rapporto fra un superiore e un inferiore, un adulto e un ragazzo, un attivo e un passivo. Il maschio effeminato e la femmina mascolina. I gay che vivono oggi a Bologna («la San Francisco italiana»), a Milano o a Roma sono assai diversi da Benvenuto Cellini, da Pier Paolo Pasolini o dal Michel Serrault del «Vizietto». «Gli omosessuali moderni — si legge — non fanno più l’amore con gli eterosessuali o con le persone dell’altro sesso, ma solo con altri omosessuali. Non vivono più soltanto nel segreto di un sofferto isolamento e non si incontrano più soltanto in luoghi clandestini». C’è una rete di imbianchini, falegnami, posatori di moquette, fotografi, agenti di viaggio che si rivolgono esplicitamente a una clientela omosessuale.

In questo importante passaggio di costume, Barbagli e Colombo approfondiscono le differenze fra gay e lesbiche. Fra il 58 e il 70 per cento delle lesbiche hanno una relazione fissa, contro il 40-49 per cento dei gay. «Il primo rapporto dei gay ha carattere prevalentemente fisico, quello delle lesbiche è di solito romantico e sentimentale». Le lesbiche frequentano meno dei gay i locali «di genere» e non esistono per le lesbiche le «dark room» dove fare l’amore con sconosciuti. Un’altra differenza sta nella relazione con la Chiesa. Esempio: fra i 18 e i 24 anni, non va mai a messa il 51 per cento delle lesbiche e il 43 per cento dei gay, mentre in tutta la popolazione italiana i dati sono al contrario, 35% degli uomini e il 24% delle donne. Anche nella dimensione moderna la vita omosessuale resta densa di ostacoli. Prendiamo il coming out, la rivelazione di non appartenere alla «normalità». Il 51% delle madri — raccontano Barbagli e Colombo — reagisce negativamente alla notizia dell’omosessualità della figlia, ma se si tratta dell’omosessualità del figlio questa reazione si riscontra solo nel 40 per cento dei casi. Tra i padri la reazione negativa verso l’omosessualità delle figlie femmine — come quella verso i maschi — scende al 35%. L’ultimo capitolo della nuova edizione tratta delle norme introdotte per riconoscere e regolare la vita delle coppie omosessuali, a partire dalla Danimarca (1986), alla Norvegia (1993), a tutti gli altri paesi del mondo occidentale, con l’eccezione di Italia e Grecia e Portogallo e dell’est Europa. Crescono tuttavia, negli ultimi tredici anni, gli italiani che pensano che le copie omosessuali debbono potersi sposare (dal 28 al 40 per cento), convivere con i vantaggi delle coppie sposate (dal 39 al 56), ereditare l’uno dall’altro (dal 50 al 58). Quanto al diritto per gli omosessuali di adottare figli, gli italiani proprio non ci stanno: si è passati dal 14 per cento appena al 19.


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mercoledì 6 giugno 2007
ore 09:06
(categoria: "Vita Quotidiana")



Aria compressa al posto della benzina
Dall’India arriva Citycat, l’auto del futuro
di MAURIZIO RICCI

ARRIVATE al distributore con la macchina in riserva, ma mentre tutti gli altri fanno la coda alla pompa di benzina, voi andate direttamente alla colonnina d’aria per controllare la pressione delle ruote. Infilate il tubo nel serbatoio e... pfft! in 3-4 minuti avete fatto il pieno. Passate alla cassa, versate un euro e mezzo (contro i 60-70 degli altri) e ripartite sereni. La vostra macchina ad aria vi porterà per altri 200 chilometri fino al prossimo pieno. Non è un cartone animato e neanche uno spot visionario di qualche gruppo estremista dell’ecologia.

Dietro il progetto c’è la Tata, il più grande gruppo automobilistico indiano, appena reduce da un ambizioso accordo strategico con la Fiat. E, se tutto andrà come previsto, con qualche piccolo aggiustamento (ci vorrà un compressore ben più potente di quello delle ruote per sparare 340 litri di aria nel serbatoio), quella scena comincerà a svolgersi in India fra poco più di un anno, nell’agosto 2008, quando la Tata metterà in commercio le prime seimila Citycat, macchine ad aria compressa capaci di andare a 100 km l’ora e a emissioni zero, neanche una molecola di anidride carbonica e di effetto serra. E l’India sarà solo il primo passo: ci sono già accordi per portare la Citycat in 12 altri paesi, fra cui Germania, Francia, Usa, Spagna, Brasile, Israele e Sud Africa.

Ai profani, il motore ad aria compressa appare un incrocio fra la locomotiva a vapore e il vecchio, caro fucile Flobert dei giochi di antichi bambini. L’idea non è nuova. Guy Nègre, la cui Mdi è il partner della Tata nel progetto, ci lavora, con alterna fortuna e parecchie false partenze (compresa una italiana, con la Eolo) dal 1991. Sostanzialmente, si tratta di un motore a due cilindri, dentro cui si muove un pistone. Grazie ad un particolare design, il pistone non si muove in sincronia con l’albero motore. Per il 70% del tempo di rotazione dell’albero motore, il pistone resta fermo in cima al cilindro, consentendo alla pressione interna di crescere. Questo ritardo aumenta l’efficienza complessiva del motore, che si mette in azione quando l’aria compressa, sparata nel cilindro, fa muovere il pistone, esattamente come succede con il motore a scoppio. Quando l’auto si ferma, si ferma anche il motore, che riprende a funzionare quando si pigia l’acceleratore. Non ci sono marce, sostituite da un computer. Semplice com’è, richiede manutenzione praticamente zero e un cambio d’olio ogni 50 mila chilometri. Anche le emissioni di anidride carbonica sono zero, salvo quelle legate all’elettricità per far funzionare il compressore al momento del pieno.

Ad aria, però, non si va più veloce di 50 chilometri l’ora, cioè in città. Su strada - come accade anche con le ibride benzina-elettricità - entra in funzione un normale motore a scoppio. In compenso, non c’è bisogno di andare dal distributore, per l’aria. A casa, si attacca la spina della corrente e un compressore interno, in 4 ore, ricarica il serbatoio. Un po’ come accade per le più avveniristiche macchine elettriche. Il costo di esercizio della Citycat è più o meno lo stesso di una macchina elettrica. Senza le batterie, però. Infatti, costa molto meno: la Tata dovrebbe commercializzarla ad un prezzo di 12.700 dollari, un decimo di una macchina elettrica. Per non parlare della macchina ad idrogeno, rispetto alla quale la Citycat ha anche il vantaggio di non richiedere la creazione di una costosa rete alternativa di distribuzione del combustibile. Per come funziona, è gratis anche l’aria condizionata: quella che esce dal tubo di scappamento è, infatti, a meno 15 gradi. Il rovescio della medaglia è la difficoltà di riscaldare l’abitacolo e, forse anche per questo, Guy Nègre sembra guardare soprattutto a paesi caldi.

La temperatura dell’aria è anche all’origine del più consistente dubbio che i tecnici avanzano verso il motore ad aria compressa. L’aria così fredda, infatti, gela la condensa nei condotti di aspirazione, bloccandone il funzionamento. Non è ancora chiaro come Nègre abbia risolto questo problema. Anche una Citycat perfettamente funzionante, peraltro, incontrerà seri ostacoli sui mercati occidentali. Per arrivare alle prestazioni dichiarate, infatti, l’auto deve essere straordinariamente leggera, e la Citycat è quasi tutta in fibra di vetro, molto fragile per reggere i normali test di sicurezza.

La Citycat, infine, potrebbe arenarsi in tribunale. Se Nègre è stato il profeta dell’auto ad aria compressa, altri ci hanno lavorato, come l’uruguayano Armando Regusci. Secondo alcuni, l’ultimo progetto di Nègre assomiglierebbe un po’ troppo a quello brevettato da Regusci. Se la Citycat arriverà su strada, aspettatevi una battaglia di brevetti.


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martedì 5 giugno 2007
ore 15:38
(categoria: "Vita Quotidiana")



«Cerco buco che porta al centro della Terra»
di Marco Consoli

«L’Everest è stato scalato centinaia di volte e il Titanic, in fondo all’oceano, è stato esaminato palmo a palmo. Ma questa è la prima vera missione a tentare di individuare l’apertura verso l’interno del pianeta che si trova al Polo Nord». A parlare non è il pronipote di Jules Verne o un produttore di Hollywood pronto a lanciare il suo nuovo blockbuster fantascientifico, ma il fisico e futurista americano Brooks Agnew, l’ennesimo “scienziato pazzo” pronto a scommettere che non solo la Terra è piatta, ma è anche cava e nasconde nel profondo una serie di incredibili meraviglie.

TERRA CAVA - E’ pronto a partire, a bordo di un rompighiaccio esattamente tra un anno, in una spedizione che dovrebbe dimostrare l’esistenza di un grande buco sul fondo dell’oceano che porta dritto nel sottosuolo. Per finanziare la missione, che costerà 2 milioni di dollari, lo stesso Agnew è subentrato all’originario organizzatore, una guida turistica specializzata in viaggi estremi scomparsa prematuramente, vendendo a 20.000 dollari il biglietto per seguirlo nell’impresa. L’idea di un vuoto all’interno del nostro pianeta si può far risalire a tempi antichissimi, in cui sono nate per esempio la concezione dell’Ade dei Greci o dell’Inferno per la cristianità. Ma a sostenere che per accedere a questa dimensione ci sarebbero due aperture segrete, posizionate in corrispondenza dei Poli, sono stati numerosi studiosi anche di fama mondiale, come Edmund Halley, più noto per aver calcolato l’orbita della cometa che ne ha preso il nome, il quale sosteneva che la Terra fosse composta da un nucleo centrale ricoperto da una serie di gusci separati tra loro da enormi cavità.

IPOTESI LETTERARIE - Senza contare la vastissima letteratura ispirata da queste teorie, che vanno da Giacomo Casanova e il suo Icosameron ai fumetti Marvel e ai numerosi saggi scritti sull’argomento (esistono anche dei documentari, questo ne è un esempio). Nonostante le controverse premesse del viaggio e le teorie che vi ruotano attorno – chi abita il regno sotterraneo? Le risposte spaziano dagli alieni agli uomini-ratto – Agnew vuole mantenere un tono di scientificità: «Ho letto molti libri sull’argomento - spiega - e mi sono reso conto che tutti sono basati su pure supposizioni e congetture; per questo ho deciso di andare lì e vedere se queste teorie hanno una base scientifica. Se troveremo qualcosa, sarà la più grande scoperta geologica nella storia dell’umanità!». Come lui lo sperano gli altri partecipanti al viaggio: esperti di ufologia, mitologia, meditazione, teorie della cospirazione e un team di documentaristi. Ammesso che lo trovino e riescano ad entrarvi con un batiscafo di profondità… e se trovassero solo un grande buio?


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martedì 5 giugno 2007
ore 12:42
(categoria: "Vita Quotidiana")



Gli europei online 24 ore al mese. Un italiano su tre usa il web
La diffusione di internet è legata alla banda larga

ROMA - L’Europa è online 24 ore al mese. Secondo uno studio di comScore sulle abitudini informatiche di sedici Paesi del vecchio continente, 221 milioni di europei accedono a internet in media 16,5 giorni al mese, vi trascorrono appunto 24 ore navigando e visitando 2662 pagine.

Secondo il rapporto la penetrazione media di internet nelle popolazioni europee è del 40 per cento: solo tre Paesi si piazzano sotto a questo livello, e uno è l’Italia. Poco più di un italiano su tre (il 36 per cento) ha infatti familiarità col web. Gli altri fanalini di coda sono la Spagna (39 per cento) e la Russia, con appena l’11 per cento.

I più "connessi" sono i Paesi Bassi: l’83 per cento degli olandesi naviga su internet. La Germania si aggiudica la menzione per il più alto numero di utenti sopra i 15 anni online (32 milioni e mezzo), mentre i più attivi sono gli inglesi, che trascorrono in rete 34,4 ore al mese.

I tre siti più cliccati in Europa sono, nell’ordine, Google, Microsoft e Yahoo. Il segreto della crescita dell’uso di internet, spiega il direttore di comScore Europe, Bob Ivins, è la diffusione della banda larga: i Paesi che hanno puntato su questo tipo di connessione, come il Regno Unito, hanno raggiunto i migliori risultati.

La fotografia dell’Europa online non è affatto omogenea: spiega Ivins che il 60 per cento dell’uso del web è in mano al 20 per cento degli utenti, i "consumatori forti". I più disponibili, forse, ad accettare che il confine tra online e offline è ormai diventato labile e che la maggior parte delle attività, anche quelle tradizionali come telefonare o vedere un film, possono essere svolte sfruttando le connessioni: "Si è online - chiede Ivins - quando si guarda la tv in rete?".


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martedì 5 giugno 2007
ore 09:20
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 5 giugno 2007
ore 09:03
(categoria: "Vita Quotidiana")



Quella oscura ragnatela che il governo non vuole vedere
di GIUSEPPE D’AVANZO

ROMA - In Occidente, solitamente, è la stampa a chiedere conto alla politica delle ragioni delle sue scelte; a pretendere luce là dove c’è ombra; a reclamare una coerenza nei comportamenti là dove avvista compromessi di basso profilo fra interessi opposti a danni del bene collettivo e dell’integrità delle istituzioni. Nel nostro bizzarro Paese avviene il contrario. E’ il governo a chiedere conto alla stampa delle sue cronache pur ammettendo che contengono "elementi di verità". Già quei frammenti di realtà imporrebbero al governo attenzione - se non proprio un chiarimento.

Se si volesse esagerare in retorica, si potrebbe anche sostenere che, per un esecutivo, dovrebbe essere un dovere istituzionale e morale dar conto in pubblico delle proprie decisioni che, a occhio nudo, appaiono contraddittorie o irragionevoli.

La bizzarria nazionale capovolge la scena. Fa sentire al ministro della Difesa, Arturo Parisi, il "dovere istituzionale e morale" di chiedere conto a questo giornale delle affermazioni contenute in una cronaca in cui si raccontava la "pervasività di un potere di pressione, condizionamento e ricatto" di una consorteria che definivamo una pidue per semplificazione evocativa: un "agglomerato oscuro" (la definizione è di un membro del governo in carica) che, avvantaggiato da un sistema politico frammentato, diviso e in debito di credibilità per i vizi, le anomalie e gli sprechi che si concede, è in movimento al "mercato della politica" per offrire i suoi servigi opachi.

Anche se stravagante, la richiesta di Arturo Parisi offre tuttavia l’opportunità di ritornare sulla questione con qualche dettaglio in più, utile al lettore.
Il ministro della Difesa chiede di "dar conto" di tre questioni: (1) di documentare come si possa affermare "l’intenzione del governo in carica di tutelare, anche nella nuova stagione politica, il passato i traffici e la fortuna dei protagonisti del network" che a noi sembra governato dall’ex-direttore del Sismi, Nicolò Pollari; (2) di sapere come si può "sostenere che l’ammiraglio Bruno Branciforte (il nuovo direttore del Sismi) "viene consegnato a un imbarazzato stato di impotenza"; (3) di dar conto dei "margini di manovra dei "vecchi" che troverebbe prova nel fatto che un fidatissimo braccio destro del generale Pollari è al Personale della Difesa mentre, alle dipendenze del Direttore Generale, si interessa del reclutamento dei volontari a ferma breve delle Forze Armate".

Che, più del governo di centro-destra, il governo di centro-sinistra tuteli (1) "il passato, i traffici e la fortuna" di quel network, che ha in Nicolò Pollari il suo leader, non è solo documentato, è certo come il lunedì segue la domenica. Nicolò Pollari è imputato di aver accompagnato l’azione della Cia nel sequestro illegale di un cittadino egiziano. E’ un delitto eversivo dell’ordine costituzionale che viola la sovranità del nostro Stato e i diritti fondamentali della persona. Non proprio una marachella. A domanda della procura di Milano, nel novembre del 2005, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi esclude che ci sia il segreto di Stato sulla vicenda. Lo stesso fa Nicolò Pollari. Il 26 luglio del 2006, il presidente del Consiglio Romano Prodi, con un sorprendente ribaltamento e senza indicare alcuna ragione, oppone il segreto di Stato che dovrebbe seppellire per sempre l’affare. Di più, ricorre alla Corte Costituzionale; solleva un conflitto di competenza; denuncia "i comportamenti criminosi" dei magistrati di Milano. I fatti, ridotti all’osso, giustificano in abbondanza l’affermazione che, nel cambio di stagione politica, le responsabilità di Pollari abbiano ricevuto dal governo Prodi una tutela che Berlusconi non gli ha mai offerto. Della legittimità dell’iniziativa del governo deciderà ora la Corte Costituzionale. Il fascicolo alla Consulta ha come "relatore" Giovanni Maria Flick, che, in passato, è stato avvocato personale e ministro di Romano Prodi. Opportunità vorrebbe che il "relatore" designato si astenesse.

Si può sostenere che il nuovo direttore del Sismi, l’ammiraglio Bruno Branciforte, sia paralizzato nel suo comando (2)? Un esempio concreto. In un’intelligence, il settore Analisi, è un ganglio vitale. Quella Direzione ancora oggi, nel Sismi, non ha un responsabile. Se si escludono quattro nomine a "caporeparto", non si è mossa una foglia in quella "ditta", che pure qualche pasticcio ha combinato (Pollari organizza in via Nazionale un ufficio di dossieraggio e disinformazione) e dunque ha bisogno di una terapia urgente. Branciforte è ritenuto dal governo il miglior uomo in campo. Sapiente, esperto, deciso (il giudizio è largamente condiviso nelle Forze Armate). Perché un militare di cui tutti apprezzano l’energia appare agitarsi come una statua del Gianicolo? Tra gli addetti ai lavori si raccoglie una sola spiegazione. Non è oggi nelle condizioni per farlo.

Un intrigante braccio destro di Pollari, sostiene Parisi, è stato reclutato alla Difesa - è vero - ma è addirittura "alle dipendenze del Direttore Generale" (3) e si occupa di minuzie. E’ una replica? Si fa fatica a capirlo. Breve riepilogo. Quest’uomo, che Pollari definisce "il mio orecchio", dirige un "centro occulto" in via Nazionale. Affastella dossier contro "i nemici" di Silvio Berlusconi. Scheda rappresentanti del popolo, liberamente eletti (per dire, Cesare Salvi, Luciano Violante, Massimo Brutti, Sergio Cofferati); magistrati (Juan Ignatio Patrone); giornalisti (Serventi Longhi, Furio Colombo). Quel che è peggio - e dovrebbe forse inquietare il ministro - organizza alla vigilia delle elezioni un’operazione di discredito di Romano Prodi, candidato dall’opposizione a governare il Paese. C’è manovra più minacciosa per la democrazia? A questo pericolo si può opporre una soluzione burocratica ("è alle dipendenze del Direttore Generale")? Nemmeno un’opportunità istituzionale, ma soltanto quella che gli antropologi chiamano shame culture, la cultura della vergogna, avrebbe dovuto imporre al ministro l’esclusione del funzionario infedele dall’ambiente professionale e sociale di appartenenza. Non è avvenuto. E dunque è davvero "velenoso" parlare di un’irragionevole tutela?

Lo ripetiamo, è incomprensibile che a episodi così gravi e non contestati che deformano il confronto democratico, la libertà degli individui, i diritti costituzionali, si oppongano decisioni così storte e argomenti così minimalisti. Perché? Perché Luciano Violante, all’ipotesi di un "agglomerato oscuro" che si è messo al lavoro, replica: "Sono abituato a giudicare le cose che vedo e se si parla di poteri oscuri quelli non si vedono". L’ufficio di dossieraggio di via Nazionale lo scheda come un "nemico" di Silvio Berlusconi e, contro i "nemici" di Berlusconi, pianifica un operazione "anche cruenta". Non è oscura l’iniziativa di quel potere né il potere. Ogni cosa è concreta, documentata, illuminata e visibilissima. Come si può non vederla o girarsi da un’altra parte, con un accenno di superbia?

Quel che si fa fatica a capire, a dir la verità, è "la natura della corrente in cui siamo immersi". Anche se, a ben pensarci, il contrasto tra i propositi dichiarati e i comportamenti effettivi evoca un’immutabilità del sistema politico italiano "dove uomini e partiti non hanno idee, o per idee si spacciano affocamenti di piccole passioni, urti di piccoli interessi, barbagli di piccoli vantaggi: dove si baratta per genio l’abilità, e per abilità qualcosa di peggio" (Giosuè Carducci a proposito del quinto ministero Depretis, 19 maggio 1883).


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lunedì 4 giugno 2007
ore 19:47
(categoria: "Vita Quotidiana")



Poster di bellezze in topless vietati ai marinai
di Deborah Bonetti

LONDRA – La Royal Navy ha deciso di vietare ai marinai di appendere poster di bellezze in topless. Il divieto, ordinato in gran segreto ai 39mila membri del personale della marina militare inglese, è stato scoperto dal tabloid "The Sun" dopo una dritta da parte di un marine infuriato e il giornale, che ogni giorno pubblica nella sua celebre pagina 3 foto di bellezze con i seni al vento, è insorto: «La marina vieta le nostre pagine 3 in gran segreto» ha strillato il giornale in prima pagina, censurando il topless di due splendide ragazze, vestite da marinarette con cappello bianco e bikini striminziti. Nel 2004, i generali delle forze armate inglesi avevano emesso una simile ordinanza, ma la cosa pare essere durata appena 2 mesi a seguito di un’ondata di proteste da parte dei militari. Questa volta, i membri del consiglio dell’ammiragliato, che ha passato la decisione di bandire ogni immagine "offensiva", hanno fatto sapere che il divieto è stato deciso per rispettare tutti i membri della marina, che oggi è composta anche da molte donne e molti individui appartenenti a minoranze etniche e diversi gruppi religiosi, per i quali la vista di donnine nude appese ai muri può risultare offensiva.

MOTIVAZIONI - «È per il loro rispetto che è necessario scegliere come decorare i propri armadietti e muri in modo appropriato», hanno fatto sapere i generali. Ma la maggior parte dei marines è inferocita: «È assurdo che vengano a guardare cosa mettiamo nei nostri armadietti privati», ha commentato il marinaio Paul Grant, 26 anni. «Ci sono cose ben più importanti a cui pensare che come decoriamo le nostre stanze o i nostri locker» gli ha fatto eco Graeme Duncan, di 27 anni. E domenica, per sostenere tutti quei marinai che si sentono privati dei loro confort, due bellezze del Sun sono andate a picchettare il porto di Portsmouth. Le 24enni conigliette del tabloid più popolare d’Inghilterra si sono piazzate sulla banchina del porto per dimostrare solidarietà ai loro ammiratori e hanno dichiarato: «I capi della marina sono dei cattivoni. Oggigiorno le ragazze si mettono in topless anche sulla spiaggia. Che male c’è? Noi riceviamo così tanta posta dai ragazzi delle forze armate, abbiamo così tanti fans. È assurdo che non possano appenderci nei loro armadietti privati se questo li rende felici!».


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lunedì 4 giugno 2007
ore 18:34
(categoria: "Vita Quotidiana")



Pena di morte: i Radicali occupano la Rai.
"Giorni decisivi, serve informazione"
di CLAUDIA FUSANI

ROMA - Il bivacco è ben visibile. Basta passare di lì, da viale Mazzini, sede della Rai, e buttare un occhio dentro, al di là delle vetrate: come in un acquario, da 72 ore, quattro parlamentari, un europarlamentare, un segretario di partito e il presidente dell’Associazione Luca Coscioni reclamano, senza audio, "maggiore informazione sulla moratoria per la pena di morte". Ormai è questione di giorni, una settimana al massimo: se non saranno raccolte le firme anche questa sessione dell’assemblea delle Nazioni Unite passerà invano nonostante le attese e le aspettative.

I manifestanti - tutti radicali, Rita Bernardini e Maria Antonietta Coscioni, l’europarlamentare Marco Cappato, i parlamentari Maurizio Turco, Sergio D’Elia (che digiuna da oltre un mese e non sta affatto bene), Marco Beltrandi e Bruno Mellano - hanno "occupato" al piano terreno una sala di circa 300 metri quadrati, una dozzina di divanetti su cui dormire, si sono portati le coperte da casa mentre il vitto, mangiare e bere, arriva da fuori, per interposta persona. Il presidente Claudio Petruccioli ha vietato contatti diretti con esterni. L’interdizione è scattata anche per i giornalisti Rai, vietato passare e chiedere notizie, evitare assembramenti tipo sit-in permanenti. Per maggiore tranquillità stamani è stato anche chiuso l’ingresso principale, quello su viale Mazzini e che "porta" agli occupanti. I dipendenti sono dovuti entrare dall’ingresso laterale di via Pasubio. Inevitabili le code.

A dir la verità l’occupazione era cominciata venerdì, intorno alle tredici, al settimo piano, il piano nobile di viale Mazzini, davanti all’ufficio di Petruccioli. Il quale aveva pensato di aver risolto la faccenda concordando "sette spazi in Rai sulla moratoria". "Accordo raggiunto" battevano le agenzie intorno alle diciotto. Ma il gruppo radicale si è solo spostato dal settimo piano al piano terra: "Prendiamo atto delle parole di Petruccioli e lo ringraziamo ma gli impegni sono stati troppe volte disattesi". Quindi gli occupanti stanno ancora lì. Nell’acquario. Domenica si sono portati in viale Mazzini anche Marco Pannella (anche lui sciopero della fame e della sete) e il ministro Emma Bonino per una conferenza stampa all’esterno della sede Rai. Nel pomeriggio sono stati raggiunti da alcuni parlamentari, da Furio Colombo a Ermete Realacci, da Cesare Salvi a Elettra Deiana. "La moratoria sulla pena di morte ( il congelamento delle condanne capitali nei paesi dove è ancora in vigore ndr) può finalmente essere approvata ma serve lo sforzo e la mobilitazione di tutti a cominciare dai mezzi di informazione e da quello pubblico che è la Rai" ha detto Emma Bonino stigmatizzando il silenzio dei mass media.

Un’occupazione e una protesta, quindi - precisa Maurizio Turco - "non per i Radicali ma per informare i cittadini italiani". Turco comunica tramite cellulare. Si concede qualche battuta: "Abbiamo un bagno e ci lasciano fumare in un giardinetto interno dove entriamo in contatto anche con i fumatori-dipendenti della Rai".

Racconta Turco: "Gli spazi tivù che ci ha concesso Petruccioli nel fine settimana sono stati domenica mattina, presto, cinque minuti nella trasmissione In famiglia e altri dieci minuti nello speciale Tg2 alle 14 e 30 dopo lo speciale motori. Abbiamo fatto i conti: sono sì e no sei milioni di contatti. Non è esattamente questo che intendiamo per fare informazione a tappeto in giornate che sono decisive per tutta la questione pena di morte". Stamani ha visitato gli occupanti una delegazione trasversale: Gennaro Migliore e Giovanni Russo Spena (Rc), il verde Bonelli e Andrea Ronchi (An).

Dall’inizio della legislatura, da luglio scorso, il governo e il parlamento italiano, Prodi e D’Alema in prima fila, si sono impegnati per fare approvare in questa sessione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite - in scadenza a fine luglio - la moratoria per la pena di morte. Che significa il congelamento delle condanne decise ma non ancora eseguite e il conseguente blocco delle eventuali future condanne. Si tratta di una via di mezzo in vista dell’abolizione delle pena capitale, un traguardo che sembra molto lontano considerato il peso politico a livello mondiale di Stati Uniti (60 esecuzioni) e Cina (1770), i due paesi che "contribuiscono" di più al bilancio delle esecuzioni. Più "facile" sospendere.

Moratoria, quindi. Per essere approvata servono la metà più uno dei paesi votanti che sono 192. Il ministro D’Alema che in questi mesi nei vari incontri ha convinto tutta l’Unione europea, è convinto che la risoluzione debba essere presentata all’Onu solo con l’obiettivo del successo. "Dai nostri contatti sappiamo che sono 94 i paesi che hanno firmato la dichiarazione, l’impegnativa" dice Maurizio Turco. Che aggiunge: "In più va calcolato il Sud Africa che si è offerto di essere capofila dei paesi africani. Insomma, dai nostri calcoli abbiamo la maggioranza. Entro il 18 giugno però vanno raccolte le firme". C’è poco tempo, appunto. E serve informazione.


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