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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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i giorni linkati sono quelli che contengono interventi )


martedì 27 febbraio 2007
ore 12:21
(categoria: "Vita Quotidiana")



Milano, l’alunno è troppo vivace: la maestra gli taglia la lingua

MILANO - Incredibile episodio in una scuola elementare milanese: una maestra di sostegno ha causato un taglio alla lingua di un alunno di sette anni, provocandogli "una ferita a tutto spessore" giudicata guaribile in dieci giorni. L’insegnante è stata denunciata per lesioni e sospesa dal lavoro. Il fatto, rivelato dal Corriere della Sera, è avvenuto il 20 febbraio scorso in una scuola della zona San Siro.

La maestra di sostegno, R.S. di 22 anni, si difende affermando che si è trattato di un incidente: in una sorta di gioco avrebbe avvicinato le lame delle forbici alla lingua del bimbo irrequieto ("Parli troppo, tira fuori la lingua, che te la taglio..."), ma il gioco è andato oltre le intenzioni e la lama è finita sulla lingua del piccolo, tagliandola. In quel momento la giovane insegnante aveva il controllo dell’intera classe, perché la maestra di ruolo si era brevemente assentata.

Il bambino, spaventatissimo, è stato portato in ospedale, dove i medici gli hanno praticato cinque punti di sutura, con prognosi di dieci giorni e obbligo di alimentazione liquida fino alla guarigione della ferita.

Secondo quanto confermato dall’avvocato Piero Porciani, che tutela la famiglia, da quel giorno il ragazzino è sotto choc e non è più voluto tornare a scuola. La mamma, inserviente in una mensa, ha dovuto lasciare il lavoro per stare accanto al piccolo. E ha presentato denuncia per lesioni contro l’insegnante avviando una causa contro l’istituto per ottenere il risarcimento dei danni morali e materiali.

"Siamo tutti increduli - commenta l’avvocato - E’ vergognoso pensare che a insegnare siano mandate persone non monitorate dai vertici scolastici. La ragazza era al primo anno di insegnamento, un bel biglietto da visita".


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lunedì 26 febbraio 2007
ore 17:47
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 26 febbraio 2007
ore 12:58
(categoria: "Vita Quotidiana")



La Corte dell’Aja accusa: "A Srebrenica fu genocidio"

L’AJA - A Srebrenica ci fu un genocidio, ma la Serbia non ha responsabilità. Questa la sentenza emessa oggi dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aja, il principale organo giurisdizionale dell’Onu, letta dal presidente, l’inglese Rosalyn Higgins. I giudici si sono pronunciati su una denuncia presentata da Sarajevo che ha accusato il regime di Belgrado di "uccisioni, saccheggi, violenze, torture, sequestri, detenzione illegale e sterminio" di cittadini non serbi della Bosnia, la maggior parte dei quali civili.

All’epoca della presentazione della denuncia, non era ancora avvenuto l’eccidio di Srebrenica del luglio 1995, quando più di ottomila tra uomini e ragazzi musulmani furono massacrati dall’esercito serbo-bosniaco, ma il paese era sotto assedio e le immagini delle condizioni dei detenuti nei campi di concentramento serbi erano già tristemente note all’opinione pubblica internazionale.

I giudici dell’Aja hanno, evidentemente, ampliato il periodo preso in esame per emettere il loro verdetto e non escludere quello che è considerato il più grave massacro dopo la seconda guerra mondiale.
Per evitare una sentenza di condanna la Serbia, nel maggio scorso, aveva chiesto alla Corte di respingere la causa intentata dalla Bosnia, dopo che in più occasioni politici serbo bosniaci avevano contestato anche la legalità e la legittimità della denuncia, poi invece confermata dalla stessa Corte dell’Aja.


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lunedì 26 febbraio 2007
ore 11:18
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 26 febbraio 2007
ore 11:02
(categoria: "Vita Quotidiana")



Tutte le tangenti sul caro estinto: "Così i morti fanno campare i vivi"
di PAOLO BERIZZI

BARI - L’MUERTFASCN cambà l’viv. L’addetto all’obitorio sfoggia un ghigno sardonico, un impasto di indulgente compiacimento levantino e di fiera autoassoluzione. Poi s’aggiusta il bracciale in acciaio tempestato d’oro. "I morti fanno campare i vivi". È la prima regola che ti insegnano. La più elastica. E così, tutti o quasi, in una sorta di lavacro collettivo in nome de l’terris, che a Bari sono i soldi, si sentono come autorizzati a muoversi con disinvoltura; a levarsi di dosso tormenti e imbarazzi di fronte ai morti.

Tutti vuol dire tutti: gli imprenditori delle onoranze funebri, i medici, gli infermieri, i barellieri, i necrofori, gli autisti delle ambulanze e i loro colleghi del soccorso stradale; i papaveroni degli ospedali pubblici e i centralinisti delle cliniche private. E poi le "sentinelle", gli amici, gli amici degli amici, i vicini di casa, i grandi e i piccoli pesci del collaudato sistema affaristico - molto abusivo, molto sommerso - che ruota attorno al "caro estinto".

Caro davvero. Perché mangiano in tanti. In barba alla legge che governa, o dovrebbe governare, la dura attività di Caronte. Prendono tangenti in cambio di una soffiata; spifferano il nome del morto alla ditta di servizi funebri; suggeriscono l’impresa amica ai parenti. Rubano soldi a chi non c’è più. Funziona così a Bari. In Puglia. In tutta Italia.

Ho collaborato una settimana con un’agenzia mortuaria barese. Sono una ventina. Lavorano tutte con buoni fatturati, e tutte con lo stesso sistema. Una settimana è abbastanza per capire come e quanto rende una morte fuor di listino e fuor di fattura. Per rendersi conto degli affari sporchi chiusi assieme alla bara; del marcio che precede, e accompagna, come lo definisce un collega in una delle nostre prime uscite, il "viaggio di sola andata".

La seconda regola la snocciola lui, davanti a un infermiere storicamente complice (lavora in un ospedale pubblico già toccato in passato da casi di tangenti sui morti). È un tipo sui 35 anni, vestito alla moda, orecchino, abbronzatura, dialetto torrenziale. Con le soffiate, dice, arrotonda, anzi, raddoppia, i 1.200 euro di stipendio. "Mondo era, mondo è, e mondo sarà", chiosa il mio compagno di lavoro prima di salutarlo. In pratica: le mazzette sui morti si pagano, si pagavano, e si pagheranno sempre. Qui la chiamano "caffè". "Se procuri il morto, hai il caffè pagato".

E anche bene. Il listino va dai 200 ai 500 euro. Cash. Ho visto banconote scivolare di mano in mano per strada, al bar, negli ascensori, lungo le rampe degli ospedali. Nei posti più banali dove si può saldare al riparo da rischi uno scambio di favori. Prima e dopo i funerali. Sono mazzette da tutti i giorni, briciole rispetto a quelle sui grandi appalti. Ma tanti granelli fanno una montagna.

La prima bustarella della settimana viene consegnata di martedì. È un modo ormai istituzionalizzato, e ampiamente condiviso, con cui l’impresa funebre unge chi si è adoperato per segnalare un decesso. Appena avvenuto o, in alcuni casi, imminente. L’imbeccata corre indisturbata sulle linee telefoniche, in colloqui occasionali per strada. Poi si paga il conto. Bar non elegante, quartiere Madonnella, alle spalle del lungomare. "Mò dobbiamo incontrare un amico, due minuti e abbiamo fatto". Una busta bianca, un po’ spiegazzata, con dentro 300 euro. Quattro banconote da 50, dieci da 10. Chi la riceve sembra farlo quasi svogliatamente: come se fosse un’abitudine, un passaggio burocratico automatico e persino un po’ scocciante.

Si parla del più e del meno al bancone del bar. "Oggi faccio il pomeriggio, voi quanti ne avete stesi?" (di morti). Lui fa il barelliere. Viene dal quartiere San Paolo, u Cep, come lo chiamano i baresi. Un tempo si arrangiava con attività meno nobili: scippi, furti, qualche spaccata, un po’ di parcheggio abusivo. "Ma oggi è tutto finito, non ci sta più niente... Meglio un lavoro onesto". È un modo molto personale di raccontare il passaggio dall’illegalità alla "legalità".

Il pomeriggio scorre tra un funerale e una cremazione. Adeguatamente oliate le due sentinelle: uno, un centralinista ospedaliero di pochissime parole, lo incontriamo per strada, dalle parti del sacrario militare di Japigia. L’altro, un infermiere non alle prime armi, più esuberante, riceve nell’androne di casa. Duecento euro ciascuno: "Grazie, ci vediamo. E una pizza, quando ce la dobbiamo fare?"

Soldi. Soldi, e oro. Oltre alle mazzette ci sono il denaro sfilato dalle tasche dei morti e gli effetti personali. Catenine, braccialetti, anelli, persino denti d’oro. La prassi è diffusa, collaudata. Chi arriva per primo sul cadavere fa tombola. "Spiccioli, niente di che... Cinquanta, massimo cento euro. Quanto vuoi che abbia addosso una persona normale?", minimizza un altro barelliere, davanti al Pronto soccorso. Gli avvoltoi delle "persone normali" sono vestiti da infermieri o da necrofori. Piombano sulla scena di un incidente stradale, anticipano il magistrato di turno e il medico legale. Oppure agiscono direttamente in obitorio. Alla svestizione della vittima, per legge, dovrebbero assistere un poliziotto o un carabiniere. Ma gli sciacalli molte volte hanno campo aperto. Un medico indicato come parte in causa aspira la sigaretta davanti alla macchina del caffè, un piano sotto il suo reparto: "Il modo lo trovano sempre, è diventato normale togliere qualcosa al morto. È sempre stato così, siamo a Bari... ".

Per assistere alla normalità bisogna non formalizzarsi. Soprattutto, ci vuole stomaco. Sette giorni tra cimiteri, nosocomi, pubblici uffici e luoghi privati dove si onoravano (si onoravano?) i defunti. O ci si preparava a farlo. Decessi una decina. Una ventina di "contatti". Telefonate, appuntamenti, frasi in codice. Strette di mano e sorrisi d’intesa. Mi faccio forza per entrare negli obitori. Quelli di tre ospedali. Il Policlinico (il più grande di Puglia e il secondo del Mezzogiorno dopo il Cardarelli di Napoli), il San Paolo e il Di Venere. E di cinque cliniche private. Assisto a un’autopsia, a una serie di svestizioni, pulizie e vestizioni della salma.
Un fascio di luce al neon. Odore denso di alcol e ammoniaca. Il corpo immobile e disteso, livido, freddo, di un uomo di 70 anni. È morto da un paio d’ore, per strada. I vestiti sono ammonticchiati in un angolo sopra una seggiola. Pantaloni, camicia, un gilet di lana, una giacca a vento. I parenti, due figli, restano fuori dalla palazzina anonima che ospita l’obitorio. C’è la possibilità di mettere le mani su: una collanina d’oro, un accendino apparentemente di scarso valore, e 20 euro saltati fuori dalle tasche. Lascio l’iniziativa a due addetti alla svestizione. Che non si fanno il minimo scrupolo, accennano, anzi, un sorriso. Ora tocca a noi.

In una saletta vicina, armati di ovatte, spugne, alcol, sali minerali, procediamo con la pulizia e la preparazione della salma. Si chiama tanatoprassi. La prima volta ti prendono i conati. Per quello che vedi e per quello che senti. Per il cinismo di chi tratta il cadavere, per l’aggravio di pena che gli viene riservata. Addio spiccioli, addio catenina. I parenti si ripresentano solo quando rivestiamo la salma.

Nessuna delle persone che incontro si prende mai il disturbo di dire che "i morti vanno rispettati". Magari lo pensano. Ma non lo dicono. Forse non ce n’è nemmeno bisogno. "Se fai questo mestiere, se vendi servizi funebri o se vendi i morti, oppure se, da dipendente del cimitero, dunque comunale, dunque stipendiato, li sotterri e per questo pretendi di essere pagato pure dalla famiglia - accade anche questo, come se coprire di terra la bara non fosse un obbligo ma un favore che il "becchino" rende ai parenti - se fai tutto questo - spiega un necroforo del Comune di Bari, inquadramento al sesto livello, 1.300 euro - a volte perdi di vista anche la morale minima".

Un pacchetto funebre completo costa in media 2.500 euro. Vestizione della salma; allestimento della camera ardente; bara; affissioni a lutto - che al Sud tirano quanto al Nord i necrologi sui giornali - ; fiori; trasporto del feretro; inumazione o tumulazione o cremazione tasse comprese (sono a parte solo il loculo e la muratura). Ci sono agenzie che ne chiedono anche 5mila. Ma la scelta dell’impresa non dipende tanto dal tariffario: è legata piuttosto e soprattutto al giro di conoscenze, al quartiere dove abita la famiglia del defunto, e a logiche non proprio limpide. Ricatti, anche.

"La borghesia sceglie tra due o tre ditte - spiega un collega navigato - Il ceto medio tra cinque o sei. Chi ha meno possibilità tra altre cinque. E poi c’è la malavita organizzata. Ogni clan ha la sua agenzia di riferimento. Quelli della Città vecchia vanno da uno, quelli del quartiere Libertà (oggi la zona a più alta densità criminale) da un altro, le famiglie d’onore di Japigia da un altro ancora. In molti casi la mafia offre protezioni e favori all’agenzia funebre. Trattamenti sempre ben ricompensati. Anche nelle periferie. San Girolamo, Enziteto, Ceglie, Carbonara. Lì piangono i loro morti sparati e li affidano sempre alle stesse imprese".

I 3mila morti l’anno a Bari e provincia fanno la fortuna di molti. Anche dei clan. Uno dei colonnelli del decapitato cartello di Japigia ha investito, dietro il paravento dei prestanome, quote sostanziose in una nota agenzia. Altri si limitano a metterci lo zampino, a controllare che i morti finiscano nelle bare giuste, quelle raccomandate dagli uomini d’onore. In certi casi, avviene a Carbonara, impongono alle famiglie di affidarsi solo a certe imprese. La "mia" ditta, apparentemente, non sta sotto l’ombrello di nessuno.
Ma chissà. Un servizio completo, 2.500 euro. Da togliere i costi delle spese. E la tangente, certo. Duecento euro, la richiesta minima.

Duecentocinquanta, quella ritenuta più adeguata. Il mio capo: "La chiedono tutti, gli addetti agli obitori e gli infermieri. E anche i medici. Gente che guadagna 4 o 5mila euro. E che non si accontenta. Telefonano, avvisano. A volte lo fanno attraverso gli infermieri e le segretarie, perché loro hanno paura di sporcarsi le mani". Scremato di spese e bustarelle, ogni morto rende un migliaio di euro a chi paga la tangente (le imprese), e 250-300 a chi la riceve (gli informatori).
Arriva una telefonata da Carbonara. È un medico. Giovane e in carriera. "Vedi che è morta...". Seguono nome e cognome della defunta. È un’anziana. Si è spenta in casa. Pronti, e via. Si parte. Funziona così.

La sentinella avvisa, dà il nome e l’indirizzo, e l’impresa si attiva: scatta la telefonata: "Pronto, è la famiglia...? Buongiorno, condoglianze...". Non sono momenti dove in casa si è proprio lucidi. Il primo che arriva, di regola, si becca il servizio. E prepara i soldi per il caffè. "Questo è un bel regalo...", mi dice l’autista del carro funebre. Si riferisce alla soffiata. Gli chiedo spiegazioni. Perché quella telefonata è considerata imprevista e foriera di tanta grazia? Risposta: "Perché questa settimana non sarebbe il nostro turno". Mi si schiude un nuovo scenario. Un altro. Apprendo che in uno degli ospedali dove siamo stati c’è addirittura un sistema di rotazione delle mazzette. Ogni settimana gli uccellini fanno lavorare una ditta. Le altre aspettano. È il turn over del caffè. Bisognerebbe rispettarlo - "un po’ per uno e non si fa torto a nessuno", taglia corto uno dei beneficiari del pizzo - ma non importa. Se ti chiamano, vai. "Bisogna pur campare, o no?".

Campare. La parola è sulla bocca di tutti. È in assoluto, ed è un bel paradosso, la più ricorrente nella catena della fabbrica dei morti. Cosa non si fa per campare? ti chiedi. La domanda negli anni scorsi se l’è posta anche la magistratura barese. Un primo scandalo una decina di anni fa. Un rigurgito nel 2005. Indagati, arresti. Poi tutto come prima. Come sempre. Alle Molinette di Torino i finanzieri filmano gli addetti all’obitorio mentre prendono i soldi davanti alla salma. A Bari, volendo, si potrebbe girare un film a puntate. La mazzetta sul caro estinto si è irrimediabilmente annidata nelle pieghe della città. Al cimitero un sole tiepido scalda le lapidi, il morto è appena stato inumato. Piangono i parenti, il carro funebre ha il motore acceso. Siamo nel cortile alle spalle del locale che ospita le celle frigorifere. Via vai chiassoso di gente. Sguardo d’intesa tra il becchino che ha appena riposto la pala e un parente con l’aria del capofamiglia.

Il becchino, mi raccontano, è uno al quale conviene non dire di no. Ha amicizie pesanti, molto poco raccomandabili. I cento euro passano da mano a mano. Non è una mancia, non è un segno di gratitudine; nemmeno un disturbo da onorare. È proprio una tangente imposta. Fa così con tutti. Il sistema malato è ormai in necrosi. "Meglio per la famiglia, se paga", avverte un uomo che fa le pulizie. La cerimonia funebre si è conclusa. È pronto il caffè. Anche stavolta il morto fa campare i vivi. "Che bisogno c’era di disturbarsi?", chiedo al parente del defunto. E lui, indicando il necroforo: "Mè, e che vuoi da me? Quello è un bravo guaglion. È solo un poco particolare, hai capito o no?"


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sabato 24 febbraio 2007
ore 11:42
(categoria: "Vita Quotidiana")



Gli Usa non rinunciano alle ’cluster bomb’: respinta la proposta di messa al bando

OSLO - Gli Stati Uniti non intendono rinunciare alle bombe a grappolo, e respingono la proposta di metterle al bando dal 2008, così come chiesto oggi a Oslo da 46 Paesi di tutto il mondo. Lo ha ribadito il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Sean McCormack: Washington "conferma che queste munizioni continueranno a far parte dell’arsenale statunitense e saranno usate rispettando appropriate regole di ingaggio".

La Conferenza internazionale per la messa al bando delle cosiddette "cluster bomb", le munizioni a grappolo, si è chiusa venerdì 23 dopo due giorni di lavoro, sotto gli auspici di sei agenzie delle Nazioni Unite e di almeno 50 organizzazioni della società civile di tutto il mondo. All’incontro hanno partecipato delegazioni ufficiali di 48 Paesi, impegnate nella stesura di un nuovo trattato che dovrà essere pronto entro il 2008.

Il ministro degli Esteri norvegese, Jonas Gahr Stoere, nell’aprire i lavori si era detto fiducioso di raggiungere l’obiettivo "condiviso" di vietare "finalmente" l’uso di questi ordigni che causano "sofferenze inaccettabili" alle popolazioni civili. Si tratta di ordigni che, nell’impatto al suolo, disseminano centinaia di munizioni più piccole: molte restano inesplose nel terreno, pronte a scoppiare quando urtate inavvertitamente. I rapporti delle principali organizzazioni umanitarie mostrano come che il maggior numero di vittime di questi ordigni è tra la popolazione civile, soprattutto tra i bambini.

Le conseguenze di queste munizioni, ricorda la ’Cluster Munition Coalition (Cmc)’, sono visibili in molti Paesi teatro anche di recenti conflitti: Afghanistan, Kosovo, Libano, Iraq. Nonostante molti Paesi - Gran Bretagna, Stati Uniti, Russia, India, Cina, Canada e Francia - abbiano ancora questi ordigni nei loro arsenali, il consenso attorno a una moratoria sulle bombe a grappolo è cresciuto nel corso dell’ultimo anno. Il Belgio è stato il primo Paese a metterle al bando, seguito dalla Norvegia cui va il merito di avere promosso un’iniziativa internazionale per arrivare a una moratoria.

Ma alla riunione di Oslo non hanno preso parte gli Stati Uniti, una scelta dovuta al fatto che Washington ritiene che sia un’altra la sede adeguata per la trattativa. McCormack ha spiegato che gli Usa si stanno già muovendo con altre iniziative, e ha sottolineato che la sede che Washington ritiene più adatta al negoziato è la "Convention on Certain Conventional Weapons", che ha già messo a punto un trattato sottoposto dall’amministrazione Bush al Senato.


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sabato 24 febbraio 2007
ore 11:11
(categoria: "Vita Quotidiana")





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sabato 24 febbraio 2007
ore 10:31
(categoria: "Vita Quotidiana")



Nella hit parade degli scrittori classico batte contemporaneo
Fra i primi venti solo il libro di un vivente: Cent’anni di solitudine
di ENRICO FRANCESCHINI

LONDRA - Classici battono contemporanei dieci a zero. O giù di lì. Non si tratta di calcio, bensì di letteratura: un sondaggio tra 125 scrittori americani, inglesi e australiani per scoprire quali sono i romanzi più belli di tutti i tempi, i dieci libri che ognuno dovrebbe portare con sé su un’isola deserta, o al limite anche su un’isola abitata, insomma i libri da non perdere. Ebbene, gli scrittori di oggi hanno scelto, quasi esclusivamente, scrittori di ieri, o anche di ieri l’altro.

La letteratura dell’Ottocento stravince questa speciale graduatoria, con gli scrittori russi che occupano in maggioranza le primissime posizioni e uno su tutti che risulta, per così dire, il campione del mondo: Lev Tolstoj, che con i suoi due capolavori "Anna Karenina" (primo posto) e "Guerra e pace" (terzo), conquista due delle prime tre piazze.

Segno che gli scrittori contemporanei non hanno una grande opinione dei libri che loro stessi scrivono? Il sospetto è legittimo. Martin Amis, Ian Mc Ewan e Salman Rushdie, per citare tre di quelli più stimati dalla critica e più premiati dalle vendite, hanno ricevuto appena un pugno di citazioni dai centoventicinque intervistati, che comprendevano gli stessi Amis, Mc Ewan, Rushdie, e tra gli altri Norman Mailer, Stephen King, Tom Wolfe.

Alle spalle di Tolstoj, in seconda posizione, si è classificato un altro grande classico dell’Ottocento, Flaubert, con "Madame Bovary". La lista dei primi dieci è completata, nell’ordine, da "Lolita" di Vladimir Nabokov, "Le avventure di Huckleberry Finn" di Mark Twain, "Amleto" di Shakespeare, "Il grande Gatsby" di Francis Scott Fitzgerald, "Alla ricerca del tempo perduto" di Marcel Proust, "I racconti" di Anton Checov e "Middlemarch" di George Eliot. Trai primi venti, c’è un solo scrittore vivente: Gabriel Garcia Marquez, con "Cent’anni di solitudine", il romanzo che ha fatto vincere allo scrittore colombiano il premio Nobel per la letteratura e che ha affermato nel mondo la narrativa latinoamericana.

I risultati del sondaggio diventeranno a loro volta un libro, intitolato "Top ten" (I primi dieci). Prima ancora di leggerlo, ognuno di noi può chiedersi se è d’accordo con la classifica compilata dagli scrittori e domandarsi quali sono i nostri personali "top ten", i dieci libri da non perdere, quelli che bisogna assolutamente aver letto. Chissà se anche i non addetti ai lavori preferirebbero i classici ai contemporanei.


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venerdì 23 febbraio 2007
ore 15:40
(categoria: "Vita Quotidiana")



Addio a Giovanni Ferrara: intellettuale laico, amico dei giovani

PAVIA - E’ morto stamattina Giovanni Ferrara, per molti anni editorialista di "Repubblica", più volte parlamentare repubblicano, tra i più stimati intellettuali laici italiani, negli ultimi anni appassionata voce della sinistra più indipendente e critica. Ma, con la politica, la sue vere vocazioni sono state l’insegnamento e il colloquio con i giovani.

Ed è stato parlando ai giovani, sabato scorso, che si è sentito male a Pavia, nel corso di una serata della Scuola di formazione politica di "Libertà e Giustizia". Si è alzato, ha chiesto la parola e ha fatto un intervento - molto applaudito - per chiedere che la sinistra non si dimentichi degli ultimi, che abbia anzitutto a cuore il destino di chi ha una vita non facile, che non tradisca mai la sua storia. Si è seduto, ha mormorato "C’e qualcosa che non va" e ha guardato per l’ultima volta la compagna della sua vita, Sandra Bonsanti, che di "Libertà e Giustizia" è la presidente. Poi ha perso conoscenza ed è stato portato al Policlinico San Matteo dove gli è stata diagnosticata una grave emorragia cerebrale. Con lui, in questi giorni di agonia, sono sempre stati i figli Valentina e Benedetto, giornalista di "Repubblica".

Giovanni Ferrara viveva da molti anni a Firenze, in Oltrarno, ma era profondamente legato alla sua città, Roma, dove era nato nel 1928. Una famiglia che ha segnato il ’900, quella dei Ferrara. Il padre Mario, avvocato e antifascista, fu collaboratore e amico di Giovanni Amendola. Il fratello Maurizio, nato nel 1921 e scomparso alcuni anni fa, inviato a Mosca e poi direttore dell’"Unità", era tra i più ascoltati collaboratori di Palmiro Togliatti. Due nipoti, Giuliano e Giorgio, sono rispettivamente fondatore del "Foglio" e notissimo polemista il primo, apprezzato regista teatrale e cinematografico l’altro.

Giovanni Ferrara dedicò invece gran parte della sua vita allo studio e all’insegnamento, soprattutto con la docenza di Storia Antica all’università di Firenze. Tra i molti saggi, i più importanti furono su Giulio Cesare e Tucidide.

Come pubblicista collaborò con il "Mondo" di Pannunzio, passando poi a "l’Espresso" di Arrigo Benedetti e di nuovo al "Mondo"quando Benedetti tentò di ridare vigore da Firenze alla storica rivista. Fu anche direttore della "Voce Repubblicana" negli anni Settanta. Amico fin dall’adolescenza di Eugenio Scalfari, dalla fondazione di "Repubblica" entrò nella squadra degli editorialisti del giornale.

Nel 1983 scrisse per la Rusconi "Apologia di un uomo laico". Negli ultimi anni ha pubblicato per Sellerio i racconti "Il senso della notte", "La visione" e "La sosta". Uscirà tra breve, postumo, un libro dedicato proprio al fratello Maurizio.

L’attività politica. Laico intransigente, fu per molti anni dirigente del Pri, vicino a Visentini e Ugo La Malfa. Nel 1991 venne eletto al Senato a Milano, subentrando a Giovanni Spadolini, nominato senatore a vita. L’anno dopo venne rieletto al Senato a Firenze, sempre per il Pri.

Nel ’94 ruppe con Giorgio La Malfa, di cui era stato il più ascoltato consigliere, perché coinvolto in Mani Pulite, e si schierò più a sinistra. Entrò in consiglio comunale a Firenze, dove per il Pri restò dal 1990 al 1995, poi diventò direttore del Circolo Viesseux, una delle principali istituzioni culturali fiorentine, in qualche modo continuando l’attività di Alessandro Bonsanti, padre di Sandra, animatore della vita culturale e letteraria italiana e infine sindaco della città

Dal ’96 visse per qualche anno a Livorno dove Sandra Bonsanti, per molti anni inviato e commentatore politico di "Repubblica", era stata chiamata a dirigere il "Tirreno". E sempre con Sandra ha seguito fino all’ultimo da vicino "Libertà e Giustizia", argine culturale e di movimento alla deriva berlusconiana, giudicata da Ferrara un pericoloso populismo capace di degenerare in forme di democrazia autoritaria.


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venerdì 23 febbraio 2007
ore 11:26
(categoria: "Vita Quotidiana")



«I conti pubblici sono migliorati dopo anni consecutivi di deficit di spesa sotto Berlusconi, la fiducia dei mercati è cresciuta, le liberalizzazioni hanno stimolato la concorrenza, la finanziaria ha dato buoni risultati. Ora le dimissioni di Prodi rischiano di far affondare il Paese in una paralisi politica proprio mentre la sua economia stava cominciando a rimettersi in moto».

Wall Street Journal, editoriale 22 febbraio


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