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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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i giorni linkati sono quelli che contengono interventi )


venerdì 9 febbraio 2007
ore 17:41
(categoria: "Vita Quotidiana")



Morta la radicale Adele Faccio
Nota per le sue battaglie per i diritti civili negli anni ’70, soprattutto a favore della legge sull’introduzione dell’aborto

ROMA- È morta ieri a Roma Adele Faccio, deputata radicale nella settima e ottava legislatura, nota per le sue battaglie per i diritti civili negli anni ’70. Aveva 86 anni. L’annuncio della morte, «a funerali avvenuti, per espresso desiderio dei congiunti», arriva dalla Lega per i diritti sessuali della persona.

«L’Italia dei cittadini - si legge nella nota - ha perso una formidabile assertrice del diritto, le donne l’alleata appassionata, gli omosessuali una sostenitrice, il partito radicale una figura di spicco, la lega per i diritti sessuali della persona ha perso la sua presidente». Nel comunicato si sottolinea che Adele Faccio, «con le sue battaglie per i diritti civili, ha contribuito a migliorare la nostra Repubblica. Di lei - conclude la nota - sentiremo tutti la mancanza».

Nata a Pontebba, il 13 novembre 1920, esponente del Partito Radicale, la Faccio divenne nota al grande pubblico negli anni Settanta per le sue lotte a favore della legge sull’introduzione dell’aborto in Italia. Il 26 gennaio 1975 ad una manifestazione politica tenuta al Teatro Adriano a Roma, la Faccio, all’epoca presidente del Partito Radicale, dichiarò pubblicamente di aver interrotto volontariamente una gravidanza. Fu immediatamente arrestata dalla polizia, in quanto l’aborto volontario era in quel momento ancora un reato. Nel 1989 fu una dei fondatori dei Verdi Arcobaleno


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venerdì 9 febbraio 2007
ore 13:54
(categoria: "Vita Quotidiana")



Insultata dai compagni di scuola perché rifiuta la gita a Predappio
di ANNA MARIA LIGUORI

ROMA - Aggredita e presa violentemente in giro dai suoi compagni di classe, un gruppetto di "destra", perché ha detto no a una gita scolastica a Predappio, perché non se la sentiva di andare in visita "nei luoghi di Mussolini", dove il Duce è sepolto, lei che ha avuto il nonno ebreo polacco in un campo di concentramento per tre anni e che ha sentito i suoi racconti di unico sopravvissuto dell’intera famiglia. Sara (nome d’invenzione), 12 anni e mezzo, alunna di una scuola media a Talenti, non ha retto al dolore di questo tradimento collettivo ed è tornata a casa in lacrime e sotto shock, raccontando tutto a mamma e papà.

I genitori hanno così scritto una lettera al preside dell’istituto, alla professoressa d’italiano, storia e geografia presente in classe durante l’aggressione, al presidente del IV Municipio Alessandro Cardente e al sindaco Walter Veltroni "non per andare contro qualcuno - scrivono - ma per non tacere fatti razzisti e xenofobi come questo".
E i fatti sono questi. "Tutto è cominciato il 30 gennaio scorso - spiega la madre di Sara - quando la professoressa ha chiesto alla classe di scegliere una meta per una gita scolastica di 3 giorni. Nessuno avanzava proposte, tranne alcuni studenti che chiedevano di effettuare una gita scolastica a Predappio. Subito una minoranza di alunni si è dimostrata contraria, tra loro mia figlia e una sua amica. Premetto che sia mia figlia che la sua compagna frequentano regolarmente il corso di religione perché noi non siamo di fede ebraica". La gita a Predappio non passa e tutto sembra finito lì.

Ma pochi giorni dopo, il 2 febbraio, in classe si torna sull’argomento insieme alla professoressa. "È stato allora che nostra figlia e la sua amichetta sono state apostrofate con veemenza da alcuni compagni i quali le incolpavano di aver fatto fallire il progetto - spiega il padre di Sara - le hanno incalzate pretendendo motivazioni riguardo al loro voto contrario. I toni si sono accentuati sempre più, senza che l’insegnante riuscisse a mitigarli ed a preservare le ragazze dagli attacchi ingiustificati dei compagni, al punto che alcuni di loro hanno chiesto a nostra figlia cosa avesse contro Mussolini. Sara ha risposto di non avere interesse a visitare un luogo "alla memoria di Mussolini" il quale, dopo le leggi razziali, aveva istituito, tra gli altri, il campo di concentramento di Ferramonti a Cosenza, nel quale il proprio nonno di origine ebraica, aveva trascorso circa tre anni. E a quel punto Sara ha anche fatto di più: ha proposto Ferramonti come alternativa a Predappio".

Si è scatenato il putiferio, il gruppetto pro Predappio non ha lasciato cadere la questione tanto che Sara, in un ultimo tentativo di difesa, ha chiesto ai compagni "come vi sentireste voi se parte della vostra famiglia fosse stata uccisa nei campi di sterminio?". Il gruppetto di "destra" non si è più tenuto. "Sono volate risposte di scherno espresse volgarmente da alcuni compagni - continua la madre di Sara - tanto che nostra figlia e la compagna sono uscite dalla classe in lacrime, senza peraltro ricevere conforto alcuno da parte dei presenti. Tornate in classe l’unica "buona parola" è venuta da un compagno, il quale ha ammonito nostra figlia "di non farla tanto lunga", ricordandole che non doveva lamentarsi poi tanto, in quanto poteva usufruire in Italia dell’assistenza sanitaria e dell’istruzione pubblica".

I genitori di Sara sono stati immediatamente ricevuti dal preside della scuola, presente la professoressa d’italiano davanti alla quale sono avvenuti gli scontri. "Entrambi hanno immediatamente capito la situazione e si sono impegnati a tenere la situazione sotto controllo - conclude il padre di Sara - anzi la professoressa nei giorni successivi ha anche portato da leggere ai ragazzi il libro di Primo Levi "Se questo è un uomo". Ma io credo che i sostenitori della gita a Predappio siano rimasti fermi sulle loro posizioni di colpevolezza e che non abbiano capito la gravità di quanto hanno fatto a mia figlia. Sara è l’unica per ora a pagarne le conseguenze".


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venerdì 9 febbraio 2007
ore 11:40
(categoria: "Vita Quotidiana")



"Italia, impara a mangiare". Il governo contro il junk-food
di LICIA GRANELLO

Italiani pigri e sovrappeso. L’ultima indagine voluta dalla Commissione Europea mette in castigo adulti e bambini, giudicati i più grassi d’Europa. Il governo corre ai ripari: il ministro della Salute Livia Turco ha attivato una task force interministeriale contro junk food, fumo, alcol e sedentarietà. "Guadagnare salute" verrà presentato a fine mese al Consiglio dei Ministri, per diventare operativo nel più breve tempo possibile.
Spiega il ministro: "Molti nemici della salute si possono prevenire non fumando, mangiando in modo sano ed equilibrato, non abusando dell’alcol e ricordando che l’organismo richiede movimento fisico. I provvedimenti puntano a migliorare conoscenza e pratica dei corretti stili di vita".

Mangiamo troppo, mangiamo male, non facciamo attività fisica, beviamo e fumiamo in abbondanza. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, quasi nove decessi su dieci e oltre il 75% della spesa sanitaria in Europa e in Italia sono legati alle cosiddette patologie-killer - malattie cardiovascolari, tumori, diabete, affezioni respiratorie croniche, disturbi mentali e muscoloscheletrici - che hanno come anamnesi comune stili di vita sbagliati.

L’ultima ricerca realizzata per la Commissione Europea in materia di alimentazione ci relega all’ultimo posto in Europa per attività fisica, coscienza dei pericoli legati all’obesità, tempo dedicato a sport e tempo libero all’aria aperta. In compenso, siamo in testa alla disgraziata classifica delle ore passate seduti - davanti al computer o alla tv, poco importa - e primi per numero di bambini obesi. Primati tanto più pericolosi se è vero che non ce ne rendiamo assolutamente conto: il rapporto "Food&health" svela che gli italiani non ritengono di avere figli sovrappeso, né di trascorrere troppo tempo in poltrona.

Il progetto si articola in quattro piani strategici: alimentazione, attività fisica, lotta al fumo e all’abuso di alcol e si traduce in una rete di tanti piccoli interventi virtuosi che coinvolgono una decina di ministeri. Si va dal divieto di regalare latte artificiale nei reparti di ostetricia alle agevolazioni fiscali per le pratiche sportive di bimbi e ragazzi, su su fino all’ora di salute da inserire nei programmi scolastici e agli spot per incentivare il consumo di verdura (metà degli italiani la ignora completamente). Scorrendo gli ultimi dati, la diagnosi del sottosegretario Antonio Gaglione, cardiologo interventista, tra i responsabili del progetto, è impietosa: "Mangiamo troppi carboidrati complessi, pane, pasta, dolci, e poi bistecche, fritti e bibite gassate. A consumare le benedette cinque porzioni di frutta e verdura quotidiane è il 5% degli italiani. Un disastro. E come se non bastasse, non muoviamo un passo, idem i nostri bambini. Mica bisogna fare acrobazie sportive per mantenersi in forma: la strada è palestra, il pavimento attrezzo, basta volerlo".
Se manca la buona volontà individuale, gli investimenti collettivi riescono addirittura sconfortanti. In Francia il ministero dell’Istruzione stanzia circa 77 euro per l’attività fisica di ogni studente, in Gran Bretagna il valore cala drasticamente a 14 euro. Da noi, oggi non arriviamo a 50 centesimi di euro. Risultato: bambini sempre più pigri e paffuti, che spendono 70 calorie all’ora guardando la tv contro le 250 di una passeggiata.

L’intersettorialità del progetto dovrebbe riparare a questo e altri errori clamorosi nel nostro rapporto tra cibo, movimento e salute. Così, Uisp e ministero del Lavoro hanno appena varato "Diamoci una mossa", campagna scolastica che coinvolge alunni e genitori di mille classi primarie di tutta Italia, avendo come simbolo una doppia piramide: quella alimentare e quella dell’attività fisica. "Meglio prevenire che curare", sostiene la Turco. Sembra un concetto banale, e invece è più o meno il contrario di quanto sostengono i suoi colleghi in Spagna e Inghilterra. "Paesi come la Gran Bretagna sembrano aver imboccato una via punitiva verso chi stenta ad abbandonare vizi o cattive abitudini pur essendo stati avvertiti dei rischi correlati: penalizzazioni sulle cure per un disturbo cardiaco o un cancro nei confronti di fumatori incalliti, idem per gli alcolisti o per gli obesi. Noi vogliamo mantenere intatto il principio del diritto alla cura. Ma oggi la scienza ci mette davanti a una potenziale rivoluzione nell’approccio alla tutela della salute: la prevenzione primaria diventa l’arma più importante. Questo deve diventare anche il nostro obbiettivo".


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venerdì 9 febbraio 2007
ore 11:06
(categoria: "Vita Quotidiana")





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venerdì 9 febbraio 2007
ore 10:29
(categoria: "Vita Quotidiana")





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giovedì 8 febbraio 2007
ore 18:16
(categoria: "Vita Quotidiana")



Basta col bianco candido, la cascata diventa a colori: succede in West Virginia, negli Stati Uniti, dove Rich Demary, abitante a Rivesville, da otto anni allieta i suoi concittadini colorando i ghiaccioli della cascata che scorre lungo la strada statale 19. Nessun allarme: usa solo coloranti alimentari diluiti in acqua



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giovedì 8 febbraio 2007
ore 12:27
(categoria: "Vita Quotidiana")



Scienziato russo abbandona l’Italia: "Troppi ostacoli dalla Bossi-Fini"
di TERESA MONESTIROLI

MILANO - Bulat Sanditov è sfinito. La burocrazia italiana gli ha spento l’entusiasmo, la legge Bossi-Fini gli ha tolto la speranza di riabbracciare sua moglie. E così, dopo aver lottato per un anno frugando nelle pieghe della legislatura per restare nel nostro paese regolarmente, ha deciso di rinunciare. Domenica lascerà l’Italia, destinazione Olanda.

Bulat Sanditov non è uno dei tanti immigrati clandestini in cerca fortuna, ma un giovane e promettente ricercatore russo, con due dottorati in tasca e una brillante carriera accademica davanti, che ha vinto una borsa di studio all’università Bocconi. Olga, sua moglie, a Mosca fa l’avvocato, ma era disposta a lasciare il suo paese, a rimettersi a studiare e ricominciare tutto da capo, lontana da casa, pur di stare vicino a suo marito. Anche perché ad aprile nascerà il loro primo figlio.

"Too much" (troppo) dice Bulat con un sorriso malinconico mentre impacchetta le ultime cose che ha lasciato nella stanza al primo piano del Cespri, il centro per la ricerca sull’innovazione e l’internazionalizzazione della Bocconi dove per diciotto mesi ha affiancato il professor Francesco Lissoni, direttore del centro, nel censimento dei brevetti universitari in Europa costruendo un complesso database. "È un anno che combatto, un anno passato tra uffici della questura e della prefettura a chiedere informazioni, a consegnare documenti. It is too much - sospira il ricercatore - . Mi dispiace partire, ma in Olanda le trafile burocratiche sono state molto più semplici e veloci: ho già un permesso di soggiorno. Con la Bocconi continuerò a collaborare, ma a distanza".

Bulat ha trent’anni ed è nato a Ulan Ude, una cittadina della Siberia sul lago Bajkal, quasi al confine con la Mongolia. Laureato all’università di Novosibirsk, ha preso due dottorati di ricerca: il primo in fisica della materia a Mosca, l’altro in economia a Maastricht. Un curriculum invidiabile. "Alla fine del secondo dottorato mi hanno offerto una borsa di studio a Milano e una a Strasburgo. Ho scelto la Bocconi perché conoscevo già il Cespri e mi interessava molto la loro ricerca. Non ero mai stato in Italia e mi è piaciuta moltissimo. Ma ho avuto troppo problemi".

Il calvario di Bulat inizia nell’agosto del 2005. Dopo un primo mese di assestamento, inizia le pratiche per ottenere un permesso di soggiorno regolare. Ad aiutarlo ci sono la segretaria del Cespri e il direttore del centro Francesco Lissoni che, più volte, se ne occupa personalmente. "Come borsista a contratto ricade nella categoria dei lavoratori autonomi, quindi fuori delle quote della legge Bossi Fini - racconta il professore Lissoni - . Nessuno sapeva come fargli avere il permesso di soggiorno. La legge infatti è talmente vaga che lascia spazio a molte interpretazioni". "Sono partito dalla direzione provinciale del lavoro - spiega Bulat - perché dovevano verificare che il contratto della Bocconi fosse regolare. Poi mi hanno detto che dovevo andare in prefettura per avere un visto regolare. Ho lasciato tutti i documenti richiesti e ho aspettato tre mesi, senza ottenere nessuna risposta". A quel punto tutto il centro di ricerca si mette in moto per aiutarlo.

Telefonate senza risposta, code agli sportelli, gimcane fra gli uffici, raccomandazioni di amici. Finalmente il 17 dicembre 2005 arriva il permesso di soggiorno. Dopo tanta fatica, al dipartimento si festeggia: il visto viene fotocopiato e appeso nella stanza di Lissoni dove sta ancora oggi. Bulat tira un sospiro di sollievo pensando che il peggio sia passato. Ma non è così. A gennaio inizia ad informarsi sul ricongiungimento familiare. Sua moglie Olga è stata a Milano solo tre mesi, con un visto turistico, poi è dovuta ripartire.

"Anche questa volta la trafila è lunghissima - continua Bulat - . Sono riuscito ad ottenere la mappa catastale dell’appartamento necessaria per dimostrare che la casa è abbastanza grande da poter ospitare anche mia moglie, ma mi sono arenato sul modello unico per la dichiarazione dei redditi. Io pago le tasse in Russia e non ho mai fatto il modello unico". "Abbiamo proposto alla questura di accontentarsi del contratto della Bocconi ma non c’è stato verso - spiega il professor Lissoni - . Anche io ero sfinito e stava diventando imbarazzante continuare a chiedere aiuto agli amici.

Così abbiamo rinunciato. Ma la prossima volta che decido di prendere un ricercatore dall’estero mi procuro prima un buon avvocato. Perché il problema non sono mai state le persone, ma la legge. In questo anno abbiamo incontrato funzionari gentilissimi che si sono fatti in quattro per cercare di aiutarci, ma la Bossi-Fini prende in considerazione solo due categorie: i professori con una cattedra o gli assegni di ricerca. E tutte le altre forme di contratto?". E sospira: "Peccato, perché Bulat è davvero uno come ce ne sono pochi".


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giovedì 8 febbraio 2007
ore 12:06
(categoria: "Vita Quotidiana")


NOOOOOOO!!!!!!!!!!


Clima torrido, a rischio Chianti e Brunello
Il riscaldamento globale avrà effetti nefasti sul clima. E nel giro di un secolo la Toscana potrebbe non produrre più i suoi vini pregiati

FIRENZE - Nel giro di neppure un secolo, a causa del clima, il Brunello di Montalcino, il Chianti Classico e il Nobile di Montepulciano rischiano di estinguersi. Potrebbero infatti non esserci più le condizioni climatiche che oggi caratterizzano quelle zone di produzione. È lo scenario apocalittico che viene fuori dallo studio «Effetto della variabilità meteoclimatica sulla qualità dei vini», realizzato nel 2006 dall’ università di Firenze e diffuso dall’agenzia Winenews.

LO STUDIO - Lo hanno condotto Simone Orlandini, Giampiero Maracchi, Marco Mancini del Dipartimento di Scienze Agronomiche e Gestione del Territorio Agroforestale; Gaetano Zipoli e Daniele Grifoni dell’Istituto di Biometeorologia del Cnr di Firenze. Secondo quanto affermato dal World Economic Forum all’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change), dall’Onu alla Consultative Group on International Agricultural Research (Cgiar) il progressivo aumento dell’effetto serra, accelerato da processi di antropizzazione sempre più aggressivi, provocherà gravi anomalie climatiche, facendo crescere, entro il 2100, la temperatura della terra da 1,8 a 4 gradi centigradi, sulla fine del secolo precedente. Una tendenza verso un aumento delle temperature che, nell’ultimo secolo, ha interessato anche il nostro Paese, con un aumento termico dell’ordine di 1,2 gradi centigradi (secondo la rilevazione del gruppo di Climatologia storica dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (Isac) del Cnr di Bologna.

VINO E GLOBAL WARMING - Fra le molte conseguenze del «global warming», anche il cambiamento della geografia enologica mondiale, con un progressivo innalzamento della latitudine ideale per la pratica della viticoltura, che interesserà, inevitabilmente, anche i terroir dell’eccellenza enologica toscana. Questo stesso fenomeno, oggi, ha anche degli aspetti positivi. A partire, dagli anni Ottanta, infatti, il livello qualitativo dei vini delle tre grandi denominazioni toscane - sempre secondo lo studio realizzato nel 2006 dall’ università di Firenze - ha fatto registrare apprezzabili incrementi, non solo imputabili ai progressi della viticoltura e dell’enologia, ma anche alle particolari condizioni climatiche, soprattutto in termini di più elevata disponibilità termica. Ma in futuro, la tendenza incrementale delle temperature attualmente in atto, insieme alla riduzione delle precipitazioni, porterebbe ad un’eccessiva disponibilità termica, con gravi ripercussioni sulla disponibilità idrica, che metterebbe a rischio la compatibilità dei tre territori toscani con una soddisfacente attività vitivinicola.


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giovedì 8 febbraio 2007
ore 11:47
(categoria: "Vita Quotidiana")



"Stamperemo ancora il Nyt tra 5 anni?
Non me ne importa: in Rete siamo già leader"

ROMA - "Non so davvero se stamperemo ancora il Times tra cinque anni, e, se vuole proprio saperlo, non me ne importa. Internet è un posto meraviglioso e noi lì siamo leader". E’ la posizione dell’editore del New York Times, Arthur Sulzberger, in un’intervista pubblicata oggi dal quotidiano israeliano Haaretz.

Il sito web del New York Times è salito al milione e mezzo di visitatori al giorno, contro l’1,1 milioni di abbonati all’edizione cartacea. Di contro, da quattro anni la società editrice del quotidiano registra bilanci in rosso (la settimana scorsa, il gruppo ha dichiarato una perdita di 570 milioni di dollari causata da una sua testata, il Boston Globe).

Perdite che affrettano i tempi di transizione dal cartaceo alla Rete, ammette Sulzberger. "Il New York Times è in viaggio - spiega l’editore - e questo viaggio finirà quando la società smetterà di stampare il giornale. Quella sarà la fine della fase di transizione".

E’ un processo che ha portato di recente, ad esempio, ha ricordato Sulzberger, a fondere i desk redazionali del giornale stampato e di quello online. E’ anche un processo, ha spiegato ancora l’editore, "che deve fare i conti con le resistenze professionali, con la sfida della raccolta pubblicitaria e con le conseguenti pressioni degli inserzionisti, con la concorrenza dell’informazione capillare, incontrollabile, globale e gratuita dei blog, dell’adeguamento alle sempre nuove piattaforme tecnologiche su cui vengono veicolate le notizie".

Ma è un processo che porterà gli editori ad abbattere i costi in modo significativo. "I costi non sono neanche lontanamente paragonabili a quelli della carta stampata - assicura Sulzberger - L’ultima volta che abbiamo fatto un grosso investimento nella carta stampata, abbiamo speso un miliardo di dollari. I costi di sviluppo dei siti non raggiungono queste vette".

Come vivono i giornalisti il cambiamento? Al momento non si registrano grandi cambiamenti, spiega l’editore del New York Times, nonostante l’avvenuta fusione tra le redazioni Internet e quelle della carta stampata: "Il desk di un giornale è come il pronto soccorso negli ospedali, o una caserma, entrambe organizzazioni fortemente orientate al perseguimento di uno scopo, e piuttosto difficili da cambiare. Ma una volta che i giornalisti hanno afferrato il concetto, lo adottano e fanno di tutto per favorire il cambiamento, vecchi manager inclusi".

Passare dalla carta stampata a Internet, ha però spiegato Sulzberger, non significa né offrire il giornale gratis nè adeguarsi allo stile dei blogger. "Chi vuole leggere il New York Times online dovrà pagare", afferma. E, quanto alla questione blog, spiega: "Ci sono milioni di blogger là fuori e se il Times si dimentica chi e cos’è, perderà la guerra, e a ragione. Noi siamo i ’curatori’ delle notizie: la gente non clicca sul New York Times per leggere i blog. Cerca piuttosto notizie attendibili che siano state verificate".


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giovedì 8 febbraio 2007
ore 10:36
(categoria: "Vita Quotidiana")



In rivolta le donne di Wal-Mart. Causa per un milione di impiegate
di VITTORIO ZUCCONI

Cenerentola scende in guerra contro il big business e lo fa tremare come i sindacati non sanno più fare. Si sono stancate e sono tante, quel milione e centomila Cenerentole sottopagate rispetto ai maschi, irrise, discriminate, che lavorano nel castello del più grande dei grandi magazzini del mondo, la Wal-Mart americana, mille e 92 ipernegozi in sei Paesi e 1 milione e 800 mila dipendenti, e non chiedono scarpine di cristallo, ma salari equi, promozioni e dignità.

Soprattutto pretendono di non sentirsi più chiamare "bambola" dal direttore del negozio e di non essere più invitate "a farsi belle", se vogliono fare carriera.
Ma fatti bello tu, rispondono le impiegate della Wal-Mart che hanno ottenuto ieri, nonostante la disperata difesa della controparte che gli aveva sparato contro ogni cavillo e tecnicalità escogitate dai suoi formidabili legali, il diritto di portare in tribunale questo datore di lavoro colossale che esse accusano di "sexual discrimination". Nel linguaggio della giurisprudenza americana, si chiama class action, un’azione legale avanzata da un gruppo di persone a nome di un’intera "classe" (curioso residuo di semantica marxiana) di presunti danneggiati.

Di queste class action, di querele collettive, i tribunali americani traboccano, dai casi famosi dei fumatori contro le produttrici di sigarette alle più oscure e quotidiane azioni di abbonati contro società telefoniche, sovente chiuse con transazioni private. Ma il caso delle "Cenerentole contro Wal-Mart" è qualcosa di assai più imponente della solita causa intentata dai cacciatori di ambulanze. Lo è per le dimensioni dell’accusato, questa catena di mega empori nella quale un cliente potrebbe entrare neonato e uscire soltanto per la sepoltura, trovando dentro tutto, dalle culle ai farmaci, dal cibo al mobilio. Lo è per la quantità delle querelanti, quelle donne che formano il 60% del personale ma soltanto il 14% delle dirigenti. Respinte dall’amministratore delegato che si fa fotografare stravaccato su una poltrona a forma di scarpa da donna leopardata con tacchi a spillo.

Ma lo è soprattutto per la sfida a una cultura aziendale, a un nuovo modo di concepire il business nel tempo della rivincita schiacciante della proprietà sui sindacati. La class action contro la catena degli empori sconto fondata da Sam Walton in un paesino dell’Arkansas con la semplice idea di vendere con margini di profitto inferiori per vendere di più, attacca un impero che aveva vissuto e governato se stesso come una nazione indipendente, forte del proprio successo. Per "vendere tutto a meno", come vuole lo slogan della Wal-Mart, il signor Walton (uno dei finanziatori della carriera di Bill Clinton, suo concittadino in Arkansas) semplicemente pagava meno i propri impiegati. Aveva proibito i sindacati ed evitato, inizialmente, di pagare le assicurazioni sulla salute. Aveva assunto preferibilmente femmine, e non particolarmente qualificate, giudicandole più docili. E aveva continuato a espandersi, dal primo negozietto dell’Arkansas nel 1962 ai più di mille di oggi, sparsi negli Usa, in Messico, in Irlanda, persino in Giappone, sotto una maschera nipponica. Nessuno al mondo vende più prodotti, o più giocattoli, di Wal Mart, che ricava 11 miliardi di dollari di profitti netti su 315 miliardi di vendite ed è, con il suo milione e 800 mila dipendenti il primo datore di lavoro americano, persino più del Pentagono. Una "fairy tale", una favola per studenti di economia e commercio, che aveva diffuso un’aura di "tutti felici e contenti" dentro i suoi immensi hangar di mercanzia senza pretese estetiche, grandi fino a 24 mila metri quadrati, tre campi di calcio regolamentari. Senza contare la colata di asfalto per il parcheggio esterno, grande il doppio.

Troppo grande ormai, e troppo prepotente, questo castello del consumismo che piomba su contee e paesi e fa il vuoto della concorrenza in pochi giorni, per non attirare invidie, marce, petizioni, rivolte di comuni, picchetti e ora la ribellione delle sue donne. I documenti presentati dagli avvocati delle querelanti, ufficialmente cento di loro a nome del milione e più di sorelle, sono implacabili e i tre giudici della corte d’appello federale chiamati a giudicare la proponibilità della causa hanno dovuto arrendersi all’evidenza e permettere il processo. Soltanto il 14% dei "capi e capetti" sono femmine, contro il 60% che è la media nelle altre catene commerciali. Una donna deve attendere in media otto anni per essere promossa a "vice manager", mentre per un uomo bastano due anni e mezzo. La retribuzione media di una commessa è di mille e 100 dollari annui inferiori a quella di un pari grado maschio e dove finisce la quantificazione del trattamento discriminatorio comincia la lunga lista della insensibilità maschilista.

Le riunioni di lavoro sono organizzate nei ristoranti "Hooters", il cui piatto principale sono i prorompenti seni al vento delle cameriere o addirittura in "strip club". La manager di un negozio in Arizona è pagata meno del collega perché "non ha l’equipaggiamento giusto". La spiegazione giudaico-cristiana di un capo in South Carolina alle aspiranti manager è che "Dio creò prima Adamo e poi Eva, dunque le femmine vengono sempre dietro i maschi". E la definitiva analisi sociologica del principale in Florida, secondo il quale "voi donne venite qui soltanto perché siete casalinghe alla ricerca di una paghetta e non per lavorare seriamente".

E dunque, anche scontando le naturali esagerazioni aneddotiche di ogni querela, non il solito caso di querela per danni. È un processo a una cultura, sia maschile che aziendale, quello che vedrà opposte le donne di Wal Mart al king kong del discount. È una messa in discussione del nuovo modo di fare business nell’America che sta cercando di scrollarsi di dosso definitivamente i sindacati chiudendo e delocalizzando le linee di produzione, ma che scopre un nuovo e ancora più micidiale avversario: non più il mesto Cipputi in tuta ma la furiosa Cenerentola in grembiule.


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