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venerdì 14 marzo 2008 - ore 09:46


-dopounanno-
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Conto le gocce di morfina, che colano dal televisore.
Quel che resta di un dolce in un piatto, quel che resta di un tempo.
Riempire, riempire tutto, ogni istante, ogni attimo, tutto.
Come una mancanza, tutto, come se mancasse qualcosa.
Gocce di morfina, per smentire il dolore. Non è nulla di grave.
Non è nulla di grave.
Il (suo) tempo, non esiste, non esiste propriamente, di suo non c’è niente.

Ingenuamente, pensa che la vita sia più di una, e tira su col naso e non ci pensa su.
Io invece credo, che il tempo sia qualcosa di diverso.
Che non vada riempito, che non vada pensato, che il mio tempo sia un anarchico preciso. Sa come sta in quel momento, se è l’ora di oziare oppure quella di verificare se il biondo è cambiato. Il mio tempo non ha bisogno di morfina, non ha bisogno di gocce.
Non ne ha mai avuto bisogno, è dentro ad un pensierò di Dalì "io sono la mia droga". Il mio tempo sa.
Sa quasi tutto di me e non me lo spiega mai.

E non ho bisogno di gocce di morfina per dimenticare l’apatia, quando in quella dimensione mi appisolo. Non ho bisogno del sonno, calmo, e di un risveglio allucinogeno.
Ho sempre voluto il mio tempo, così com’era.
Malinconico, scontroso o felice, spensierato. L’ho sempre accettato, così, senza un motivo. Non ho mai cercato un motivo.
E ho sempre capito quando stavo per cedere, sempre prima che cadessero le gocce, molto prima.

Sono cresciuta con gente che sapeva vivere il proprio tempo.
Prende e va.
Scala montagne, pianta fiori in giardino.
Sono cresciuta con la lotta per la difesa del proprio tempo.
Senza mai pensare minimamente di dover riempire tutto per forza.

L’agenda, assomiglia ad un passe partout per il boia.





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lunedì 10 marzo 2008 - ore 11:12


belle epoque!
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Quello che viene dopo (dopo i momenti felici, i più semplici o banali) è qualcosa di intimo, e magnifico.
Tenere le mani sul volante e guardare nello specchietto retrovisore degli occhi. Diversi, occhi completamente diversi.
La luce arancio di un lampione, ed un rimmel che se n’è quasi andato.

E li guardi come fossero di un’altra, come un "ciao" tra le labbra. Nuova.
Sono nuova.
Come il tempo, questo, come queste labbra, questo stomaco, questi pensieri.
Ho pensieri inediti!
Inediti, mai letti, mai trascritti. Li tengo dentro ad uno specchio, o dentro al calore di una fortuna blu, mentre fumo sola e sorrido.

La bellezza delle piccole cose, il solletico delle dita.
Farsi baciare il sorriso.

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giovedì 21 febbraio 2008 - ore 11:42


terra
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Iscirversi ad un corso di pittura ad olio.
Girare tra pennelli di pelo di martora, e carandache in scatole di legno, ricordarsi di quell’estate. Delle mani in mille fogli da schizzi, persa nell’autenticità.
Felici, di nuovo sui banchi assieme. Euforiche, nello sfrecciare per il centro in motorini, vecchi e nuovi.
Rovesciare pepsi sgasate sui tappeti nuovi, ridere.
Vedere gli occhi che ridono, e pensare che siamo teste sognanti.

Nelle teorie sui sogni, nella visione di vederci isteriche e con dei figli, nel gattile!
Zitta, sto zitta, sento parlare, ma non mi dispiace.
Dico "prego entra pure.".
Datti tempo Niki, siamo troppo spigolose con noi. Voler dimenticare il dolore troppo in fretta. Che senso ha? Non mostrarsi vittime almeno con se stesse. E non dire sempre "perchè non ci riesco cazzo!", ma prendersi una sedia e stare dietro al vetro e lasciare che il mondo scorra, ogni tanto, e guardarlo e basta, ogni tanto.

Come i vecchi vent’enni rassegnati, anche noi ogni tanto rassegnate.
Ma solo per pochi attimi, infiniti solo per noi e non per altri.

Sai che c’è?
che continuo a pensarla così, come sempre.
Non mi spaventa la mia ancora, anche se ho una voglia matta di staccarmi.








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lunedì 18 febbraio 2008 - ore 17:38


frio
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Avrei voglia di raccontare degli attimi in cui uno strascico di dolore ti sfiora i polsi, e il corpo stanco ti lascia rabbrividire nella pace ferma della sera. Oppure, dell’odore della polvedere dei giardini trocadero, gli occhi vispi di una bambina golosa di vita.
Avrei voglia di dire che sto bene, ma voglio fare la dispettosa e mi vizio.
Un tappeto di coriandoli.
A tratti m’affascina l’aria che t’accarezza il viso, l’attimo prima di cadere.
E l’attimo dopo. Con le spalle nell’erba, così, avvolta.
Nei pensieri, nei silenzi, nei bicchieri sbagliati, nelle strade che si perdono, nei sorrisi.


Anche se De Gregori, canta povero me e continuo a ritrovarmici dentro, conto i sussulti del vento, aspetto primavera.



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mercoledì 6 febbraio 2008 - ore 18:48


febbricitanterrima
(categoria: " Vita Quotidiana ")





Perchè devo sempre farmi riconoscere?
Saluto la professoressa con la mano, come se fosse mia zia!
Ohu, ma dove siamo qua?
Pace e amore Wendy! Nessuna ascia, stai tranquilla. Fuori le gemelle giocano col My Little Pony e il triciclo ha lasciato il posto alla bmx.

Manco un campari mi sono meritata?
ma va in mona Ali, lo avanzo!

Fine strage di esami per questo ultimo primo semestre, ailovviubeiiiibi...

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martedì 5 febbraio 2008 - ore 21:53


[flessibilità?]
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Resta appesa al contingente, l’ultimo lembo di carne. Viva ancora, viva, giovane, ancora.
Resta appesa solo per pietà, l’ultimo segno di riconoscenza.
Resta come un verme suicida, perchè? Non c’è pozza di sangue a terra, non hai dato forse?
Essere in grado di modificarsi costantemente, costantemente.
L’incertezza è la mia certezza.
Ritrovarsi in un Cervantes, troppo ironico, borghese. Tremendamente borghese, non sognante.
Scopro paure nuove. Anche se qualcuno già sorride, pensando che ce ne sono già tante e non fanno differenza.
Scopro quelle vecchie col vestito pulito.
Sono già riuscita a costruire in poco tempo una nuova dimora. [patetica.]
Banchetti e feste con musica anni 80, ballano leggeri i pensieri. La stanza odora d’arancio, ma senza il mio permesso.

Tempo, voglio tempo.
Per dire "non è grave.".
Per guardarmi attorno e non sentire niente.
Tempo, da riavvolgere. Ritorna, ti prego, ritorna a quando giocavo nello scatolone.
Tempo per non ricominciare, per non riprovare, solo proseguire.
Passatempo.

Nostalgia di vecchie parole, solo l’anno scorso. Di farsi capire, nel non detto. Nostalgia di un dolore, che è latente , ma guardo solo quello che ho combinato, non altro, non altro.
Se chiudo gli occhi vedo la scena di quel pomeriggio, in quello studio, con quell’uomo.
Andare, dove?
Dove? solo correre con la rabbia nel cuore, spaesate come quando si nasce.
Spaesata come i suoi quaranta sette anni, malinconici, tristi, impauriti.
No.
Come quelli no.


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domenica 3 febbraio 2008 - ore 12:13


[rossa media]
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Liberarsi di se stesse non è cosa facile.
Delle proprie visioni del mondo, dei propri "no!".
Liberarsi ed andare a vedere altri cosmi, sembra cosa facile, ma non lo è.
Ci sono quelle più altruiste, quelle che non ci pensano, e quelle che si son sempre fatte bastare tutto.
Quelle che hanno distolto lo sguardo invece di guardare, preferendo un soffio di vento, una fisarmonica, un cane.
Non c’è un perchè, è una questione d’educazione. Educarsi a se stesse e poi doversene dimenticare, dipendenti da altro.

Non vuoi essere indipendente. Lo sei da una vita. Anche se non sai stirare una camicia e vivi nel caos. Non vuoi essere indipendente, vuoi dipendere. Ed è cosa difficile. Scordare di proteggersi, per una volta, e far finta di non conoscersi. Vuoi dipendere dalle parole, ma non dal segno, dal loro suono. Vuoi dipendere dai suoni che senti muoversi e non sai quando la musica si fermi. Attenta a tutte le sedie libere, attenta. Lettere che si rincorrono, riflettono tutto ciò che sei, il vento caldo se le porta con se. Di-pendendere. Siamo l’abbreviazione di nomi già corti, che senso abbiamo?! siamo delle birre troppo amare che non ci piacciono. Siamo "che pin-up!". Siamo " eh eh eh!". Siamo" stai diventando una checchetta!".
Siamo state docili solo nei momenti più malinconici, e ancora ci guardiamo allo spechcio mentre piangiamo, forse per farci più pena, ma che finisca li, odiamo i piagnistei, li odiamo.
Siamo noi che odiamo le parole e le abbiamo sempre odiate. Ma ci farebbero bene e lo spapiamo da tempo. Dipendere.
Siamo, che finisce la musica mentre stai dicendo"troia" e ridi, mentre il faretto delle figure di merda ti segnala alla regia "the winner is...".
Siamo in bilico, in bilico da sempre, anche se qualcuna di voi ormai ha imparato a mettere piano un piede dopo l’altro, felice per tutto il vostro magnifico modo di resistere.
Siamo in bilico, mentre ci agitiamo, mentre sveliamo desideri, sconfitte.
Siamo: denti stretti, testa bassa, lacrime, risate-sorrisi.
Siamo: occhi rivolti al cielo, passi svelti.
Siamo: musica nelle orecchie altrimenti si sta male.
Siamo: carne cucinata a fuoco lento.
Siamo: liste di cose da fare, vedere, comparare.
Siamo: sogni, bambini e due o tre cani.
Siamo cacofoniche, un bicchiere sfaccettato, che rimanda mille riflessi, luce!
Luce, non tramonto non alba. Luce. Accecante luce.

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giovedì 31 gennaio 2008 - ore 14:02


(mi faccio i cazzi miei)
(categoria: " Vita Quotidiana ")





[ultimamente la mia vita è una risata infantile. Per ogni insignificante cosa.E ciò, tutto sommato, anche se non è Natale, anche se non sono "buonina", mi piace.]


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martedì 29 gennaio 2008 - ore 12:59


sospesi, punti, sospesi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Attorcigliamo i capelli attorno alle dita.
Ci sono esami di coscienza che sanno da gelatina al gusto fragola, di the con il limone che naufraga, e ci piace così, senza filtro.
Senza filtro, su un divano giallo, con la coperta che tiene stretto.
Stretta ogni intima sensazione.
Stretti i ricordi, mille anni fa, la storia continua con noi, su noi e restiamo con le nostre ferite, i nostri "perchè ancora?".


Alcune persone, sembrano leggere le ombre nello sguardo e sentire il rumore del fuoco che si agita, mentre tu sei girata di spalle e ne senti solo il calore, non ci dai peso.

Tempo, su quel divano giallo. Tempo, conto i quadri, mi piacciono i quadri, mi piacciono le pareti che finiscono per essere solo una bordura.
Vita, morte, tenerezza, non è dolcezza è tenerezza. Non è zucchero dietetico in bustina rosa. Non è un tempo, quel tempo. Non è una parola che dici pettinandoti i capelli prima d’uscire.
Non è un "si deve" non è.

Sono foto che si sfogliano, vecchie Afriche si spalancano. E sguardi malinconici, piccoli, introversi mondi che si abbracciano e sorridono compiaciuti, anche se non dovrebbero, certo lo sappiamo.
Sbattono porte, ma io sono contenta, anche se non dovrei, perchè prendo la bici e in cinque minuti mi ritorvo sul divano giallo. Non c’è Freud per mia fortuna, siamo troppo femministe per tollerarlo.
Parole, ricordi, visioni su un nuovo corpo.
In cinque minuti ritorno a casa, con la brina fredda già pronta sull’erba, un paese addormentato.
Sensazione di spensieratezza: bici gialla, notte buia, freddo su occhi che lacrimano.


[Se t’hanno sempre insegnato la reazione come unica chiave di lettura, la durezza dei tuoi temrini non la noti. Se t’anno insegnato ad arrangiarti con te stessa, la sopravvivenza non fa paura. Se t’hanno mostrato il mondo, sarà impossibile dimenticarsene a lungo.]




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lunedì 28 gennaio 2008 - ore 20:25


[armonia]
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Passare un pomeriggio a fantasticare, mentre un po’ assonnata vedo Doroty e le sue scarpette rosse.
E lo spaventa passeri senza cervello e l’uomo di latta senza cuore e il leone senza coraggio, e il finale che non mi piace mai, mai.
Perchè non se ne resta con loro e con Totò? come io starei volentieri con la mia Rebel, immersa nei campi di papavero che fanno dormire e addormentandomi con la "lega della ninnananna".
Ho un po di serenità, me la risparmio per tempi di carestia.
Lei torna dall’ospedale, e io torno da Ferrara. Con farfalle che non si fanno prendere e pensieri caleidoscopici che giocano con la luce filtrata dal vetro sporco di un treno.

E gioco ad essere diversa, in un libro viola, che poi diventa rosa (rosa, perchè hai scleto il rosa? "è mio" è suo.) ma poi finisce per essere verde. E trasporto un corpicino febbricitante, che mi piace tanto. Anche il sudore dei bambini sa da zucchero, o forse è solo questione di sangue-capelli-occhi più piccoli.
Tutto piccolo. Tondo, ingenuo, magnifico.


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