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ABBIGLIAMENTO del GIORNO







ORA VORREI TANTO...

Essere a letto invece ke a lavoro...oppure a far festa!!!


KE FINISSERO LE GUERRE...TUTTE...

Che ognuno di noi trovasse il suo posto in questo mondo...

STO STUDIANDO...

Si dovrebbe imparare qualcosa ogni minuto della nostra vita...da ogni persona che incontriamo...da ogni situazione...da ogni lettura...purtroppo tanti non l’hanno ancora capito...




OGGI IL MIO UMORE E'...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) scoprire di appartenere,seppur alla lontana,alla famiglia berlusconi....oh my god....sudo freddo al solo pensiero.

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
2) fare in ogni momento ciò ke veramente ci si sente di fare senza pentirsene mai..


As much as I can, I do!!!!

Stop war - yankee go home!!!!

Fuck the system!!!!
Don’t want to be controlled!!!!
Born to be FREE!!!!
Questo l’unico divieto ke vige in questo blog...
Vorrei gridare al mondo il mio disprezzo ma so già ke il mondo non sentirebbe...allora lo tengo dentro di me...fa parte di me...e mi ricorda ogni giorno ke il mondo è diviso in due...




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giovedì 10 giugno 2004 - ore 09:34


Utopia
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Utopia...cercare qualcosa di impossibile..irrealizzabile...un sogno insomma...un sogno un mondo senza la guerra...un sogno un mondo senza d'armi...un sogno un mondo dove le frontiere non esistono...dove le bandiere nazionali non hanno più un significato...un sogno vedere tutti nascere, crescere, morire con gli stessi diritti e le stesse possibilità...un sogno un mondo dove l'uomo vive rispettando la natura e l'ambiente ke gli ha donato la vita...un sogno vedere la diversità un valore e non un conflitto...un sogno...ma i sogni a volte si realizzano...e c'è ki si batte xkè diventino realtà...almeno in parte...hasta la victoria...siempre

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mercoledì 9 giugno 2004 - ore 15:03


Blog
(categoria: " Riflessioni ")


So ke li troverete lunghi ma sono interessanti...quindi spero non sfoglierete la pagina fino alla fine spaventandovi delle troppe righe...consiglio soprattutto ai religiosi l'intervista a Gesù Cristo...dovrebbe essere un monito ai Cristiani e a ki si definisce tale...anke se in fondo le religioni restano "l'Oppio dei popoli"...resta il rispetto per ogni religione moralmente giusta...

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mercoledì 9 giugno 2004 - ore 12:23


Il bianco democratico occidentale deve per forza morire razzista? (di Andrea Inglese)
(categoria: " Riflessioni ")


Preparatevi amici statunitensi. Si avvicina il momento. Prepariamoci italiani, ciò riguarda anche gli accodati. Anche noi. Anche gli ultimi, gli ossequiosi, i parvenu. So che non sarà piacevole, ma sarà sano. So che vi lascierà, ci lascierà così vuoti, smarriti, non custoditi e senza nulla da custodire. So che senza l’eccitante ideologico, la cocaina mentale, ci sentiremo a terra, miseri come gli altri, buffi con i nostri cellulari in mano, a pigiare bottoni, in attesa di un cancro o di un infarto. Che si poteva evitare, ovviamente. Ci troveremo anche idioti. Parecchio idioti. E ci farà bene. Magari cominceremo a desiderare di essere un po’ intelligenti. No, non “furbi”. Intelligenti, ma collettivamente. Magari. Smettendo di sforzare la nostra mente negli orari d’ufficio, per poi devastarla nelle ore serali, festive e di vacanza.

È forse arrivato il momento in cui, amici statunitensi, mancano alibi al neocolonialismo. Perché la democrazia è il peggiore degli alibi, tra quello che i vostri governanti hanno scelto. Un alibi fasullo. E infatti non tiene. Fa acqua. Fa acqua da quando avete iniziato ad utilizzarlo. È forse arrivato il momento di scegliere, tra la sicurezza che vi ha sempre dato il razzismo e l’insicurezza di non essere i primi, i migliori. Non siete i primi. Non siete i migliori. Noi occidentali, con tutta la nostra fantasiosa, feroce, sferragliante storia non siamo i migliori. Prendiamone atto.

Prendiamo atto di quanto le nostre vite siano vuote. Di quanto sia arduo giostrare questo nostro vuoto. Sappiamo seppellirci nella merce, ubriacarci nella merce. Questo ci è concesso, e in questo siamo abili. Fantasmagorie di merci che producono altre fantasmagorie. Prendiamo atto di queste modeste patacche. Non è l’oggetto e la sua piramide di funzioni che ci libererà. Sono i rapporti tra di noi che ci salveranno, le azioni che producono e modificano questi rapporti. Ricordiamoci allora. Di quanto ci manchi il tesoro delle rivoluzioni, come lo chiamava la Arendt. Quella imprevista libertà di agire nella sfera pubblica, per determinare il proprio destino. Quel fantasma della democrazia radicale. Che è apparso e scomparso nelle pieghe della nostra storia più recente. Non abbiamo alcuna lezione da dare, perché le nostre possibilità migliori le abbiamo dimenticate, e rinnegate. Non tre volte, ma cento volte, di giorno e di notte. E come scrisse Fortini in I cani del Sinai: “Al fondo c’è una sola dura feroce notizia: Voi non siete dove accade quel che decide del vostro destino. Voi non avete destino. Voi non avete e non siete. In cambio della realtà v’è stata data una apparenza perfetta, una vita ben imitata. Così ben distratti dalla vostra morte da godere una sorta di immortalità. La recitazione della vita non avrà mai fine, felici.”

Non abbiamo nulla da custodire, nulla da difendere, né legittimamente né per azione preventiva. Abbiamo nelle nostre fibre un razzismo che nasce dal capitale accumulato dai nostri predecessori, razzismo che si è amplificato ad ogni razzia, razzismo che si è fatto sistematico ogniqualvolta depredavamo capillarmante la terra, le cose, la vita altrui. La nostra superiorità “morale” è cresciuta come riflesso della nostra superiorità criminale. E che straordinario massacratore fu Francisco Pizarro, uomo del grande imperatore europeo Carlo V. Grazie a 62 uomini a cavallo, e a 106 fanti muniti di armature e spade d’acciaio, riuscì a catturare l’imperatore Atahualpa e a scannare in un giorno diverse migliaia di uomini appartenenti all’esercito inca. Straordinaria e miracolosa superiorità europea, i cui fattori sono riconducibili ad alcune tecniche che gli inca non possedevano e che determinarono la loro sconfitta militare, nonostante la sproporzione numerica di uomini a loro favore. Tecniche di natura bellica, ovviamente: cavalli e acciaio. Ma ciò che permise il genocidio delle popolazioni indigene americane non dipese solo da questi due fattori. Aggiungiamoci un altro elemento di superiorità europea: le malattie (morbillo, vaiolo, influenza, tifo). Queste furono macchine di sterminio ancora più potenti e letali. Infine, gli europei furono resi invincibili da un’ultimo fattore, di natura puramente morale. Erano spietati e bugiardi e cinici. Pizarro, dopo aver preso in ostaggio Atahualpa, una volta ottenuto un riscatto spropositato (circa 80 metri cubi d’oro) per la sua liberazione, lo fece uccidere, violando la parola data.

Richiamo questi fatti noti, perché il nostro razzismo è antico, ed è cresciuto al ritmo di questi massacri, di questi stermini. Ma ciò che sta avvenendo in questi giorni mostra che c’è forse una speranza. Una speranza di separare democrazia e impero, democrazia e colonialismo. Il connubio, nato probabilmente con Atene, forse solo oggi comincia a diventare davvero insostenibile. La superiorità sugli altri non la fornisce la democrazia, che non ha bisogno di abbassare l’altro per innalzare sé. La democrazia di On liberty di Stuart Mill, tutta interna alla tradizione liberale anglosassone, è un sistema d’incertezze regolate, di critica ferrata, di minoranze che hanno peso. La democrazia non è alcun trionfo dei valori, è semmai ciclo costante di crisi e rinnovamento di valori. Nella migliore delle ipotesi liberali. Il trionfo e l’immobilismo dei valori è tutt’altra questione, militare ed espansionistica.

La democrazia sana di Mill non esiste, oggi, né negli Usa né a casa nostra. Non parliamo poi dei correttivi di tradizione libertaria o marxiana a questa democrazia. Delle varie rivoluzioni democratiche sono rimasti molti monumenti spogli e deserti. Quindi il tempio è vuoto, non abbiamo nulla da custodire né tantomeno qualche idolo da imporre ad altri, per guarirli dall’infelicità e dal male. Abbiamo parecchie patacche che rendono la vita più fluida, scorrevole, indolore. Più irreale. Ed è senz’altro qualcosa di buono. Queste patacche non abbiamo bisogno di imporle a colpi di cannone. Ce le comprano e copiano gli indiani come i cinesi. E nel giro di poco tempo diventano più pataccari di noi.

Ciò che ci far star bene è il nostro razzismo. Fognitalia, però, ossia il sostrato fascista della nostra cultura di parvenu avidi e crudeli, riscopre la sua superiorità sempre fuori tempo. Si lanciano, come nel ’36, slogan d’impero, quando l’impresa è sicuramente controproducente e vana. Si sale sulla carrozza del più forte, quando il più forte è anche il più scemo e nocivo. Ma anche Fognitalia ha il suo razzismo da spendere. Siamo diventati ricchi attraverso il miracolo. L’altro ieri. E mi verrebbe da dire, siamo ricchi per miracolo. Tra autosfruttamento e imprese di mafia. Va bene. E quindi ci siamo sentiti autorizzati a fare la guerra coloniale, dicendo che si tratta di pace, intanto però ci cavano il sangue con bombe ed agguati, e noi che moriamo da italiani le mazzate le sappiamo restituire, anzi alzo zero e chi s’è visto s’è visto, mammma, bimbo, e spirito santo. Questa Fognitalia. Quelli che il ladro che ha sfasciato la vetrina, e scappa fino alla macchina, ci entra e tenta di metterla in moto, bisogna crivellarlo per legittima difesa, in quanto spaventati, e mai però pentiti per l’omicidio intenzionale, essendo goiellieri, cioè gente onesta, perché la roba, la roba alla fine conta, e più della vita altrui. Quelli che la tortura una volta... e non aggiungo altro. Quelli che i sette celerini a calciare un manifestante per terra, che tanto gli sta bene, perché invece di stare a casa a curarsi la roba, ha ficcato il naso in faccende che non lo riguardano. Aveva da dire qualcosa sulla vita. La vita sua e degli altri. Tortura. Anche una sola volta, che poi gli passa. (Sembre la canzone di Jannacci, ma non fa ridere per niente.)

Eppure noi italiani ne avremmo di persone e pratiche da custodire. Don Milani e Danilo Dolci, per dire i primi due nomi che mi vengono in mente. Straordinari e incollocabili. Ma più che di custodire, poiché di monumenti ormai ce n’è anche per loro, ci sarebbe da imparare tutto, facendo, e facendo tutto di nuovo. E qui c’è ancora chi crede che senza il nostro carroarmato o pennacchietto con mitra o uomo folgore, gli iracheni non saprebbero da soli essere felici e infelici. Perché si vuole ancora credere che senza il gioco delle tre carte - soldi che entrano da una parte ed escono decuplicati dall’altra - non si può aiutare nessuno. L’aiuto-ricatto, prestito ad usura, razzia di petrolio in cambio di sacconi di riso ed un po’ di cemento sulle strade. Sembra di essere ancora nelle favolette dei conquistadores, che in cambio di specchietti e perline si arraffavano l’oro e le dodicenni della tribù. Ma gli iracheni, per quanto siano agli occhi di certi bianchi statunitensi molto simili ai vecchi negri dell’Alabama, quelli che si poteva linciare in santa pace, ebbene gli iracheni si stanno dimostrando invece come bande di Black Panters che al posto di Marx hanno piazzato Allah, e per di più sono induriti da uno stato di guerra perpetuo, ormai ventennale.

Ciò che caratterizza davvero questa guerra, non riguarda certo la ridda di menzogne con la quale è stata preparata, propagandata e realizzata. Menzogne che comuni cittadini europei e statunitensi hanno fin da subito fiutato, ma che, sui media, analisti politici e giornalisti smaliziati accreditavano, salvo condirle con un pizzico di scetticismo. Ricordo certi editorali di Miriam Mafai che spiegava con tono di sufficienza a Gino Strada, di tirare via i giocattoli dal pavimento, che adesso arrivavano i papà ad occuparsi di cose serie. Ora la novità non sono certo le menzogne. Ma il fatto increscioso che esse siano state a poco a poco smascherate una dopo l’altra, e in tempi assai brevi. Qualcosa negli Stati Uniti, superpotenza neocoloniale, non funziona. Oppure, qualcosa negli Stati Uniti, democrazia a rischio, funziona ancora. Anzi, funziona meglio di prima. Funziona come non è mai funzionata.

Non so spiegarmi davvero il perché. Hanno fatto cadere anche l’ultima paratia. Ora la guerrafogna, alimentata di frustrazione e razzismo, di sadismo individuale e di calcolo istituzionale, lascia affiorare l’ultimo suo orrendo grugno: il grugno lascivo e vigliacco del torturatore, del piccolo torturatore donna, che trascina al guinzaglio un uomo più grosso di lei, ma nudo, impotente, annichilito dalla vergogna e dal terrore. Comunque sia avvenuto lo strappo nel muro d’omertà dell’esercito, comunque sia stato gestito, selezionato, tamponato lo scandalo delle foto, la scelta del soldato Lynndie England, come figura di torturatore da sbattere in prima pagina, risponde a un’intento allegorico sicuro ed efficace. Tutti abbiamo davvero assorbito Eichmann e il suo corollario: il male radicale va a passeggio in vesti davvero modeste e poco appariscenti. Si nutre di piccole passioni e produce effetti devastanti. Ma non vorrei parlare della tortura. Come dice Cacciari su “Repubblica”, nel suo editoriale del 7 maggio, non abbiamo scoperto nulla. Sulla tortura sapevamo tutto. Sapevamo che era già lì, in Iraq, anzi che era ancora lì, affidata ad altre mani, con i vecchi carnefici di Saddam spodestati e magari trasformati in vittime di sevizie statunitensi, forse meno plateali e rozze, ma altrettanto devastanti. La tortura c’è, è già da sempre iniziata, la pratica forse il mio vicino su sua moglie, o sua moglie su sua figlia, l’ho praticata io a sei anni su qualche bambino più piccolo, fuggevolmente, la subivo da altri, ecc.
La tortura c’è, chi non vuole ignorare il male del mondo sa che essa alligna con facilità e ovunque. E c’è sempre lo stupore, l’incredulità, lo stomaco che si torce.

Ma vorrei concludere, ribadendo un altro punto. Chiarisco di nuovo la mia tesi. Non sarà né originale né particolarmente acuta, mi accontenterei che fosse verosimile. La mano sinistra non tollera più ciò che fa la destra. Non è importante qui che, come scrive Cacciari, i soldati statunitensi “non sappiano ciò che fanno”. Noi lo sappiamo per loro. Gli statunitensi che vedono le foto della guerrafogna, loro, lo sanno. Non è importante che i nostri soldati credano o meno alle menzogne sulla pace, negli intervalli tra una sparatoria e l’altra. Noi sappiamo che fanno la guerra. Servi dell’Esercito Usa, a loro volta servi dell’avidità di pochi statunitensi potenti e dell’insicurezza di molti statunitensi impotenti, della sete di razzia dei primi e del razzismo dei secondi.
Noi lo sappiamo e non lo tolleriamo. La stampa ne parla e rende intollerabile la guerra. Rende l’alibi sempre più inservibile. Costringe il democratico occidentale a guardarsi nello specchio, dove la sua ombra emerge, bicefala e mostruosa, metà soldato Lynndie England, chiusa nella sua disperata libidine sadica, metà Dick Cheney, freddo papa dell’eterno volano del capitale. Questi sono gli stendardi grazie ai quali cancelleremo dalle nostre coscienze i diecimila civili iracheni, ammazzati come prezzo di un dono incalcolabile di felicità e libertà?

Questa guerra è forse l’ultima che ha nascosto il lupo nel manto dell’agnello. Ora quel manto è a brandelli, sanguina, piscia dalle ferite merda e fiele. Se si deve fare una guerra coloniale, d’aggressione, di razzia, la si faccia in abiti adatti.
Un vecchio signore, che da bambino ho amato come un nonno e da cui ero riamato, era stato in Africa come volontario fascista. Non parlava quasi mai dell’Africa, ma teneva in un vecchio casettone di noce una busta zeppa di foto. Una volta me le mostrò. Erano foto in bianco e nero, di piccolo formato, ma molto nitide e contrastate. Venti o trenta foto solo di corpi neri seminudi. Etiopi, suppongo. Ricordo poco di quelle foto. Non ricordo neppure che commenti facesse, mostrandomele. Ma mi spiegò. Quelli erano i nemici, i negri. Erano tutti morti. Morti ammazzati. Ricordo bei corpi, longilinei, buttati a terra. Fotografati singolarmente, ad uno ad uno. Non ricordo volti sfigurati, ma ricordo gambe o braccia piegate in modo insolito. Erano gambe e braccia spezzate, erano corpi anche disarticolati.

Non è dunque cambiato nulla? No, anzi. È cambiato tantissimo. Quelle foto ora le vediamo subito, le vediamo tutti, e grazie a strani giochi di forza interni a quei sistemi complessi, che abbinano istituzioni democratiche, economia capitalistica e politica neocoloniale. E questo forse aiuta a far tornare un po’ di chiarezza. Se qualcuno riesce a convincere la gente, sempre di nuovo, che c’è una guerra importante da fare, lo faccia solo in nome della morte che ama infliggere, e dei benifici materiali che trae da questa pratica. Nel migliore dei casi, però, potremmo essere stanchi di far guerre o di farle fare. E potremmo occuparci di cose più serie. Di come essere più felici in mezzo a tali e tante patacche. Di come non ammorbare il pianeta e il nostro organismo a forza di circondarci di patacche. Di come collaborare con gente diversa da noi a fare cose del tutto nuove per entrambi, e possibilmente migliori. Di utopia ne abbiamo bisogno, ma in dosi massicce, per rialzare appena appena il muso dal ronzio delle nostre patacche.

Detto ciò, qualcuno, potrebbe ancora dirmi: “Belle parole le tue? Ma cosa conti si debba fare in Irak? Non vorrai mica lasciarli in balia di un tale caos?”
Dico subito che, comunque venga rivoltato, articolato e nobilitato questo argomento non vale per me nulla. Gli iracheni continueranno ad esistere anche senza di noi. Continueranno a spararsi se sarà il caso, anche senza di noi. Moriranno anche delle loro sole pallottole. Non avranno per forza bisogno delle nostre. E faranno pace, accordi, strade, ospedali e leggi, senza di noi. O con le briciole che diamo in genere ai paesi più poveri quando devono costruire strade, ospedali e scuole. Il mondo più povero, il mondo non bianco, non opulento-occidentale, va avanti anche senza la nostra tutela, anzi in molti casi va avanti malgrado le tutele nefaste delle multinazionali dei farmaci, delle armi, dell’acqua, ecc. E se decidessero di fare una repubblica islamica? Che sia benedetta. Le donne iraniane o algerine non hanno aspettato che il papà bianco entrasse in casa loro, puntando la pistola alla gola del loro marito-padrone per cominciare a difendersi.

Mentre gli iracheni si daranno da fare per mettere ordine nel loro casino, che gli è stato aggravato da una decina d’anni d’embargo Usa, da bombe a frammentazione e a uranio impoverito, da milizie private, dai falchi della Halliburton, dai pennacchiuti “bravagente” italici, ecc., noi intanto potremmo mettere un po’ le mani a casa nostra. Noi occidentali. Gli statunitensi potrebbero mettere mano ad un bel po’ di cose, e chiedersi come mai la signorina Lynndie England ha bisogno di trascinare prigionieri iracheni al guinzaglio per non annoiarsi a morte. E poi si potrebbero chiedere cosa stanno facendo a Guantanamo, in Afghanistan, e nelle prigione private degli stessi Stati Uniti? E come sia possibile che tortura e razzismo facciano rima con libertà e democrazia? E vari problemini di questo tipo.
Quanto a noi italiani, di cure ne abbiamo bisogno e molte, se dal parlamento come dalla strada salgono nausebonde voglie di tortura e linciaggio. E un corso di buona vecchia democrazia liberale, alla Stuart Mill, sarebbe urgentissimo. Per iniziare, basterebbe spegnere la tele e stracciare la cartolina del canone. Io non posso farlo. Non ho più la tele, e mi minacciano sempre con avvisi semestrali che faranno irruzione a casa mia, stanando il fantomatico televisore acceso su FOGNITALIA versione Portaaporta o Costanzoshow.

(P.S. E l'ONU? Dai, mettiamo dentro l'ONU, adombriamo gli USA, un grigioscuro, e il più è fatto. Anche i democratici di sinistra dormono tranquilli.
No, grazie. L'ONU in Iraq sarebbe una vera sciagura. I manichini se ne stiano a casa.)


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mercoledì 9 giugno 2004 - ore 12:07


Intervista sulla guerra a Piergiorgio Odifreddi
(categoria: " Riflessioni ")


Piergiorgio Odifreddi è uno strano tipo di intellettuale. Insegna Logica matematica nelle università di Torino e Cornell. È un saggista molto apprezzato nel suo campo, tant’è che i suoi libri hanno ottenuto numerosi riconoscimenti a livello internazionale.

Scrive su diversi giornali. Parla spesso di numeri, specie quando parla d’altro. Ha una cultura vasta e dal sapore giovane, che porta in giro con leggerezza. Ma il bello è che se gli fai una domanda, su quello che ti pare, vieni letteralmente investito da una raffica di riflessioni, racconti, battute spiritosissime, analisi politiche e sociologiche, notizie che non immaginavi di poter apprendere dalla viva voce di un professore di matematica. Visto che una delle sue passioni è la politica, e che ha vissuto a lungo in America, ho pensato di chiamarlo per chiedergli qualche considerazione sulla guerra in Iraq.

Partiamo dal sottoscala: che cos’è una guerra?

Direi il tentativo di risolvere un conflitto d’interessi in maniera cruenta. In questo cerco di rifarmi alla teoria dei giochi, una teoria matematica che esamina le situazioni di conflitto e studia le mosse possibili per risolverle. La guerra ovviamente non è un gioco, benché si parli spesso di “giochi di guerra”. Ma il problema della guerra, come strumento di risoluzione del conflitto, è che si muove nel peggior modo possibile, cioè con gli armamenti, non con la diplomazia e la ragione.

Perché si fa una guerra? E perché questa guerra?

Credo che la motivazione sia quella di sempre: l’instaurazione o la conservazione del potere politico ed economico. Vogliamo credere che la guerra in Iraq sia stata combattuta per i fini dichiarati pubblicamente (la difesa dalle armi di distruzione di massa, la lotta al terrorismo, alla dittatura), ma purtroppo non c’è niente di più falso. Ci sono dei documenti (disponibili anche in rete, sul sito www.newamericancentury.org) da cui risulta che nel 1998 un gruppo di politici, pensatori, ex – ambasciatori e professori scrisse una lettera a Bill Clinton dicendogli che era necessario attaccare l’Iraq e sarebbe stato del tutto inutile cercare di convincere le Nazioni Unite a dar luogo a un’azione concordata e unanime: esattamente quello che poi è successo. La cosa interessante è che tra i firmatari di questa lettera figurano i nomi di Rumsfeld e Wolfowitz, attuali segretario e vicesegretario alla difesa; e Cheney, attuale vicepresidente degli Stati Uniti: ci troviamo di fronte – è chiaro – ad un’azione pianificata da anni. Ma c’è di più: continuando a navigare nel sito, troviamo un articolo che Rumsfeld pubblicò sul New York Times (dunque un testo nemmeno segreto; assolutamente palese) dove affermava che bisognava che gli USA cominciassero a pensare a fare guerre preventive (altro che dottrina Bush: sono teorie vecchie di dieci anni almeno, venute proprio da quelli che oggi sono nell’attuale amministrazione americana), e proponeva questa dottrina come uno dei mezzi per asserire la supremazia statunitense nei confronti di quella che chiamava l’EURASIA (cioè l’insieme composto da Europa, Russia e Cina). Ora, se andiamo a vedere chi, nel consiglio di sicurezza dell’ONU si è opposto a questa guerra, troviamo proprio l’Europa (perlomeno per bocca di Francia e Germania), la Russia e la Cina. Questi, dunque, sono i veri motivi dell’attacco: il governo degli USA non ha fatto altro che portare avanti il suo PNAC, il piano del nuovo secolo americano.

Quindi anche tu ritieni, come ha recentemente dichiarato la scrittrice americana Susan Sontag, che l’intervento in Iraq abbia segnato l'avvio di una nuova politica estera, ossia di un'espansione militare da parte dell'America?

Certo. E tuttavia – questo va detto correttamente – sussistono dei reali motivi di preoccupazione da parte degli Stati Uniti e dell’Occidente: secondo le previsioni, nel 2010 ci dovrebbe essere una crisi energetica, e nel 2017 la Cina raggiungerà uno sviluppo industriale, militare ed economico sufficiente a a renderla una minaccia concreta per l’occidente, facendole prendere il posto che aveva la Russia prima della sua dissoluzione. Queste date non sono così lontane, ed è chiaro che dal punto di vista dell’amministrazione americana la guerra preventiva rappresenti il mezzo per assicurarsi le risorse energetiche.

Cosa pensi delle polemiche sull’illegalità dell’intervento?

La verità è che le Nazioni Unite hanno deciso l’intervento militare soltanto due volte: in Corea negli anni ‘50 e con la prima guerra del Golfo nel 91, oltre all’intervento in Afghanistan. Tutte le altre guerre sono sempre state combattute contro o senza il parere favorevole del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, compresa la guerra del Kosovo, che oggi la sinistra si trova nella difficoltà di dover giustificare. Su questo punto la destra ha perfettamente ragione: non si può venire a dire, oggi, che si è contro la guerra perché le Nazioni Unite non l’hanno autorizzata, quando tre o quattro anni fa si è fatta esattamente la stessa cosa.

Pensi che la guerra aumenterà il rischio di attentati terroristici?

Per niente. Questo tipo di paura è un effetto tipico dei mezzi di distrazione di massa. Il terrorismo, nella sua intera storia – intera – ha fatto 15.000 morti in tutto il mondo (e tremila di questi sono vittime dell’attacco dell’undici settembre). In Italia muoiono 120.000 persone all’anno per consumo di tabacco e alcool. Se ci interessano le vite umane, quindi, è altrove che dobbiamo guardare. In Congo, oggi, c’è una guerra che ha già fatto tre milioni di morti. Di quelli non sappiamo nulla, perché non se ne parla. Le nostre opinioni dipendono dai media, e in base a quello che ci dicono ci facciamo un’idea del mondo che è quasi sempre distorta. Riguardo al pericolo Saddam, ad esempio, c’è una considerazione che mi interessa molto, come logico: se Saddam avesse tirato fuori delle armi pericolose e avesse opposto una resistenza militare, avrebbe provato che l’intervento era giustificato. Il fatto invece che non le abbia usate e che l’Iraq sia caduto nel giro di poco tempo, è la dimostrazione che l’intervento non era giustificato per niente.

Quale peso ritieni abbia avuto l’opinione pubblica sullo svolgimento della guerra?

Con un’amministrazione fondamentalista come quella di Bush, credo che le reazioni pubbliche contino veramente poco. Di certo, però, la manifestazione del 22 marzo a New York, la città più colpita dal terrorismo, che raduna un milione di persone per le strade, con le associazioni delle vittime dell’11 settembre in prima fila che dicono che non è con la guerra che si onorano i loro morti, è un segnale interessante e positivo. Quello che ancor più colpisce sul piano politico è che questa è la prima volta che una guerra scatena delle divisioni così profonde tra i paesi che direttamente o indirettamente la combattono. Mai prima d’oggi l’occidente era stato così diviso su questo tema.

Ti senti un pacifista?

Assolutamente no. So bene che il potere si prende e si conserva in maniera militare. Tutte le guerre di liberazione, del resto, sono basate sulla forza. Chi si dichiara pacifista deve accettare la possibilità di non prendere il potere, se lo vuole, e di perderlo se ce l’ha. Il Dalai Lama l’ha detto chiaramente: noi tibetani siamo così pacifisti che abbiamo perso il nostro paese. Se non accetti di usare le armi, quelli che le usano avranno sempre la prevalenza su di te.


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mercoledì 9 giugno 2004 - ore 12:04


Intervista a GESU' CRISTO di Piergiorgio Odifreddi
(categoria: " Riflessioni ")


Come molti profeti dell'antichità, Gesù di Nazaret è un personaggio mit(olog)ico sul quale non esistono testimonianze storiche. Le notizie sulla sua vita si basano sui racconti letterari che vanno sotto il nome di «Vangeli», scritti a partire dalla seconda metà del primo secolo e divisi in quattro ``canonici'' e vari ``apocrifi'', a seconda che siano o meno accettati come ispirati dalla Chiesa. In base a questi racconti Gesù sarebbe nato durante il regno del re Erode, dunque prima del 4 a.C., e morto sotto la prefettura di Pilato, dunque fra il 26 e il 36 d.C.

Il Cristianesimo che a lui si ispira prende il nome dalla parola greca «Christos», ``unto'', è professato (almeno formalmente) da un terzo della popolazione mondiale, e si divide in varie sette: i Cattolici nell'Europa e nell'America del Sud, i Protestanti nell'Europa e nell'America del Nord, gli Ortodossi nell'Europa dell'Est, e gli Anglicani in Inghilterra. In questa cacofonia di voci discordanti molti sostengono di parlare in nome e per conto di Gesù, in maniera più o meno istituzionale, e qualcuno pretende addirittura di esserne il vicario in terra, con gran confusione dei poveri di spirito.

Per rimediare alla situazione abbiamo chiesto a Gesù un'intervista in cui egli esponesse il suo pensiero canonico, ed egli ce l'ha graziosamente concessa come regalo di Natale, per la maggior gloria di Dio.

«Rabbi, di lei sappiamo soltanto ciò che ci dicono i «Vangeli». Si riconosce in quell'immagine?»

Certamente no. Essendo rivolti ai pastori analfabeti della Palestina di duemila anni fa, i «Vangeli» forniscono un'immagine di me che all'uomo tecnologico contemporaneo non può non apparire anacronistica. Comunque, quell'immagine era inattendibile anche allora: Marco e Luca non mi conoscevano neppure, tutti gli evangelisti riportano parole dette e fatti accaduti decenni prima che li scrivessero, e il canone è un'invenzione del concilio di Roma del 382.

«In parte, però, la colpa è anche sua: perchè non ha lasciato niente di scritto?»

Colui che mi ha condannato a morte sentenzierebbe: «Verba volant, scripta manent». Io preferisco dire che le chiese si edificano sulle pietre delle Scritture, ma le religioni si librano sulle ali della colomba dello Spirito. Per questo usavo continuamente l'espressione ``sta scritto, ma io vi dico''.

«Intende dire che le chiese sono terrene, e le religioni spirituali?»

Quello che ho detto, ho detto.

«Ma io non ho capito, e insisto: la Chiesa non è religiosa?»

Certamente non è cristiana, neppure nel senso limitato di aderire all'immagine che di me offrono i «Vangeli». Il cristianesimo non è un'invenzione mia, ma di Paolo di Tarso: della mia vita, nella sua predicazione non è rimasto altro che la mia passione.

«E' per questo che il cristianesimo è diventato una religione di morte?»

Anche per questo. Non si poteva pensare che l'ossessiva raffigurazione di un uomo flagellato, incoronato di spine e inchiodato a una croce potesse ispirare sentimenti positivi e gioiosi. Devo ammettere che la serenità dell'iconografia buddhista, cosí come la vitalità di quella induista, si sono dimostrate superiori alla mia.

«Che cosa pensa, più in generale, dell'iconografia religiosa?»

Cosa potrei pensare, se non che il Padre mio l'ha espressamente proibita nel Secondo Comandamento? Comunque, non c'era bisogno dell'onniscienza per capire che le immagini sono le porte di ingresso al regno dell'idolatria: bastava il buon senso, che i miei seguaci non hanno avuto. D'altronde, io ho solo chiesto che mi seguissero, non che mi raffigurassero o mi adorassero: ero l'Agnello di Dio, e mi hanno trasformato in un vitello d'oro.

«Però lei ha detto ai discepoli di andare e predicare ovunque la Buona Novella.»

Io desideravo che il mio insegnamento si diffondesse, affinchè chi avesse orecchie per intenderlo lo intendesse. Ero in buona fede, se posso permettermi l'espressione: come potevo immaginare che le teste calde avrebbero cercato di imporre le mie parole «urbi et orbi»?

«E l'hanno fatto col ferro e col fuoco, nei nomi suo e di Dio.»

Il nome di Dio non doveva essere nominato invano. Quanto al mio, se avessi saputo che sarebbe stato invocato nelle crociate, nelle inquisizioni e nelle conquiste, non avrei mai abbandonato la mia bottega di falegname: la mia missione era socchiudere le porte del Paradiso, ma ho finito per spalancare quelle dell'Inferno. Purtroppo, a differenza del Padre mio, non sono onniscente.

«Intende dire che lei non è Dio?»

Un angelo che dicesse di essere Dio, sarebbe diabolico. Un uomo, soltanto ridicolo.

«Ancora una volta, devo insistere: è o non è il Figlio di Dio?»

Lei lo dice. Ma chi non lo è?

«E i miracoli che faceva, erano opera di Dio o del Demonio?»

Gli uomini chiamano miracoli gli eventi che non comprendono. Lei crede veramente che l'opera del Padre mio sia tanto imperfetta, da necessitare di correzioni? O che Dio possa acconsentire a modificarla, per esaudire la preghiera di un uomo?

«Dunque non bisogna pregare?»

Pregare significa recitare il nome del Padre e compiere la Sua volontà, non chiederGli favori e raccomandazioni.

«E come si fa a sapere qual è la volontà di Dio?»

Bisogna ascoltare la Sua voce, tacitando la propria.

«Vuol dire ascoltare la propria coscienza?»

``Coscienza'' è una parola antica, benchè più moderna di ``Dio''. Forse, se si usasse ``inconscio'' si capirebbe meglio ciò che intendevo quando dissi: ``Il regno di Dio è dentro di voi''.

«Non credo che il mio inconscio mi direbbe di rinunciare ai piaceri della carne.»

Nè glielo suggerirebbero le parole del «Cantico dei cantici». O l'esempio di chi, come me, si faceva asciugare i capelli da una prostituta. Sono i sepolcri imbiancati che indossano la veste nera, a chiamare ``morale'' la perversione predicata da Paolo.

«Quanto al mio conscio, mi riesce difficile coniugare la teoria che lei predicava con la pratica di chi oggi le si ispira.»

Se si riferisce al mercimonio che si è compiuto e si continua a compiere nel mio nome, quando giungerà l'ora della mia seconda venuta tornerò al tempio per cacciare i mercanti che vi si sono reinsediati e rovesciare i banchi delle loro mercanzie.

«In particolare, che ne pensa della recente inflazione della lista dei beati e dei santi?»

Come il Padre mio ha fermato la mano di Abramo, io fermerò quella del mio vicario che non sa quel che si fa: perchè è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che uno dei suoi santi vada in Paradiso.

«Dunque all'Inferno ci va veramente qualcuno?»

In verità, in verità le dico: all'Inferno ci finiscono quasi tutti quelli che sperano di non andarci. Il detto ``le vie del Signore sono infinite'' l'ha inventato il Diavolo, per nascondere che invece quasi tutte le vie portano a lui: soprattutto quelle indicate da coloro che usurpano il mio nome.




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mercoledì 9 giugno 2004 - ore 11:13


POTENZIALE TRASGRESSIVO DEL RAVE
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il rave, attraverso l'esperienza dell'ebbrezza collettiva, crea un annullamento temporaneo delle identità e dei ruoli consolidati, suggerendo la necessità di una loro ridefinizione. Quanto più quest'esperienza viene pianificata, quindi codificata, in modo tale da essere funzionale ad interessi anche direttamente economici, tanto più ci avviciniamo alla categoria di rituali previsti per la conservazione della gerarchia sociale dal sistema capitalista. Tali rituali sociali costituiscono la risposta al bisogno insopprimibile di sfondamento dell'individuale nell' indistinto della folla, che deve avere un suo tempo e un suo luogo deputati e soprattutto deve essere controllato : la partita di calcio è l'esempio più appariscente e allo stesso tempo più contradditorio, visto il permanere di un residuo margine di imprevedibilità e di incontrollabilità. Lo svolgimento dovrebbe rispondere a comportamenti predefiniti che vanno a costituire da una parte le regole del gioco, dall'altra le funzioni che il giocatore e lo spettatore sono tenuti a interpretare. Questi rituali sociali coincidono con il momento "festivo" opposto e complementare al ciclo feriale. La "vacanza" é il periodo festivo per eccellenza, stabilito, fissato nella sua durata, durante il quale possiamo confonderci con gli altri, lasciarci andare alla socievolezza, alla convivialità. A mio modo di vedere ciò che distingue il rave illegale è proprio l'assenza di questo preciso carattere rituale, in barba agli antropologi e ai sociologi di "tendenza" che vogliono spiegare questi eventi attraverso concetti ammuffiti tipo neo-tribalismo, techno, sciamanesimo e quant' altro. Il rito "primitivo" cerca di (ri)stabilire, in comunità circoscritte, una coesione sociale e un equilibrio individuale. Sin dalle origini della civiltà l' abolizione rituale-festiva delle differenze è servita al rinsaldamento dell' ordine gerarchico , a rendere accettabili le differenze stesse. Nelle complesse società occidentali di oggi l'edonismo è la forma rituale attenuata ,"laica". Il techno-party gestito orizzontalmente agisce precisamente e conflittualmente su questo terreno tentando di sfondare la nozione di festa, immettendole elementi di rottura , di critica , di sperimentazione. Il momento ludico diventa capace di creare disordine e crisi nello stesso apparato che gestisce il divertimento.L'allarmismo isterico degli operatori delle discoteche (vedi il signor Bornigia, patron del Piper e di altri locali romani),che temono di perdere clienti mentre dicono di preoccuparsi per la sicurezza e la salute dei giovani,lo dimostra sufficientemente.
Mentre il rave commerciale può essere paragonato ad una vacanza in un villaggio turistico o comunque pre-organizzata, un consumo del tempo libero, il rave illegale rappresenta una sorta di vacanza fai-da-te, nel senso che comporta un'attitudine dei viaggiatori all'esplorazione. Da un punto di vista più strettamente economico, il rave commerciale può avvicinarsi ad una ipotetica "società a responsabilità limitata", quello illegale ad un altrettanto ipotetica "società a responsabilità illimitata". Ciò non vuol dire che la scena illegale e quella commerciale rimangano come due mondi separati non comunicanti : al di là di queste distinzioni, il rave in generale costituisce un intreccio complesso e mutevole di implicazioni sociali, politiche, culturali e non solo, come spazio e tempo privilegiati della mescolanza, della trasversalità culturale, è irriducibile a qualsivoglia tentativo di indagine o analisi specialistica e allo stesso tempo la sua complessità fa sì che costituisca comunque un terreno sul quale convergono stimoli e interessi (diversi), spesso lontani fra loro, se non in conflitto.
La scena techno si è sviluppata seguendo direzioni inedite e imprevedibili se confrontate con le storie recenti - e ancora in atto - di altri fenomeni musicali. E possibile individuare, durante gli anni '80, correnti specifiche e collegarle a contesti, a luoghi altrettanto specifici. Sicuramente il punk ha rappresentato una attitudine nei confronti della musica che comportava la rivendicazione di una scelta esistenziale - tale scelta si manifestò in un primo tempo attraverso la provocazione come tentativo di rendersi visibili (le irruzioni nello show-business), più tardi attraverso la conflittualità come azione sociale, sia offensiva che difensiva. L'urgenza di difendere il proprio stile di vita evidentemente è stata prioritaria fino ad ora: il movimento del '77 e le successive esperienze delle occupazioni, dei centri sociali, hanno certamente un legame forte con il punk come cultura underground. Il termine "underground" può essere utile per definire situazioni che si muovono all'interno di queste esigenze opposte e complementari: da una parte uscire fuori, dall'altra preservare la propria identità, sopravvivere con la propria diversità. Aprirsi o chiudersi.
Il successo mondiale di "Never mind" dei Nirvana (1991) sigla ufficialmente l'ingresso del punk, nelle sue potenzialità di prodotto commerciale, nel "main stream" del pop con ben 14 o 15 anni di ritardo: solo che ora si chiama "grunge" ed entra nel rumore massmediologico come "nuova tendenza giovanile" e nel mercato discografico, come categoria musicale che costituisce un preciso settore di vendita il cui consumatore è identificabile mediante sofisticate strategie di indagine di mercato. Tuttora il genere "funziona", soprattuto la sua versione più scanzonata e scacciapensieri, vista la popolarità di gruppi come Green Day, Offspring, No Fx ecc. . "L'impiego quotidiano della musica come colonna sonora commerciale" fa sì che "per l'importanza della musica popolare il nostro secolo è inscindibilmente legato all'uso di essa da parte degli altri mass media - radio, cinema, tv, video - cosicchè l'organizzazione ed il regolamento di questi plasmano le possibilità del pop". 1 Il sistema capitalistico ha imparato molto bene l'arte del riciclaggio ed è il primo a decontestualizzare ed a cambiare di segno la musica. I prodotti musicali devono fare i conti con il loro possibile ri-uso a scopo commerciale: almeno potenzialmente, una volta uscito un disco qualsiasi ha delle concrete possibilità di venire utilizzato come sottofondo.Gli spots dei servizi sportivi di Tele Più 2 sono commentati musicalmente con il meglio di quella che viene definita "scena alternativa". Oggi questo processo si è velocizzato(il punk era particolarmente indigesto,di conseguenza la sua metabolizzazione è stata più lenta) e riguarda tutta la musica, per questo mi sembra oramai impossibile distinguere fra pop e avanguardia. Un aspetto che distingue alcune vicende musicali degli anni '80 è proprio (come nel caso stesso dei Nirvana) l'involontarietà, autentica o simulata che sia, il disinteresse dimostrato, a volte ostentato dall' "artista" rispetto al proprio successo, alla propria popolarità. Ancora oltre, rappers come Snoop Doggy Dog hanno costruito la loro fortuna sull' immagine da criminali (che apparentemente si rivolgono ad altri criminali). In un certo senso più si comunica con un pubblico ristretto cosicchè esso si possa identificare e sentire un'appartenenza, più è facile che in un breve volgere di tempo si crei una categoria, una tendenza identificabile e utilizzabile commercialmente. L'autenticità e la simulazione finiscono così per essere difficilmente distinguibili.
Se per "fenomeno musicale" si intende appunto una categoria o un genere musicale che vende dischi e che sia riferibile ad un contesto preciso, la scena techno non può definirsi tale: il suo sviluppo, la sua crescita, il suo "successo", non dipendono dalle vendite dei dischi, dal fatto di rappresentare un buon prodotto commerciale; inoltre non è possibile identificare in maniera precisa i suoi acquirenti, tantomeno i suoi luoghi deputati in quanto essi vengono cercati, creati, oppure semplicemente vissuti di volta in volta in modo diverso. Un rave in una discoteca è quasi una contraddizione di termini.

Il raver non è un fan

Il raver cioè non è (ancora) identificabile come acquirente da strategie di mercato.
Non c'è dubbio che senza ravers, i Djs e i gestori dei locali da ballo, non avrebbero guadagnato così tanto denaro; si potrebbe dire lo stesso per una qualsiasi band di successo senza i suoi fans. Ma il fan appunto, come affezionato dell'artista o di un determinato genere musicale, è in primo luogo un'acquirente di dischi. L'house, la techno e tutte le sottoetichette rappresentano un settore in controtendenza del mercato discografico. Mentre si è ormai da tempo imposto il CD come supporto-formato privilegiato, i mix di musica techno vengono venduti prevalentemente in vinile; questi non sono facilmente reperibili perchè il numero di copie stampate è piuttosto basso in quanto costituiscono un "esclusivo" strumento di lavoro per i Djs, i quali anche quando sono essi stessi produttori di musica, devono fondamentalmente lavorare dal vivo per esprimersi al meglio. Per il pubblico più vasto ci sono le compilations in CD pre- mixate dai Djs di grido, i singoli brani sono spesso accorciati secondo uno standard di durata medio, in modo da fornire la colonna sonora di un eventuale mini rave casalingo. Gli albums sono più facilmente reperibili,ma non suonano forte e potente come i singoli su vinile . La produzione di musica è legata al contesto della pista da ballo, situazione riproducibile all'infinito anche a livello immaginativo: ciò che conta é l'immediatezza dell'efficacia ritmica delle tracce sonore,anche per le versioni più estreme e rumoriste di techno.La cassa della batteria elettronica è l'elemento di continuità,il perno di questa musica. Un'altra fonte di diffusione e di guadagno sono i passaggi radiofonici : molte radio in italia hanno smesso di essere contenitori musicali per specializzarsi , facendo condurre le trasmissioni ai Djs più quotati del momento.
In secondo luogo il fan è uno spettatore, mentre il raver non è assimilabile allo spettatore del concerto; il rave rappresenta il superamento della performance "live", la quale prevede la presenza di uno o più protagonisti sul palco e di un pubblico che si gusta l'esecuzione. L'esecuzione musicale assume durante il rave valenze del tutto diverse, il Dj manipola musica registrata, di solito la consolle è molto più "nascosta" rispetto al palco, la folla non si è radunata per guardare verso un' unica direzione, semmai per guardarsi, quindi per farsi guardare.
Tradizionalmente la canzone è costruita formalmente attorno al testo, assegnando così un ruolo predominante alla comunicazione verbale. La parola ha però assunto sempre più valore di puro suono: la tecnologia elettronica permette di ricreare, di campionare, di decontestualizzare la voce umana e nella techno la parola è andata progressivamente scomparendo, favorendo lo sviluppo di modalità comunicative meno facilmente definibili . Nel 1990 in un pezzo prodotto a Londra ( " Maggie's last party ", Very Important Minister) uno degli ultimi sproloqui come ministro in carica di Margareth Thachter contro gli acid-parties veniva campionato, spezzato, ripetuto diventando un eccitante sproloquio a favore delle feste illegali.
La condivisione dell'eccitazione (determinata dalla prestazione dei musicisti) tipica della situazione del concerto si trasforma nel rave in un moltiplicarsi esponenziale di inputs, di stimoli che si riproducono; ognuno è protagonista ricevendo e trasmettendo energia. In questo contesto la musica finisce per costituire un sottofondo. Musica di sottofondo che esplode,musica immaginifica, portatrice di immagini, capace di lasciare un maggiore margine creativo alla fantasia del corpo e della mente di chi ascolta,aiutato dal supporto di uno spazio sonoro.
Le colonne sonore dei films, degli spots pubblicitari televisivi e radiofonici, i motivetti elettronici dei videogames, la musica (muzak) per ascensori, per supermercati, per piscine e quant'altro, hanno un referente obbligato: servono ad accompagnare un prodotto commerciabile o un momento che rientra nella gestione dell' attività produttiva (la stessa new age che sembra fatta apposta per liberi professionisti giovanili e stressati). Affrontare la valutazione dei margini residui di creatività artistica è un'altra questione, comunque credo che la colonna sonora di un film è tanto più evocativa quanto meno è vincolata alle immagini, agendo cioè parallelamente, in contrappunto rispetto ad esse.
Il riciclaggio, la frammentazione di questi suoni , dall'avvento del campionatore e ancora prima delle tecniche di "taglia e cuci"con i giradischi e i mixer, dà loro nuova vita:se accostati a rumori ambientali e appoggiati sopra una scansione ritmica predominante nella sua costanza,operano in maniera più sotterrana , creando effetti di feedback emotivo spesso subliminale. Tutti i suoni sono utilizzabili.La diffusione di tecnologia,anche quella più "bassa", costituisce un'occasione di vendetta e di espressione per l'ascoltatore.
Il rave rappresenta a suo modo la realizzazione di ipotesi di ricerche da lungo tempo sperimentate.
Mentre i compositori del passato intendevano comunicare un determinata impressione estetica, e per farlo miravano alla chiarezza, subordinando il dettaglio alla melodia e al ritmo di ampio movimento, con un apporto accuratamente sfumato tra certezze e ambiguità, gli autori d'avanguardia preferiscono la saturazione e la prolissità dei fenomeni musicali con la finalità di cancellare le proprie tracce e quindi di creare quello che può essere definito un effetto magico. Questa musica va percepita istantaneamente in uno stato di shock creato da alterazioni rapide o in stati quasi onirici creati dall'estensione apparentemente senza fine di schemi pressochè identici che si ripetono costantemente. La musica deve circondare costantemente l'ascoltatore, eliminando così il divario convenzionale tra mittente e destinatario. Alcuni ritengono che il suo effetto sia migliore nella musica registrata, con gli alti livelli sonori e gli altoparlanti di alta qualità impiegati, che estendono (e talvolta trasformano) le posizioni e la distribuzione dei suoni. L'ascoltatore è dunque materialmente immerso nel suono. Non è neppure richiesta un'attenzione esclusiva: il compositore spera di creare una nuova comunità, forse un nuovo mondo, e non di trasmettere informazioni specifiche.

Alexander Goehr
compositore inglese, insegnante della facoltà di musica dell'Università di Cambridge. In questo passo viene testimoniato uno spostamento di interesse da parte del compositore: il suo sforzo non è più volto ad esprimere pienamente il proprio talento secondo codici consolidati, piuttosto la ricerca è volta a creare i presupposti per coinvolgere l'ascoltatore in un'esperienza fisica e quindi più immediatamente emotiva. In senso più generale, l'attegiamento delle avanguardie artistiche di questo secolo mostra la necessità di superare la concezione aristotelica /occidentale dell'arte: l'opera d'arte intesa come mimesi, imitazione - rispecchiamento di un riflesso - porzione di realtà, rappresentazione compiuta nel suo sviluppo preordinato dall'autore, di fronte alla quale il pubblico non può far altro che porsi come spettatore.

Tale necessità testimonia la consapevolezza del fatto che tutta l'arte è diventata prodotto, un prodotto atto ad allietare, o a lenire il dolore, della società dei consumi e dello spettacolo. In altri termini l'esperienza estetica non è più grado di fornire un'esperienza reale anche per un problema, diciamo così, congenito: l'attenzione, l'immedesimazione, lo stesso trasporto emotivo, poggiano sulla consapevolezza che questa esperienza non può turbare più di tanto il nostro fragile equilibrio, soprattutto fisico. Siamo insomma al sicuro da sorprese.Inoltre la fruizione dell'opera d'arte è individuale.

La minimal music, la generazione successiva a quella di John Cage, (P. Glass, T. Riley, S. Reich, ed altri ) tenendo presente le ricerche sul suono dalle sperimentazioni dei futuristi (l'intonarumori di Luigi Russolo per esempio) in avanti, ridefiniva gli schemi musicali usando la tecnologia elettronica privilegiando la ripetizione, la variazione intesa come alternanza anche casuale di entrata e uscita delle singole parti, senza interessarsi alla costruzione-progressione coerente di un tema melodico. L'intento era quello di fornire un ambiente sonoro all'interno del quale muoversi, spostarsi, esplorare, fare esperienza immediata. Da un punto di vista strutturale sono innegabili le influenze delle culture musicali tradizionali o extra-occidentali legate alla danza, ai fenomeni della techno, dell'esperienza estatica, del rituale. Le cerimonie di cui si interessava l'antropologia durante gli anni '60 e '70, il fatto che mostrassero una coincidenza fra il momento del rituale e quello dello spettacolo qualificandosi come qualcosa di più profondo dell'intrattenimento, spinsero gruppi come il Living Theatre, il Performance Group, sperimentatori come Allan Kaprow, a creare eventi, happenings aperti, passibili di sviluppi diversi, capaci di situarsi sulla soglia, sul limite fra il "per finta" e il "per davvero" e di irrompere nella consuetudine quotidiana mettendola beneficamente in crisi. La scommessa era coinvolgere lo spettatore in una performance collettiva che gli permettesse di ritrovare e riprovare la dimensione corporea e ludica, di sperimentare una trasformazione in atto.------Il legame di queste ricerche con i rituali tradizionali non è ovviamente un legame di continuità in quanto tali manifestazioni culturali,come ho già detto, hanno il fine di (ri)stabilire la coesione sociale di determinate comunità seguendo un preciso percorso simbolico.L'evento performativo, oltre a svolgersi per lo più in contesti urbani , ha un carattere sperimentale non prevedibile.--------

Il rave, rispetto a questa evoluzione dell'evento spettacolare come momento di aggregazione partecipe, aggiunge un elemento più dichiaratamente edonistico - la danza come ricerca del piacere estatico,collettivo. La cultura techno si è abilmente inserita in un settore ben collaudato dell'industria del divertimento: la scena "dance".Gli operatori delle discoteche italiane hanno immediatamente capito che dovevano appropriarsi di questa tendenza prima di altri per poterla sfruttare al meglio. Così è stato: a parte la riviera romagnola, quella veneta e quella toscana,ben fornite di strutture adatte,c'era bisogno di spazi sempre più grandi, così hanno cominciato ad affittare edifici industriali, tendoni, megabalere, decentrandosi rispetto al contesto urbano. Nell' estate del '91 a Roma fu organizzato un rave alla Città del Mobile di nonno Ugo Rossetti, lo stesso spassoso personaggio che da un emittente privata proponeva graziose "cammerette" per ragazzi ed eleggeva ogni anno "la donna più bella del mondo"( fu insignita del titolo anche Moana Pozzi, all'inizio della sua carriera). Fascisti riciclati come Chicco Furlotti erano e sono tuttora i promotori di rave legali: costoro pretendono di rassicurare le mamme apprensive con l'affermazione della loro professionalità, parlano di anti-proibizionismo in materia di orari di chiusura ma si guardano bene dal farlo riguardo alle droghe. Tale perbenismo ipocrita fa sì che in questi locali sia molto più complicato fumarsi una canna in santa pace che consumare trip o ecstasy.Queste droghe sono relativamente nuove, ma si differenziano per la loro praticità: non richiedono cioè alcun rituale di preparazione,possono essere semplicemente ingerite come un qualsiasi psicofarmaco risultando così meno visibili.Su questa consapevolezza contano gli organizzatori per rivendicare una legalità di facciata che garantisce loro lauti guadagni. Alcuni locali notturni celebrano il rito della trasgressione riproponendo la gerarchia sociale della quotidianeità: nei lussuosi priveè vengono ospitati gratuitamente vip freschi e riposati che sorseggiano i loro drinks e magari consumano droghe di ottima qualità, mentre nell' arena pischelli che hanno pagato lire 50.000 di entrata spesso e volentieri si scannano fra loro. Se si aggiunge un apparato repressivo di buttafuori culturisti pronti a punire qualsiasi eccesso si capisce bene come questi luoghi siano pieni di violenza e conflittualità a stento controllate.La vendita indiscriminata di superalcolici (che malissimo si accoppiano con le droghe sopra citate) testimonia il disinteresse totale per il benessere dei partecipanti. L'atmosfera di sensualità liberatoria propagandata consiste in una squallida esibizione (retribuita) di stereotipi erotici degna delle veline di "Striscia la notizia", accentuando la frustrazione.

Per contro la condivisione di responsabiltà dei partecipanti ad un rave illegale crea un atmosfera che realmente si può dire empatica.L'abolizione delle differenze riesce a concretizzarsi , sospesa ad un filo ma tangibile.

Alle mie orecchie la stessa musica suona diversa, a seconda che io mi ritrovi ad un illegale o ad un commerciale. É l'utilizzo che cambia le cose.

Da un punto di vista musicale la techno fa esplodere il concetto stesso di pop, tutto questo continuo rumore di sottofondo commerciale, comunicativo, industriale, urbano, creando uno spazio sonoro che ci fa compiere un accellerazione temporale portandoci in un futuro prossimo, testando i nostri livelli di tolleranza in previsione di un' ulteriore esasperazione dei ritmi di vita. Il piacere è determinato dal propellente ritmico.

L' armonia, la melodia, il groove, che ancora rimanevano nell'house sono quasi spariti. Il caos ricostruito tecnologicamente e ordinato ritmicamente in modo da imparare a muoversi meglio all' interno di esso. L'impulso ritmico incessante crea una tensione che non si risolve ed è questo che ci procura piacere, come in un interminabile preliminare amoroso .


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lunedì 7 giugno 2004 - ore 18:10


Berlusconi Show...
(categoria: " Pensieri ")


Vista la visita in città un commento ci stà sempre bene...mio caro cavaliere se ne torni ad Arcore...qesta città non è come gliela dipinge Giustina...faccia pure il giretto sul Metrobus...tanto bello quanto inutile (gli autobus ke fine faranno???)...faccia il suo brindisi al Pedrokki dove qualke decennio fa veniva a cantare (xkè ha cambiato carriera cavaliere???Avrebbe fatto meno danni...) Naturalmente eviti via Anelli, la stazione, via D'avanzo e ogni cosa ke sarebbe da vedere...si crogioli sul metrobus...faccia un giro dove sorgerà il nuovo Ikea...eviti di parlare dei problemi della città...due parole sull'Irak "non ce ne andremo finkè non lo dirà il mio caro amico (padrone) G.W.Bush...mi faccia il piacere caro cavaliere...torni nella sua bella villa(città) di Arcore e si crogioli nell'oro...ke senso ha volerne ancora???Glielo chiedo per l'Italia...se ne vada...mi mankeranno le sue sparate di cui spero di vedere presto un libro...ma la prometto ke la tv non si dimentikerà di lei(difficile avendone tre)...hasta luego mio caro presidente...confido negli italiani x le prox elezioni...

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lunedì 7 giugno 2004 - ore 14:44


Psyconauti tribe (BO)
(categoria: " Pensieri ")


... perkè gli amerikani se ne tornino a kasa, portandosi via le loro, tanto devastanti quanto stupide, armi di distruzione di massa ...
... un'arsenale atomico, inutilmente parkeggiato in Italia ...
...
... giù i cannoni, avanti "joint" e "cylloni", marijuana libera !!!
... avremmo meno violenza, meno morti, più umanità ...
... ma forse questo fà paura ...
non servirebbero tante divise ...
(karo guerrafondaio, piantala! e fumala! ke ti passa )
... da soldatini a kontadini, hi! hi! hi! ...
...
... perkè la Sardegna kontinui ad esistere kalda splendente,
in eterno, kome il grande parko naturale di un'Italia libera, unita kontro tutte le guerre ...

...un sorriso psykedeliko...


Campagna x proliferazione spontanea marijuana
... marzo - aprile ...

Luogo: OVUNQUE!!!

Dettagli del luogo:
in ogni aiuola, in ogni parco,ai bordi di ogni campo e di ogni fosso, OVUNQUE CI POSSA ESSERE DELLA TERRA, DEL SOLE E UN PO' DI ACQUA!!
Tema dell'appuntamento: antipro
Tipo di appuntamento: azione Diretta...
DESCRIZIONE:
CAMPAGNA X LA PROLIFERAZIONE SPONTANEA DELLA MARIJUANA
la marijuana è una pianta, e come ogni pianta si riproduce in natura attraverso lo spargimento del polline.

HAI UNA MAREA DI SEMI DI CANAPONE E NON SAI CHE FARNE? L'ANNO SEMINA IN OGNI AIUOLA, IN OGNI PARCO, SUI BORDI DEI CAMPI E DEI FOSSI... OVUNQUE CI POSSA ESSERE TERRA,ACQUA E SOLE (E MAGARI PIù SPERANZE DI SOPRAVVIVENZA) QUESTA MAGNIFICA PIANTA!!!!!

...italyantiprounderground...

DAI IL TUO CONTRIBUTO ALLA TUA CITTA' ...

... un sorriso psykedeliko




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lunedì 7 giugno 2004 - ore 13:01


Dittatura non è comunismo!!!!
(categoria: " Riflessioni ")


... nella notte tra il 3 e il 4 giugno l'esercito cinese represse nel sangue i sit-in e le manifestazioni studentesche per la democrazia nella piazza Tienanmen o 'piazza Rossa' di Pechino... i giovani massacrati furono 320 secondo le fonti ufficiali, circa 1.300 in base alle testimonianze raccolte da Amnesty International... quindici anni piu' tardi, nel cuore di Parigi, il brulicante arrondissement num. 9, quartiere popolato da immigrati di tutto il mondo ai piedi di Mont-Martre, una decina di esuli ed ex dissidenti cinesi si sono riuniti nella sede di Reporters sans frontie'res (Rsf) per commemorare una delle date piu' tristi del XX° secolo... non sono ancora le 11.30, ora dell'appuntamento, ma gli ospiti cinesi sono gia' tutti seduti attorno alla tavola rotonda dove si terra' la riunione... si guardano attorno e scambiano sorrisi con i giornalisti, sono visibilmente emozionati, quasi ansiosi di raccontarsi... prende la parola Vincent Brossel, di Reporters sans frontie'res e sottolinea subito il senso di questa commemorazione: "dopo 15 anni, la repressione in Cina continua. proprio qualche ora fa e' stato arrestato un intellettuale". dall'89 a oggi sono finite dietro le sbarre piu' di 130 persone, tra giornalisti e internauti... quarantatre di loro avevano partecipato alla Primavera di Pechino (15 aprile - 4 giugno '89)...
"una madre e' sorvegliata in casa per aver realizzato un video", "un'altra vittima della repressione e' stata internata in un ospedale psichiatrico...
l'Unione Europea non ha dunque nessuna ragione per togliere l'embargo sugli armamenti imposto alla Repubblica Popolare dopo i fatti dell'89".
... stesso parere eper Wei Jingsheng, uno dei fondatori del movimento democratico cinese, incarcerato per 18 anni: "i membri dell'Ue hanno annunciato di voler annullare l'embargo con il pretesto che la Cina ha registrato, negli ultimi tempi, uno sviluppo sia nei diritti umani che nell'economia. NON E' VERO. Il presidente Hu Jintao e il primo ministro Wen Jabao hanno dimostrato di essere piu' duri dei loro predecessori. se Yang Zemin un tempo represse i gruppi religiosi, questi adesso si accaniscono contro gli operai, i contadini e i giornalisti". "è importante ricordare che le dimostrazioni a Tienanmen furono molto diverse da quelle che da sempre si tengono a Washington o a Parigi. Allora le persone manifestarono davanti ai fucili puntati e vennero colpite per i loro ideali".

accanto a lui, Cai Chong Guo, sindacalista 48enne che in Francia e' fuggito subito dopo l'eccidio. "In questi 15 anni nel mio Paese la democrazia e' continuata a mancare. sono cresciuti i problemi sociali e sono peggiorate le condizioni di vita dei lavoratori nelle citta' e nelle campagne. Il governo impedisce loro di formare organizzazioni indipendenti. esiste un sistema di persecuzione che opera in questo modo: i governatori locali danno gli ordini alla polizia che manda i 'dissidenti' in campi di educazione forzata".
... la Cina sembra non essere cambiata molto dai tempi della rivoluzione culturale di Mao Zedong (1966-'76), quando i nemici del Popolo venivano processati e umiliati in pubblico e poi spediti nei campi di lavoro: "Il 4 giugno fu il primo e ultimo sussulto democratico
indipendente"...

... fra i testimoni di Tienanmen uno mantiene lo sguardo abbassato... Heng Langzi, non conosce il francese, percio' forse resta in disparte aspettando il momento di raccontare quel lontano giorno di primavera. "tutti i media si sono chiesti se ci furono dei morti a Tienanmen", esordisce serio, come a lasciar trasparire un dolore incolmabile. "Il 4 giugno '89 un responsabile del servizio
d'ordine disse che non c'erano state vittime. a me spararono tre volte. alcuni soccorritori mi portarono all'ospedale insieme ad altre tre persone. due morirono, io ho ancora una pallottola nella gamba. certo, la piazza e' grande e i soldati la invasero completamente, quindi e' difficile dire quanti giovani persero la vita. pero' mi dispiace che molti testimoni oculari non vollero dire la verita'".

... il pericolo che i fatti di Tienanmen cadano nell'oblio e' reale. "La tragedia e' che in Cina si sta dimenticando sempre di piu'. La propaganda del governo e' stata molto efficace nell'occultare quanto accaduto. Alcuni portano questi episodi nel cuore, ma lo spirito di condanna si e' in gran parte esaurito".

Il monito lo rivolgiamo a tutti ..."Non dimentichiamo i principi difesi dai manifestanti cinesi"

in Cina il termine "4 giugno" e' ancora bandito sulla stampa e sul web...


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venerdì 4 giugno 2004 - ore 18:13


Quotidiana resistenza
(categoria: " Pensieri ")


Oggi è venuto in Italia un uomo, George W. (merda) Bush, per prendersi le lodi di una liberazione avvenuta 60 anni fa e per ricordare la morte di 500mila soldati Americani...ora a parte che ogniuno ha avuto i suoi morti nella grande guerra, allora ricordiamo tutti indistintamente, 6 milioni di Ebrei, altrettanti russi, alcune centinaia di migliaia di Italiani (in guerra o fucilati xkè Partigiani), e poi Inglesi, Francesi e xkè no anke i morti di ki era dalla parte sbagliata...i nostri, i tedeschi, i giapponesi e tutti gli altri...cmq la situazione attuale non può ke far notare come l'America(e nemmeno l'Italia) nn abbiano imparato niente dai quei morti...e mentre qui si ricordano quelli di 60 anni fa altri ne muoiono inutilmente in terre lontane per mantenere l'incontrastato predominio yankee...ora basta...ki ci difenderà da loro quando gli stati "Canaglia" saranno esauriti???O pensiamo ke sia impensabile per gli USA attaccare paesi amici???Certo ora si ma in futuro???In fondo anke l'Irak è stato aiutato per poi essere pugnalato alle spalle...quanti altri morti si dovranno piangere per queste guerre???Quanti altri per le stragi del terrorismo...???Le cause del terrorismo sono la povertà e la disuguglianza...e le guerre non fanno ke incrementarla...quando faremo il conto col resto del mondo ke ogni giorno usiamo, sfruttiamo e disprezziamo???Il giorno è sempre più vicino...il terrorismo è l'arma di ki nn ha esercito...di ki nn ha niente se nn la propria vita...fanatici???Forse...o forse semplicemente coraggiosi tanto da affrontare un nemico ke sembra inattaccabile...indistruttibile...ma ke l'11 settembre ha tremato...la vera battaglia del nuovo millennio dev'essere quella di creare un mondo migliore...vivibile x tutti e nn per un quarto del mondo...xkè il resto si stà giustamente incazzando...e nn si terranno più a bada con gli "aiuti umanitari"...distruggiamo x poter ricostruire da 0...togliamo x poi dare per lavarci le coscienze...x credere di fare la nostra parte...nn capiamo il limite del mondo infame ke abbiamo creato???Quando lo capiremo sarà troppo tardi...troppo tardi x tutti anke x noi...Fuck the system...Fuck USA...

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