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Madda 86, 21 anni spritzina di Milano CHE FACCIO? Non è da questo che si giudica una persona! Sono sistemato [ SONO OFFLINE ] [ PROFILONE ] [ SCRIVIMI ] STO LEGGENDO Sempre a portata di mano: Bibbia "Madre di diecimila figli", Christel Martin ![]() «Tutto ciò che è fatto con amore finisce sempre per trionfare. Un uomo che non ama ha mancato la propria vocazione di uomo» "Una vita con Karol", don Stanislao "Liberaci dal male", Alessandro Gnocchi "Il venditore di armi", Hugh Laurie - umorismo british e azione per stomaci forti... HO VISTO Il mondo non morirà mai di fame per la mancanza di meraviglie, quanto per la mancanza di meraviglia. G.K. Chesterton Piangendo Francesco disse un giorno a Gesù: "Amo il sole, amo le stelle, amo Chiara e le sorelle; amo il cuore degli uomini, amo tutte le cose belle. O Signore, mi devi perdonare, perché te solo io vorrei amare". ![]() ![]() ![]() ![]() Sorridendo il Signore gli rispose così: "Amo il sole, amo le stelle, amo Chiara e le sorelle; amo il cuore degli uomini, amo tutte le cose belle. O Francesco, non devi pianger più, perché io amo ciò che ami tu". ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() Ho visto che ... non esiste razza nè colore, esiste solo l’uomo. E mani bianchi che stringono mani nere possono compiere piccoli grandi miracoli. ...sorrisi più grandi dove la povertà è più tremenda. ... che è possibile sentirsi a casa anche a 6000 km di distanza. STO ASCOLTANDO F.De Gregori a gò-gò il Liga ![]() Nomadi ![]() Branduardi ![]() Jovanotti ![]() Povia ![]() Guccini ![]() De Andrè ![]() U2 ![]() Luca Carboni ![]() Amedeo Minghi ![]() Max Pezzali ![]() IL CUORE DEL MONDO... "Non ci sono nemici ci son solo infelici Infelici da amare e basta anche un sorriso" ![]() «Io sono stato molto vicino anche a quelli che non credono in Dio. Mi sono fatto l’idea che essi combattono, spesso, non Dio, ma l’idea sbagliata che essi hanno di Dio». (Albino Luciani) ultimamente anche... "Father And Daughter",Paul Simon "Good Man",Josh Ritter ABBIGLIAMENTO del GIORNO ![]() ![]() ORA VORREI TANTO... ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() STO STUDIANDO... OGGI IL MIO UMORE E'... ![]() ![]() ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... PARANOIE 1) Parlare con delle persone x ore e.....accorgerti che non ti hanno ascoltato neanche x un istante! MERAVIGLIE 1) Sentire che per qualcuno tu conti davvero 2) capire che una persona non è come sembrava...ma molto meglio! 3) sapere di aver vissuto la vita con uno scopo: rendere migliore quella degli altri. 4) Sapere che gli amici sono come le stelle.....non sempre li vedi....ma sai che ci sono! 5) ..quando pensi di essere solo contro tutti e ti accorgi k invece ci sn un sacco di persone disposte a darti una mano.. 6) Sentirsi accettati per quello che si è nonostante le prime impressioni! 7) l'Irlanda BLOG che SEGUO: Don Marco stampa Stella Lufty Leonida marylu87 Guerrieroo -angel- toffolo MacBass Tommaso dpa ali87 s.elisa pesca vicky_80 bergam8 pao82 Bruno86 ecce_ violavale nema cla92 zichichi lopez75 saurceful noirette BOOKMARKS Le opere del Padre (da Arte e Cultura / Poesia ) siti cattolici (da Pagine Personali / HomePage ) blog (da Pagine Personali / HomePage ) Altra irlanda (da Viaggi e Turismo / Agenzie ) Irish Rugby (da Sport / Vari ) Sportivi (da Sport / Vari ) Cuore e mani aperte (da Pagine Personali / HomePage ) Irlanda 1 (da Viaggi e Turismo / Riviste e Guide ) Federazione Rugby (da Sport / Vari ) UTENTI ONLINE: |
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Bruno Maggioni Se un uomo non è disposto a lottare per le proprie idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui. (Ezra Pound) - Non bisogna mai mollare, dottore - Disse l’infermiere. - Ci vuole un gran fisico per correre dietro ai sogni (Stefano Benni, Elianto) Quando uno sogna da solo è soltanto un sogno, quando si sogna insieme è la realtà che comincia H.Camara (1 Cor 2,2) domenica 20 gennaio 2008 - ore 14:22 Il discorso originale, non quello per sentito dire Magnifico Rettore, il Santo Padre aveva accolto volentieri l’invito da Lei rivoltoGli di compiere una visita a codesta Università degli Studi "La Sapienza", per offrire anche in questo modo un segno dell’affetto e dell’alta considerazione che Egli nutre verso codesta illustre Istituzione, che ebbe origine secoli or sono per volontà di un Suo venerato Predecessore. Essendo purtroppo venuti meno, per iniziativa di un gruppo decisamente minoritario di Professori e di alunni, i presupposti per un’accoglienza dignitosa e tranquilla, è stato giudicato opportuno soprassedere alla prevista visita per togliere ogni pretesto a manifestazioni che si sarebbero rivelate incresciose per tutti. Nella consapevolezza tuttavia del desiderio sincero coltivato dalla grande maggioranza di Professori e studenti di una parola culturalmente significativa, da cui trarre indicazioni stimolanti nel personale cammino di ricerca della verità, il Santo Padre ha disposto che Le sia inviato il testo da Lui personalmente preparato per l’occasione. Mi faccio volentieri tramite della Superiore decisione, allegandoLe il discorso in parola, con l’auspicio che in esso tutti possano trovare spunti per arricchenti riflessioni ed approfondimenti. Colgo volentieri l’occasione per porgerLe, con sensi di profonda deferenza, cordiali saluti. Tarcisio Card. Bertone Segretario di Stato Magnifico Rettore, Autorità politiche e civili, Illustri docenti e personale tecnico amministrativo, cari giovani studenti! È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della "Sapienza - Università di Roma" in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l’istituzione era alle dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo. Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l’Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell’accoglienza e dell’organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un "nuovo umanesimo per il terzo millennio". Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l’invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un’occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell’università "Sapienza", l’antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale. Certo, la "Sapienza" era un tempo l’università del Papa, ma oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del genere. Ritorno alla mia domanda di partenza: Che cosa può e deve dire il Papa nell’incontro con l’università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: Qual è la natura e la missione dell’università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all’Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell’intera Chiesa cattolica. La parola "vescovo"–episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a "sorvegliante", già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all’insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell’insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l’interno della comunità credente. Il Vescovo – il Pastore – è l’uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù – e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura – grande o piccola che sia – vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull’insieme dell’umanità. Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa – le sue crisi e i suoi rinnovamenti – agiscano sull’insieme dell’umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell’umanità. Qui, però, emerge subito l’obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: Che cosa è la ragione? Come può un’affermazione – soprattutto una norma morale – dimostrarsi "ragionevole"? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione "pubblica", vede tuttavia nella loro ragione "non pubblica" almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale – la sapienza delle grandi tradizioni religiose – è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee. Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica. Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l’università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare soltanto un testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: "Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?" (6 b – c). In questa domanda apparentemente poco devota – che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino – i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell’ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università. È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra "scientia" e "tristitia": il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa. Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire – una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l’università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come "arte" che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell’universitas significava chiaramente che era collocata nell’ambito della razionalità, che l’arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all’ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista. Ma qui emerge subito la domanda: Come s’individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo? A questo punto s’impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell’uomo. È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell’umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa "forma ragionevole" egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un "processo di argomentazione sensibile alla verità" (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico "processo di argomentazione" sono – lo sappiamo – prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all’insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico. Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos’è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla "ragione pubblica", come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Torniamo così alla struttura dell’università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c’erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l’uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda – in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta. Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d’Aquino – di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico – di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il "sì" alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell’università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta "Facoltà degli artisti", fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull’avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l’idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro "senza confusione e senza separazione". "Senza confusione" vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al "senza confusione" vige anche il "senza separazione": la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all’interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una "comprehensive religious doctrine" nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi. Ebbene, finora ho solo parlato dell’università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell’università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell’università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma. Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro. Dal Vaticano, 17 gennaio 2008 BENEDICTUS XVI LEGGI I COMMENTI (14) - PERMALINK mercoledì 16 gennaio 2008 - ore 14:09 Freeedom! Libertà! ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() They may take our lives, but they’ll never take our freedom! William Wallace, Braveheart ![]() ![]() LEGGI I COMMENTI (30) - PERMALINK mercoledì 16 gennaio 2008 - ore 13:53 Della serie: libertà di parola... Papa alla Sapienza, nuova inquisizione di Costantino Belluscio. Già Portavoce del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e deputato al Parlamento Italiano dal 1972 al 1987. Il Papa costretto a rinunciare alla visita alla Sapienza. Motivazione? Benedetto XVI è un Papa “conservatore e reazionario”. E se fosse stato considerato “progressista e democratico” sarebbe stato ben accetto? Ma chi è che decide a quale delle due categorie egli appartiene? Nel frattempo, c’è chi come l’ex presidente Carlo Azeglio Ciampi parla di “un danno enorme nelle relazioni tra Stato e Chiesa”. Benedetto XVI è uno dei più raffinati uomini di cultura del nostro tempo. I docenti che gli hanno impedito di partecipare alla inaugurazione dell’anno accademico di quella Università che nel 1303 venne fondata da Papa Bonifacio VIII, hanno avuto la spocchia di considerarsi eguali a lui. Egli però è anche il capo della Cristianità, cioè di tre quarti della cultura dell’Occidente di tutti i tempi, oltreché una grande autorità morale in tutto il mondo indipendentemente dalle credenze di ciascuno. Si può dissentire da lui, ma non si può impedirgli di esprimere, dalla Cattedra o da altra tribuna, il suo pensiero. Il secolo XX si è chiuso con la sconfitta morale delle Sante Inquisizioni della storia contemporanea, rappresentate, storicisticamente, dal fascismo, dal nazismo e dal comunismo, ciascuno dei quali non solo ha ridotto al silenzio gli oppositori, ma li ha anche mandati a morte. In periodi oscuri, chiunque voglia diffondere un raggio di luce è considerato un nemico. Chi ha vissuto i drammi del ‘900 ricorda, a mo’ di lezione, le violenze comminate dagli studenti fascisti dell’Università di Firenze negli anni 1923-1924 a Salvemini e Calamandrei a cui si impediva di tenere le loro lezioni . Più vicino a noi le difficoltà che ha dovuto affrontare Renzo De Felice quando spiegava che bisognava rileggere la storia recente del nostro Paese all’Università di Roma e i fischi che hanno accolto Luciano Lama alla Sapienza nel 1977 per aver voluto sottolineare che i lavoratori italiani si volevano elevare dal terreno melmoso della violenza antagonista irrazionale e perniciosa. Si è detto oggi per impedirgli di parlare che Benedetto XVI è un Papa “conservatore e reazionario”. Se, allora, fosse considerato “progressista e democratico” sarebbe ben accetto? Ma chi è che decide a quale delle due categorie egli appartiene? Alcuni zelanti oppositori alla visita del Papa sono gli epigoni di una cultura, quella comunista, che è stata tra le più rovinose della storia. A questi soloni del Santo Uffizio laicista si affiancano giovani della goliardia e di altra oscura provenienza, ai quali l’unico consiglio che si può dare è di andare a studiare per impedire che l’Italia, che appartiene anche a loro, non precipiti ulteriormente tra le ultime nella classifica dell’acculturamento di quelli che escono dalle scuole. ![]() Il furore ideologico combinato con la violenza di ludi goliardici ha inferto un duro colpo alla immagine liberale del nostro Paese fin dai tempi in cui questa miscela esplosiva copriva atti terroristici. Ora, con la stessa miscela, si vorrebbe dire ai democratici, ai liberali e alle persone civili come si debbono comportare perchè le loro azioni siano politicamente corrette. Quando si afferma che non si può invitare il Papa all’Università per il rispetto che si deve ad ogni credo religioso, è facile rispondere che eguale rispetto non si può però negare a chi è testimone di una cultura universale su cui si è forgiata ogni generazione italica e che ha permeato la intera vita nostra e quella di coloro che dissentono da noi. La libertà è confronto, contrasto, antitesi di opinioni tutte rispettabili e protese alla ricerca di entità e di orizzonti di condivisibilità comune. Ai contestatori odierni del Papa, che puzzano di totalitarismo, sono preferibili i docenti della Columbia University di New York che hanno invitato a tenere una lezione il Presidente iraniano, Mahmud Ahmadinejad, nemico dichiarato, fanatico e viscerale degli Stati Uniti e negatore dell’Olocausto. Fonte: il confronto LEGGI I COMMENTI (4) - PERMALINK martedì 15 gennaio 2008 - ore 15:41 «E altre volte, ci accorgiamo che il normale non è normale...» Ma non si uccide così un sogno di Marco Lombardo «Ho un sogno». Chi non l’ha mai detto, sentito, sicuramente pensato. Chi non ha mai voluto essere migliore di quello che è, avere qualcosa in più, sognare per vivere. Oscar Pistorius in questo è uno di noi: ha due gambe in meno, è vero, ma ha una testa forse anche migliore e una caparbietà che molti di noi - noi che ci chiamiamo «normali» intendo - non conoscono. Nello sport sono in tanti a parlare di sogno, tutti i giorni, basta sfogliare la retorica di cui ci riempiamo le giornate. Per dire: il tecnico Ranieri sogna di vincere lo scudetto, il motociclista Melandri sognava una Ducati, il pugile Malodrottu ha sognato il titolo mondiale, il calciatore Van der Vaart sogna di giocare con Del Piero, Berlusconi ha visto realizzare il sogno del tridente brasiliano. Tutto letto e scritto e solo nelle ultime pagine di storia quotidiana. Poi però c’è Oscar Pistorius. Lui sogna. Oscar sogna le Olimpiadi, quelle che tutti gli atleti vogliono almeno una volta nella vita, il miraggio, l’obbiettivo, il sogno appunto. Ma non quelle per gli sportivi con qualcosa in meno e un cuore così in più, Pistorius vuole quelle vere, vuole la Cina, Pechino, quei 400 metri di pista che ti fanno entrare la vita nelle ossa. Diciamolo subito: la decisione della federazione internazionale di atletica che gliele ha definitivamente proibite probabilmente non poteva essere diversa, il regolamento parla chiaro, non tutti i sogni si possono realizzare, al contrario non sarebbero tali. Eppure - tanto per dire - le parole di Luca Pancalli, il numero uno del Comitato Paralimpico Italiano, fanno pensare nella loro lampante normalità: «Per ironia della sorte non avrei mai pensato di svegliarmi un giorno ed apprendere che un ragazzo senza gambe è avvantaggiato rispetto a chi le ha». E Pancalli, che dalla sua sedia non si potrà mai più rialzare, è uno che in fondo ha sognato e ha vinto. ![]() Pistorius, invece, ha solo 21 anni, non ha mai avuto i talloni e le gambe le ha perse quando aveva 11 mesi, esattamente il giorno in cui ha cominciato a sognare. Ecco perché un giorno decise di fare qualcosa per quelli come lui e di dimostrare qualcosa a quelli come noi. Decise di fare atletica, s’inventò due protesi al carbonio, quelle lame che mette nel borsone e che tira fuori ad ogni corsa neanche fossero dei pattini. Solo che lui non ha piedi a cui metterli, ma solo gambe mozze da muovere. Oscar Pistorius però ha cominciato a correre e con lui corrono tutti quelli che hanno un sogno nella vita, qualcosa d’impossibile a cui non ci si vuole arrendere. Con lui dovremmo forse cominciare a correre anche noi, ma Oscar è diventato «the fastest thing on no legs», che suonerebbe carino se non fosse che la traduzione è più o meno «la cosa più veloce sopra il nulla al posto delle gambe», la cosa - avete capito? - detto da noi che le gambe ce le abbiamo. ![]() Una cosa, insomma, non un uomo, anche se George Bernard Shaw diceva che «certi uomini vedono le cose come sono e dicono: perché? Io sogno cose mai esistite e dico: perché no?». Ecco perché allora Oscar è come Shaw: un uomo. Un uomo di quelli che abbattono barriere, che mettono asticelle più alte, che sognano di arrivare sempre più in là del possibile. Uno come noi, che ora stiamo qui a giudicare, a discutere, a dire che sì - è vero - in fondo Oscar alle Olimpiadi non ci sarebbe andato lo stesso perché il suo tempo non entra nei parametri «normali» e che sì - è vero - Pistorius è l’unico che nei 400 metri in pista va più veloce nell’ultima parte di gara perché non c’è uomo al mondo che sarebbe capace di farlo. Perché non è normale. Già, le regole, la normalità: tutto vero, perfino troppo reale. Oscar continuerà a combattere, noi però sappiamo come andrà a finire: sarà tutto normale, anche se - volendo - qualcuno una volta ha detto che non si uccide così un sogno. Mi riprometto: ci penserò stasera, scendendo le scale per andare a casa. Con le mie gambe. Il Giornale,martedì 15 gennaio 2008 COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK martedì 15 gennaio 2008 - ore 13:30 Parola all’anticlericale Da laico vi dico: incivile non farlo parlare di Giordano Bruno Guerri Non condivido le tue idee, ma mi batterò fino alla morte affinché tu possa esprimerle. La celebre frase di Voltaire è nota anche ai più asini fra gli studenti e non può essere ignota a dei docenti universitari. E anche se non la conoscono (è possibile), non possono ignorare che il diritto di manifestare le proprie idee - anche sbagliate, quando non sono criminali - è alla base dei principi di libertà, democrazia, civiltà. Figurarsi in campo scientifico, dove le idee non possono e non debbono mai venire rigettate a priori, bensì esaminate e, nel caso, confutate. Con tutto il mio laicismo, provo dunque un senso di raccapriccio per quei docenti universitari che si sono presi la briga di scrivere una lettera al rettore della Sapienza di Roma tentando di convincerlo a ritirare l’invito a Benedetto XVI per l’inaugurazione dell’anno accademico. Il motivo del contendere è una citazione del filosofo Paul Feyerabend fatta nel 1990 dall’allora cardinale Ratzinger: «La Chiesa dell’epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo...». Sul Giornale di ieri Andrea Tornielli ha spiegato bene che, dopo quella citazione, lo stesso Ratzinger ne prese le distanze ribadendo che la fede non cresce «dal rifiuto della razionalità». Certo, la citazione è irritante, e ancora più irritante è l’ormai manifesta tendenza di Benedetto XVI a usare citazioni «forti» per poi poter ribattere, dopo gli inevitabili attacchi, «l’ha detto lui, mica io». Mi sembra un trucco dialettico indegno di un intellettuale, figurarsi di un Papa intellettuale. Così non mi è piaciuto che - dopo avere giustamente denunciato il degrado di Roma davanti al sindaco Veltroni - il Papa abbia incaricato l’ufficio stampa del Vaticano di smorzare la polemica, come un politico qualsiasi. ![]() Forse è un romanticismo da non credente pensare che un Papa dovrebbe essere meno politico. Ma impedirgli di parlare in un ateneo è ottuso, oltre che incivile, antidemocratico, illiberale. Certo, anche io sono preoccupato dal fatto che Benedetto XVI, al contrario del suo predecessore, sembri voler aumentare la contrapposizione fra scienza e fede. E non credo affatto che sia una faccenda che riguarda solo i cattolici, perché quando la Chiesa prende certe posizioni, la cosa riguarda tutta la società: fu così all’epoca del divorzio; è così, oggi, con la ricerca sulle staminali. E però si fa soltanto il gioco delle posizioni più oscurantiste, impedendo al Papa di parlare. A chi obiettasse che può parlare dove vuole, che non gli occorre il pulpito della Sapienza, basterebbe forse ricordare il caso recente del presidente iraniano invitato alla Columbia di New York, proprio lui, nemico mortale degli Stati Uniti e negatore - antiscientificamente - dell’olocausto. Preferisco però ricordare un caso più antico e nostrano, nonché a ruoli rovesciati. Nel 1926 Piero Martinetti, docente di filosofia teoretica alla Statale di Milano, presiedeva il VI congresso nazionale di filosofia; gli studiosi cattolici (con in testa padre Agostino Gemelli) e alcuni fascisti rifiutarono di partecipare perché era stato invitato anche Ernesto Buonaiuti, da poco scomunicato «vitando» da Pio XI, la scomunica più grave. Piero Martinetti, non cattolico benché credesse in un’Entità superiore, uomo mitissimo ma deciso a fare rispettare la libertà di tutti, volle aprire lo stesso il convegno, che fu chiuso d’autorità dal prefetto per i disordini subito fatti scoppiare a arte. (Proprio come c’è da temere che avverrà alla Sapienza.) Martinetti dichiarò: «Non potevo rendermi esecutore di un decreto di scomunica, io, filosofo, cittadino di un mondo nel quale non vi sono né persecuzioni né scomuniche». Quando anche lui venne scomunicato, commentò, in una lettera al Sant’Uffizio: «Quanto alla verità, io non posso naturalmente, come filosofo, ammettere che contro la ragione, che è luce divina, valga alcuna verità esteriore: e mi rimetto, tremando, a Colui che solo può giudicare della verità e dell’errore, perché Egli solo è la Verità». Nel 1931, Martinetti e Buonaiuti furono due dei dodici professori - su 1.400 - che rifiutarono il giuramento di insegnare secondo le dottrine fasciste. Mi chiedo quanti sarebbero stati capaci di fare altrettanto, fra i professori che vogliono impedire a Benedetto XVI di parlare. Il Giornale, 15 gennaio 2008, pagina 6 LEGGI I COMMENTI (10) - PERMALINK lunedì 14 gennaio 2008 - ore 18:22 Non ho altro da offrirti L’unica strada L’Angelo della Morte bussò un giorno alla casa di un uomo. "Accomodati pure" disse l’uomo. Ti aspettavo". "Non sono venuto per fare due chiacchiere"disse l’Angelo, "ma per prenderti la vita". "E che altro potresti prendermi?" "Non so. Ma tutti, quando giungo io, vorrebbero che io prendessi qualsiasi cosa, ma non la vita. Sapessi quali offerte mi fanno!". "Non io. Non ho nulla da darti. Le gioie che mi sono state donate le ho godute. Mi sono divertito, ma senza fare del divertimento lo scopo della mia vita. Gli affanni, li ho affidati al vento. I problemi, i dubbi, le inquietudini li ho affidati alla provvidenza. Ho utilizzato i beni terreni solo per quanto mi erano necessari, rinunciando al superfluo. Il sorriso, l’ho regalato a quanti me lo chiedevano. Il mio cuore a quanti ho amato e mi hanno amato. La mia anima l’ho affidata a Dio. Prenditi dunque la mia vita, perché non ho altro da offrirti". L’Angelo della Morte sollevò l’uomo fra le sue braccia e lo trovò leggero come una piuma. All’uomo la stretta dell’Angelo parve tenerissima. E il Signore spalancò le porte del Paradiso perché stava per entrarvi un santo... ![]() Non esistono altre vie. L’unica strada per una vita piena, riuscita e felice è la strada della santità. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK sabato 12 gennaio 2008 - ore 12:58 Risposte stupide Pago, faccio quel cazzo che mi pare, altroché! Una delle ormai abituali campagne anti - alcol atttira la mia attenzione, nel sottopasso della metropolitana 2, fermata S. Ambrogio, per la risposta che ha ricevuto: Pago, faccio quel cazzo che mi pare, altroché! Uno che ha capito tutto della vita, non c’è che dire... Spero che non sia convinto di quanto ha scritto, maschile o femminile che sia la mano anonima, ma sia solo una goliardata, frutto, chissà, dell’ennesima sbornia, magari... Come si fa ad illudersi che basta pagare per poter avere tutto? Come se i soldi potessero comprare tutto! Puoi comprare una serata di sesso sfrenato con una ragazza dell’Est poco più che bambina, schiava dei suoi aguzzini, ma non l’amore che ti riempie la vita. Puoi comprare una carriera, ma non la soddisfazione di fare il tuoi sogni. Puoi comprare un silenzio, ma non la fiducia di un amico vero. Forse ti puoi illudere che bastano un po’ di soldi e la macchina sportiva giusta per fare il figo e avere tutto quello che vuoi. Ma quando ti svegli dal sogno e ti ritrovi giù dalla giostra, ti accorgi che tutti i sorrisi che ti circondavano erano falsi, e tutto quello che luccicava non era oro, ma solo chincaglieria per attirare le gazze, che chi ti aveva giurato fedeltà ti ha guardato cadere e non ha mosso un dito. Ma chi ti vuole veramente bene è sempre rimasto, magari nell’ombra,dopo l’ennesimo "Lasciami stare, pensa ai fatti tuoi!", pronto a raccoglierti dopo la caduta, pronto a dimenticare tutti gli screzi, continuando a sforzarsi di amarti così come sei. Max Pezzali avvisava che "Ti potranno dire che non può esistere niente che non si tocca o si conta o si compra perchè chi è deserto non vuole che qualcosa fiorisca in te" ... allora, mano anonima, non ti lasciare ingannare! LEGGI I COMMENTI (1) - PERMALINK lunedì 7 gennaio 2008 - ore 18:49 Come bambini Ci sarà chiesto Ci sarà chiesto del sangue che potevamo fermare E che invece abbiamo lasciato versare. Ci sarà chiesto delle risate che abbiamo trattenuto, solo per stupida convenzione. Ci sarà chiesto dei sorrisi che abbiamo negato, solo perché temevamo il giudizio della gente. Ci sarà chiesto delle lacrime che non abbiamo asciugato, solo perché credevamo di non avere nessun diritto per poterlo fare. Ci sarà chiesto delle nostre intransigenze, delle nostre paranoie, dei nostri giudizi velenosi, delle nostre lingue da serpente, della nostra saccenteria, del nostro bieco moralismo, della nostra vigliaccheria, dei nostri musi lunghi. ![]() Ci sarà chiesto conto di tutte quelle volte che NON SIAMO STATI CAPACI DI COMPORTARCI COME BAMBINI! LEGGI I COMMENTI (12) - PERMALINK domenica 6 gennaio 2008 - ore 12:55 Epifania I Magi: religione e cultura La visita dei Magi ci fa riflettere sul nostro modo di porci di fronte a Dio. Innanzitutto, una domanda sorge spontanea: come possono i Magi essere venuti a conoscenza della nascita di Cristo, se erano così lontani? A mio avviso, questo ci ricorda come non sempre la cultura allontani dalla fede, anzi, spesso, secondo l’insegnamento di S. Tommaso d’Aquino, è proprio tramite lo studio e la conoscenza del cosmo che si può giungere a trovare Dio. A patto, però, che non ci lasciamo irretire dalla cultura che assumiamo, ma siamo sempre capaci di avere il coraggio e l’umiltà di arrenderci di fronte al Dio che ci viene incontro, disfacendo i nostri arzigogolati pensieri e tendendoci le braccia come fa un bambino. Solo quando sottoponiamo il nostro studio alla Luce Divina, allora veramente arriviamo a trovare quell’Assoluto di Verità e Amore che andiamo cercando senza posa in ogni nostra attività umana. Ma facciamo un passo indietro: prima dell’umiltà e dell’apertura di fronte al mistero, c’è la disponibilità a lasciare tutto, a “sporcarsi le mani”, a rischiare in prima persona. I Magi affrontano un viaggio impegnativo, lasciano le loro sicurezze e cercano la Verità seguendo un segno. Non sanno dove sia la Verità, non hanno la certezza del cammino da seguire, solo si mettono a seguire la Stella. La loro fede nasce dunque da lì, poiché fin dalla partenza sono convinti del fatto che troveranno quello che cercano (anche se non ne hanno la certezza contingente),perché sono convinti che le forze, le energie, le ricchezze spese in questo viaggio non sono sprecate, ma sono un investimento. Ed è questa la fede più grande, perché è la fede in qualcosa che appena percepiamo, ma in cui rischiamo del nostro perché riteniamo che quel qualcosa sia importante per noi. Ed infine, nella stalla di Betlemme c’è l’adorazione, vale a dire il riconoscimento di quel Bambino come il Figlio di Dio. Quale sapienza può spingere a riconoscere in quel bambino che giace nella mangiatoia un bambino speciale, quell’Emmanuele promesso al popolo d’Israele? Quale disciplina, quale dottrina può assicurare questo sapere? Mi viene alla mente ciò che più tardi Cristo dirà a Pietro: “ Beato te, perché né la carne, né il sangue te l’ hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16,17). Si può arrivare a credere razionalmente in un principio primo creatore di tutte le cose e si può anche giungere ad identificare questo con Dio; ma per vedere in Gesù, vero uomo e pur sempre vero Dio, il Salvatore del mondo è richiesto il salto nel buio della fede, che perfeziona, trascende e sublima ogni possibile sapere umano. Per concludere, parafrasando S. Paolo, solo se le discipline del sapere sapranno farsi piccole, è allora che potranno dilatarsi e diventare grandi, perché ripiene di Spirito Santo. LEGGI I COMMENTI (18) - PERMALINK domenica 6 gennaio 2008 - ore 09:45 6 gennaio ![]() LEGGI I COMMENTI (3) - PERMALINK > > > MESSAGGI PRECEDENTI |
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