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1) doversi alzare da sotto il piumone alle 7 di mattina in pieno inverno
2) Dimenticare
3) Chi sa mentire guardandoti negli occhi

MERAVIGLIE


1) Sentire che per qualcuno tu conti davvero
2) svegliarsi accanto alla persona che si ama
3) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...


"Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a coloro che sognano di notte soltanto." Edgar Allan Poe

"Non sono niente. / Non sarò mai niente. / Non posso volere d’essere niente. / A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo..."
Alvaro de Campos (Tabacaria)

"Un mattino, ci si sveglia. E’ il momento di ritirarsi dal mondo, per meglio sbalordirsene. Un mattino, si prende il tempo per guardarsi vivere" da Neve di M. Fermine

"Ci sono due specie di persone. Ci sono quelli che vivono, giocano e muoiono. E ci sono quelli che si tengono in equilibrio sul crinale della vita." da Neve di M. Fermine

"Mi sembrava che l’anima viva dei colori emettesse un richiamo musicale, quando l’inflessibile volontà del pennello strappava loro una parte di vita." W. Kandinsky

"Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere, un cuore eccessivamente spontaneo che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale, che accompagna col piede la melodia delle canzoni che il mio pensiero canta, tristi canzoni, come le strade strette quando piove." F. Pessoa da Poesie inedite




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martedì 24 ottobre 2006 - ore 09:44


Message In A Bottle
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Just a castaway
An island lost at sea
Another lonely day
With no one here but me
More loneliness
Than any man could bear
Rescue me before I fall into despair

I’ll send an SOS to the world
I’ll send an SOS to the world
I hope that someone gets my
Message in a bottle

A year has passed since I wrote my note
But I should have known this right from the start
Only hope can keep me together
Love can mend your life
But love can break your heart

I’ll send an SOS to the world
I’ll send an SOS to the world
I hope that someone gets my
Message in a bottle

Walked out this morning
Don’t believe what I saw
A hundred billion bottles
Washed up on the shore
Seems I’m not alone at being alone
A hundred billion casatways
Looking for a home

I’ll send an SOS to the world
I’ll send an SOS to the world
I hope that someone gets my
Message in a bottle

Sending out an SOS



Police


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lunedì 23 ottobre 2006 - ore 16:50


a buon intenditor...
(categoria: " Vita Quotidiana ")




due non di più

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lunedì 23 ottobre 2006 - ore 10:21


30. Dalla Grande muraglia
(categoria: " Vita Quotidiana ")


SIMATAI (Pechino) - Ve l’avevo detto che avrei scritto il finale sulla Grande Muraglia. Sembra un rito deficiente, e forse lo è, ma il fatto è che non mi riesce veramente di spiegare cosa ho in testa senza raccontare questo serpentone di pietre e follìa. È una specie di immagine guida, per me. Così mi son detto: chissà com’è pensare un’immagine mentre ci stai camminando sopra. Una cosa da Gulliver: fare trekking dentro a un proprio pensiero. Potevo resistere?

* * *
Sembra un serpente ubriaco, ma in verità una logica c’è, e il principio sembra essere questo: costruisci una torre in cima a una collina, poi guardi verso ovest e cerchi il punto più alto che c’è nel raggio di una settantina di metri, diciamo la distanza da cui è visibile una lanterna nella notte. In quel punto costruisci un’altra torre. Infine colleghi le due torri con un camminamento alto qualche metro, e dotato di sponde. Se per fare questo devi scendere in una gola e poi risalire dall’altra, lo fai senza scomporti, e con serena pazienza. Se devi scalare un costone ripidissimo, lo fai senza smadonnare e con ferma determinazione. Ripeti questo gesto per due secoli e ottieni la Grande Muraglia. È importante, per strada, non cambiare idea mai. Conosco gente che vive, in quel modo.

* * *
Devo concludere che camminare per sette ore sulla Grande Muraglia è il modo più esatto di camminare per sette ore rimanendo nello stesso punto. non c’è quasi divenire, e un unico gesto architettonico ti accompagna, immutabile, per chilometri, riproponendoti lo stesso taglio delle pietre, lo stesso colore delle sponde, la stessa idea di gradino, per chilometri. Ogni torre è la stessa torre, e solo la mutevole prospettiva di salite e discese ti certifica che, contro ogni apparenza, ti stai muovendo. Identica, la campagna, intorno. Quando ti sei spinto abbastanza in là da non incontrare proprio più nessuno, sorprendente ti risulta il potere ipnotico di quell’andare surreale, e i passi iniziano effettivamente ad apparirti come un discesa dentro se stessi, dove il barlume di movimento orizzontale che ancora percepisci tende a sfumare nella ben più chiara sensazione di una discesa verticale, quasi una caduta, lenta e ritmica, verso un punto cieco, sotto ai tuoi piedi. Così, mentre scambi la stanchezza per qualche forma di ascesi meditativa, il mondo effettivamente si spegne nel disegno della Muraglia, e la Muraglia si spegne nei tuoi passi, e i tuoi passi si spengono nelle mosse della tua mente, e alla fine resta il nocciolo duro di un pensiero, in questa aria tersa della mente che ho fatto migliaia di chilometri per raggiungere. Monsieur Bertin, penso. La cara vecchia tecnica di monsieur Bertin. Pazienza, fatica, silenzio, tempo, e profondità. Per ricompensa: il pensiero. La prossimità al senso delle cose.
Così mi fermo, e per un attimo ho l’assoluta e errata certezza della superiorità indiscutibile del modello di monsieur Bertin. L’unico modo possibile di pensare, penso. Altro che i barbari. Naturalmente so che non è vero, ma quassù non c’è nessuno a controllare, e non se ne accorgerà nessuno se, per un attimo, baro.
Così, con chiarezza, alla fine, e in modo penosamente antico, mi si srotola davanti agli occhi quel che ho imparato da questo libro, e quel che ho compreso.

* * *
In genere si crede che la Grande Muraglia sia una cosa antichissima, una specie di monumento estremo che affonda le radici nella notte dei tempi. In realtà, così come la conosciamo, con quel suo serpente di mura che inanella torrioni uno dopo l’altro, seguendo passivamente il profilo del paesaggio, la Grande Muraglia è una costruzione relativamente recente: un paio di secoli di lavoro, tra Millequattro e Milleseicento. Fu il parto di una singola dinastia, i Ming: la loro spettacolare ossessione. Apparentemente, l’idea era quella di difendersi dalle scorrerie dei nomadi del nord tirando su un muro che corresse dal mare fino alle profonde regioni occidentali. In realtà, la faccenda era assai più complessa. Dove noi tendiamo a vedere un dispositivo militare si nascondeva, invece, un modo di pensare. A nord, nella steppa, c’erano i barbari. Erano tribù nomadi che non coltivavano la terra, praticavano la razzia e la guerra come mezzo di sostentamento, ed erano splendidamente estranee alla raffinatezze della civiltà cinese. Quando il bisogno li incalzava, premevano ai confini dell’impero, e proponevano scambi commerciali. Se gli erano rifiutati, attaccavano. Per lo più, razziato il territorio, se ne scomparivano da dove erano venuti. Ma non mancò chi si spinse a conquistare l’intero impero: Kublai Khan era mongolo, e l’ultimo imperatore cinese, quello spodestato nel 1912, era mancese: barbari, tutt’e due, saliti al trono. Impensabile, ma vero. Per secoli, le diverse dinastie avvicendatesi al potere si posero così il problema di come affrontare quella variabile impazzita che turbava la quiete dell’impero. Quella della muraglia era un’opzione, ma non l’unica. C’erano almeno due altre soluzioni possibili. La prima era invadere i barbari e sottometterli: abbastanza logica, per un impero, ma difficile da realizzare. I nomadi erano formidabili combattenti, e per sconfiggerli bisognava in certo modo accettare il loro modo di combattere e imitarlo. Inoltre, anche ammesso che si riuscisse a vincere, restava da capire cosa farsene di quelle steppe inospitali e come fare, poi, a presidiarle. La seconda opzione era piegarsi a commerciare con loro. Dico piegarsi perché l’idea di scambiare delle merci con i barbari era ritenuta una debolezza ai limiti dell’impensabile. Lo immaginate il Celeste Imperatore che si siede al tavolo con un barbaro e si piega al ricatto, offrendo prezioso grano in cambio di inutili cavalli? Dio non tratta con i selvaggi. Non accetta i loro doni, non riceve i loro ambasciatori, e neanche si sogna di leggere i loro messaggi. Non esistono, per lui.
Il fatto però era che quelli esistevano eccome. Così, per secoli, l’establishment militare e intellettuale cinese si esercitò intorno a quel dilemma delle tre possibilità: attaccare, commerciare o tirare su un muro? Suonava come un problema di strategia militare, ma loro ne fecero un problema quasi filosofico, intuendo che prendere una decisione equivaleva a scegliere una certa idea di se stessi, una certa definizione di cosa fossero l’impero e la Cina. Sapevano che attaccare e commerciare erano gesti che in qualche modo costringevano l’impero a uscire dalla tana, e l’identità cinese a misurarsi con l’esistenza di gente diversa. Il muro, invece, sembrava la sanzione stessa della compiuta perfezione dell’impero, la certificazione fisica del suo essere il mondo intero. Così facevano finta di interpellare i generali, ma era dai filosofi che si aspettavano una risposta. Insegnandoci, per sempre, che nel proprio rapporto coi barbari ogni civiltà reca inscritta l’idea che ha di se stessa. E che quando lotta con i barbari, qualsiasi civiltà finisce per scegliere non la strategia migliore per vincere, ma quella più adatta a confermarsi nella propria identità. Perché l’incubo della civiltà non è essere conquistata dai barbari, ma esserne contagiata: non riesce a pensare di poter perdere contro quegli straccioni, ma ha paura che combattendoci può uscirne modificata, corrotta. Ha paura di toccarli. Così prima o poi l’idea a qualcuno viene: l’ideale sarebbe mettere un bel muro tra noi e loro. Ai cinesi venne un sacco di volte, nel corso dei secoli. Era l’unico sistema di combattere senza sporcarsi le mani e rischiare contagi. Era l’unico sistema per annientare qualcosa di cui non erano disposti ad ammettere l’esistenza. Da un punto di vista filosofico, era geniale. Dal punto di vista militare, va detto, non funzionò mai. Nessuna muraglia, né quella che vediamo oggi, né quelle, più modeste, che l’avevano preceduta, servì ad alcunché. I barbari ci arrivavano sotto, bestemmiavano un po’, poi giravano il cavallo (decine di migliaia di cavalli) e iniziavano a galoppare lungo il muro. Quando finiva, ci giravano attorno e invadevano la Cina. Lo fecero più volte. Erano nomadi ed erano nati a cavallo: spostarsi di qualche migliaio di chilometri non gli cambiava un granché la vita. Più di rado, forse colpiti da umana impazienza, attaccavano un punto del muro, lo squarciavano e dilagavano al di là. Per cui non c’è dubbio: costruire, mantenere e presidiare quella muraglia aveva dei costi del tutto sproporzionati alla sua utilità militare. Solo un generale deficiente avrebbe potuto concepire un piano del genere. O un filosofo geniale, come iniziate a capire. Così, ecco quello che siamo autorizzati a pensare della Grande Muraglia: non era tanto una mossa militare, quanto mentale. Sembra la fortificazione di un confine, ma in realtà è l’invenzione di un confine. È un’astrazione concettuale, fissata con tale fermezza e irrevocabilità da diventare monumento fisico e immane.

È un’idea scritta con la pietra. L’idea era che l’impero fosse la civiltà, e tutto il resto fosse barbarie, e quindi non-esistenza. L’idea era che non c’erano gli umani, ma cinesi da una parte e barbari dall’altra. L’idea era che lì in mezzo ci fosse un confine: e se il barbaro, che era nomade, non lo vedeva, adesso l’avrebbe visto: e se il cinese, che era impaurito, se lo dimenticava, adesso se lo sarebbe ricordato. La Grande Muraglia non difendeva dai barbari: li inventava. Non proteggeva la civiltà: la definiva. Per questo noi la immaginiamo lì da sempre: perché antichissima è l’idea, cinese, di esser la civiltà e il mondo intero. Anche quando quel muro era giusto una catena di terrapieni accennata qua e là, per noi già si chiamava Grande Muraglia, perché rocciosa e monumentale e era già allora l’idea che esistesse quel confine. Per secoli fu poco più che un’immagine mentale: realissima ma fisicamente inappariscente. Così, quando Marco Polo andò laggiù e raccontò tutto quel che vide, della Muraglia non fece parola. Possibile? Non solo possibile, ma logico: Kublai Khan era un mongolo, l’impero che Marco Polo vide era quello dei barbari vincitori che erano scesi dal nord e si erano presi la Cina. Esisteva nella loro mente quell’idea di confine? No. E, sparita dalla mente, la Grande Muraglia era poco più che qualche singolare fortificazione sperduta nel nord: per qualsiasi Marco Polo, era invisibile.

Così noi, oggi, nella Grande Muraglia possiamo leggere la più monumentale e bella enunciazione di un principio: la divisione del mondo tra civiltà e barbarie. Per questo sono venuto fin quassù. Volevo camminare sull’idea a cui avevo dedicato un libro. E capire qui cosa avevo imparato.

* * *
Lo voglio dire nel modo più semplice. Qualsiasi cosa stia accadendo, quando abbiamo percepito la spina nel fianco di una qualche razzìa, la mossa che abbiamo scelto di fare è stata alzare una Grande Muraglia. Apparentemente lo abbiamo fatto per difenderci. E siamo tuttora convinti in buona fede che sia per quello. E celebriamo il domestico eroismo di chi la difende ogni giorno, e di chi la costruisce, ottusamente, per migliaia di chilometri. Neanche la constatazione, facile, che quel muro non ha minimamente ridotto le razzìe, ci fa cambiare idea. Continuiamo a perdere pezzi, eppure il grottesco spettacolo di eleganti ingegneri affaticati dietro alla costruzione del muro continua a sembrarci lodevole. Ma la verità è che non stiamo difendendo un confine: lo stiamo inventando. Ci serve quel muro, ma non per tenere lontano quel che ci fa paura: per dargli un nome. Dove c’è quel muro, noi abbiamo una geografia che conosciamo, l’unica: noi di qua, e di là i barbari. Questa è una situazione che conosciamo. È una battaglia che sappiamo combattere. Al limite possiamo perderla, ma sapremo che abbiamo combattuto dalla parte giusta. Al limite possiamo perdere, ma non perderci. E allora avanti con la Grande Muraglia.
E invece è una mutazione. Una cosa che riguarda tutti, nessuno escluso. Perfino gli ingegneri, là, sui torrioni della muraglia, hanno già i tratti somatici dei nomadi che in teoria stanno combattendo: e hanno in tasca denaro barbaro, e polvere della steppa sui loro colletti inamidati.

È una mutazione. Non un leggero cambiamento, non un’inspiegabile degenerazione, non una malattia misteriosa: una mutazione compiuta per sopravvivere. La collettiva scelta di un habitat mentale diverso e salvifico. Sappiamo anche solo vagamente cosa l’ha potuta generare? Mi vengono in mente di sicuro alcune innovazioni tecnologiche, decisive: quelle che hanno compresso spazio e tempo, strizzando il mondo. Ma probabilmente non sarebbero bastate se non fossero coincise con un evento che ha spalancato lo scenario sociale: la caduta di barriere che fin qui avevano tenuto lontana una buona parte degli umani dalla prassi del desiderio e del consumo. A questi homines novi, ammessi per la prima volta al regno dei privilegi, dobbiamo probabilmente l’energia cinetica indispensabile a realizzare una vera mutazione: non tanto i contenuti di quella mutazione, che sembrano ancora il prodotto di alcune élites consapevoli, ma di sicuro la forza necessaria a metterla in opera. E il bisogno: questo è importante: il bisogno. Probabilmente viene da loro la convinzione che senza mutazione saremmo finiti. Dinosauri in estinzione.
Quanto a capire in cosa consista, precisamente, questa mutazione, quello che posso dire è che mi pare poggi su due pilastri fondamentali: una diversa idea di cosa sia l’esperienza, e una differente dislocazione del senso nel tessuto dell’esistenza. Il cuore della faccenda è lì: il resto è solo una collezione di conseguenze: la superficie al posto della profondità, la velocità al posto della riflessione, le sequenze al posto dell’analisi, il surf al posto dell’approfondimento, la comunicazione al posto dell’espressione, il multitasking al posto della specializzazione, il piacere al posto della fatica. Uno smantellamento sistematico di tutto l’armamentario mentale ereditato dalla cultura ottocentesca, romantica e borghese. Fino al punto più scandaloso: la laicizzazione brusca di qualsiasi gesto, l’attacco frontale alla sacralità dell’anima, qualunque cosa essa significhi.

È quanto sta accadendo intorno a noi. C’è un modo facile di definirlo: l’invasione dei barbari. E ogni volta che qualcuno si erge a denunciare la miseria di ogni singola trasformazione, esentandosi dal dovere di comprenderla, la muraglia si alza, e la nostra cecità si moltiplica nell’idolatria di un confine che non esiste, ma che noi ci vantiamo di difendere. Non c’è confine, credetemi, non c’è civiltà da una parte e barbari dall’altra: c’è solo l’orlo della mutazione che avanza, e corre dentro di noi. Siamo mutanti, tutti, alcuni più evoluti, altri meno, c’è chi è un po’ in ritardo, c’è chi non si è accorto di niente, chi fa tutto per istinto e chi è consapevole, chi fa finta di non capire e chi non capirà mai, chi punta i piedi e chi corre all’impazzata in avanti. Ma eccoci lì, tutti quanti, a migrare verso l’acqua. Per un certo tempo ho pensato che fosse una condizione legata a una certa generazione, quelli tra i trenta e i cinquant’anni: ci vedevo lì, in mezzo al guado, con la mente di qua e il cuore di là, mezzi mammiferi mezzi pesci, strappati in due da una mutazione arrivata troppo tardi o troppo presto: piccoli penosi monsieur Bertin sul surf. Ma scrivendo questo libro mi è apparso sempre più chiaro che quella condizione è di tutti, che il destino incerto e la schizofrenia irrevocabile dei primi mutanti è il dettato, ilare, che ci spetta. E così se c’è una risposta alla domanda di Gengis Khan (me l’ha regalata Antonio Scurati: Gengis Kahn non se la fece mai, ma gliel’ha attribuita Viktor Pelevin, ne Il mignolo di Buddha), se c’è una risposta a quella domanda che tutti noi potremmo porci, allora io non la immagino diversa da questa: ognuno di noi sta dove stanno tutti, nell’unico luogo che c’è, dentro la corrente della mutazione, dove ciò che ci è noto lo chiamiamo civiltà, e quel che ancora non ha nome, barbarie. A differenza di altri, penso che sia un luogo magnifico.

* * *
La pensioncina ai piedi della muraglia ha le lanterne rosse e i serramenti di alluminio anodizzato. Non c’è acqua calda, ma c’è la tivu, dove vedo uno che suona il flauto traverso con il naso. Poi vedo anche un telefilm con un bambino che vomita spaghetti. È tutto perfetto. In questa sera al neon posso scrivere l’ultima cosa che ho da dire.

Non c’è mutazione che non sia governabile. Abbandonare il paradigma dello scontro di civiltà e accettare l’idea di una mutazione in atto non significa che si debba prendere quel che accade così com’è, senza lasciarci l’orma del nostro passo. Quel che diventeremo continua a esser figlio di ciò che vorremo diventare. Così diventa importante la cura quotidiana, l’attenzione, il vigilare. Tanto inutile e grottesco è il ristare impettito di tante muraglie avvitate su un confine che non esiste, quanto utile sarebbe piuttosto un intelligente navigare nella corrente, capace ancora di rotta, e di sapienza marinara. Non è il caso di andare giù come sacchi di patate. Navigare, sarebbe il compito. Detto in termini elementari, credo che si tratti di essere capaci di decidere cosa, del mondo vecchio, vogliamo portare fino al mondo nuovo. Cosa vogliamo che si mantenga intatto pur nell’incertezza di un viaggio oscuro. I legami che non vogliamo spezzare, le radici che non vogliamo perdere, le parole che vorremmo ancora sempre pronunciate, e le idee che non vogliamo smettere di pensare. È un lavoro raffinato. Una cura. Nella grande corrente, mettere in salvo ciò che ci è caro. È un gesto difficile perché non significa, mai, metterlo in salvo dalla mutazione, ma, sempre, nella mutazione. Perché ciò che si salverà non sarà mai quel che abbiamo tenuto al riparo dai tempi, ma ciò che abbiamo lasciato mutare, perché ridiventasse se stesso in un tempo nuovo.

E adesso ci starebbe bene un bel paragrafo per spiegare cosa secondo me bisognerebbe portare in salvo nella mutazione. Ma il fatto è che non ho le idee molto chiare, al proposito. So che c’e sicuramente qualcosa, ma cosa, è difficile dirlo, adesso, con esattezza. Difficile. L’unica cosa che mi viene in mente è, ancora una volta, una pagina di Cormac McCarthy. È proprio al fondo di quel libro che già vi ho citato nelle epigrafi, ve lo ricordate? La storia dello sceriffo e del killer. "Cosa si dice a uno che per sua stessa ammissione non ha l’anima?" Ve lo ricordate? Bene. Quello è un libro davvero senza speranza, sembra la resa incondizionata a una mutazione rovinosa, nessuna speranza, nessuna via d’uscita. Però a un certo punto lo sceriffo passa vicino a una strana cosa, una specie di abbeveratoio scavato nella pietra dura a colpi di scalpello. È proprio nell’ultima pagina. Vede l’abbeveratoio e si ferma. E lo guarda. Una cosa lunga quasi due metri, e larga mezzo, e profonda altrettanto. Nella pietra si vedono ancora i segni dello scalpello. Sarà stato lì da cento, duecento anni, dice lo sceriffo. Così, dice, mi è venuto da pensare all’uomo che l’aveva fabbricato. Si era messo lì con una mazza e uno scalpello e aveva scavato un abbeveratorio che sarebbe potuto durare diecimila anni. Ma perché? In che cosa credeva quel tizio? Dovete pensare che lo sceriffo a quel punto è davvero stanco, non crede più in niente, e sta per chiudere la sua stella in un cassetto per sempre. Dovete immaginarvelo così. Mentre si chiede perché diavolo uno dovrebbe mettersi a scavare un abbeveratoio di pietra con l’idea di fare qualcosa che dura diecimila anni. In cosa bisogna credere, per avere idee del genere?

In cosa crediamo per avere ancora questo istinto cieco a mettere al sicuro qualcosa? McCarthy, lui l’ha scritta così: "Penso a quel tizio seduto lì con la mazza e lo scalpello, magari un paio d’ore dopo cena, non so. E devo dire che l’unica cosa che mi viene da pensare e che quello aveva una sorta di promessa dentro al cuore. E io non ho certo intenzione di mettermi a scavare un abbeveratoio di pietra. Ma mi piacerebbe essere capace di fare quel tipo di promessa. È la cosa che mi piacerebbe più di tutte".

Applaudono molto, alla tivù, perché il tipo che suonava il flauto traverso col naso adesso lo fa tenendo in bilico sulla testa una quantità impressionante di piatti e bicchieri. Su un altro canale c’è il Milan. Sterile possesso palla. Fuori, nel buio, la Grande Muraglia. Ma impastata con il nero senza storia di una notte cinese.

(21 ottobre 2006 - A. Baricco - www.repubblica.it)

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lunedì 23 ottobre 2006 - ore 10:20


29. Qualsiasi grande può regredire a inutile comparsa
(categoria: " Vita Quotidiana ")


12. Hamburger
Sentite questa. Il giornale che state leggendo in questo momento vive perché incassa soldi in tre modi diversi: vendendo il giornale, vendendo spazi pubblicitari nel giornale e vendendo altre cose attaccate al giornale (libri, dischi, dvd...). Secondo voi cos’è che incassa di più? La pubblicità, questo è comprensibile. (Ma non poi così logico: un libro guadagna per quello che è, mica per qualcosa che si porta addosso e non c’entra niente con lui). Va bè. E al secondo posto cosa c’è? Verrebbe da dire il giornale. E invece no. Nel 2005 si è verificato lo storico aggancio: i gadget hanno fruttati più meno quanto il giornale. Forse è un caso, una particolare congiuntura storica: ma comunque è successo, e la cosa dovrebbe far riflettere.

E’ sempre utile studiare come circola il denaro. Guardate la geografia di questo caso: c’è un centro, il giornale, e c’è un periferia, rappresentata da tutto quello che non è giornale ma è messo in movimento dal giornale: pubblicità e annessi. Dove va il denaro? Nella periferia. Avanti di questo passo, facile che il giornale venga a costare anche meno, o addirittura niente: a quel punto il denaro sarebbe tutto nella periferia. Curioso. Tenete conto che comunque nulla di tutto ciò esisterebbe se non ci fosse, al centro, il giornale. E’ lui che produce il combustibile per arrivare agli annessi. Così, il cuore di quel sistema appare come una grande fonte d’energia in cui si produce un’autorevolezza, una firma, che poi espelle ai lati il movimento del denaro. Non ho dati aggiornati, ma ricordo distintamente di aver letto come a Las Vegas, qualche anno fa, sia successo qualcosa di analogo: i ristoranti, gli hotel, i night club, i teatri, avevano sorpassato, quanto a incassi, i casino. Quello che in linea di principio era stato per anni l’accessorio apparato di gradevolezza studiato per trascinare il tapino a svuotarsi le tasche in un casino, adesso è diventato, economicamente parlando, la sostanza di Las Vegas. La gente continua ad andare là perché è Las Vegas, la capitale del gioco: ma poi fa altro.

E’ vero che la faccenda, di per sé, ricorda certe poetiche apocalissi primo-novecentesche: vi ricordate il palco vuoto dell’imperatore? Il mondo senza centro, tanto cantato dagli artisti mitteleuropei. Ma lì si trattava, appunto, di apocalisse: cioè di una forma elegante e sofisticata di perdita del senso. Invece i modelli che abbiamo adesso sotto il naso sembrano piuttosto produrre senso, non bruciarlo. Lo moltiplicano. Non sembrano la fine di un mondo, ma piuttosto l’inizio. L’inizio del mondo barbaro.

Forse uno degli stilemi esistenziali dei barbari è proprio questo schema: un centro fondativo che motiva il sistema e una periferia che magnetizza il senso. Posso fare un esempio plebeo? L’hamburger. Nella sua accezione barbaramente più alta e perfetta: l’hamburger di McDonald’s. Il centro è la polpetta. Qualcuno ha in mente che gusto ha? Non ne ha, praticamente. Il senso di quella cosa da mangiare sta nel resto. Infatti lei, la polpetta, è praticamente unica e inamovibile: il movimento si scatena quando scegli cosa ci vuoi sopra, e intorno, e dietro. Adesso ormai siamo abituati: ma dovete ammettere che la cosa è un po’ strana. Teoricamente, e secondo i principi di monsieur Bertin, se uno vuole mangiare una polpetta dovrebbe poter scegliere tra molti tipi di polpetta, e questo sarebbe il senso della faccenda: scegliere il manzo argentino piuttosto che il vitello danese cotto al sangue. Invece niente. Della polpetta non frega niente a nessuno. E’ il resto che fa la differenza.

E’ uno schema mentale, ammettetelo. Una transumanza del senso verso le regioni periferiche dell’accessorio. Il senso nomade che si sostituisce al senso stanziale. Barbari.

Così andiamo in enormi multisale a vedere film che sono la polpetta prevedibile, spesso, di allegre gite famigliari in cui si consuma di tutto. O compriamo qualsiasi oggetto produca Armani, anche i sottopentola, pur non sognandoci nemmeno di vestirci da Armani. O votiamo partiti di cui non abbiamo mai letto il programma. O guardiamo il calcio alla tivù e disertiamo lo stadio. O andiamo a Las Vegas per mangiare. O compriamo Repubblica per portarci a casa un corso di inglese per bambini.

In un certo senso, volendo incontrare i barbari, una cosa che puoi fare è andare negli Stati Uniti entrare in un supermercato e decidere di comprare un pollo al forno, semplicemente un pollo al forno. Ne esistono, minimo, quattro. Uno al curry, uno al limone, uno al rosmarino, e uno all’aglio. Le dimensioni sono sempre identiche, la cottura pure, la provenienza, immagino, anche. Posso anche aggiungere che il pollo, in sé, non sa quasi di nulla. Non so che dieta facciano quei poveri animali, ma si direbbe che pasteggiano a polistirolo. Il pollo al sapore di pollo non esiste. In compenso dove noi abbiamo giusto un’opzione ("mi dia un pollo al forno") loro ne hanno, minimo, quattro. Possono diventare molti di più se solo vi infilate nel gorgo delle salse.

Senso nomade.

12. Elica
Ehi, è l’ultimo pensierino. L’ultimo ritrattino dei barbari. Ultima pagina del taccuino. Sono soddisfazioni. Lo dedico, l’ultimo abbozzo, all’elica. E’ una immagine che mi aiuta a capire: com’è che si possa pensare, oggi, con una qualche ragione, che Thomas Mann è uno scrittore inutile e sopravvalutato. Sono accessi di follia? No. E’ l’elica. Mi spiego.

Una cosa a cui bisogna prepararsi è che quando accade una mutazione, lì le gerarchie del giudizio vanno a pallino. Non è gradevole, ma è così. Lo dico nel modo più semplice: nella storia dei mammiferi il delfino è un eccentrico. In quella dei pesci, un padre fondatore. A parte ogni sfumatura di gusto, di comprensione, di giudizio, resta il fatto che ogni civiltà giudica i suoi predecessori dalla rilevanza che hanno avuto nel creare l’habitat mentale in cui quella civiltà vive. Se una generazione di mutanti sposta il mondo a vivere sott’acqua, stimolando la nascita di branchie dietro alle orecchie, va da sé che per quel mondo, da quel momento in poi, la giraffa non sarà quel gran punto di riferimento. Il coccodrillo avrà un suo certo interesse. La balena sarebbe Dio. Se per una qualche anomalia del destino storico l’Ancien Régime avesse continuato a dominare il mondo, Boccherini sarebbe un grande e Beethoven un eccentrico. Ma nel mondo come l’abbiamo vissuto noi, Beethoven è, indiscutibilmente, un padre fondatore. Perfino il più oscuro degli artisti si guadagna un merito, agli occhi di una civiltà, se solo ha contribuito in piccola parte ad anticipare l’habitat mentale in cui poi, quella civiltà, è finita a dimorare. Il che deve indurre a capire come sia possibile anche il contrario: qualsiasi grande può regredire a inutile comparsa se una mutazione cambia il punto di vista, e rende difficile annoverarlo fra i profeti del nuovo mondo (Bach, per dire, restò pressoché invisibile per un sacco di tempo prima che una mutazione mentale rendesse rilevabile dai radar la sua immane presenza).

E’ come la pala di un’elica. Dipende da dove ti piazzi, puoi vederla scomparire dietro l’affilata linea del suo taglio, o vederla allargarsi, bella grassa, sotto i tuoi occhi. Non è tanto una questione di forza della singola opera o del singolo autore: è la prospettiva che detta la regola: poi, solo dopo, interviene quella forza, a orientare i giudizi.

Così noi vediamo, retrospettivamente, solo il paesaggio che si può vedere da qui, e in questo modo riconosciamo le vette più alte, e misuriamo la grandezza.

Ora pensate ai barbari. Pensate a dove sono andati a vivere, nel loro nomadismo mentale. Pensate al paesaggio che si apre davanti ai loro occhi se solo porvano a voltarsi indietro. E guardate se, alta e immota, brilla in tutto il suo splendore la vetta di Thomas Mann. Non so. Forse. Ma non lo darei così per scontato.

Perché è vero che ci sono vette che praticamente nessuna mutazione ha cancellato dal paesaggio dei viventi. Le chiamiamo: i classici. Omero. Shakespeare. Leonardo. Ogni volta che ci si è spostati, erano ancora là, incredibilmente. Per ragioni segrete, o per una forma di vertiginosa capacità profetica che sapeva immaginare non un nuovo mondo, ma tutti i nuovi mondi possibili: in essi era inscritta qualsiasi mutazione. Ma Thomas Mann: siamo sicuri che sia all’altezza? O non è piuttosto la vetta di un paesaggio particolare, uno dei tanti, forse nemmeno tra i più radicati e diffusi, quasi il paesaggio privato di una civiltà locale, breve, e già sparita.

Dico questo per chiarire che se si accetta l’idea di una mutazione, e allegramente si inclina a lasciarla passare, ciò a cui bisogna essere preparati è la perdita secca di qualsiasi gerarchia preesistente, la frana di tutta la nostra galleria di monumenti. Resterà in piedi qualcosa, certamente. Ma nessuno può dire, oggi, cosa. Tremerà la terra, e solo dopo, quando tutto si sarà fermato di nuovo nella bella permanenza di una nuova civiltà, ci si guarderà attorno: e sarà sorprendente vedere cosa è ancora là, dei paesaggi della nostra memoria.

Che potrebbe anche essere l’ultima riga di questo libro, ma non lo è, perché è vero che sono finite le pagine del taccuino, ma un epilogo ci vuole, e ci sarà. Giusto una puntata. Ma che abbia il sapore di ciò che, un tempo, chiamavamo: finale.

Sabato prossimo. Come promesso, dalla Grande Muraglia.

(29-continua - A. Baricco - ww.repubblica.it)

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venerdì 20 ottobre 2006 - ore 16:57


A DO RO
(categoria: " Vita Quotidiana ")


fantastico!!!

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venerdì 20 ottobre 2006 - ore 09:47



(categoria: " Vita Quotidiana ")




John Wood - Lake Charles, Louisiana 2002

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giovedì 19 ottobre 2006 - ore 16:56


«OPER TOILET»
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ecco il bagno pubblico collocato nei sottopassaggi del complesso dell’Opera di Vienna, celebre teatro lirico della capitale austriaca. L’ingresso della toilette è una sorta di un siparietto dove risuonano le note di celebri arie. Dentro, i «pissoir» maschili hanno la forma di procaci labbra di donna smaltate con rossetto rosso fuoco. Protestano dirigenti politiche di diversi partiti: la toilette è «sessista». «Una disgustosa, misogina mancanza di gusto senza eguali», ha tuonato l’assessore per le Donne Sonja Wehsely, socialdemocratica, reclamandone la demolizione (Hans Klaus Techt/Ansa-Epa/Pal)



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giovedì 19 ottobre 2006 - ore 15:02


80 flash
(categoria: " Vita Quotidiana ")


"One, two, three, four, five, six, seven, eight! Dormire, salutare, autostop, starnuto, camminare, nuotare, sciare, spray, macho,clacson, campana, ok, baciare, capelli, saluti, saluti, Superman! Ok ragazzi adesso cerchiamo di farlo meglio! Ricordatevi che si parte sempre da dormire, Fate attenzione alla differenza fra camminare e nuotare e nel finale due volte i saluti. Fatelo bene! “Gioca Jouer!” Dormire, salutare, autostop, starnuto, camminare, nuotare, sciare, spray, macho, clacson, campana, ok, baciare, capelli, saluti, saluti, Superman! One, two, three, four, five, six, seven, eight! Ok, ragazzi, ora più veloce, perché i comandi cambiano ogni due battute, se riuscirete a farlo, d’ora in poi potrete giocare anche solo con la musica, perché sarete dei veri campioni di “Gioca Jouer!” Dormire, salutare, autostop, starnuto, camminare, nuotare, sciare, spray, macho,clacson, campana, ok, baciare, capelli, saluti, Superman! All right!"





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giovedì 19 ottobre 2006 - ore 10:14


e adesso...
(categoria: " Vita Quotidiana ")




colazione col plumcakkio!

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giovedì 19 ottobre 2006 - ore 09:37


Come sopravvivere in ufficio? Ecco le regole
(categoria: " Vita Quotidiana ")


In un articolo di Guy Browning sul Guardian, i venti suggerimenti per non farsi travolgere dallo stress dei luoghi di lavoro

Ecco le venti regole per sopravvivere al lavoro, pubblicate sul “Guardian”. Quale tra queste mettete più spesso in pratica?
Evitare le riunioni, non offrire mai il caffè e riuscire a farsi notare facendo il meno possibile. Se si vuole sopravvivere allo stress da ufficio è necessario osservare alcune regole. Ne è convinto Guy Browning, che in un articolo pubblicato sul Guardian stila un elenco con venti suggerimenti. Lo scopo? Non farsi travolgere dagli attacchi di capi e colleghi. Browning ritiene infatti che gli uffici siano luoghi dove occorre continuamente difendersi. Per questo è contrario a gentilezze del tipo "offrire il caffè ai colleghi" o "rispondere al telefono". Per fare in modo che gli uffici non si trasformino in giungle, basta ricordarsi che più si fa e più si sbaglia e che i colleghi non sono i nostri amici. Quindi niente relazioni sociali, ma anche niente insulti. I rapporti vanno gestiti ricordandosi sempre che nessuno deve sentirsi oltraggiato. Browning suggerisce anche di farsi notare dai capi, ma attenzione: è necessario ricordare sempre che quando qualcosa va male, è generalmente perché qualcuno ha provato a fare qualcosa. Chi vuol stare tranquillo al lavoro poi deve ignorare categoricamente i consulenti: hanno un ego talmente grande, scrive il Guardian, che un’azienda intera non basta a sostenerlo. Ma vediamo l’elenco completo delle regole:

1 MAI OFFRIRE IL CAFFE’
2 IGNORARE TUTTE LE MAIL
3 FARSI NOTARE
4 FARE IL MENO POSSIBILE
5 GESTIRE GLI SCAMBI DI OPINIONE COME VERE PANTOMIME (per non scontentare mai nessuno)
6 VELOCIZZARE IL PENSIERO STRATEGICO
7 CIRCONDARSI DI BUONI COLLABORATORI
8 NON DISTURBARE NESSUNO (anche alzando pile di libri per così da non vedere il "collega di scrivania")
9 ARRANGIARSI ANCHE SENZA IL CAPO
10 STARE LONTANO DALLA CARTA
11 NON BERE ALCOLICI SOTTO STRESS DA LAVORO
12 VESTIRSI PIU’ SOPRA CHE SOTTO (in ufficio si sta più attenti a sandali e short che ad altro)
13 NON RISPONDERE MAI AL TELEFONO
14 ANDARE AL LAVORO IN BICI (se non si vuole arrivare primi pur di posteggiare la macchina)
15 RIFIUTARSI DI ANDARE ALLE CONFERENZE
16 IGNORARE I CONSULENTI
17 SCEGLIERE SEMPRE LA PERSONA GIUSTA (e farle svolgere mansioni specifiche)
18 NON CREARE "RETI SOCIALI" CON I COLLEGHI
19 IMPARARE A RICICLARE LE RELAZIONI
20 STARE BEN LONTANI DA TUTTE LE RIUNIONI

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