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2) Dimenticare
3) Chi sa mentire guardandoti negli occhi

MERAVIGLIE


1) Sentire che per qualcuno tu conti davvero
2) svegliarsi accanto alla persona che si ama
3) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...


"Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a coloro che sognano di notte soltanto." Edgar Allan Poe

"Non sono niente. / Non sarò mai niente. / Non posso volere d’essere niente. / A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo..."
Alvaro de Campos (Tabacaria)

"Un mattino, ci si sveglia. E’ il momento di ritirarsi dal mondo, per meglio sbalordirsene. Un mattino, si prende il tempo per guardarsi vivere" da Neve di M. Fermine

"Ci sono due specie di persone. Ci sono quelli che vivono, giocano e muoiono. E ci sono quelli che si tengono in equilibrio sul crinale della vita." da Neve di M. Fermine

"Mi sembrava che l’anima viva dei colori emettesse un richiamo musicale, quando l’inflessibile volontà del pennello strappava loro una parte di vita." W. Kandinsky

"Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere, un cuore eccessivamente spontaneo che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale, che accompagna col piede la melodia delle canzoni che il mio pensiero canta, tristi canzoni, come le strade strette quando piove." F. Pessoa da Poesie inedite




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lunedì 26 giugno 2006 - ore 08:48


mmm...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


... è lunedì... fa un caldo becco... insomma la mia giornata ideale



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venerdì 23 giugno 2006 - ore 09:19


www.corriere.it
(categoria: " Vita Quotidiana ")


L’ultima provocazione di Damien Hirst:
un feto in mostra alla Royal Academy
L’artista diventato famoso per i suoi animali «sottaceto» torna a far discutere con nuove opere. Tra cui le pecore che si drogano


LONDRA (Regno Unito) — I molti che aspettavano con ansia di sapere che cosa stesse facendo Damien Hirst sono accontentati. L’artista inglese che a 41 anni ha già accumulato una fortuna valutata in 100 milioni di sterline (150 milioni di euro) immergendo la BritArt in formalina è tornato a conquistare la ribalta di Londra. E a far discutere: arte, choc da psicoanalisi o provocazione intellettuale?
LA VERGINE E IL FETO - La sua ultima opera non può passare inosservata: basta girare la testa verso il cortile di Burlington House su Piccadilly per vedere la «Virgin Mother», statua di bronzo alta 12 metri. È l’opera che fa da richiamo alla Mostra d’Estate della Royal Academy. Tanto imponente quanto inquietante: per metà morbido nudo di donna incinta, per metà interno di corpo umano, con pelle tagliata per mostrare vasi sanguigni e carne sezionata fino a far vedere il feto.
ANIMALI «SOTTACETO» - Ma siccome per più di dieci anni i collezionisti hanno speso fortune per assicurarsi gli animali «sottaceto» di Damien Hirst, il genio di Leeds non ha voluto tradire le origini. E nella sua nuova mostra appena inaugurata alla Gagosian Gallery di King’s Cross ha infilato in un vascone di formalina azzurra una pecora tosata. Colpisce la cura dei particolari: l’animale è seduto sulla tazza di un water, ha una zampa poggiata sul lavandino e una siringa infilata in un’altra zampa. Bocca spalancata come per un grido d’agonia. In una seconda vasca un’altra pecora è accasciata su un lavandino. Nell’ultima scena del trittico una terza pecora vomita nel lavandino.
LE PECORE DROGATE - La pecora sul cesso con siringa, battezzata «The Tranquillity of Solitude», è ispirata ai dipinti che Francis Bacon dedicò all’amante George Dyer, trovato morto di overdose e affogato nel suo vomito. Nelle critiche dei giornali londinesi si tratta di «un altro effetto pubblicitario, assolutamente insignificante», «ancora un gradino più in basso nella discesa agli inferi dell’arte». «Non provo nemmeno choc, lo trovo semplicemente noioso. È solo un uomo d’affari molto abile» ha detto Robert Simon, direttore del British Art Journal. Giudizio simile da parte di David Lee, direttore della rivista di critica artistica The Jackdaw: «Non penso che abbia messo insieme le tre pecore per motivi artistici. Non lo ha fatto neanche da solo: ha uno staff di 75 assistenti. Ma siccome ci guadagna un sacco di soldi, dico: buona fortuna a lui, nella storia dell’arte sarà ricordato come un opportunista e carrierista», ha detto al Daily Mail.
VERNICE E PARTITA - Damien Hirst non si è fatto apparentemente impressionare: alla vernice, martedì sera, si è fatto vedere appena. Poco prima delle otto è sparito per andare a vedere Inghilterra-Svezia in diretta tv da Colonia. Per ammirare le pecore c’è tempo fino al 4 agosto.
(23 giugno 2006)






Damien Hirst tra due delle teche che contengono l’opera «Some Confort Gained from the Acceptance of the Inherent Lies in Everything», composta di parti di una mucca sezionata con una sega elettrica dallo stesso Hirst

sarà anche arte... però...

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venerdì 23 giugno 2006 - ore 08:53


10. Stanno ammazzando Flaubert
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mi fa un certo effetto, perché con questa idea di andare a vedere i villaggi saccheggiati dai barbari per capire come i barbari combattono e vincono, sono arrivato fin qui, e qui è il villaggio dei libri. E quel villaggio è il mio. Vediamo se mi riesce di parlarne dimenticandomi che ci son cresciuto.

L’idea che il mondo dei libri sia attualmente sotto assedio da parte dei barbari è oggi tanto diffusa da essere diventata quasi un luogo comune. Nella sua vulgata, direi che poggia su due pilastri: 1) la gente non legge più; 2) chi fa i libri pensa ormai solo al profitto, e l’ottiene. Detta così, è paradossale: è chiaro che se fosse vera la prima, non esisterebbe la seconda. Quindi c’è qualcosa da capire. Nell’economia di questo libro la cosa è utile perché costringe a guardare dentro alla generica espressione "commercializzazione": se, come abbiamo visto, un’espansione delle vendite e un chiaro primato della logica mercantile sono tipiche delle invasioni barbariche, questa è una buona occasione per capire meglio in cosa consista, davvero, questa sospetta vocazione al profitto. E quali possano essere le sue conseguenze.

Partiamo da un dato certo: in effetti, da decenni l’industria editoriale dell’occidente aumenta in modo costante e significativo il proprio volume d’affari. Non amo i numeri, ma, per capirsi, negli Stati Uniti il numero dei libri prodotti è aumentato, solo negli ultimi dieci anni, del 60%. In Italia, il fatturato dell’industria editoriale, negli ultimi vent’anni, è quadruplicato (bisogna tener conto che il passaggio all’Euro ha fatto lievitare molto gli incassi, ma il dato resta abbastanza impressionante). Fine dei numeri, e riassumo: quelli vendono che è una meraviglia.

Risultati del genere non si ottengono per caso. Sono il risultato di una mutazione genetica. Quelli che l’avversano, l’hanno descritta così: dove c’erano aziende quasi famigliari in cui la passione si coniugava con profitti modesti, adesso ci sono enormi gruppi editoriali che mirano a profitti da industria alimentare (diciamo sul 15%?); dove c’era la libreria in cui il commesso sapeva e leggeva, adesso ci sono megastore a più piani dove trovi anche cd, film e computer; dove c’era l’editor che lavorava inseguendo bellezza e talento, adesso c’è un uomo marketing che con un occhio guarda all’autore, e con due guarda al mercato; dove c’era una distribuzione che funzionava da nastro trasportatore quasi neutrale, adesso c’è una strettoia dove passano solo i prodotti più adatti al mercato; dove c’erano pagine di recensioni, adesso ci sono classifiche e interviste; dove c’era la sobria comunicazione di un lavoro fatto, adesso c’è una pubblicità strabordante e aggressiva. Sommate tutto, e vi fate l’idea di un sistema che, in ogni suo passaggio, ha scelto di privilegiare l’aspetto commerciale rispetto a qualunque altro.

Per quanto ne so io, un quadro del genere descrive abbastanza fedelmente lo stato delle cose. Ci sono molte eccezioni e bisognerebbe fare molti distinguo, ma in effetti la tendenza sembra quella. Il punto che mi interessa, però, è: che tipo di mondo è stato generato da una mutazione del genere? L’equazione tra commercializzazione spinta e distruzione è reale? L’idea che si tratti di un genocidio in cui stiamo azzerando una civiltà preziosissima è un’idea intelligente, o falsamente intelligente? Non è che mi importi particolarmente del destino dei libri, è che lì si gioca una partita interessante: è vero che l’enfasi mercantile uccide il tratto più nobile e alto dei gesti a cui si applica? Stanno ammazzando Flaubert così come hanno messo in panchina Baggio e tolto dalle nostre tavole il Barbaresco? E se sì, perché diavolo lo stiamo facendo? Avidità pura e semplice?

Vorrei che provaste a pensarla così: l’enfasi commerciale, prima di essere una causa, è un effetto: è il quasi automatico defluire di un gesto in un campo improvvisamente spalancato. Prima c’è uno sfondamento del terreno di gioco, poi c’è la conquista di quel nuovo spazio: e il business è il motore di quella conquista. Provo a spiegarmi con i libri. Come mi ha ricordato un amico a cui devo spesso una parte dei miei pensieri, fino alla metà del settecento quelli che leggevano libri erano, sostanzialmente, quelli che li scrivevano: o magari che non li scrivevano ma avrebbero potuto farlo, o che erano fratelli di uno che li scriveva, insomma erano nei paraggi. Era una piccola comunità circoscritta, i cui confini erano determinati dal possesso dell’istruzione e dalla libertà dall’urgenza di un lavoro redditizio. Con l’avvento della borghesia si crearono le condizioni oggettive perché molta più gente avesse le capacità, i soldi e il tempo per leggere: erano lì, ed erano a disposizione. Il gesto con cui li si raggiunse, inventando l’idea (che doveva parere assurda) di un pubblico di lettori che non scrivevano libri, oggi lo chiamiamo: romanzo. Fu un gesto geniale, e lo fu, simultaneamente, da un punto di vista creativo e da un punto di vista di marketing. Il romanzo è il prodotto che ha reso reale un pubblico che era solo potenziale, e che esisteva solo sotto la pelle del mondo. Il fatto che il romanzo abbia prodotto denaro (e tanto) ci appare oggi quasi un corollario trascurabile: ci sembra più significativo il gesto di civiltà che vi riconosciamo: il pervenire a una superiore e formalizzata consapevolezza di sé e a una raffinata idea di bellezza. La distanza storica però non ci deve far perdere la comprensione delle cose reali: il romanzo ottocentesco era pensato per coprire l’intero mercato disponibile, mirava a tutti i lettori possibili, e da Melville a Dumas in effetti li raggiungeva tutti. Se oggi ci sembra un prodotto èlitario, è perché, per quanto spalancato, il campo di gioco di quella editoria rimaneva circoscritto, chiuso dai muri dell’analfabetismo e delle differenze sociali. Ma vorrei essere chiaro: tutto il campo disponibile, il romanzo se lo prese, in una delle operazioni commerciali più grandiose della nostra storia recente. Erano pochi, ma il romanzo se li prese tutti.

(Ora, se pensate al sistema settecentesco dei libri, a ogni sua rotella, non fate fatica a immaginare che l’irrompere del romanzo abbia, ai tempi, squassato tutto, imponendo una nuova logica. Facile che quella vecchia famiglia allargata di colti scrittori-lettori abbia guardato con disgusto a una commercio e a una produzione che metteva libri in mano a signore impreparate e garzoni che appena sapevano leggere. E infatti il romanzo borghese, ai suoi albori, fu percepito come una minaccia, e come un oggetto sostanzialmente nocivo (i medici, spesso, lo vietavano): di certo dovette apparire come uno smottamento del tratto nobile del gesto di scrivere e leggere. Facile che lo si attribuisse a un avida volontà di successo e di guadagno. E’ un panorama che vi ricorda qualcosa?)

Se risaliamo dal mondo dei libri ad altri limitrofi, vorrei che provaste a pensare almeno per un momento che storicamente non è mai esistita una frattura fra un prodotto di qualità, da una parte, e un prodotto commerciale, dall’altra: tutto ciò che adesso noi ripensiamo come arte alta, al riparo dalla corruzione mercantile, è nato per soddisfare l’intera platea del suo pubblico, coerentemente a una logica commerciale scarsamente frenata da considerazioni artistiche. L’illusione ottica che genera in noi la sensazione di un oggetto sofisticato e èlitario nasce dal fatto che quelle platee sono state, almeno fino agli anni 50 del novecento, molto ristrette, effettivamente èlitarie: ma ciò che le chiudeva al resto del mondo non era tanto una loro scelta selettiva di qualità, quanto la realtà sociale che ne limitava il raggio d’azione alle fasce più forti della popolazione. Mozart componeva per tutto il pubblico d’allora, a costo di andarsi a inseguire i meno ricchi nei teatri di Schikaneder. E Verdi era conosciuto da tutti coloro che potevano entrare in un teatro, o tenere uno strumento in casa: scriveva musica anche per il più ignorante, rozzo e insensibile di loro. Va da sé che all’interno di ogni parabola artistica sono sempre esistiti prodotti più difficili e prodotti più facili: ma è un’oscillazione che dice poco quando il facile è Rossini o Mark Twain. Erano sistemi che anche quando si chinavano sul meno attrezzato dei loro spettatori, conservavano integra la nobiltà del gesto. E quando scivolavano nella faciloneria pura e semplice (tutta l’arte che poi abbiamo dimenticato)macinavano orrori che, com’è dimostrato, non scalfivano minimamente la possibilità di coltivare rigogliose piantagioni di prodotti degnissimi. Ammesso che per avidità commerciale si desse talvolta alla gente il peggio, era un sistema che non ha impedito la nascita di nessun Verdi.

Se provate a pensarla così ancora per qualche minuto, possiamo ritornare ai libri e cercare di capire. Prendete l’Italia degli anni 50. Erano gli anni in cui al Premio Strega andava gente come Pavese, Calvino, Gadda, Tomasi di Lampedusa, Moravia, Pasolini (ci sarebbe andato anche Fenoglio, ma dovette lasciare il posto a Calvino! Oggi non si hanno più quei problemi lì). Gli editori si chiamavano Garzanti, Einaudi, Bompiani, ed erano cognomi di persone vere! Se dobbiamo pensare a una civiltà che oggi è stata spianata dai barbari, eccola lì. Nella qualità dei libri, nella statura degli addetti ai lavori e perfino nelle modalità del lavoro e della commercializzazione (la piccola libreria, i recensori insigni, i risvolti fatti da Calvino) quegli anni sembrano rappresentare per noi il paradiso perduto. Ma che Italia era quella? Com’era, esattamente il campo in cui giocavano?

Non è facile rispondere, ma ci provo. Era un’Italia in cui i due terzi della popolazione parlava solo in dialetto. Il 13 % erano analfabeti. Tra quelli che sapevano leggere e scrivere, quasi il 20% non avevano titolo di studio. Era un’Italia appena uscita da una guerra persa, ed era un paese in cui di tempo libero ce n’era poco, e la stessa piccola borghesia emergente non aveva ancora il surplus di reddito con cui finanziare il proprio diletto e una propria formazione culturale. Era un paese in cui la trilogia degli antenati di Calvino, in sette anni, vendeva 30.000 copie. Dico questo per tracciare i bordi del campo: indipendentemente da quello che avrebbero voluto fare, ai tempi quelli che vendevano libri lo potevano fare in un mercato oggettivamente piccolo. Oggi sappiamo che quell’ecosistema piuttosto angusto generò professionalità sublimi, autori geniali e riti nobilissimi. Ma c’è qualcosa che ci autorizza a pensare che tutto ciò sia nato in virtù di una ritrosia a commercializzare quel mondo, privilegiando la qualità delle persone e dei gesti? Credo di no. Ancora una volta, mi sembra piuttosto che loro possedessero tutto il campo possibile, con normale istinto commerciale, e ciò che noi oggi riconosciamo come qualità fosse esattamente l’espressione dei bisogni della ristretta comunità a cui si rivolgevano: perfino uno specchio delle loro abitudini, dei loro riti quotidiani (il libraio, la terza pagina dei giornali, la libreria in salotto...). Tutto il mercato che c’era, loro lo abitavano, e davano a quel mercato esattamente quel che chiedeva, sia nei prodotti, sia nei modi con cui li porgevano.

Se tendete ad attribuir loro, comunque, una certa nobile ritrosia a forzare il mercato, sfondando i confini noti con prodotti più facili, allora devo dirvi una cosa: in realtà spiavano ogni minimo allargamento dell’orizzonte, sapevano che sarebbe arrivato, e lo stavano aspettando. Dovettero intuire qualcosa alla fine degli anni 50, quando un libro come Il Gattopardo (inviso a buona parte dell’intelligentsia del tempo) arrivò a vendere 400 mila copie in tre anni. Era un segnale. Diceva che c’era un pubblico appena entrato in sala, che ancora era costretto a scegliere, e comprava poco, ma ben presto avrebbe avuto tempo e soldi per leggere. Non si limitarono ad aspettarlo. Gli andarono incontro. E ampliarono la sala. La nascita degli Oscar Mondadori, e quindi del mercato del libro economico, del tascabile, è del 1965. Fu successo immediato: Addio alle armi vendette 210 mila copie in una settimana. Alla fine del primo anno gli Oscar avevano venduto più di otto milioni di copie. Bum. L’Italietta era finita, e il mondo dei libri era improvvisamente diventato un campo apertissimo. Pensate che si siano fermati ai bordi, riflettendo sull’opportunità o meno di andarlo a conquistare? Ci si buttarono e basta. E l’editoria si abituò ad abitare un campo così aperto. Da allora, non si è più fermata: si è lasciata invadere da ogni successiva ondata di nuovo pubblico. Fino a quella, micidiale, degli ultimi vent’anni.

Quel che voglio dire è che, nonostante le apparenze, contrapporre un’editoria di qualità del passato a un’editoria commerciale del presente è un modo inesatto di porre i termini della questione. In realtà sembrerebbe più plausibile ammettere che l’editoria si è sempre spinta fino ai limiti possibili della commercializzazione, con l’istinto che qualsiasi gesto ha di abitare tutto il terreno disponibile. Quello che possiamo registrare è che, in una certa contingenza storica, e in una certo panorama sociale, un’editoria costretta alla piccolezza da precisi blocchi sociali ha espresso una qualità (di prodotti, di modi) che era l’espressione esatta dei bisogni della microcomunità a cui si rivolgeva. Ma non sceglievano la qualità invece che il mercato: trovavano la qualità nel mercato.

Tutto ciò inclinerebbe a pensare che, di per sé, la commercializzazione spinta, come effetto dell’istinto a possedere tutto il mercato possibile, non è una causa sufficiente a motivare il massacro della qualità. Non lo è mai stato. Quindi, se continuiamo a percepire un’aria di apocalisse e invasione barbarica, dobbiamo chiederci piuttosto da cosa sia, veramente, generata, vietandoci la facile risposta che è tutta colpa di una cosca di affaranti. In fondo, forse la domanda corretta da porsi, sarebbe questa: che tipo di qualità è generato dal mercato che oggi vediamo all’opera? Che idea di qualità hanno imposto i barbari dell’ultima ondata, che sono venuti a invadere i villaggi del libro negli ultimi dieci anni? Cosa diavolo vogliono leggere? Cos’è, per loro, un libro? E che nesso ha, quello che hanno nella testa, con ciò che noi ancora riconosciamo come editoria di qualità? Nella prossima puntata vedremo se è possibile avvicinarsi a una risposta.

(10-continua)

(23 giugno 2006 _ A. Baricco _ www.repubblica.it)

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giovedì 22 giugno 2006 - ore 14:52


uff...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


a quanto pare vale sta bene... che campionato!!!

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giovedì 22 giugno 2006 - ore 12:11


NCS
(categoria: " Vita Quotidiana ")


(ANSA) - ASSEN, 22 GIU - Sospetta frattura del polso destro per Valentino Rossi che e’ caduto durante la prima sessione di prove libere, sul circuito di Assen.
Il campione del mondo della MotoGp stava percorrendo il settimo giro quando la moto ha perso aderenza scaraventandolo sull’asfalto . Rossi ha concluso la sua corsa nella ghiaia. Il primo esame presso il centro medico del circuito parla anche di trauma toracico e contusione al piede sinistro. Rossi e’ in ospedale per accertamenti piu’ approfonditi.

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giovedì 22 giugno 2006 - ore 09:17


di tutto un pò
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Air, quasi pronto il nuovo album (ma arriva nel 2007)
Gli Air hanno quasi terminato le registrazioni del loro nuovo album, il successore di “Talkie walkie” del gennaio 2005. Ma, nonostante il buon grado di avanzamento dei lavori, il CD di Jean-Benoît Dunckel e Nicolas Godin arriverà nelle rivendite solamente nel corso del prossimo anno. "Talkie walkie" venne registrato negli studi "casalinghi" di Jean e Nicolas a Parigi e mixato da Nigel Godrich, produttore già al lavoro con Radiohead e Beck. Dunckel ha intanto ultimato un album solista omonimo che sarà in vendita dal prossimo 19 settembre.

Arrestato Richard Ashcroft
Richard Ashcroft è stato arrestato dalla polizia britannica, tenuto in stato di fermo per un paio d’ore e poi rilasciato dopo aver pagato una multa per l’equivalente di 117 euro. Il resoconto della bizzarra avventura dell’ex Verve è stata data in esclusiva dal “Sun” di oggi. Il tabloid londinese riferisce che il cantante lo scorso lunedì è entrato, visibilmente ubriaco, all’interno del centro giovanile “The Bridge” a Chippenham, Wiltshire. Il locale sorge nei pressi della casa della famiglia di sua moglie Kate e, quando Ashcroft vi ha fatto ingresso, c’erano una sessantina di ragazzi. Il cantante, “vestito come un barbone”, ha affermato che era sua intenzione lavorare per i ragazzi perché voleva fare delle “buone cose” per loro. La responsabile del centro gli ha risposto che, se questa era la sua intenzione, avrebbe dovuto presentare apposita richiesta. La donna ha quindi telefonato al direttore del centro e costui le ha consigliato di chiamare la polizia. Quando è arrivata un’auto con un solo poliziotto a bordo, Ashcroft, ovviamente sempre secondo la ricostruzione del “Sun”, ha iniziato ad essere aggressivo. L’agente ha quindi chiamato un’altra auto ed il cantante è stato portato via.

Madonna e Lindsay Lohan: duetto in vista?
Logoratasi l’amicizia con Britney Spears (vedi News), pare sia Lindsay Lohan la nuova pupilla di Madonna: l’ex material girl progetterebbe infatti di realizzare un duetto con la giovane collega e - inoltre - di girare un film che le vedrebbe ambedue nel cast. L’amicizia tra le star sarebbe da imputare all’interesse dimostrato dalla Lohan nei confronti della kabbalah, della quale Madonna è da anni promotrice e fervente sostenitrice. Non a caso, le due starebbero progettando di visitare insieme Israele.



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giovedì 22 giugno 2006 - ore 09:11


grazie...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


... grazie di cuore... al condizionatore che dopo 40 minuti di fresco... 20 di agonia... mi ha abbandonato questa notte! ... grazie...



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mercoledì 21 giugno 2006 - ore 10:35


stasera
(categoria: " Vita Quotidiana ")


x gli inguaribili romantici come me...



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mercoledì 21 giugno 2006 - ore 09:00


a però!
(categoria: " Vita Quotidiana ")


è da stamattina che ovunque vedo questa imagine...





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martedì 20 giugno 2006 - ore 15:42


Crystal Ball
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Who is the man I see
Where I’m supposed to be?
I lost my heart
I buried it too deep
Under the iron sea

Oh crystal ball, crystal ball save us all
Tell me life is beautiful
Mirror, mirror on the wall

Lines ever more unclear
Not sure I’m even here
The more I look the more I think that I’m
Starting to disappear

Oh crystal ball, crystal ball save us all
Tell me life is beautiful
Mirror, mirror on the wall
Oh crystal ball hear my song
I’m fading out
Everything I know is wrong
So put me where I belong

I don’t know where I am
And I don’t really care
I look myself in the eye
There’s no one there
I fall upon the earth
I call upon the air
But all I get is the same old vacant stare

Keane


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