"Son maestro di follia, vivo la mia vita sulla fune che separa la prigione della mente dalla fantasia. Il mio futuro è nel presente ed ogni giorno allegramente io cammino sul confine immaginario dell’orizzonte mentre voi, signori spettatori, mi guardate dalla strada, cuori appesi ad un sospiro per paura che io cada. Ma il mio equilibrio è in cielo come i sogni dei poeti, mai potrei viver come voi che avete sempre la certezza della terra sotto i piedi.
..e ringrazio chi ha disegnato questa vita mia perché mi ha fatto battere nel petto il cuore di un equilibrista."
"..Detesto queste mani intrise di sangue. Detesto ciò che i miei occhi hanno visto.
Fino alle mie ginocchia nella melma e nel fango. Quanto fa male purificarsi.
Ero sempre nei miei pensieri, ma mai al mio fianco. Corri - ma se andrai via dovrai per sempre nasconderti. Così, se devi correre, fallo per un rimedio."
“E quando il mio sguardo si levò verso il mondo infinito alla ricerca dell’occhio divino, il mondo mi fissò con un’orbita vuota e sfondata, e l’eternità giaceva sul caos e lo rodeva e rimasticava se stessa.”
<<Il dolore è un oscuro mare profondo nel quale affogherei, se non guidassi con sicurezza la mia piccola imbarcazione diretto verso un sole che non sorgerà mai.>>
- Lestat de Lioncourt-
"E amerò il rumore del vento nel grano..."
"Sono una stella del firmamento che osserva il mondo, disprezza il mondo e si consuma del proprio ardore.
Io sono il mare di notte in tempesta, il mare urlante che accumula nuovi peccati e agli antichi rende mercede.
Sono dal vostro mondo esiliato di superbia educato, dalla superbia frodato, io sono il re senza corona.
Sono la passione senza parole senza pietre nel focolare, senz’arma nella guerra, è la mia stessa forza che mi ammala."
"L’amore è l’arte più difficile. E scrivere, danzare, comporre, dipingere sono la stessa cosa che amare. Funambolismi. La cosa più difficile è avanzare senza cadere."
"Red as the veins, she likes to swim in floating so gently, through this human misery"
“Camminerai dimenticando, ti fermerai sognando”
* Shadow of the Moon *
Will it hurt?
HO VISTO
Foglie sfidare il vento..
La libertà negli occhi di un lupo..
Il sole tramontare quarantatrè volte..
The seed of a Lunacy..
Dolcettiih!!!
The Perfect Element..
Troppi spettri tra le pieghe delle cose...
E una marea di film!
Faccio spesso indigestione di cinema...dal muto ai giorni nostri.
Registi assolutamente geniali?
David Lynch (Mulholland drive, Lost highway, The elephant man, Eraserhead, Wild at heart, Blue Velvet, The Straight Story, Twin Peaks, Dune, Inland Empire)
Tim Burton (Victor, Nightmare before Christmas, the corpse bride, Ed wood, Edward Scissorhands, Beetlejuice, Mars Attacks, Big Fish, Charlie and the chocolate factory, The Legend of Sleepy Hollow, Batman, Planet of the apes, Sweeney Todd)
Lars Von Trier (Le onde del destino, Dancer in the dark, Dogville, Antichrist, Melancholia)
Darren Aronofsky (Requiem for a dream, The fountain, Black Swan)
Ma qui ci sta bene un elenco più o meno random e pessimamente aggiornato (quando me ne ricordo):
Interview with the vampire, Bram Stoker’s Dracula, Murnau’s Nosferatu, Shadow of the Vampire, W. Herzog’s Nosferatu, The addiction, The hunger, Queen of the damned, The crow, Adele H di Truffaut, Suspiria Profondo rosso e Phenomena di Darione, L’aldilà di Fulci, La casa dalle finestre che ridono, Shining, Dogville, The Matrix, The others, Prendimi l’anima, Legends of the Fall, The lord of the rings, Dead poets society, A Clockwork orange, Pulp fiction, Kill Bill, In the mood for love, Viaggio in Italia, Citizen Kane, Novecento, Rapsodia satanica, Poeti dall’inferno, The Devil’s Advocate, La leggenda del pianista sull’oceano, The Green Mile, Lady Hawk, Psycho, Rear Window, The Birds, Braveheart, The Passion of Christ, Dead man, Highlander, The Princess Bride, The Ninth Gate, Jack the Ripper, The phantom of the opera, Fear and loathing in Las Vegas, House of 1000 corpses, They live, The Bridges of Madison County, The hours, Fried Green Tomatoes, V for vendetta, Neverending story, Indiana Jones, Frankenstein junior, Army of Darkness, Splatters, Non ci resta che piangere, The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy, 300, The prestige, Il giardino delle vergini suicide, Requiem for a dream, La bussola d’oro, Dellamorte Dellamore, Into the wild, I am legend, Magnolia, Il tredicesimo guerriero, Let the right one in, District 9, Inception, Shutter Island, ecc... (in aggiornamento)
Sentenced, Moonspell, Type O Negative, Katatonia, Nightwish, Charon, Poisonblack, Pain of Salvation, Nine Inch Nails, Death, Muse, Apocalyptica, Entwine, Dark tranquillity, Blind Guardian, In flames, Paradise Lost, My dying bride, After Forever, Him, Cradle of filth, Dimmu Borgir, Rhapsody, Therion, Tristania, To die for, The 69 eyes, Theatre des vampires, Lacuna Coil, Novembre, Tiamat, Placebo, Dream Theater, Death Dies, Bleed in vain, White skull, Lacrimosa, Depeche Mode, The cure, Bauhaus, Joy Division, Tool, Faith no more, Fantomas, Slipknot, Verdena, Subsonica, Battiato, De Andre’, Beethoven, Rackmaninov, Liszt, ...etc...
E’ Inutile che vi dipingiate di colori che non vi appartengono. Basta una pioggia leggera per lavare via la vernice.
Le mie radici sono nere.
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
ORA VORREI TANTO...
"..e ho corso in mezzo ai prati bianchi di luna per strappare ancora un giorno alla mia ingenuità"
"Era una musica selvaggia e indomita, echeggiava tra le colline e riempiva le valli. Provai uno strano brivido lungo la schiena...Non era una sensazione di paura, ma una specie di fremito, come se avessi dei peli sul dorso e qualcuno li stesse accarezzando." A. Orton
la mia stella: "When dusk falls and obscures the sky, you’re the shine of the Northern Star"
"Strange are the ways of the Wolfhearted..."
STO STUDIANDO...
Tutto ciò che ha a che fare con l’Arte! dalla poesia alla letteratura, alla musica, e alle arti plastiche e figurative in senso stretto! Come si può non votare la propria vita a qualcosa di così sublime e immortale? Ma soprattutto…non potrei fare a meno del costante bisogno di scrivere, ossessionata dal terrore che tutto si perda, e che ogni cosa che mi sembra tanto preziosa io non trovi il modo di esprimerla, di renderla importante per me o per qualcun altro... Così...lascio che i pensieri attraversino la mia anima e il mio corpo, scorrendo attraverso le mie vene, come sangue che si tramuta nell’inchiostro che scivola libero sul foglio..come un’emorragia inarrestabile.
"Maledetti, trafitti dalla passione, l’amore ci sopravvive, l’arte ci rende immortali." - J. W. Goethe -
...Siamo storie da raccontare...
...memorie da custodire...
...errori da ricordare...
“Sto diventando sempre meno definito col passare dei giorni. Scomparendo. Beh, potresti dire che sto perdendo la concentrazione, andando alla deriva nell’astratto per quanto riguarda il modo in cui vedo me stesso.
A volte credo di poter vedere direttamente attraverso di me. A volte posso vedere direttamente attraverso di me.
Meno preoccupato riguardo l’adeguarmi al mondo. Il tuo mondo, cioè. Perché non importa più davvero, no, non importa più davvero. Nulla di questo importa più davvero.
Si sono solo, ma dopotutto lo sono sempre stato, per quanto indietro io possa ricordare. Credo che forse sia perché tu non eri mai davvero reale, tanto per cominciare. Io ti ho creato solo per farmi del male.
Ti ho creato solo per farmi del male. Ed ha funzionato. Sì.
Non c’é nessun te. Ci sono solo io. Non c’é nessun fottuto te. Ci sono solo io.
Solamente.
Il più piccolo puntino attirò il mio occhio e si rivelò una piaga. E io avevo questa sensazione bizzarra, come se sapessi che era qualcosa di sbagliato. Ma non riuscivo a lasciarlo stare, continuavo a tormentare la piaga. Era una porta che tentava di sigillarsi, ma io mi ci sono arrampicato attraverso.
Ora sono in un qualche luogo in cui non dovrei essere, e posso vedere cose che so che non dovrei vedere.
E ora so il perché, ora, ora so perché le cose non sono belle dentro.
Only.”
OGGI IL MIO UMORE E'...
Instabile...
"You cannot kill what you did not create. All I’ve got... all I’ve got is insane!"
"Ieri ho passeggiato per le strade come una qualsiasi persona. Ho guardato le vetrine spensieratamente e non ho incontrato amici con i quali parlare. D’improvviso mi sono sentito triste, mortalmente triste, così triste che mi è parso di non poter vivere un altro giorno ancora, e non perché potessi morire o uccidermi, ma solo perché sarebbe stato impossibile vivere il giorno dopo, e questo è tutto.
Fumo, sogno, adagiato sulla poltrona. Mi duole vivere in una situazione di disagio. Debbono esserci isole verso il sud delle cose dove soffrire è qualcosa di più dolce, dove vivere costa meno al pensiero, e dove è possibile chiudere gli occhi e addormentarsi al sole e svegliarsi senza dover pensare a responsabilità sociali né al giorno del mese o della settimana che è oggi.
Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere, un cuore eccessivamente spontaneo che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale; che accompagna col piede la melodia delle canzoni che il mio pensiero canta, tristi canzoni, come le strade strette quando piove."
- F. Pessoa -
"Una volta aveva foreste e montagne che erano solo sue, e lo ascoltavano. Una volta voleva correre attraverso giorni d’estate catturando ricordi per gli anni a venire. Ora sta vestendo questo nudo pavimento con la sua carne e il suo sangue, e il tempo passa. Il suo traffico di dolore potrebbe averlo solo guidato a trattare con le conseguenze, per qualche cambiamento, mentre il tempo scorre.
Io sono il bambino risvegliato (indugiando, arrampicandomi, avvinghiandomi, afferrando, bramando, lacerando, ferendo, cadendo) Io, il figlio ribelle di un lago di montagna. (di gelide lacrime liquefatte, della silenziosa Terra) (di una sbiadita palpebra, di un vento senza ali) (di una tempesta senza occhi, di Dei caduti, che hanno perso la propria strada)
Mi do alle fiamme per creare l’elemento perfetto."
- Daniel Gildenlöw -
... Live that you might find the answers You can’t know before you live...
Love and life will give you chances. From your flaws learn to forgive.
"Forse sono l’uomo con le leggendarie quattro mani Per toccare, per curare, implorare e strangolare. Ma io non so chi sono, e tu ancora non sai chi sono..." F. R.
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venerdì 2 dicembre 2011 - ore 16:57
Elemento Perfetto
(categoria: " Vita Quotidiana ")
“L’ieri lo ha trovato quest’oggi colto al suo ultimo respiro. Questi muri costruiti per stare in piedi contro qualsiasi cosa. Bugia gettata nelle ceneri. La sua pelle contro il pavimento sporco, gli occhi fissi al soffitto. Ha teso queste catene di peccato troppo al di là dei sentimenti. Immobile, così immobile…
Nella sua testa un tonante pianto di disperazione. Lacrimose voci dal suo passato urlano per attirare la sua attenzione. Dietro quegli occhi un mondo esplode. Nessuno lì a salvarlo. Tutto il dolore che ha passato. Risposte al suo implorare, ancora una volta.
Non abbandonerò mai questa vergogna…
Cadendo oltre il punto di non ritorno. Nulla da diventare, e niente rimane da bruciare.
Rubando un senso a questo bambino gli abbiamo tolto il senno. La sua anima rinchiusa sotto chiave, il suo cuore annerito dal tradimento. Ma se prendi da coloro che temi tutto ciò che essi valgono, hai allevato la bestia perfetta, prosciugata abbastanza per ucciderti.
Cadendo oltre il punto di non ritorno. Nulla da diventare, e niente rimane da bruciare.
Una volta aveva foreste e montagne che erano solo sue, e lo ascoltavano. Una volta voleva correre attraverso giorni d’estate catturando ricordi per gli anni a venire. Ora sta vestendo questo nudo pavimento con la sua carne e il suo sangue, e il tempo passa. Il suo traffico di dolore potrebbe averlo solo guidato a trattare con le conseguenze, per qualche cambiamento, mentre il tempo scorre.
Io sono il bambino risvegliato (indugiando, arrampicandomi, avvinghiandomi, afferrando, bramando, lacerando, ferendo, cadendo) Io, il figlio ribelle di un lago di montagna. (di gelide lacrime liquefatte, della silenziosa Terra) (di una sbiadita palpebra, di un vento senza ali) (di una tempesta senza occhi, di Dei caduti, che hanno perso la propria strada)
Mi do alle fiamme per creare l’elemento perfetto.
Camminerò di nuovo?
Cadendo oltre il punto di non ritorno. Nulla da diventare, e niente rimane da bruciare.
(Questa è la fine)
Non rimane nulla da dire il dolore andrà via. Ora devi sicuramente vedere che mi stai uccidendo, mi stai uccidendo. (non devi mai abbandonare questa vergogna!) Ora mi stai uccidendo. (non devi mai abbandonare questa vergogna!)
Affondare con la bandiera spiegata
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Lei si versa un altro bicchiere di vino dicendosi una volta ancora che va tutto bene. Ma prima, quest’oggi, ha perso un’ora. Proprio come un buco spalancato.. dentro di lei. Dentro di lei.
Ogni volta che un aereo passa, o uno stormo di uccelli riempie il cielo, qualcosa la commuove, nel profondo. Lei non sa perché, ma.. sommessamente piange. Sommessamente piange.
Lei indossa quel sorriso un altro giorno ancora. Per quel che ne sappiamo, un’altra perfetta moglie. Ma a volte sta solo fissando il nulla. Proprio come un volto vuoto. Lei non è là. Lei non è là.
Ogni volta che un aereo passa, o uno stormo di uccelli riempie il cielo, qualcosa fa male, nel profondo. Lei non sa perché, ma.. sommessamente piange. Sommessamente piange.
Da qualche parte dentro di lei c’è una bambina che desidera scappare via e volare. Ma lei sta solo lasciando la vita scorrere.
Ogni volta che un aereo passa, o uno stormo di uccelli riempie il cielo, qualcosa si rompe, nel profondo. Lei non sa perché, ma.. inizia a piangere. Lei inizia a piangere. Sommessamente piange.
(Paino f Salvation – Softly She cries)
Domenica di Pasqua, 20 aprile 1919
Nella pigrizia che segue ad ogni lungo articolo ho ripescato questo diario; e l’ho letto, come sempre si legge la roba propria, con una sorta di colpevole intensità. Confesso che lo stile rude e casuale, spesso così lontano dalla grammatica, e che invoca di continuo una parola diversa, mi ha in qualche modo afflitta. Sto cercando di dire a quella me stessa che forse leggerà un giorno queste righe, che so scrivere molto meglio; che in queste pagine non spreco tempo; che le proibisco di consentire ad occhio umano di leggerle. E ora posso aggiungere il mio piccolo complimento e cioè che hanno un loro vigore spericolato e talvolta fanno centro in bersagli impensabili. Ma quel che più conta è la mia convinzione che l’abitudine di scrivere così, per il mio solo occhio, è un buon esercizio. Scioglie le giunture. Poco importano le padelle e le papere. (…) Per di più, mi balugina dinnanzi l’ombra di non so che forma alla quale potrebbe giungere un diario. Potrei, con l’andar del tempo, imparare che cosa si può farne, di questa sciolta e scorrevole materia di vita; trovare per questa forma un altro uso oltre quello a cui ora lo sottopongo, tanto più scrupolosamente e consapevolmente, nella narrativa. Che tipo di diario vorrei fosse il mio? Un tessuto a maglie lente, ma non sciatto; tanto elastico da contenere qualunque cosa mi venga in mente, sia solenne, lieve o bellissima. Vorrei che somigliasse a una scrivania vecchia e profonda o ad un ripostiglio capace, in cui si butta un comulo di oggetto disparati senza nemmeno guardarli bene. Mi piacerebbe tornare indietro, dopo un anno o due, e trovare che quel guazzabuglio si è trascelto e raffinato da sé, coagulandosi, come tali depositi fanno misteriosamente, in una forma; trasparente abbastanza da riflettere la luce della nostra vita, e pure ferma; un tranquillo composto che abbia il distacco di un’opera d’arte…
Martedì, 11 maggio 1920
Vale la pena di notare, a mio futuro vantaggio, che la forza creativa, che spumeggia così piacevolmente nel cominciare un nuovo libro, si acqueta dopo un certo tempo; e si continua più stabilmente. Il dubbio s’insinua alla chetichella. Poi ci si rassegna. Decisione di non mollare e il senso di una dorma imminente aiutano a tener duro più di qualsiasi cosa. Sono un po’ in ansia. Come dar forma a questa concezione? Appena ci si mette al lavoro si è come uno che cammina, che ha visto la terra stendersi davanti a lui. In questo quaderno non voglio scrivere nulla che non mi diverta scrivere. Eppure scrivere è sempre difficile.
Lunedì, 20 aprile 1925
….Ora ho almeno sei racconti che mi zampillano dentro, e sento, finalmente, di poter coniare in parole tutti i miei pensieri. Resta nondimeno un’infinità di problemi. Ma non ho mai sentito prima d’ora quest’impeto, questa urgenza. Credo di poter scrivere molto più in fretta: se è scrivere questo gettarsi della frase sul foglio; e poi la copiatura e ricopiatura a macchina, la prova e la riprova; la mia scrittura è ora come un tratto di pennello; solo più tardi lo riempio. Ora, mettiamo che io riesca a diventare uno dei romanzieri interessanti, non dico grandi, ma interessanti. E’ strano, ma con tutta la mia vanità, finora non avevo mai avuto molta fede nei miei romanzi; né li avevo mai creduti la mia vera espressione.
Sabato, 20 marzo 1926
Ma che avverrà di tutti questi diari mi sono chiesta ieri. Se morissi, che ne farebbe Leo? Non gli andrebbe di bruciarli; e non potrebbe nemmeno pubblicarli. Be’, dovrebbe cavarne un libro, credo; e poi bruciare il corpo. Direi che c’è un libricino dentro; se i pezzi e i bocconi fossero un poco riordinati…..
Sabato, 11 febbraio 1928
…..Mi è nota ormai questa sensazione, di non riuscire a svolgere una frase e di star lì a borbottare a rigirarmi, mentre nulla mi sfiora il cervello, che è come una finestra vuota. Allora chiudo la porta del mio studio e vado a letto, mi metto i tamponi nelle orecchie e sto coricata un paio di giorni. E quante leghe percorro in quel tempo! Quante "sensazioni" si propagano su per la schiena e nella testa appena ne do loro la possibilità; che stanchezza eccessiva, che angoscia e disperazione, e che meraviglioso sollievo e riposo; poi, sofferenza di nuovo. Nessuno, credo, è mai stato così sballottato su e giù dal suo corpo come me. Ma è passato, e non se ne parla più….
Martedì, 14 ottobre 1934
….Ho un gran sonno. Che sia la vecchiaia? Non riesco a scuotermelo di dosso. E una gran tristezza. Ma è perché ho finito il libro. Ho riguardato i vecchi diari - ecco un motivo per tenerli - e ho trovato la stessa profonda infelicità dopo Le onde, dopo Gita al faro. Fu allora, ricordo, che arrivai più vicina al suicidio, seriamente, dopo 1913. E’ naturale, infine. Dopo aver galoppato per tre mesi - tanto eccitata mi buttavo sui fogli - di colpo tutto è troncato: è naturale che passato il primo momento di meraviglioso sollievo si diffonda un terribile senso di vuoto. Nulla rimane delle persone, delle idee, della tensione, di tutta la vita insomma che turbinava nel mio cervello; e non nel cervello soltanto: s’era impadronita anche del mio riposo. (…) Dunque per le prossime due, o tre o anche quattro settimane non posso far altro che cullarmi; rifiutarmi di affrontare la cosa, rifiutarmi di pensarci….
Mercoledì, 14 novembre 1934
…..Nota: sono disperata per la bruttezza del libro; non capisco come ho fatto a scrivere della robaccia simile, e con tanta emozione: questo ieri. Oggi mi sembra di nuovo buono. Un appunto per avvertire altre Virginie con altri libri che così vanno le cose: alti e bassi, alti e bassi; e la verità la sa Dio.
Venerdì, 6 agosto 1937
Verrà mai a galla un altro romanzo? Se sì, di che genere? So soltanto che dovrà essere dialogo, e poesia, e prosa: tutto molto distinto. Non più libri lunghi e serrati. Ma non ho alcun impulso e aspetterò; e non importa se l’impulso non si concreterà mai; benché sospetti che un giorno o l’altro ritroverò l’antica estasi. Non voglio scrivere altri romanzi. Voglio esplorare un nuovo metodo critico. Una cosa credo sia dimostrata: non scriverò mai per "piacere", per convertire; ora sono interamente e per sempre padrona di me stessa.
Lunedì, 18 dicembre 1939
Una volta di più, come tanto spesso è accaduto, vado a caccia del mio caro quaderno ricoperto di rosso; per quale istinto, non so dire con certezza. Perché, quale sia lo scopo di questi appunti, io non lo so; se non che diviene una necessità sgranchirsi, e qualcosa di tutto ciò può interessarmi più tardi. Ma che cosa? Perché qui non raggiungo mai il fondo; sono troppo velocemente sospinta alla superficie. E sempre scribacchio prima di rientrare, e tengo d’occhio l’orologio, Sì, dieci minuti appena, che posso dire? Nulla che richieda pensiero; ciò che è una sfida, perché io penso abbastanza spesso. E penso proprio i pensieri che potrei scrivere qui. Sull’essere un’outsider. Sulla mia diffidenza del decoro professionale…..
Venerdì, 29 marzo 1940
…. Forse mi metterò a sognare anche un libro di prose poetiche; e forse, di quando in quando, farò un dolce. Dunque, dunque, niente più scaramucce con il futuro o nostalgie del passato. Confida nel lunedì e nel martedì e non t’incolpare di sentimenti egoistici: perché, in nome di Dio, ho adempiuto al mio compito, con la penna e la parola, verso la razza umana…
Domenica, 29 dicembre 1940
Vi sono momenti in cui la vela si affloscia. Così, poiché sono una grande amatrice dell’arte della vita, decisa a succhiare la mia arancia, e poi via subito come una vespa se il boccio su cui mi poso appassisce, com’è accaduto ieri, me ne vado oltre i colli, verso le scogliere. (….) Ma se stanchi il tuo corpo, il cervello dorme. Ogni desiderio di scrivere il diario è scaduto. Qual è l’antidoto giusto?….
Domenica, 8 marzo 1941
Appena tornata dalla conferenza di L. a Brighton. Come una città estera, il primo giorno di primavera. Donne sedute sulle panchine. Un grazioso cappello in una sala da tè, come la moda ravviva l’occhio! E le vecchie: crostacee, pavesate, imbellettate, cadaveriche, nella sala da tè. La cameriera in cotone a quadretti. No: non c’è introspezione. Noto la frase di Henry James: osserva senza tregua. Osserva l’avvicinarsi della vecchiaia. Osserva la voracità. Osserva il tuo stesso avvilimento. Con questo mezzo diventa utile. O così spero. Insisto nello spendere questo tempo traendone il miglior vantaggio. Voglio affondare con la bandiera spiegata. Questo, lo vedo, è sull’orlo dell’introspezione; ma non vi cade ancora. Mettiamo che io mi abboni alla biblioteca, ci vada tutti i giorni in bicicletta, a legger libri di storia. Mettiamo che io scelga una figura dominante in ogni epoca e vi scriva intorno. Occuparsi è essenziale. Ed ora, con un certo piacere, mi accorgo che sono le sette e che devo preparare la cena. Merluzzo e salsicce. Credo che sia vero che scrivendone, ci si rende in qualche modo padroni del merluzzo e delle salsicce.
( Virginia Woolf – diario di una scrittrice )
Pochi giorni dopo era sott’acqua, senza più dover pensare alla cena, alla vecchiaia, o a cosa ne sarebbe stato del suo diario.
“La vita, insomma, è molto solida o molto instabile? Sono ossessionata da questa contraddizione. Dura da sempre, durerà sempre, affonda giù fino alle radici del mondo, quest’attimo in cui vivo. Ed è anche transitorio, fuggevole, diafano. Passerò come una nuvola sulle onde. Forse, può essere che pur cambiando, pur fuggendo uno dietro l’altro così rapidi, così rapidi, abbiamo -noi esseri umani - una qualche successione e continuità, e la luce ci attraversi.”
Quasi inevitabile che il pensiero sfiori per un attimo la melodia in chiusura del Funeral, qualche anno fa, troppi anni fa. La fine di un percorso, di una vita, di un sogno, di una dipendenza. L’inizio di tutto quello che dalle ceneri è riemerso, come braci sepolte ancora piene di potenzialità da dispiegare. La mia stella del nord e quella musica che rimane vicino al cuore.
Non riesco a quantificare le strade che ho percorso, perfino la via maestra è stata spesso variabile, infinitamente mutevole, non sempre tracciata con la decisione necessaria ad avanzare in una sola direzione.
My road salt. La mia vita, la mia salita impossibile verso chissà cosa. La mia strada che di recente ha subito una svolta repentina, inaspettata, tragica a suo modo; ma segnata da orme in fila una dopo l’altra, senza tracce ricalpestate, senza indietreggiamenti. La mia strada che insegue nuove stelle, ma che ha sbarrato le retrovie, scavato trincee e sepolto così tante cose che un tempo avrei definito nientemeno che “vitali”. La mia strada che è sempre più piena di polvere, che sprofonda ai margini e si fa di continuo più sottile. La mia strada che scompare nella nebbia se oso voltarmi indietro.
"Questa volta cercherò di non farmi male Questa volta resterò intatto tra il dolore e la sporcizia Questa volta, mi atterrò a quello che ho imparato Questa volta volerò basso e non mi brucerò
Forse non è abbastanza Forse questa volta è davvero troppo Forse non sono forte Forse questa volta la strada è troppo tortuosa Proseguo a piedi, e mi siedo, mmh...
Ho camminato per tanti anni Ho consumato tutti i miei stivali, ho pianto tutte le lacrime Così ho lasciato il crocevia E molte scelte bruciate nella mente
Forse non è abbastanza Forse questa volta è davvero troppo Forse non sono forte Forse questa volta la strada è troppo tortuosa
Per portarmi a casa Per portarmi a casa Per portarmi a casa
Ma io continuo il cammino"
(Pain of Salvation – Road Salt)
I Pain of Salvation, il potere della musica. La capacità che può avere una canzone di incollarsi a pezzi di vita, di anticipare le intuizioni, di sublimare il sentire, di dare voce ai rumori che i miei passi hanno prodotto sul terreno percorrendo questa road salt.
La musica è una passione, e ognuno la vive come meglio crede. Così deve essere necessariamente, per qualcosa di tanto profondo e indescrivibile come lo è il vibrare dell’anima quando qualche nota, composta di alchimia perfetta, attraversa carne ed ossa. Così deve essere perché così è sempre stato. Così l’ho vissuta, così l’ho amata.
Così voglio che sia, in quei rarissimi momenti della vita in cui tutto diventa sublime, solo per poco, solo per una sera. Fanatismo o passione? Credo in così poche cose, e ancora meno sono quelle a cui tengo realmente. Toglietemi anche questo dalla vita, e le strade che avrò lasciato alle spalle diventeranno una frana inarrestabile che travolgerà tutto ciò che le ho costruito davanti.
Non mi piace fermarmi a pensare a quante cose ho perso volontariamente. Alle rinunce che ho fatto, a tutto quello che rilego in un angolo del mio dimenticatoio personale, per non dovermi accorgere che quell’angolo sta esplodendo da quanto è rigonfio.
Non voglio che mi si tolga anche questo. Sono stanca di morire ogni tanto un po’, nel silenzio indifferente di ciò che mi sta intorno. Ma ieri ho capito che è inevitabile, che anche tutto questo non sarà mai più come prima, che troppe cose sono cambiate per permettermi ancora il lusso della felicità che i “miei” concerti mi davano.
Un’altra strada sbarrata. Un’altra fine. Ingoio la delusione, seppellisco anche questa parte di me, e continuo a camminare.
E sono ancora viva. Solo un po’ meno di prima.
“Guariscimi adesso. Rimuovi queste vecchie cicatrici dalla mia anima. Guariscimi adesso. Scardina questa pelle secca dalle mie ossa.
E anche se non posso dimenticare tutte le volte che ho pianto. E anche se non posso perdonare tutte le volte che sono morto. Sto guarendo adesso. E ancora scalcio a pedate la polvere da questa strada.
E sono ancora vivo. Solo un po’ meno di prima.
Guariscimi adesso. E lava via queste vecchie impronte dalla mia strada. Guariscimi adesso. Questo prodigio è invecchiato camminando.
Sto guarendo adesso. E sto cercando di trovare la mia strada verso casa. E sono ancora vivo.
E ho giusto pensato che dovresti saperlo. Che forse piangerò. E forse morirò. Ma per adesso sono ancora vivo.
Solo un po’ meno di prima. Solo un po’ meno.. Solo un po’ meno di prima.”
(Pain of Salvation - Healing now)
Hope would fail me in the falling snow And slake a wish inside
Friends would leave me in my darkest hour Yet trust me with their lives
She would haunt my dreams and feed my demons They tell me to go
Rose appassite incantano il mio giardino e nella quiete scorgo facce vicine al sentiero. C’è un punto morto nel mio occhio, se ascolto bene di notte c’è qualcosa che sta venendo da me, come se qualcuno chiamasse il mio nome. Ma non m’importa di guardare da quella parte: fisso i miei occhi nella folla, e penso a quanto sarebbe strano girarmi intorno.
"Come un lampo di luce in una notte senza fine. La vita è intrappolata tra due entità nere. Perchè quando ti fidi di qualcuno comincia l’illusione non c’è modo di prepararsi, disperazione incombente. Qualcuno disse crudelmente: “E’ meglio amare e perdere”
L’ignoranza è beatitudine - vorrei non aver conosciuto il tuo bacio. Così tante volte mi son bruciato, questa lezione continua a non esser appresa. Ricorda che il desiderio alimenta solo il fuoco bugiardo.
Tra nascita e morte, ogni respiro si pente. Provo pietà per chi vive, invidia per i morti. Emozionalmente stordito, sulla difensiva, sono tramortito. Preferisco allora non preoccuparmi di essere attento. Essere spaventato.
Non ho bisogno di amore.
Mille lacrime valgono un singolo sorriso? Quando dai un dito, si prenderanno il braccio? Desiderare ardentemente il passato ma temere il futuro. Se non sei usato, beh allora sei chi usa e sei un perdente.
Il mondo riconosce il fallimento sia nella morte che nella vita. Un nulla donato, avvizzimento del purgatorio. Correre e nascondersi, una procedura cordarda. Opzioni esaurite, eccetto per l’anestesia…l’anestesia.
Antoine De Saint-Exupéry: Lione, 1900-nel cielo di Francia, 1944.
Fin dal mio primo approccio con lo scrittore Antoine De Saint-Exupéry, romantico aviatore appassionato di volo, disegno e penna, della sua biografia mi aveva sempre colpito un elemento in particolare, la vaghezza del luogo della sua morte; qualunque testo aprissi su di lui trovavo, infatti, indicata la località in cui era nato, ma non quella in cui era morto.
E’ noto che Saint-Exe, come affettuosamente lo chiamano in Francia, scomparve durante una missione di guerra, ma ignote restano le cause; tra le tante ipotesi due le più attendibili: la prima è che sia stato abbattuto in volo da un aereo tedesco, la seconda, caldeggiata dallo scrittore Jules Roy nel suo libro " Passion et mort de Saint-Exupéry", sostiene che lo scrittore abbia deviato per vedere i luoghi della sua infanzia e sia precipitato in mare per un guasto al motore, mentre sfuggiva alla contraerea tedesca.
Qualunque delle due ipotesi fosse quella giusta, per me restava il fatto concreto della sua scomparsa in mare e la vaghezza del luogo della sparizione, da qualche parte, nel meraviglioso cielo della Francia, che si caricava d’un significato simbolico e misterioso che lo legava ancor di più alla sua creatura letteraria, al Piccolo principe proveniente da un mondo misterioso, un asteroide sconosciuto, verso il quale ritornerà, misteriosamente come ne è arrivato.
Ebbene, nell’estate del 2001, inaspettatamente, al largo di Marsiglia, insieme ad altri suoi effetti personali, il mare restituì parti del suo velivolo; finalmente si poteva, finalmente potevo, dare un nome al luogo della sua scomparsa: Marsiglia!
(...) il libro più famoso di Antoine De Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, autentico capolavoro, scritto da Saint-Exe non per l’amico divenuto adulto, come recita la dedica, ma per quando l’amico era ancora bambino, pubblicato per la prima volta nel 1943 e consacrato subito, anche dallo stesso scrittore, libro per l’infanzia, ed è in quest’ottica che è stato letto da intere generazioni di adolescenti, commentato in quasi tutte le scuole secondarie e tradotto in 103 lingue (c’è persino una traduzione recentissima in dialetto napoletano ed un’altra addirittura in "tifinagh", la lingua parlata dai Tuareg ).
E’ una favola scritta per i bambini, perché, come dice l’autore, gli adulti vogliono vedere solo fatti certi e sicuri e, in un disegno loro sottoposto, in una forma che assomiglia ad un cappello, vedono solo il cappello, e non il boa che ha inghiottito l’elefante, una favola delicata e moderna dedicata ai grandi che sono stati bambini una volta e poi se ne sono dimenticati, scaturita dal bisogno dell’autore di esprimere poeticamente la necessità per l’umanità di riscoprire i sentimenti dell’amore e dell’amicizia (Create dei legami perché non esistono venditori di amici, Il Piccolo principe), che vanno coltivati, alimentati, nutriti, addomesticati, proprio come fa il Piccolo principe con la sua rosa, e la volpe col piccolo principe.
Nel libro lo scrittore descrive un ometto biondo, un minuscolo e candido bambino dai capelli d’oro e dalle guance del colore della porpora ( il "bambino del suo cuore", come amava definirlo, che spesso aveva disegnato fino a dargli poi l’immortalità rendendolo il protagonista, proveniente da B 612, un asteroide sconosciuto e lontanissimo dai quarantatrè tramonti, dal quale s’è allontanato per sfuggire ad una rosa di cui s’è innamorato), che si presenta al narratore in pieno deserto del Sahara, dov’è stato costretto ad atterrare per un guasto al motore del suo apparecchio.
Prima di approdare sulla Terra, il Piccolo principe ha molto vagato negli spazi e, di asteroide in asteroide, di pianeta in pianeta, di viaggio in viaggio, ha incontrato i mondi e i personaggi più disparati: un re senza corona e senza sudditi desideroso soltanto del comando, un vanitoso perso nella contemplazione di sé, un ubriaco che beve per dimenticare di essere un alcolizzato, un uomo d’affari occupato solo a calcolare all’infinito un infinito numero di stelle, un lampionaio che accende e spegne un unico fanale perché così gli è stato ordinato, ed infine un saggio, un geografo che gli consiglia di visitare il pianeta Terra, perché gode di una buona reputazione.
Ed è proprio sulla Terra che, dopo aver fatto numerosi incontri, alla ricerca di amici, avviene l’incontro più significativo, quello con la volpe. La volpe gl’ insegna il significato che bisogna dare alla vita mediante i riti, talvolta trascurati o dimenticati, dell’amicizia e dell’amore, che consentono di "addomesticare", cioè di creare dei legami e quindi di conoscere realmente le cose, piano piano, giorno dopo giorno.
Alla fine dell’incontro, prima di congedarsi definitivamente, la volpe gli rivela il suo semplice segreto per cogliere "l’essenziale" delle cose:
<<Addio, disse la volpe. Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.>> <<L’essenziale è invisibile agli occhi>> ripeté il piccolo principe, per ricordarselo. <<E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante.>> <<E’ il tempo che ho perduto per la mia rosa>>…sussurrò il piccolo principe per ricordarselo. <<Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa.>> <<Io sono responsabile della mia rosa>>…ripeté il piccolo principe per ricordarselo.
Forse non tutti sanno che "Il Piccolo Principe" rappresentò per lo scrittore una sorta di prova d’amore per riconquistare la moglie, dopo un periodo di distacco durato cinque anni, nel quale aveva ripreso la sua vita da celibe, accordando alla donna libertà totale. Dopo il periodo di ritrovato celibato, Saint-Exe ritornò da lei, e scrisse il libro.
Sotto il velo dell’allegoria, paragonandola alla rosa della storia, vanitosa, bugiarda, possessiva, tiranna e presuntuosa, volle dirle che, con tutti i suoi difetti, ella era diversa da tutte le altre e questa differenza risiedeva proprio nel fatto che lui l’aveva scelta tra tante, e che lei, a sua volta, era stata catturata da lui, scelta e, dunque, prescelta.
Qualunque siano le ragioni o le cause reali che hanno prodotto tale opera, la fiaba, che mescola elementi di fantasia e di parabola allegorica, intrisa com’è di simboli si presta a molteplici interpretazioni, ma forse il modo più bello di recepirla resta proprio quello di leggerla come una bella favola per bambini, guardando al Piccolo principe e alla volpe come personaggi da fiaba che, come in un apologo morale, hanno qualcosa da insegnare anche agli adulti.
Il Piccolo principe cerca gli uomini, cioè la legge per vivere nel mondo degli uomini, e la volpe, saggia e non astuta come nelle favole tradizionali, spiega il modo attraverso il quale è possibile la conoscenza, tramite "l’addomesticare"; certo, la conoscenza implicherà poi anche la sofferenza, ad esempio quella del distacco, ma varrà la pena soffrire se poi in cambio si guadagnerà "il colore del grano", vale a dire una nuova visione delle cose.
<<…I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…>>
Francesca Santucci
In questo regno diviso tra tenebre e stelle, ammantato di nebbia e irradiato di sole, quanti uomini sanno contare, regnare, bere, vivere, amare?
Solo coloro che hanno imparato a trovare le tracce di una volpe sanno cosa significhi amare senza possedere, desiderare senza sacrificare.
E unicamente una volpe addomesticata può sorridere dei colori del grano, celando in quel sorriso il segreto di una felicità che non contempla più soltanto sé stessa.
La saggezza arriva alla fine di una strada tortuosa, nascendo da campi senza grano, e passando attraverso le vite di uomini piccoli quanto i loro minuscoli pianeti.
La saggezza arriva infine per la volpe, scorrendo lungo il dorso ammantato di soffice pelo rossiccio, mischiandosi al peso del dolore, dell’amore, di tutto il sentire che su quella fragile schiena si è accumulato.
La saggezza contempla l’amore, ma l’amore non contempla nient’altro che sé stesso e il suo esistere, in tutti i colori e le forme del grano, del cielo, delle stelle. In tutti i nomi che, in suoni ogni volta diversi, richiamano un solo nome. In ogni attesa, in ogni anelito, in tutta l’immensità del vento tra le spighe che nessuno possiede, ma che la volpe adesso può avere, ogni volta che lo desidera.
“Lasciami andare, lasciami andare. Lasciami cercare le risposte che ho bisogno di conoscere.
Lasciami trovare una strada. Lasciami andare via, attraverso la corrente. Ti prego, lasciami andare.
Lasciami volare, lasciami volare. Lascia che io mi sollevi contro quel cielo di velluto cremisi. Lasciami inseguire tutto, rompere le mie ali e cadere.. probabilmente sopravvivere. Quindi lasciami volare... Lasciami volare.
Lasciami correre, lasciami correre. Lasciami cavalcare la cresta delle possibilità nel sole. Tu sei sempre stata lì. Ma potresti perdermi qui. Ora amami se osi, e lasciami correre.
Sono vivo e fedele al mio cuore ora. Sono me stesso. Ma perché la verità deve sempre farmi morire?
Lascia che io mi rompa! Lasciami sanguinare! Lascia che io mi distrugga, ho bisogno di respirare! Lascia che io mi perda! Lasciami andare alla deriva! Forse per procedere. Solo, lasciami sanguinare!
Lascia che io mi svuoti! Lasciami morire! Lasciami frantumare le cose che amo, ho bisogno di piangere! Lasciami bruciare tutto! Lasciami cadere attraverso il fuoco che purifica! Ora lasciami morire.. Lasciami morire.
Lasciami libero. Lasciami sprofondare in questa notte nera di velluto.”
"E d’improvviso desiderai, desiderai, oh desiderai con tutta l’intensità di cui il mio cuore fu mai capace, desiderai essere non una delle due piccole mele del quadro, non una di quelle mele dipinte sul davanzale dipinto: già questo mi sembrava un destino eccessivo… No: diventare la morbida, piccola ombra poco appariscente di una di quelle mele – ecco il desiderio in cui si concentrava tutto il mio essere".
"La notte affina e rende più intense le sensazioni, l’oscurità risveglia ed eccita l’immaginazione. Silenziosamente i sensi abbandonano ogni resistenza. Inutile resistere alle note che scrivo, perché io compongo la musica della notte.
Lenta e dolce, la notte dispiega il suo splendore: Afferrala, sentila, tenera e tremante. Sentire è credere, la musica inganna. Forte come il fulmine, tenue come la luce di una candela. Osi affidarti alla musica della notte?
Chiudi gli occhi, perché gli occhi dicono solo il vero, e il vero non è quello che vuoi vedere. Nel buio è più facile fingere che le cose siano come dovrebbero essere.
Dolce, insinuante, la musica ti accarezza. Ascolta, senti come s’impossessa di te in segreto. Apri la tua mente, libera la tua fantasia, in questa oscurità che sai di non poter combattere. L’oscurità della musica della notte.
Chiudi gli occhi e inizia il tuo viaggio in un mondo nuovo e inaspettato. Lascia ogni pensiero del tuo vecchio mondo. Chiudi gli occhi e lascia che la musica ti liberi. Solo allora potrai appartenermi.
Galleggiando, cadendo, dolce intossicazione. Lascia che il sogno inizi, lascia che il tuo lato oscuro si arrenda al potere della musica che scrivo. Il potere della musica della notte.
Tu ed io possiamo far prendere il volo alla mia canzone. Aiutami a comporre la musica della notte.
“La musica oltrepassa le idee, è del tutto indipendente anche dal mondo fenomenico, semplicemente lo ignora, e in un certo modo potrebbe continuare ad esistere anche se il mondo non esistesse piú: cosa che non si può dire delle altre arti.
La musica è infatti oggettivazione e immagine dell’intera volontà, tanto immediata quanto il mondo, anzi, quanto le idee, la cui pluralità fenomenica costituisce il mondo degli oggetti particolari. La musica, dunque, non è affatto, come le altre arti, l’immagine delle idee, ma è invece immagine della volontà stessa, della quale anche le idee sono oggettività: perciò l’effetto della musica è tanto piú potente e penetrante di quello delle altre arti: perché queste esprimono solo l’ombra, mentre essa esprime l’essenza.(…)
La musica esprime, con un linguaggio universalissimo, l’intima essenza, l’in sé del mondo, che noi, partendo dalla sua piú limpida manifestazione, pensiamo attraverso il concetto di volontà, e l’esprime in una materia particolare, cioè con semplici suoni e con la massima determinatezza e verità; del resto, secondo il mio punto di vista, che mi sforzo di dimostrare, la filosofia non è nient’altro se non una completa ed esatta riproduzione ed espressione dell’essenza del mondo, in concetti molto generali, che soli consentono una visione, in ogni senso sufficiente e applicabile, di tutta quell’essenza;
chi pertanto mi ha seguito ed è penetrato nel mio pensiero, non troverà tanto paradossale, se affermo che, ammesso che si potesse dare una spiegazione della musica, completamente esatta, compiuta e particolareggiata, riprodurre cioè esattamente in concetti ciò che essa esprime, questa sarebbe senz’altro una sufficiente riproduzione e spiegazione del mondo in concetti, oppure qualcosa del tutto simile, e sarebbe cosí la vera filosofia.
(…) La musica è la vera lingua universale che viene compresa ovunque. Essa non parla di cose, ma soltanto di gioia e di dolore, che sono le uniche realtà per la volontà: perciò essa parla così intensamente al cuore, mentre nulla ha da dire direttamente alla testa.”
(A. Schopenauer - Il mondo come volontà e rappresentazione)
L’ombra vasta della sera, lenta e quieta, copre la città avanzando tra i vicoli meno affollati, mentre i lumi si accendono e vibrano debolmente, andando ad aumentare le ombre proiettate.
Saluto con un cenno e mi avvio per strada, i libri stretti tra le braccia, il passo disinvolto eppur svelto mentre scorro lo sguardo su quest’infinita scena di inutili comparse che è la vita ordinaria di una città. - Poco siamo , poco ci basta. Il mondo toglie ciò che ci dà. -
La notte, venendo come nulla, mi ricorda chi ho cessato di essere. Ho una voce nella mia testa che urla di continuo tutto ciò che le mie labbra rinnegano. E’ una voce d’insensatezza, di illogica e perversa follia, e so che cedere adesso equivarrebbe a fallire. Non posso smettere di tentare, e per farlo ho bisogno di tutto il controllo possibile, ma più spingo lo sguardo a lacerare il velo che ormai ho scovato, e più tutto sfuma in un’illogica coreografia squilibrata che disperde la lucidità dei miei pensieri.
Sono a un passo, solo un passo, dalla conquista o dalla definitiva sconfitta, ma non è in mio potere scegliere.
Respiro la notte, e i meandri di tutto il mio essere si riempiono di una buia quiete, nera come l’inchiostro versato, come gli occhi che ancora mi tentano, come una notte senza stelle che promette sogni d’oblio.
Fisso la limpida oscurità di queste palpebre chiuse, e lentamente lascio scorrere la stanchezza via dalle mie membra. Sono solo una bambola abbandonata in un angolo del palcoscenico dopo che il sipario è calato, gli arti adagiati l’uno sull’altro senza una logica, i fili lasciati senza padrone. Scorre via la volontà dalle mie stesse membra, e ritrovo la pace vacua del silenzio notturno.
Il vuoto è la più grande meraviglia che la mia mente abbia mai provato, solo un vuoto passeggero che lenisca questa fame che corrompe i miei pensieri, spingendoli ad afferrare sempre di più…sempre di più.
Il teatro, la scena, gli attori: le mie vie di fuga. Potevo essere tutti e nessuno, possedevo mille volti e tanti altri costumi, e avevo sempre un sipario a separarmi dal mondo, una netta certezza di vivere pur non vivendo. Mi abbandonavo all’ebbrezza di un cosmo in cui tutto era finto ma nulla falso, e nutrivo sogni e illusioni appendendoli come spille sul mio unico volto ancora così reale.
Ho sognato nella mia vita, sogni che son rimasti a lungo con me, e che hanno cambiato le mie idee. Son passati attraverso il tempo e attraverso me stessa, come il vino attraverso l’acqua, ed hanno alterato il colore della mia mente. Amavo e speravo, bruciavo di ardente passione, credevo a fiumi di menzogne, ed ero costantemente ubriaca di sogni.
Non avevo ragione a starmene ad aspettare davanti al palcoscenico delle marionette? Guardavo i loro movimenti e pensavo a come tutto sia pretesto, quel che facciamo qui. Tutto non è se stesso. Non è forse più sopportabile quell’involucro di pelle e filo cucito sul volto d’apparenza di una bambola?
Eppure ora desidero così ardentemente svuotarmi, strappare con foga i costumi di scena, scucire le maschere, ed urlare fino a che l’ultimo residuo di vitalità abbandonerà l’involucro inutile che è questo corpo. Sarebbe un po’ come rinnegare me stessa…ma sono davvero sempre stata così? Ci sono domande alle quali non voglio rispondere, copioni che ho gettato tra le fiamme molto tempo fa, e sceneggiature che scrivo e riscrivo continuando a recitarle nella mia mente fino a che non troveranno nella realtà il loro grandioso finale. L’unico finale che davvero desidero.
E allora che urli pure la mia mente, non la lascerò parlare attraverso queste labbra. Arriverò a controllare ogni cosa.
(Memorie di Erianthe: maga thayan sharita)
“In un tempo in cui tutti ancora si affannavano a risponderci sempre rapidamente e rassicurandoci, fu essa, la bambola, la prima che ci avvolse di quel silenzio più grande della vita, che poi sempre tornò ad alitarci dallo spazio ogni volta che in qualche luogo giungevamo ai confini della nostra esistenza (…) Iniziate alle prime indicibili esperienze dei loro proprietari, distratte tra le loro primissime inquietanti solitudini come nel mezzo di stanze vuote (…). Ma noi presto comprendemmo che non potevamo farne né una cosa né una creatura umana, e in simili momenti divenne un ignoto per noi, e ogni senso confidente di cui l’avevamo riempita e colma, ci divenne ignoto in lei (…)
Taceva essa allora, non per superiorità, taceva perché era quella la sua perpetua scappatoia, perché era costituita di un‘inutile materia affatto responsabile – taceva e neppure le saltava in mente di vantarsene, benché le dovesse servire molto a darsi importanza in un mondo in cui il destino, anzi Dio stesso si son fatti famosi anzitutto perché ci fronteggiano col silenzio.
Ecco, alla fine ti abbiamo realmente distrutta, anima della bambola, mentre intendevamo circondarti di cure, erano già le larve che ti rodevano e ti rendevano così cava e pigra. Ora scappa fuori, questa nuova, pavida stirpe e svolazza traverso il nostro buio sentimento. A vederle, si direbbero piccoli sospiri, tanto sottili che per essi non basti il nostro orecchio. Appaiono svanendo, giacché questo solo le occupa: svanire. E’ come se si struggessero per un’ardente fiamma, da gettarvisi larvalmente. Pensando questo e alzando gli occhi, si sta, quasi smarriti, davanti alla loro natura di cera.”
B..b…brains for dinner!
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Boys and girls of every age Wouldn’t you like to see something strange?
Come with us and you will see This, our town of Halloween
This is Halloween, this is Halloween Pumpkins scream in the dead of night
This is Halloween, everybody make a scene Trick or treat till the neighbors gonna die of fright It’s our town, everybody screm In this town of Halloween
I am the one hiding under your bed Teeth ground sharp and eyes glowing red
I am the one hiding under yours stairs Fingers like snakes and spiders in my hair
This is Halloween, this is Halloween
Halloween! Halloween! Halloween! Halloween! In this town we call home Everyone hail to the pumpkin song
In this town, don’t we love it now? Everybody’s waiting for the next surprise
Round that corner, man hiding in the trash cam Something’s waiting no to pounce, and how you’ll...
Scream! This is Halloween Red ’n’ black, slimy green
Aren’t you scared?
Well, that’s just fine Say it once, say it twice Take a chance and roll the dice Ride with the moon in the dead of night
Everybody scream, everbody scream
In our town of Halloween!
I am the clown with the tear-away face Here in a flash and gone without a trace
I am the "who" when you call, "Who’s there?" I am the wind blowing through your hair
I am the shadow on the moon at night Filling your dreams to the brim with fright
This is Halloween, this is Halloween Halloween! Halloween! Halloween! Halloween! Halloween! Halloween!
Tender lumplings everywhere Life’s no fun without a good scare
That’s our job, but we’re not mean In our town of Halloween
In this town
Don’t we love it now?
Skeleton Jack might catch you in the back And scream like a banshee Make you jump out of your skin This is Halloween, everyone scream Wont’ ya please make way for a very special guy
Our man jack is King of the Pumpkin patch Everyone hail to the Pumpkin King
This is Halloween, this is Halloween Halloween! Halloween! Halloween! Halloween!
In this town we call home Everyone hail to the pumpkin song
La la-la la, Halloween! Halloween!
“Ho sempre simpatizzato per gli zombie, hanno un che di rivoluzionario.
Rappresentano il popolo solitamente senza idee autonome che a un certo punto, stanco dei soprusi, si ribella.