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mercoledì 15 giugno 2005 - ore 10:47


bimbo cattivo
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Uffa, questo bambino non mi lascia in pace!
Dovrebbe fare da bravo, è anche più grande di me! Invece mi lancia la sabbia, mi schizza, ha anche distrutto il mio castello... e sua madre, quella cicciona, non lo sgrida per niente e continua a leggere il suo giornale.
- Martino, lascia in pace quel bambino... - gli dice, ma poi riabbassa gli occhi.
Lui continua, mi prende in giro perché sto per piangere. Uffa! Perché non se ne sta tranquillo sotto l'ombrellone?
Adesso basta!
Mi sdraio sull'asciugamano per il riposino.
Voglio fare un sogno.

Sono grande, in questo sogno. Sono tutto vestito di nero, e ho un cappotto lungo, sempre nero. Ho pure la barba e gli occhiali da sole. Prendo per mano quel bambino cattivo e lo porto dietro i casotti.
- Ti faccio vedere una cosa bella...
Arriviamo, e lui mi chiede dov'è la cosa che ho promesso di fargli vedere. Gli dico di guardare lì, in basso. All'improvviso lo prendo per i capelli e gli sbatto la faccia sul gradino di cemento, tantissime volte.
Non grida neanche, ha smesso di respirare quasi subito. Dalla tasca del cappotto tiro fuori un bastone con la punta piena di chiodi e comincio a colpirlo, con tutte le mie forze. Dietro la testa, sulla schiena, sulle gambe. Una signora mi guarda, mentre lo giro a faccia in su. Mi sorride. Io ricomincio a colpirlo dappertutto.
- Così impari a fare da bravo - gli dico, andandomene.

Mi svegliano delle grida provenienti dai casotti. E' quella cicciona.
- Il mio bambino! Il mio bambino! - urla, sollevando da terra una cosa tutta sporca di sangue.
Vado ad abbracciare mia madre, sono spaventato.
- Mamma, l'ho fatto di nuovo...
- Lo so, caro... Non l'hai fatto apposta neanche stavolta, vero?
E mi sorride.

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venerdì 10 giugno 2005 - ore 20:43



(categoria: " Vita Quotidiana ")


che schifezza... vuoto d'ispirazione...

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venerdì 10 giugno 2005 - ore 20:41


il cane di gesso
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ecco come doveva passare in quel punto: veloce, sicuro, senza fermarsi ma soprattutto senza guardare indietro.
Doveva entrare in ufficio e anche in fretta ma passare di lì senza aver paura era una cosa del tutto impossibile. Specie se c'era quel coso lì fermo che lo guardava.
Era un uomo ormai. Era adulto ed anche ben messo. Aver paura di quella cosa era del tutto ridicolo; se lo avessero saputo i suoi colleghi...
Tremava. Gli batteva forte il cuore. Strinse con forza la ventiquattrore di pelle al petto. Il corridoio era lungo e immerso nella semi oscurità. La porta del suo ufficio era alla fine di quel tetro passaggio. Aveva la bocca asciutta e pensò fra sé per darsi coraggio: "E' solo una statua di gesso colorata. Non può farmi nulla. E' innocua perché finta. E' solo un cane di gesso. Un cane di gesso seduto sulle zampe posteriori. Anche brutto. Non può farmi alcun male".
Respirò profondamente e cominciò a camminare lungo il corridoio. Superò la prima porta e arrivò a soli tre metri dal cane di gesso. Tutte le sue certezze cedevano e svanivano... il panico cominciava a diventare più grande e aumentava, aumentava, come aumentavano i battiti cardiaci. Trattenne il fiato. Accelerò il passo e appena superò la statua rallentò e tirò un sospiro di sollievo. Affiorò un sorriso sulle sue labbra e mentre cercò di avanzare di nuovo lo sentì.
Il cane stava ringhiando. Fu colto di nuovo dal panico. Ma appena mosse i primi due passi il cane ringhiò più forte.
Strinse gli occhi con forza. Era terrorizzato. Tremava e respirava velocemente. Gli veniva da piangere. Fece per correre e sentì le fauci della bestia azzannargli il polpaccio destro.
Cacciò un urlo e corse ancora più velocemente, spalancò la porta e cadde rovinosamente a terra, urlando e scalciando, agitandosi e indietreggiando sul sedere fino alla sua scrivania. Tutti i suoi colleghi si spaventarono e si erano alzati dalle loro postazioni accorrendo, dopo un comprensibile momento di smarrimento, il collega a terra, ancora tremante e ansante.
"Ma che ti è preso?" "Che c'è? Stai bene?"
Indicando con il dito il corridoio balbettò: " Il... c... cane... mi... mi... mi ha morsooohoh... oddio... oddio... oh..."
Piangeva. I colleghi dell' uomo si guardarono negli occhi, sorpresi e divertiti, iniziarono a ridere. Lo beffeggiarono e il più vecchio di loro andò verso il corridoio.
"UHUUU... il cane assas... oh mio dio..."
Si ammutolì. Indietreggiò... il cane era sulla porta nella sua consueta posa plastica, lo smalto riluccicante alla luce del neon. Gli occhi finti. Fermo. Che guardava proprio l'uomo a terra. E in bocca, fra i denti di gesso, la stoffa del pantalone dell'uomo intrisa di sangue.

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martedì 7 giugno 2005 - ore 13:14


diario di erica
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Rovistando nella mia cantina polverosa ho trovato per caso un diario incredibilmente antico, appartenuto ad una donna di nome Erica. E’ ricco di poesie e di descrizioni degli incontenibili slanci d’amore della proprietaria.
Doveva essere una donna passionale e romantica. Ma la lettura delle sue ultime pagine mi ha sconvolta. Non ho idea se i fatti descritti fossero veri o inventati. Ad ogni modo, riporterò qui sotto quello che ho letto nelle ultime pagine ingiallite, sperando di sentirmi un po’ meglio dopo aver condiviso questo terribile segreto con voi.

"6 giugno 1650.
Mio caro diario,
mi appresto a scrivere qualcosa di orrendo. L’amore... l’amore! Mi ha portata alla morte!
Tra le tue pagine ho parlato molto spesso di Emanuele, l’uomo che amo e che non mi ha mai degnata di uno sguardo. Ebbene, poco tempo fa ho deciso che era arrivato il momento di darsi da fare, mi ero stufata di quest’amore non corrisposto, di struggermi per lui senza ottenere risposte. E allora mi rivolsi alla mia migliore amica Elena. Le parlai dei miei tormenti e le chiesi se conoscesse qualche mago potente che fosse in grado di aiutarmi con un filtro d’amore. Lei rispose che no, non conosceva maghi, ma conosceva un rimedio per il mio problema.
Mi confessò di far parte di una setta satanica e che spesso ella si riuniva con gli altri membri per compiere i riti. Disse che facendo parte della setta ogni tuo desiderio veniva realizzato, però in seguito avresti dovuto partecipare ai riti e ubbidire a tutto quello che il Maestro ti ordinava.
All’inizio ne fui spaventata, poi pensai che volevo Emanuele a tutto i costi.
Elena mi disse che non poteva rivelarmi nulla dei riti, ma che prima di decidere dovevo pensarci bene perché era un grosso impegno e, dopo aver fatto la mia scelta, non avrei potuto cambiare idea. Ma io non avevo voglia di perdere altro tempo, avrei fatto qualunque cosa pur di ottenere il suo amore, ahimè!
Così pochi giorni dopo, cioè ieri, Elena mi condusse nel luogo in cui sarebbe avvenuta la Messa Nera: un castello circondato dalla campagna, molto isolato. Il rito si sarebbe compiuto nel salone. Andammo nello scantinato dove una vecchia ci ordinò di spogliarci. Feci come mi era stato detto e dopo essermi sfilata gli ultimi abiti, lasciando scoperte le mie curve morbide, lanciai ad Elena un’occhiata titubante.
- Te l’avevo detto. - disse lei.
Mi sentii un po’ più sollevata quando la vecchia mi infilò la tunica nera con le sue mani ossute. Mi venne calato il cappuccio sul viso e mi sentii mancare l’aria, seppure nella stoffa ci fossero due buchi che mi consentivano di vedere.
Andammo nel salone. Un centinaio di persone, ognuna celata dalla rispettiva tunica nera, in piedi, disposte a cerchio. Al nostro arrivo alcuni si scansarono per farci spazio. Diventammo parte del circolo e potei vedere cosa c’era all’interno: un tavolo rettangolare, coperto da un panno di velluto nero e circondato da candele. Nessuno fiatava, non un rumore. Si udiva solo il crepitare delle fiammelle.
Entrò un uomo con una tunica rossa accompagnato da due chierichetti. Tutti si inginocchiarono. Mi inginocchiai anch’io.
- E’ il Maestro – mi sussurrò Elena.
I bambini tenevano tra le piccole mani due incensieri d’argento. Si inginocchiarono accanto al tavolo, uno per lato. Fecero oscillare gli incensieri e la sala fu invasa da un profumo di chiesa. Intonarono con le loro voci infantili una lode a Satana:
- Benedetto sia Satana, benedetto sia Lucifero, benedetti siano tutti i demoni dell’Averno. –
E tutti cantarono in risposta:
- Che ci concederanno la loro benedizione spirituale in tutti i luoghi infernali. –
Il Maestro si mise di fronte al tavolo.
- Che sia fatto entrare l’agnello sacrificale! – tuonò.
E all’improvviso il silenzio fu infranto da urla. Urla di una donna.
Nella sala entrarono due figure scure. Tenevano saldamente un corpo nudo, armonioso, dal candore d’alabastro. La donna si dimenava e strillava, implorava pietà. Non riuscii a vederla in viso, perché era coperto dai suoi capelli che ondeggiavano con furia ai suoi movimenti. Le figure incappucciate la stesero sul panno nero che la fece sembrare ancora più splendente. La legarono in modo che le gambe pendessero davanti al Maestro, una da un lato e l’altra dall’altro.
Non riuscii a credere ai miei occhi.
- Cosa le fanno? – bisbigliai.
- Vedrai. – rispose la mia amica.
Entrarono altri due chierici. Bisbigliarono qualcosa all’orecchio della donna, le cui urla si smorzarono lentamente. Depositarono sul ventre tremante un piattino con le ostie e sul rigonfiamento dei seni un calice d’argento. La donna ora piangeva in silenzio.
Il Maestro cominciò a pronunciare oscene litanie con la sua voce monotona, sepolcrale. I chierici fecero oscillare gli incensieri, facendone uscire spirali di fumo che col bagliore tremulo delle candele creavano un’atmosfera irreale.
Entrò un quinto chierico. Porse solennemente al Maestro un pugnale.
- Oh Satana, - tuonò il Maestro – ti offriamo questo prezioso sacrificio, chiedendoti in cambio la realizzazione dei nostri desideri.-
La donna riprese a urlare. Attraverso i buchi del cappuccio mi parve di vedere uno scintillio negli occhi del Maestro. Egli prese tra i polpastrelli delle dita un capezzolo della donna. Lo strinse.
Quali urla strazianti! Quale terrore si impadronì della povera donna quando il Maestro avvicinò il pugnale al suo seno!
Praticò due tagli a croce su quella pelle così rosea, così tenera! Dal capezzolo sgorgò immediatamente del sangue. Il Maestro prese il calice e lo poggiò al seno rigato di rosso, cercando di non farne perdere neanche una goccia. Strizzò il capezzolo e ne fece partire un nuovo fiotto di sangue.
Il calice fu riempito per metà.
Allora lasciò il seno. Poggiò il calice sul tavolo, tra le gambe della vittima.
Le urla si attutirono un poco, finchè la povera donna non capì quello che il Maestro aveva intenzione di fare. Il pesante tavolo sembrò oscillare. La donna si scuoteva tutta, tirava le corde con così tanta forza da farsi sanguinare le caviglie. Era una fatica vana.
Il Maestro le carezzò i genitali.
Le prese le piccole labbra, le tirò un poco. Avvicinò lentamente il pugnale. E tagliò.
Quali urla squarciarono la gola della vittima!
Posò i due brandelli di carne dentro il piattino con le ostie. Prese rapidamente il calice e lo pose tra le gambe frementi. Raccolse una sufficiente quantità di liquido per riempirlo. Si leccò le dita insanguinate per non sprecarne neanche un pò.
La donna perse i sensi.
I chierici cantarono e il Maestro innalzò il piattino, pronunciando la Consacrazione. La gente dalle tuniche nere chinò la testa in segno di rispetto.
- ... lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse “Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi.”-
Poi innalzò il calice.
- Dopo la cena allo stesso modo, prese il vino. Lo diede ai suoi discepoli e disse “Prendete e bevetene tutti, questo è il mio sangue versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me. –
E quello che vidi in seguito mi contrasse lo stomaco. Il Maestro prese i brandelli di carne sanguinolenti e... li mangiò! E poi bevve un sorso di sangue.
Ebbi tanta voglia di vomitare. Oh, povera me! Non sapevo ancora cosa mi aspettava!
I chierichetti presero il calice e il piattino e passarono dalla gente con le tuniche nere. Ognuno prendeva un’ostia, la immergeva nel calice e... la mangiava!
- Oddio oddio io non ce la faccio – mormorai – che schifo no io non la mangio non la mangio ommioddio... –
- Smettila! Avresti dovuto pensarci prima! – mi rimproverò Elena.
Così quando fu il mio turno, presi con mano tremante l’ostia e la intinsi nel sangue... Sollevai un pò il cappuccio. E la misi in bocca. Un sapore dolciastro. Terribilmente dolce. Deglutii senza masticare.
Sentii le lacrime sgorgarmi dagli occhi. Per fortuna avevo il cappuccio.
Dopo la comunione, con una mossa precisa, il Maestro tagliò la gola della donna, per assicurarsi che fosse morta. Poi si sfilò la tunica (ma non il cappuccio), rivelando una potente erezione.
- Oddio oddio cosa sta facendo oddio non ce la faccio... –
- La vuoi smettere? –
Lo fece. Penetrò quel corpo pallido e si mosse, spingendo con le mani avanti e indietro le gambe inerti. Osservai la scena con occhi sbarrati. Un cadavere! Stava violentando un cadavere!
Ma non arrivò all’orgasmo. Si ritrasse, ansante, il membro tumefatto e sanguinolento.
I chierichetti si mossero a passi svelti verso il cerchio di persone... verso di me!! Mi presero le mani.
- Procederemo al rito per iniziare al satanismo la nuova arrivata.- sentenziò un bambino.
- Cosa? Cosa volete farmi? – Ero già isterica.
I chierici mi tolsero il cappuccio e la tunica. Il cerchio di occhi, dalle fessure di stoffa, mi guardava languidamente. Cercai di coprirmi le parti intime con le mani, ma i bambini non mi lasciavano.
Alcuni stavano già provvedendo a sgomberare il tavolo dal cadavere.
I bambini mi tiravano verso il Maestro, verso il tavolo coperto dal panno nero.
- No! – strillai.
Il Maestro puntò l’indice contro di me.
- E’ stata una tua scelta e ora devi rispettarla o morirai! – disse, impaziente.
Guardai il suo pene coperto di sangue. No, non potevo! Non potevo lasciarmi contaminare da quel mostro! E se fossi rimasta incinta? Avrei portato in grembo un figlio di Satana!
Con uno strattone mi liberai dalla stretta dei bambini e corsi fuori dal cerchio. Mi precipitai verso la porta. Era chiusa! Mi voltai. Il maestro e i chierici erano rimasti vicino al tavolo, composti. La gente in tunica nera stava correndo a prendermi.
- Fermatevi! – disse il Maestro – Se vuole venir meno alla sua scelta, che faccia pure. Verrà punita da Satana con la morte. –
Un chierichetto mi portò la mia tunica e, con una piccola chiave d’argento, aprì la porta.
- Ricomponiamoci, fratelli! Ricomponiamoci! Sfogheremo i nostri desideri carnali con un’altra donna del cerchio. Con qualcuna che non desidera la morte. -
Mi infilai la tunica frettolosamente e mi sentii un po’ più al sicuro. Vidi Elena che si apprestava a spogliarsi. Venne condotta sul tavolo dai chierici.
- Blasfemi! – urlai – Sacrificare così povere fanciulle innocenti! Torturarle in questo modo! Ridicolizzare il Signore! Ma non avete un briciolo di umanità?-
Mi stavano ignorando del tutto. I bambini stavano legando Elena e tutti guardavano languidamente le rotondità del suo corpo.
- Mi avete sentito?? – strillai.
I bambini presero a cantare e a far oscillare gli incensieri. Il Maestro allargò le gambe di Elena e vi affondò dentro. Cominciò a muoversi.
- Svelerò tutto al tribunale dell’Inquisizione e vi farò bruciare tutti al rogo!! –
Il Maestro si fermò e mi guardò.
- Sei proprio stupida, - disse – pensi che se tu potessi farci questo ti avremmo lasciata andare? -
Nonostante il cappuccio, capii che sorrideva.
- Tu sarai la prima a morire, - riprese a muoversi – e chiunque verrà a sapere i segreti dei nostri rituali, morirà con te. E ora vattene, lasciami godere della mia lussuria. –
Uscii dal salone spaventata e perplessa. La vecchia dalle mani ossute mi venne incontro. Mi diede uno schiaffo e mi strappò via la tunica di dosso. Lasciò cadere a terra i miei vestiti e, prima che avessi il tempo di ribattere, se ne andò.
Questo è quanto avvenne la scorsa notte, mio caro diario. Ho tanta paura! Se penso al motivo sciocco che mi ha spinta a subire tutto questo... oh! L’amore!
Cosa me ne importa dell’amore adesso che sto per morire! In questo poco tempo che mi rimane ho voluto scrivere quello che mi è successo. Ho bisogno di dirlo a qualcuno, di sfogarmi, ma non voglio condannare nessuno alla morte.
Ahhh! Sento dei crampi allo stomaco! Sta per arrivare la mia ora! La punizione di Satana!
Spero solo che nessuno leggerà mai queste pagine.

Erica"

Non sono una persona superstiziosa e non credo nelle maledizioni, quindi penso siano tutte sciocchezze. La punizione di Satana! Che cavolata. Figuriamoci. E poi, io sono ancora viva e vegeta. E’ stata però una lettura interessante, non credete? Potrebbe essere la descrizione di una vera Messa Nera ed è raro leggere descrizioni così fedeli a...

Oddio... oddio... sento dei crampi allo stomaco...



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lunedì 6 giugno 2005 - ore 13:47


mano
(categoria: " Vita Quotidiana ")


In una mattina particolarmente fredda, anzi per l'esattezza gelida, un signore del quale non farò il nome altrimenti se ne adonterebbe, lo chiamerò semplicemente B. Il signor B. si alzò dal letto come al solito al trillo della sveglia e come una molla che salta da un giocattolo si sedette sul letto e cominciò a battere i piedi sul pavimento per riscaldarsi, poi se li stropicciò l'uno sull'altro e infine sbadigliò e si stiracchiò. Quando finì i soliti rituali mattutini si alzò dal letto e si diresse un po' barcollando al bagno, dopo aver fatto le solite boccacce allo specchio la cui immagine a stento riconosceva si decise a radersi, prese il pennello da barba dalla mensola, ma cosa alquanto strana il pennello non si mosse di un centimetro, fece un altro tentativo, niente da fare il birbante non voleva ubbidire. Si concentrò perché evidentemente doveva essere ancora assonnato, e lentamente alzò il braccio e quando stava finalmente per afferrarlo si accorse che la mano gli era sparita. Il signor B. non si sorprese, come certe cose potessero capitare a chiunque, e analizzò con logica e sangue freddo la situazione. Si disse che il giorno prima aveva scritto degli appunti in ufficio, poi era stato al caffè e si era diretto subito a casa, quindi come logica conclusione la mano doveva trovarsi nell'appartamento.
"Sarà nel letto" si disse ma non la trovò quindi guardò sulla scrivania, nei pantaloni e per ultimo guardò anche nella pattumiera, ma tutto fu vano, la mano era sparita.
"Dove si sarà cacciata" e mentre rifletteva si vestì, trovò mille difficoltà, dalla camicia alle scarpe, "Maledetta zucca vuota" era la prima volta in vita sua che si arrabbiava e questo lo rese addirittura furioso.
Dopo che si fu vestito si placò un po' e si disse "L'avrò lasciata o al caffè o in ufficio oppure l'ho persa per strada".
Si diresse subito al caffè e chiese al barista a bassa voce "Avete per caso trovato una mano" e gli mostro il braccio, e ciò stava a significare che era la sua.
"Non mi sembra, ma adesso guardo un po' in giro".
Dopo aver cercato in qualche tazza, nello zucchero e intorno al bancone, tornò dal signor B. con una penna.
"Ho trovato solo questa è sua?" Il signor B. la guardò attentamente poi disse "Non è mia" uscito dal caffè si diresse in ufficio, era ancora presto ma per fortuna trovò l'uomo delle pulizie e subito lo interrogò.
"Senta ha mica trovato una mano" e gli mostrò il braccio.
"No mi dispiace" poi pensandoci un po' aggiunse "Sa una volta ho perso un cane", il signor B. si sbalordì.
"Assurdo, come si fa a perdere un cane!". Uscito dall'ufficio decise di percorrere la strada che era solito fare tornando a casa, la percorse in su e giù per tre volte poi si fermò, un uomo si stava avvicinando verso di lui, dopo un po' lo riconobbe era il libraio dove era solito fermarsi.
"Scusi, ieri consultando questo libro si è dimenticato di riprendersi la mano, guardi è ancora attaccata"
"Sì grazie" rispose il signor B.
"Prendo anche il libro" il libraio gli diede il libro e intascando i soldi disse "Sa è un buon libro, i racconti di Pietroburgo di Gogol"
"Solo gli autori russi perdono sempre qualcosa!" Esclamò il signor B. soddisfatto di aver ritrovato la mano.

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domenica 5 giugno 2005 - ore 11:23


morte di una vamp
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Era una notte strana, senza luna, senza stelle, completamente nera. Strana perché dopo molti anni mi era tornata voglia di discoteca. Volevo andarci per rimorchiare, solo per quello. L'aria era invitante, dovevo uscire, per forza. La riviera romagnola offre molte occasioni per spassarsela, quindi dovevo solo smuovermi.
Avrei trovato una ragazza con cui passare la notte?
Ero fiducioso, sapendo che di ragazze vogliose di scopare ce ne sono più di quanto non si creda.
Fatta scorta di birra e super alcolici puntai verso il ravennate, dove trovai il locale giusto per me: dovevo solo scegliere e provarci. Ne notai una in mezzo ad una miriade di gnappette che si assomigliavano. Altina, abbronzata, con i capelli neri lunghi, affascinante. La notai perché ballava a piedi nudi, da sola, indifferente del casino che le era intorno. Indossava un body nero a rete ed un gonnellino di pelle aderente dello stesso colore. Le si vedeva tutto e questo mi eccitava di più. Istinti selvaggi si risvegliavano.
Scesi in pista iniziando a ballarle intorno.
Bellissima e sensuale emanava qualcosa di diabolico, qualcosa di allarmante cui non badai subito. Non capivo se era fatta o ubriaca, ma non m'importava: meno capiva meglio era per me.
Ballavamo insieme, senza parole, solo sguardi per capirci. Mi stavo caricando.
Dopo un po' la trascinai via.
In auto avevo il necessario per stare in allegria.
Dove andare?
Al mare.
Cosa volevamo?
La stessa cosa fortunatamente: sesso, sesso, sesso.
Sesso forte e violento, sesso selvaggio e senza regole.
Iniziammo subito a darci da fare, bevendo e toccandoci come animali in calore, del tutto fuori di testa ma decisi a godere il più possibile, avendo ben capito quello che ci piaceva.
Sdraiata dietro si è infilata la mano attraverso la rete del body, raggiungendo l'orgasmo da sola un paio di volte prima di rimettersi davanti a fare lo stesso con me. Da brivido!
Tolti del tutto i jeans si mise sopra le mie gambe, muovendosi a ritmo di musica, godendo insieme come non credevo. Non capisco come sia riuscito a non combinare casini con l'auto, dato che con le mani la toccavo, con la bocca bevevo e la baciavo e con le gambe cercavo di spingere. Non si era spogliata ma la sentivo bene come lei sentiva me. Guardarci sì, ma non direttamente, avendo altro da fare.
La musica era a palla, tutta techno-rock, di cui ricordo solo "Find me" di Jam e Spoon e "Real thing" dei 2Unlimited.
La spiaggia era deserta, almeno credo.
Spento il motore e i fari continuammo sulla sabbia i nostri giochi, spogliandoci completamente.
Senza darle il tempo di reagire la presi violentemente prima davanti poi dietro, a sangue.
Le facevo male, credo, ma diceva di non smettere.
Continuai, continuai finché lei non si tolse, scaraventandomi a terra, ansimante, un po' stupito di quella forza.
Mi legò mani e piedi, facendomi male e pure godere come mai prima, col cuore in gola.
Avrei voluto urlare per il dolore ma non ci riuscivo.
Vedendo la sua bocca ed il suo viso insanguinati mordere ancora con voracità il mio "attrezzo" ebbi la sensazione che fosse una creatura infernale. Poteva essere, ma in quelle condizioni potevo far poco.
Non si fermava.
Il dolore mi diede la forza per liberarmi, andandole sopra.
Di nuovo avvinghiati ci lasciammo andare in un vortice ancor più eccitante e violento, finendo tra le onde del mare.
Riuscii a vedere i cambiamenti del suo volto, in particolare i canini, molto più pronunciati, e gli occhi, fosforescenti.
Nudi, l'uno di fronte all'altra, ansimanti e sporchi di sangue sotto un cielo sempre nero ma con una splendida luna piena gialla, ci siamo stesi sulla sabbia, affannati per la fatica.
Finita?
No, per nessuno era finita.
Feci finta di essermi addormentato, aspettando che posasse la sua bocca sul mio collo, lasciando penetrare i suoi denti per nutrirsi del mio sangue. Povera vamp, non sapeva ancora chi aveva incontrato.
Nessun dolore, non era la prima volta.
Sapendo che non mi avrebbe indebolito molto, la lasciai nutrire, in modo da poterla avere indifesa.
Poverina, non sarebbe stata né la prima né l'ultima. Le diedi il tempo di rinfrescarsi prima di alzarmi. Volevo ancora ammirare quella splendida creatura maledetta che di lì a poco sarebbe morta per sempre.
- Buono il mio sangue? -
Si voltò di scatto, sorpresa ed impaurita.
Nei suoi occhi il terrore, terrore di chi sa di dover morire.
Pensare che avrei potuto anche commuovermi.
Invece no, non potevo, non dovevo.
- Stupita bella vampira? Siamo creature simili ma io sono più forte e debbo riprendermi ciò che mi hai preso. Il sangue per me è importante ma non vitale come per te. Purtroppo quello che mi hai preso mi serve, quindi... -
Senza darle il tempo di reagire l'azzannai alla gola, riprendendo ciò che era mio e anche di più, per fare il pieno.
Peccato, era proprio bella, uno spettacolo di ragazza, però è meglio fare la cena che fare da cena.

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venerdì 3 giugno 2005 - ore 11:14


la fortezza del peccato
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Sono un soldato tedesco e questa è la storia che mi accadde la notte del 23 aprile 1945.
Ero in Francia e avevo appena avuto uno scontro, molti dei miei compagni erano morti, ero ormai senza forze.
Ad aumentare la tristezza e lo squallore aveva anche iniziato a piovere, continuavamo la nostra marcia in cerca di un riparo per la notte, anche se devo ammettere che dopo tutto l'orrore che avevo accumulato durante la giornata non sarei riuscito a chiudere occhio, ma avevo almeno bisogno di stendermi in un luogo sicuro e provare a rilassare la mente o sarei impazzito.
E fu allora, quando la speranza ci stava abbandonando che vidi la fortezza.
Era situata su un alto colle circondato da una brughiera, sembrava di origine medievale, dalle sue antiche mura spuntava il maestoso campanile che puntava il tempestoso cielo.
Era l'unico posto dove potevamo andare, allora senza pensare nemmeno a chi avremmo trovato lassù iniziammo la camminata per lo sperduto sentiero che conduceva alla fortezza.
Non vedevo l'ora di arrivare, le gambe mi cedevano, gli scarponi erano pieni di fango e il freddo mi stava assalendo.
Arrivati al grande portone tutti ci fermammo a scrutare quelle mura, sentivamo una forza in esse, era qualcosa di magico credo, e per un istante ci colse tutti bloccandoci lì davanti all'entrata.
Ma poi uno dei miei compagni fece qualche passo in avanti estrasse la sua pistola e sparò sul lucchetto che bloccava il portone.
Il colpo mi fece riprendere da quel piccolo shock e subito lo dimenticai.
Entrati nel cortile stavamo ancora in posizione di combattimento, avevamo terrore che ci fossero ancora nemici, quando sentimmo un urlo di donna provenire da dentro un loggiato dell'edificio.
Con cautela e massima prudenza individuammo la stanza, era in piano terra e ancora la porta era chiusa, questa volta fui io a spalancare la porta, e lo feci a calci.
Dentro la stanza c'erano una decina di donne completamente nude, i loro abiti erano a terra ed erano abiti da suora, stavano praticando posizioni sessuali estreme, una addirittura si era fatta inchiodare ad una croce rovesciata mentre le altre suore la stavano toccando ed eccitando, altre invece leccavano il suo sangue dal pavimento o ci si disegnavano croci rovesciate nella fronte e nel petto.
Scrutammo meglio nel buio che avvolgeva un piccolo altare in fondo alla stanza e quello che vedemmo fu orribile.
Seduto su quel piccolo altare c'era un essere dai lineamenti deformi, ricoperto di pelo, enormi corna, una lunghissima lingua lunga che stava entrando nella vagina di una suora, aveva degli zoccoli neri al posto dei piedi e una coda che mi ricordava molto quella di un canguro.
Ci fissò con il suo sguardo diabolico, aveva gli occhi azzurri come quelli umani, poi parlò.
Disse che era stato chiamato da una suora che aveva fatto un sacrificio umano e gli aveva chiesto di soddisfare i suoi piaceri sessuali, disse che lui aveva accolto la richiesta proprio perché era stata una suora a dirglielo e voleva accontentare la sua perversione.
Come ultima cosa disse di chiamarsi Belzebub.
La sua fredda voce echeggiava nella stanza di pietra in maniera innaturale.
Ricordavo quel nome, da ragazzino ero appassionato di libri strani, tipo quelli dell'occulto e ricordavo che era il nome di un demone.
Aveva stregato tutte le suore e le aveva fatte peccare in un luogo sacro, questo posto era diventato una fortezza del peccato, un luogo maledetto, più crudele della guerra che c'era al di fuori, la mente umana non poteva lontanamente concepire la crudeltà che si celava nella mente del demone che avevamo di fronte, pensai solo che doveva essere fermato, oppure il potere della creatura avrebbe persino potuto far cambiare le sorti della guerra o chissà quante altre cose.
Estrassi il lanciafiamme e lo puntai sulle donne, pensai che ormai erano solo strumenti del male, quindi aprii una raffica di fuoco.
La creatura alzò gli occhi emise un forte gemito simile ad un urlo di dolore, poi tornò a fissarci.
Le donne stavano bruciando e si dibattevano nelle fiamme, la donna inchiodata fu la prima a morire.
Aprii una seconda gettata di fuoco verso il demone, che si alzò subito in piedi emise un secondo e più forte gemito poi scomparve nelle fiamme.
I miei amici erano rimasti immobili di fronte all'orrore, forse traumatizzati.
Ero da sempre stato un credente e praticante della religione cristiana e quello che avevo fatto era una prova della mia fede e del mio coraggio che in quella occasione fu più forte di quando ero in battaglia.

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mercoledì 1 giugno 2005 - ore 17:19


corpus christi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Preferisci la punizione?
Preferisci soffrire eternamente? O internamente?
Gioia uscì a prendere una boccata d'aria, nella stanza c'era troppo fumo. Il seno della vittima le rimbalzava ancora davanti agli occhi. Le parole di Peter ritmavano gli squarci che la lama infieriva alla carne martoriata della ragazza senza nome morta sull'altare. Uno sbuffo di fumo esalò dalla sua bocca increspata da un ghigno voluttuoso.
Non si era accorta che Fedor le era dietro. In silenzio.
"Mi hai messo paura" disse Gioia.
Fedor non poté fare a meno di sorridere.
"Tu non dovresti avere paura".
Gioia si allontanò da lui. Le dava fastidio la presenza di quel russo slavato troppo vicino. La guardava mellifluo, c'era un che di affettato nel suo muovere le mani, nel gesticolare con la sigaretta. Le unghie ricurve a uncino, le dita troppo grosse come salsicce strizzate. L'aveva osservato attentamente mentre squarciava il ventre delle vittime, mentre ne estraeva le interiora fumanti. Stringeva gli organi interni gelatinosi con una delicatezza eccessiva. Avrebbe potuto far schizzare brandelli di materiale organico sulle pareti del casale, e invece riponeva i fegati, i polmoni, i cuori in ampolle trasparenti che poi caricava nel portabagagli della sua vecchia FIAT. Scompariva nella pianura coperta di nebbia. L'unico rumore il tubo di scappamento che scoppiettava.
Gioia pensava sempre che quel motore avrebbe avuto bisogno di una buona controllata. Secondo me brucia olio. Poi si stupiva delle sue riflessioni. Non le era mai interessato niente di motori, né tantomeno della FIAT di Fedor. Un po' come quando ci si fissa su un particolare e lo si associa ad un'immagine. Ogni volta che si osserva quel particolare o si compie un gesto correlato non si può fare a meno di visualizzarne l'associazione.
"Io torno dentro. Fa freddo" disse Gioia.
Lanciò un'ultima occhiata all'orizzonte frastagliato. In fondo, vicino la linea dell'orizzonte, ricordò esserci uno sparuto gruppo di alberelli. Era lì sotto, con la schiena appoggiata alla corteccia flessibile di uno di quegli alberi, che Peter l'aveva presa e le aveva estratto Dio e il suo figlio dalle viscere.
Attorno al casale c'era la desolazione deformata di una terra di nessuno ancora incontaminata. Le strade sterrate piene di pozze fangose. Insetti, rospi, pallidi uccelli che correvano a rifugiasi nei loro umidi nidi costruiti tra le travi fradice di qualche casale abbandonato.
La differenza termica dall'esterno all'interno era considerevole. Gioia si sbrigò a togliersi la giacca e a buttarla in un angolo. L'interno cadente era illuminato solo da candele ormai ridotte a mozziconi. Il sangue dappertutto. Le ampolle di Fedor ben allineate lungo il muro maestro.
Peter stava scopando con una delle nuove adepte. Gli altri facevano cerchio intorno ai due amanti. Qualche tempo prima era stata lei al centro dell'attenzione, era lei a farsi sbattere davanti ai personaggi più eminenti della congrega. E da quella mercificazione della sua vulva aveva tratto un piacere solo vagamente paragonabile alla soddisfazione di uccidere.
Verrà anche per te il momento dell'anonimato, pensò Gioia riferendosi alla ragazza a pecora intenta a farsi sodomizzare dall'uccello sproporzionato di Peter.
Arriva per tutte il momento di essere relegate in un cantuccio, di diventare invisibili. Quello è il momento in cui Fedor l'avvoltoio ti rotea intorno pronto a banchettare con gli avanzi.
L'atto sessuale era giunto al suo culmine. L'estasi violenta dei guardoni prorompeva in urli animali. Qualcuno di masturbava avidamente. I muri umidi del casale rimbombavano di incitamenti e ululati. Fino all'orgasmo di Peter. Gioia osservò gli zampillii bianchi prorompere dal suo pene e il seme gocciolare sul viso della ragazza come un tempo era colato dalle sue guance enfiate.
"Io me ne vado" disse ad un biondo del quale non sapeva neanche il nome.
"Credo che il capo voglia parlare con lei".
"Digli che non posso stare ad aspettare che si scopi tutto quello che respira".
"Non penso che questo gli piacerà…"
Non me ne frega un cazzo di quello che gli piacerà.
"Qualcuno dovrà pulire quello schifo" disse Gioia indicando la carcassa della ragazza massacrata in sacrificio.
"Se vuoi ti accompagno" fece Fedor, che ancora una volta le era arrivato alle spalle silenzioso come un killer.
"La fai finita di apparire dal nulla?" lo rimproverò.
"Carico la macchina"… di organi umani… "e posso accompagnarti a casa". Le sue unghie uncinate le accarezzarono il polsino della camicia. Lo macchiarono di rosso.
"Vado da sola. Qui dentro c'è puzza di scannatoio" sibilò Gioia.
"Questo è uno scannatoio" disse Fedor.

Il suo fiato appannava il parabrezza. Il grasso trasudato dalle sue dita aveva lasciato un disegno sul vetro e ora con la condensa tornava a rivelarsi. Un viso sorridente.
Devo averlo fatto mille anni fa.
Le sembrava di vagare in un pianeta sconosciuto, unica superstite di un'astronave precipitata sul suolo straniero. Le luci della superstrada la fecero tornare alla realtà.
Davanti a lei due bambini la salutavano dal lunotto posteriore dell'utilitaria dei genitori. Prendendo la rivoltella nel cassettino avrebbe fatto saltare loro la testa in un secondo. O forse il suo parabrezza e quello della vettura davanti avrebbero deviato la traiettoria del proiettile?
Si sentiva improvvisamente stanca. Fisicamente stanca, nauseata dalle violenze alle quali assisteva da troppi anni. Peter mi ha detto che sono nata per questo. Disossare un pollo e un essere umano non è molto differente. Se dimentichi il disgusto e i conati di vomito. E lo scricchiolio delle lame sulle ossa. E l'odore di carne cruda che ti si appiccica ai vestiti.
Teneva gli occhi aperti a fatica quando parcheggiò nel cortile sotto casa. In città faceva più caldo e si slacciò la chiusura lampo della giacca.
Le telecamere poste davanti all'appartamento di Vortice si mossero nella sua direzione con un ronzio metallico. Gioia fece un cenno di saluto all'obbiettivo.
La porta dell'appartamento di Vortice si spalancò sul nero della notte. All'interno un pozzo oscuro, Gioia distingueva solo il profilo di una sagoma indistinta.
"Ho sviluppato le foto" disse lui. "Vuoi vederle?"
Gioia sorrise. "Magari un'altra volta. Sono molto stanca".
"Hai il polsino sporco di sangue" disse Vortice.
"Vengo dentro a lavarlo, posso?"
Vortice gestiva un sito chiamato Kamasutra on-line e si divertiva a ricreare le immagini del Kamasutra con fotografie il più possibile blasfeme. Lei aveva posato nuda mentre cavalcava un crocefisso. Faceva finta di masturbarsi, gli occhi chiusi e la testa all'indietro come un cadavere. Il tutto organizzato una sera al vicino cimitero su una tomba monumentale. Perversioni di un perdente affascinato dalla cultura dark, questo era il sito di Vortice.
"Hai un seno fantastico" disse Vortice.
"Avevo i capezzoli dritti, con quel freddo".
"Ti andrebbe di partecipare ad una seduta spiritica una sera di queste?" chiese Vortice.
Gioia sorrise, ingenua.
"Non mi piacciono le messe sataniche e simili" mentì. "Belle le foto".
La casa dei suoi genitori era compressa in un'imbottitura d'ovatta. Odore d'incenso, foglie secche bruciate. Camminò con passi felpati oltre il corridoio. Diede un'ultima occhiata al polsino sporco che aveva adeguatamente ripulito a casa di Vortice e procedette verso la sua camera. I suoi erano seduti sul divano del salone, uno davanti all'altra perfettamente in silenzio.
"Dobbiamo parlare, signorina" disse suo padre.
Gioia indossò la maschera della figlia modello e si sedette con i genitori.
"Stanno succedendo delle cose che non ci piacciono" cominciò sua madre. "Ci ha telefonato Don Mario per comunicarci che non stai più frequentando il gruppo. Lo sai quanto ci teniamo. Lo sai quanto ti fa bene parlare con i tuoi coetanei".
Il gruppo era una comunità di verginelle che raccontavano a Don Mario delle loro prime esperienze sessuali. A turno a fine seduta lo masturbavano. Verginelle tutte ex alcolizzate o orfane o con anni di riformatorio alle spalle. Gioia apparteneva alle ex alcolizzate.
"Dopo che sei uscita dalla comunità Don Mario ti ha aiutato tanto. Noi ti abbiamo compreso e accettato di nuovo in casa. Perché vuoi fare del male al nostro parroco e quindi a Gesù?" disse suo padre. La sua tranquillità la terrorizzò.
"Sto cercando di vivere anche fuori dall'oratorio" disse Gioia. "Ho ventidue anni, credo sia giusto allontanarsi dalla chiesa".
Sua madre di mise le mani sul volto. "Non sai cosa dici" le disse.
"Hai dimenticato la punizione. Forse è troppo tempo che non accogli più il Signore dentro di te" ringhiò suo padre.
"No, papà".
"Ne hai bisogno". Si alzò. Torreggiava su di lei come un angelo caduto. Gli occhi infiammati dall'ira, la collera divina nelle sue mani nodose di contadino. Ex contadino. Era un ex anche lui. E sua madre, che ex era?
"Da domani tornerò da Don Mario" piagnucolò Gioia.
"E' necessario" disse sua madre mentre abbassava le serrande e alzava il volume del vecchio stereo del salone. Una stazione qualsiasi, una canzonetta qualsiasi.
"Girati" ordinò suo padre.
"No, no". Ora piangeva.
Suo padre la prese per il collo e la forzò a mettersi carponi sul tappeto lercio. Sua madre le abbassò i pantaloni. Gioia chiuse gli occhi.
Qual era il nome della ragazza che abbiamo scannato oggi pomeriggio? Come l'abbiamo trovata?
"In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" pregò suo padre. La mamma si fece il segno della croce, tra le mani giunte un rosario.
La prima frustata le fece sbattere la faccia contro la lana del tappeto.
"Accogli Gesù dentro di te?"
Seconda frustrata. Più forte, sulla piaga della precedente.
Gioia urlò.
"Ami Gesù con tutta stessa?"
"Ave Maria piena di grazia…" sua madre.
"Gesù morendo si è fatto carico di tutti i nostri peccati. E' il figlio di Dio che si è fatto uomo…" suo padre.
I denti stretti. I pugni serrati.
Sarà morta appena Fedor le ha aperto lo stomaco?
"Accogli Gesù dentro di te!!!" urlò suo padre. Una mano enorme le si introdusse nella vagina. Sulle grandi labbra avvertiva i grani del rosario che le penetravano dentro.
Perché Vortice ha usato una croce per le foto? Non era meglio il rosario di mio padre?
"Ingoia il serpente. Dio, perdonala!"
Lacrime amare le scendevano in gola. Mille mani divine le premevano la schiena. Preghiere vecchie di anni riecheggiavano tra i mobili impolverati, il divano logoro, la pelle rinsecchita dei suoi genitori. La voce dell'uomo. La voce di Dio. Un angelo caduto che rifiuta la sua condizione terrena. Gioia pensò al momento del suo concepimento.
"Il corpo di Cristo" latrò il caro paparino. Le dita spalancate nella sua fica, le mucose lacerate. Puzza di sangue e liquidi organici.
Mi sto cacando sotto dal dolore?
"Ringrazia il Signore. Ringrazialo perché vivi. Ora e sempre. Nei secoli dei secoli".
Anche questo è uno scannatoio, vero papà?
Amen.

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martedì 31 maggio 2005 - ore 09:19


snuff movie
(categoria: " Vita Quotidiana ")


La mano di un uomo inserisce la cassetta nel videoregistratore e preme il tasto "play". Sullo schermo del televisore appare l'immagine in bianco e nero, a figura intera, di una ragazza completamente nuda con le mani e i piedi legati ad un muro. La ragazza bionda, sui venticinque anni appare terribilmente spaventata. L'audio è molto disturbato e si sente un fruscio continuo. All'improvviso entra in scena un uomo con il viso coperto da un passamontagna e vestito con jeans e giubbotto di pelle. Trascina nel campo della videocamera un tavolo con numerose armi da taglio e da punta. Sceglie accuratamente un lungo punteruolo. La ragazza grida ed invoca pietà. Lui la colpisce ripetutamente alle gambe e ai genitali. Il sangue sgorga copiosamente dalle ferite.
Dopo aver posato il punteruolo insanguinato sul tavolo, impugna un grosso martello e uno scalpello. Amputa la mano sinistra alla giovane che sviene dal dolore. Il pavimento viene inondato dal sangue. Lo schermo diventa completamente bianco per qualche secondo. Quando l'immagine ritorna, l'uomo sta sventrando il corpo esanime della ragazza con una mannaia. Ne tira fuori le viscere calde e le getta terra. Poi le cava gli occhi con un cucchiaino e li mostra alla telecamera.
A questo punto l'immagine salta di nuovo e lo schermo diventa completamente nero.
L'uomo preme il tasto "eject". Ritira la videocassetta e la infila in una custodia di colore grigio. Si dirige verso una scrivania. Apre il primo cassetto e posa il video. Apre il secondo e prende una pistola e il distintivo della polizia di New York.
Chiude il cassetto.

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martedì 24 maggio 2005 - ore 13:40


FLASHMAIL
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Se ne stava seduta lì, sul divano del suo salotto, con lo sguardo fisso alla finestra, da parecchi minuti. Le imposte erano chiuse ma lei si divertiva a guardare attraverso le fessure. A Ginevra piaceva l’idea di poter controllare le cose di nascosto, le piaceva spiare. Le piacevano un sacco di cose che le persone perbene avrebbero ritenuto malsane. Il dottore le aveva detto che era guarita, ma lei non aveva molta considerazione dei camici bianchi; d’altronde non aveva mai creduto di essere malata. Semplicemente era consapevole di ciò che la rendeva felice e per questo si riteneva più fortunata di tutte le inutili e vuote anime che la circondavano. Anche adesso, dopo quello che aveva fatto, non poteva trattenersi dall’assaporare piacere ed appagamento, senza dimostrare neppure la più piccola ombra di rimorso. Se ne stava lì, in attesa che la venissero a prendere. Certo, perché un’altra cosa che le provocava infinita estasi, era mettere il mondo a conoscenza delle sue imprese. Impazziva letteralmente nell’osservare le reazioni più diverse negli sguardi e nei gesti di chi aveva la sfortuna di assistere a quelle messe in scena. Questa volta però si era superata... era stata davvero creativa.
Tutto era iniziato per gioco qualche settimana prima. Erano mesi che non riusciva a provare un orgasmo e l’astinenza la logorava insopportabilmente. Così, ebbe l’idea di mettere un annuncio su internet, un annuncio un po’ particolare. Dapprima pensò di non svelare immediatamente le sue intenzioni e decise di non andare troppo sul pesante; solo in un secondo momento sarebbe stata più diretta. Si iscrisse ad una chat di sesso estremo - una delle tante dove si può dare libero sfogo alle proprie fantasie - ed inserì il suo annuncio, cercando di innescare una discreta dose di curiosità: “Rossa, occhi verdi, severa padrona, cerca uomo robusto o donna maggiorata, disponibili a subire eccitanti trattamenti sadomasochistici, allegare foto”. Le risposte, numerosissime da parte di entrambi i sessi, non tardarono ad arrivare. Le ci vollero alcuni giorni per selezionare quelli che le sembravano i più adatti. Alla fine della scrematura rimasero tre uomini e una donna; a loro inviò la seconda mail: “Sono una dominatrice molto esigente, ho un debole per le persone sovrappeso, l’unica cosa che mi eccita è fare sesso con un ciccione e poi mangiarmelo. Se la cosa non ti spaventa sei il benvenuto o la benvenuta”. Aspettò, travolta da un’insopportabile ansia per ben tre giorni prima di ricevere una risposta. Una sola, ma arrivò. Chi rispondeva era uno dei tre uomini che Ginevra aveva selezionato, si faceva chiamare Al e diceva di avere trentasei anni: “Io, invece, sono uno schiavo molto remissivo e ho deciso di morire divorato da una padrona cattiva come te, non vedo l’ora di poterti incontrare”.
All’inizio, non pensava seriamente che sarebbe riuscita nel suo intento. Le persone, di solito, hanno voglia di giocare, ma quando sentono il dolore e il piacere fondersi e concretizzarsi, il più delle volte fuggono spaventate dalle loro stesse fantasie. Ora, invece, riusciva già ad assaporare il momento in cui si sarebbero incontrati. Dopo alcune e-mail necessarie per stabilire i dettagli si diedero appuntamento per la sera di sabato 18 gennaio a casa di Ginevra.

Quella sera Ginevra era eccitatissima, vestita solo di vertiginosi tacchi neri e di un lungo velo, anch’esso nero, che dalle spalle cadeva a terra svelando quasi completamente il suo corpo perfetto. I riccioli rossi erano legati con uno spago sottile e mostravano tutta la bellezza ma anche la durezza dei lineamenti del suo viso. La pelle era chiarissima e contrastava squisitamente con le rosee punte dei seni, impreziosite da due piccoli anelli d’argento. Quando Al suonò alla porta, lei corse ad aprire e, senza nemmeno dargli il tempo di entrare, lo travolse con tutto il suo desiderio represso. Fecero l’amore più volte, finchè Ginevra, senza dire una parola prese l’uomo - il cui corpo madido di sudore era ancora completamente svestito - per mano ed insieme si diressero in cucina. Al era tranquillo, quasi inerme. Ginevra prese tutto quello che le serviva: ago, filo, disinfettante, garza e un grosso e affilatissimo coltello. Fece accomodare Al su una sedia, con le gambe leggermente divaricate e, con un movimento rapido e deciso, afferrò il membro dell’uomo e lo taglio di netto. Al cacciò un urlo disumano e svenne... Dopo aver cauterizzato la ferita, Ginevra attese pazientemente che l’uomo riprendesse i sensi. Rinvenendo, il poveretto fu accolto da una macabra sorpresa. Di fronte a lui, la donna stava compiendo l’immondo banchetto. Quando si accorse che la sua vittima era di nuovo cosciente, Ginevra smise di mangiare e offrì un pezzo di quella carne all’uomo che, riluttante in principio, non potè fare a meno di vomitare ma, in un secondo momento, fu costretto a cedere alla perversa insistenza della sua carnefice. Dopo essersi goduta lo spettacolo, Ginevra prese una videocamera ed iniziò a registrare lo scempio che stava per compiere.
Finì all’alba di riempire il congelatore con più di cinquanta sacchettini trasparenti contenenti ognuno un pezzetto del suo povero amante. Le ci volle un mese per consumarlo tutto. Ogni volta che si cibava di lui, si premurava di registrare il tutto, inebriandosi di piacere.
Adesso il gioco era finito, le videocassette erano tutte lì, appilate sul pavimento. Lei se ne stava seduta sul divano... fissava lo spazio oltre le fessure della finestra, stringendo tra le mani la lucente lama, complice di ogni suo efferato gesto. Poteva già sentire il rumore delle sirene che, lentamente, si faceva sempre più acuto

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