..Devo ripartire da zero uffa..
..Addio ai miei ex 4000 visitatori..
Bella idea quella di farsi cancellare il blog 
Messenger : Albo2001@libero.it
Skype : Albo20002001

We put this festival on you bastards
with a lot of love
we worked for one year for you pigs
and you want to break our walls down
or you want fuckin’ to destroy us
well you go to hell
high?
We were getting high
"Durante ogni comunicazione via radio del preside, lo studente Alberto D.L. cade per terra e si raggomitola in posizione fetale gridando "Oh no ancora quelle voci!!""
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mercoledì 11 ottobre 2006 - ore 16:30
(categoria: " Vita Quotidiana ")
ULTIMI 10 VISITATORI:
ospite, ospite, eliz*, ospite, ospite, ospite, ospite, shevapippo, ospite, ospite
Universita degli studi di UdineDevo continuare?
Dai che mi diverto un sacco..
Ahhahahahhaha
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PERMALINK
martedì 10 ottobre 2006 - ore 19:48
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ahahahahahhahahha
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PERMALINK
martedì 10 ottobre 2006 - ore 14:45
Risultati esteticamente ambigui vengono spesso definiti trash
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Mi chiedo come certa gente faccia ad ascoltare quella musica..
Fa un po schifetto eh..
Uonderfuff.. all rait?

Devi ricominciare..
Che due enormi palle

E non ne ho assolutamente voglia..
Dovrei perfino decidermi..
Si beh.. Io che prendo una decisione giusta?
Ma bea..
Amo il silenzio..
Non c è che dire..
Piuttosto di sentire mia madre che canta Gianni Morandi..
Passo parola..
Ulllaullaullallaallllaaaa

Se sei a terra non strisciare mai
se ti diranno sei finito…non ci credere
devi contare solo su di te
Uno su mille ce la fa
ma quanto è dura la salita
in gioco c’è la vita
Il passato non potrà
tornare uguale mai
forse meglio perché no, tu che ne sai
non hai mai creduto in me
ma dovrai cambiare idea
La vita è come la marea
ti porta in secca o in alto mare
com’è la luna va
Non ho barato né bluffato mai
e questa sera ho messo a nudo la mia anima
ho perso tutto ma ho ritrovato me
Uno su mille ce la fa
ma quanto è dura la salita
in gioco c’è la vita
Tu non sai che peso ha
questa musica leggera
ti ci innamori e vivi ma ci puoi morire quando è sera
io di voce ce ne avrei
ma non per gridare aiuto
Nemmeno tu mi hai mai sentito
mi son tenuto il mio segreto
tu sorda e io ero muto
Se sei a terra non strisciare mai
Se ti diranno: sei finito…non ci credere
Finchè non suona la campana vai . Gianni cambia mestiere..
Dovrei consigliarlo anche ad un altra persona..
Mio dio

Kitsch..
Svenevolo e patetico..
Decisamente..
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PERMALINK
martedì 10 ottobre 2006 - ore 12:06
Roadgap 2005 bs 360 tailgrab
(categoria: " Vita Quotidiana ")
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PERMALINK
martedì 10 ottobre 2006 - ore 09:19
Eyeball Tickler
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Fammi sapere

Ahahhahahahahah

Sei una cosa grande eh..
Ahahhhaahahhaah
Listen to the monkey
feeding on yer brain
and feel no pain
no pain
i’m tired of this shocker junkie
suckin’ on your veins
don’t get no raise
no raise
i’m trying a rabid hunchback
I felt it but he never obeys
and he’s in my way
you don’t say
got my drib-drab velcro moustache
keep’s ’em all at bay
get yours today
ahhh yeah
go squeeze that lover paycheck
it battered up your day
don’t get no love
no love
double takes for free man
an empty-handed tease
can’t get enough
get enough
come on then eyeball tickler
get up off your knees
and smile above
more above Delirio..

Ed intanto aspetto che le cose cambino..
Prima o poi..
V 
Decisamente una bella giornata

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PERMALINK
lunedì 9 ottobre 2006 - ore 18:15
You can shoot the breeze if you want
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Sono libero di essere qualsiasi cosa, qualsiasi cosa io scelga
e canterò la tristezza se ne avrò voglia
Sono libero di dire qualsiasi cosa, qualsiasi cosa mi piaccia,
giusta o sbagliata andrà comunque bene
WHATEVER
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PERMALINK
lunedì 9 ottobre 2006 - ore 15:41
9 ottobre 1963
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Oggi :
Forse perchè un po mi tocca personalmente..
Vajont è il nome del torrente che scorre nella valle di Erto e Casso per confluire nel Piave, davanti a Longarone e a Castellavazzo, in provincia di Belluno (Italia).
La storia di queste comunità venne sconvolta dalla costruzione della diga del Vajont, che determinò la frana del monte Toc nel lago artificiale. La sera del 9 ottobre 1963 si elevò un immane ondata, che seminò ovunque morte e desolazione.
La stima più attendibile è, a tutt’oggi, di 1910 vittime.
Sono stati commessi tre fondamentali errori umani che hanno portato alla strage: l’aver costruito la diga in una valle non idonea sotto il profilo geologico; l’aver innalzato la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza; il non aver dato l’allarme la sera del 9 ottobre per attivare l’evacuazione in massa delle popolazioni residenti nelle zone a rischio di inondazione.
Fu aperta un’inchiesta giudiziaria. Il processo venne celebrato nelle sue tre fasi dal 25 novembre 1968 al 25 marzo 1971 e si concluse con il riconoscimento di responsabilità penale per la previdibilità di inondazione e di frana e per gli omicidi colposi plurimi.
Ora Longarone ed i paesi colpiti sono stati ricostruiti.
La zona in cui si è verificato l’evento catastrofico continua a parlare alla coscienza di quanti la visitano attraverso la lezione, quanto mai attuale, che da esso si può apprendere.
Nonostante i fatti e le circostanze dimostrassero come il disastro fosse prevedibile ed evitabile, il progetto del completamento della diga andò avanti. Sulla possibile natura, sulla dinamica e sulla evoluzione della frana, le ipotesi formulate dai ricercatori furono molto distanti da quanto sarebbe in realtà successo. Solo studi successivi, sviluppati sempre nel campo delle pure supposizioni, portarono a conoscere meglio le possibili motivazioni del fenomeno. Il settore di ricerca interessò tecnici italiani ed internazionali.
Molte Università diedero il loro contributo ad analizzare con perizia minuziosa campioni e provini di ogni tipo. Nel contesto di questo lavoro i risultati dei professori Hendron e Patton sembrano aver individuato l’ipotesi esplicativa più plausibile delle cause dell’accaduto.
Sicuramente una delle cause principali che portarono al collasso della frana lo si deve alla presenza di argille situate lungo il piano di faglia che agirono da cuscinetto per la massa soprastante. Le scarse qualità meccaniche di questo materiale, come denotano i risultati ottenuti in diversi laboratori universitari americani e nel dipartimento di Scienza e Tecnica delle costruzioni del Politecnico di Milano, agevolarono il rapido distacco. L’angolo di attrito era valutabile dai 30 ai 40 gradi in condizioni normali ma la realtà era sicuramente peggiore. Le argille erano sicuramente imbevute di acqua (anche a seguito delle piogge continue di quell’anno) per via delle caratteristiche carsiche e di natura glaciale del terreno che lasciano infiltrare con maggior facilità l’acqua piovana al proprio interno, fino al limite della falda di scorrimento. Quest’ultima, a causa della sua profondità, non poté essere analizzata in sede di indagine geologica e quindi non esisteva la possibilità di riscontrare una vera e propria falda freatica, con l’acqua che scorreva all’interno della superficie di scivolamento.



Prima del 9 Ottobre 63

La frana che si staccò alle ore 22.39 dalle pendici settentrionali del monte Toc precipitando nel bacino artificiale sottostante aveva dimensioni gigantesche. Una massa compatta di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e detriti furono trasportati a valle in un attimo, accompagnati da un’enorme boato. Tutta la costa del Toc, larga quasi tre chilometri, costituita da boschi, campi coltivati ed abitazioni, affondò nel bacino sottostante, provocando una gran scossa di terremoto. Il lago sembrò sparire, e al suo posto comparve una enorme nuvola bianca, una massa d’acqua dinamica alta più di 100 metri, contenente massi dal peso di diverse tonnellate. Gli elettrodotti austriaci, in corto-circuito, prima di esser divelti dai tralicci illuminarono a giorno la valle e quindi lasciarono nella più completa oscurità i paesi vicini.
La forza d’urto della massa franata creò due ondate. La prima, a monte, fu spinta ad est verso il centro della vallata del Vajont che in quel punto si allarga. Questo consentì all’onda di abbassare il suo livello e di risparmiare, per pochi metri, l’abitato di Erto. Purtroppo spazzò via le frazioni più basse lungo le rive del lago, quali Frasègn, Le Spesse, Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana e San Martino.
La seconda ondata si riversò verso valle superando lo sbarramento artificiale, innalzandosi sopra di esso fino ad investire, ma senza grosse conseguenze, le case più basse del paese di Casso. Il collegamento viario eseguito sul coronamento della diga venne divelto, così come la palazzina di cemento, a due piani, della centrale di controllo ed il cantiere degli operai. L’ondata, forte di più di 50 milioni di metri cubi, scavalcò la diga precipitando a piombo nella vallata sottostante con una velocità impressionante. La stretta gola del Vajont la compresse ulteriormente, facendole acquisire maggior energia.
Allo sbocco della valle l’onda era alta 70 metri e produsse un vento sempre più intenso, che portava con se, in leggera sospensione, una nuvola nebulizzata di goccioline. Tra un crescendo di rumori e sensazioni che diventavano certezze terribili, le persone si resero conto di ciò che stava per accadere, ma non poterono più scappare. Il greto del Piave fu raschiato dall’onda che si abbatté con inaudita violenza su Longarone. Case, chiese, porticati, alberghi, osterie, monumenti, statue, piazze e strade furono sommerse dall’acqua, che le sradicò fino alle fondamenta. Della stazione ferroviaria non rimasero che lunghi tratti di binari piegati come fuscelli. Quando l’onda perse il suo slancio andandosi ad infrangere contro la montagna, iniziò un lento riflusso verso valle: una azione non meno distruttiva, che scavò in senso opposto alla direzione di spinta.
Altre frazioni del circondario furono distrutte, totalmente o parzialmente: Rivalta, Pirago, Faè e Villanova nel comune di Longarone, Codissago nel comune di Castellavazzo. A Pirago restò miracolosamente in piedi solo il campanile della chiesa; la villa Malcolm venne spazzata via con le sue segherie. Il Piave, diventato una enorme massa d’acqua silenziosa, tornò al suo flusso normale solo dopo una decina di ore.
Alle prime luci dell’alba l’incubo, che aveva ossessionato da parecchi anni la gente del posto, divenne realtà. Gli occhi dei sopravvissuti poterono contemplare quanto l’imprevedibilità della natura, unita alla piccolezza umana, seppe produrre. La perdita di quasi duemila vittime stabilì un nefasto primato nella storia italiana e mondiale........... si era consumata una tragedia tra le più grandi che l’umanità potrà mai ricordare.
Le problematiche relative allo scivolamento di un corpo franoso sul bacino della diga erano note da tempo, ma presero consistenza nei primi mesi del 1960. I controlli rivelarono la presenza di profonde fessure che si accentuarono con il tempo. Inizialmente si pensava che settori di frana potessero precipitare nel bacino senza provocare grosse conseguenze ambientali; anzi, a parte un parziale riempimento del lago stesso, il restante corpo franoso si sarebbe consolidato definitivamente. In realtà i diversi collaudi, che consistevano in continui svasi e invasi, furono tra le principali cause del peggioramento della situazione. A ciò va aggiunto le precaria costituzione geologica e morfologica del versante nord del monte Toc, soggetto a frana, e le precipitazioni piovose che si erano abbattute, in modo piuttosto intenso, proprio nei due mesi precedenti il disastro. Le conseguenze di questi fenomeni comportarono uno scivolamento costante del corpo franoso, con cedimenti sempre più evidenti. Negli ultimi giorni la situazione si fece drammatica: questi furono gli ultimi resoconti delle ore precedenti la tragedia.
Domenica 6 ottobre
L’ing. Beghelli, funzionario del Genio Civile di Belluno, tra i primi a svolgere l’incarico di Assistente governativo al cantiere della diga, passando per la strada che portava in località Pineda, riporta un resoconto preciso di quanto stava accadendo. La sede stradale era completamente sconvolta, fessurata in più punti, talvolta traslata rispetto alla sua sede originale, con avvallamenti tali da compromettere il transito, al punto che "........sembrava di andare su di un campo".
Lunedì 7 ottobre
Le proteste del Comune di Erto raggiungono il Genio Civile di Udine, ma l’ingegnere capo, in una risposta alla Prefettura, sulla base di una relazione geologica del 1937 del Prof. Dal Piaz, dichiara che la conca rocciosa sulla quale sorge Erto è sicuramente solida e che "..........quanto sopra (........) è sufficiente per togliere alla popolazione di Erto ogni preoccupazione".
Corona Pietro Matteo su incarico del maestro Martinelli, risalì il M. Toc, notando notevoli cedimenti nel piano in località Pausa e lungo la strada. Visivamente si notavano, in corrispondenza della vecchia frana, dei sassi che rotolavano nel lago, per effetto del movimento sottostante descritto come "..........boati con conseguenti tremolii (.......) colpi sordi molto profondi come di qualcosa che crepasse e contemporaneamente il terreno scosso in senso verticale".
Il sorvegliante della frana, Filippin Felice, lo stesso giorno notò, in una zona boscosa a ridosso del bacino, l’apparire di diverse fessure nel terreno che correvano parallele alla sponda del lago, lunghe una decina di metri e larghe un metro. Qualche ora più tardi, in compagnia dell’assistente De Prà, su incarico del geom. Rossi, fu perlustrata tutta la zona della frana, dalla quale numerose fenditure, di varia dimensione, si riproducevano di ora in ora. Fu a seguito di questo controllo che si decise lo sgombero del Toc, e la sera stessa iniziò il piano di evacuazione delle casere stagionali, su ordine dell’assistente Corona Marco, ordine limitato alla zona del Toc, ad esclusione delle frazioni di Pineda, Prada e Liron. La motivazione data era: "..........per precauzione...........".
Dal paese di Casso, intanto, si potevano osservare a vista d’occhio i mutamenti della frana, che interessava sia la strada sia i prati sovrastanti il piano stradale. Fenditure e spaccature non si contavano più.
Martedì 8 ottobre
L’ing. Caruso parla a Violin, Capo del Genio Civile, dicendogli che l’accellerarsi degli spostamenti della frana non sono eccessivamente preoccupanti: un esperimento ha dimostrato che una eventuale onda potrebbe essere contenuta all’interno della diga ed uno svaso della diga comprometterebbe la stabilità della frana ma però........... "Non c’è niente di allarmante (......) la pregherei di non spargere voci allarmistiche perché per quello che c’è di pericoloso abbiamo già provveduto", intendendo per questo lo sfollamento delle casere relative al M. Toc.
Durante una rilevazione compiuta con i geometri in località Pineda, Corona Felice, notò che la frana si muoveva a vista d’occhio e che la preoccupazione toccava anche i tecnici addetti alla misurazione. Il terreno ormai continuava ad abbassarsi.
Mercoledì 9 ottobre
L’ing. Biadene scrisse una lettera all’ing. Pancini nella quale si descrivevano, in modo sommario ma preoccupante, gli eventi degli ultimi giorni e si consigliava un rientro anticipato a Venezia, dalla vacanza a New York, per prendere decisioni importanti con il Presidente e il Direttore Generale. La lettera si concludeva con un fatidico "Che Iddio ce la mandi buona".
Poco dopo l’ing. Biadene parlò telefonicamente con il geologo dello Stato, Penta, che messo al corrente di quanto stava accadendo raccomandò la calma e di "........non medicarci la testa prima di essersela rotta".
Alle 17.00 ai Carabinieri fu ordinato di interdire il traffico per la diga.
Nel frattempo altre testimonianze si aggiungevano alle precedenti. Filippin Felice, ricorda di aver visto alberi che si inclinavano e che cadevano, sollevando zolle di terreno e radici, mentre De Marta Giuseppe notò che una crepa, intravista tre ore e mezza prima, si era mossa di quasi mezzo metro.
La sera del 9 ottobre l’autista che fece l’ultimo carico di legname dalla zona sgomberata confessò a Martinelli che non credeva di ".......farcela a tornare a Casso, dato lo stato della strada di sinistra".
Savi Antonio, anch’esso autista, lavorò fino alle 21.00, quando per le ormai impossibili condizioni stradali, decise di smettere.
Chi rimase al suo posto di lavoro fu la centralinista della Telve Maria Capraro. Smise come al solito il suo turno serale alle ore 22, quindi abbassò la saracinesca dell’ufficio che si trovava duecento metri sotto il municipio. Tornò a casa, in via Roma 44, poco distante da esso giusto in tempo per salvarsi.
Alle 22.30 alcuni tecnici ed operai erano ancoraimpegnati in servizio straordinario ad ispezionare la frana con i riflettori................ furono gliultimi bagliori di una notte cupa, di un disastro annunciato che si manifestò in tutte le sue drammaticheconseguenze.


Una madre: "Avevo spento da poco la luce quando avvertii la terra tremare; mi portai dietro le imposte e sentii un forte vento e vidi le luci e le strade emanare un intenso bagliore e poi spegnersi. Mi precipitai verso il letto e afferrai i due bambini che dormivano, (.......) li avvinsi a me. Sentii l’acqua irrompere, sballottarmi e mi trovai sola al campo sportivo su un pino ove l’acqua mi aveva scagliato. Il piccolo è stato ritrovato nei pressi della Rossa di Belluno, mentre la bambina nei pressi di casa mia. I miei genitori abitavano con me e sono stati trovati: mia madre al campo sportivo e mio padre a Trichiana".
Un ragazzo: "Il primo fenomeno che si verificò la notte del disastro fù l’improvvisa interruzione della illuminazione (........) il boato che sentii era il fragore dell’acqua che irrompeva sotto la mia casa. Contemporaneamente una violenta corrente d’aria ruppe i vetri e le finestre, spazzando via tutti gli oggetti anche pesanti che si trovavano nella casa (..........) mi rifugiai con mia madre in una cameretta dove rimasi finché la casa fu travolta e sbriciolata dalle acque. Non ricordo come mi separai da mia madre (........) fui colpito dalle macerie che cadevano, svenni e mi ripresi mentre le acque mi trascinavano in un forte gorgo"
Un uomo "........ero giunto al bivio all’inizio di Erto (........) quando improvvisamente sentii la macchina traballare e mi accorsi che stavo volando verso l’alto. Mi ritrovai sulla circonvallazione, dopo un volo di 80, 100 metri"
Il giorno dopo


Un dottore: "Era cessato il vento e persistevano violenti scuotimenti della terra, un rumore indefinibile molto forte, come di un tuono estivo, moltiplicato per cento (.....) non appena si è verificato il colpo di vento ho sentito venire dal paese un urlo prolungato di più voci......."
Un prete: ".......io quella sera, verso le 10 e mezza, sento questo rumore di frana, apro la finestra e questo rumore aumentava in modo straordinario, contemporaneamente a questo bagliore che credevo fosse il riflettore, invece poi ho saputo, era il corto circuito dei trasformatori che ha illuminato quasi a giorno la valle. C’era poi una colonna d’acqua molto alta, che ha poi distrutto molte case, e il terremoto, con un boato tremendo, spaventoso, e poi tutto il resto. L’onda, più o meno, arrivava alla sommità del mio campanile. Dunque se Casso, nel punto più alto , è 250 metri dalla diga, senza esagerazione (l’onda) è stata verso i 300 metri"
Un professore: "Siamo arrivati a Longarone........che soltanto da un’ora il Toc era calato nel lago al di la della diga..........Poca la gente e gli automezzi..........Dei vigili del fuoco con qualche ambulanza, una jeep dei carabinieri, il furgone della polizia stradale. Su questo un milite gridava ostinato, nel microfono, l’identico messaggio: che suonassero le campane di tutti gli abitati, che accorressero tutti, presto, presto, per l’amor di Dio. Di Longarone non erano rimaste che macerie e i feriti dovevano contarsi a centinaia. Furono lo sgomento e il concitato esprimersi di quell’agente ad offrirci l’intuizione della tragedia.......... Ci accorgemmo allora del biancore che vagolava entro la conca oscura del Piave, del vento che tirava, come impedito da nessun ostacolo, del buio nel quale stava immerso lo spazio per solito animato dalle luci del paese (........) ci accodammo a due della stradale.......... Procedevamo sul legname, la melma, i calcinacci........... Entravamo ogni tanto nelle abitazioni alzando grida acute. Nessuno rispondeva. Lo scorrere del faro svelava stanze vuote, spogliate da ogni masserizia. Tutte coi pavimenti colmi di terra limacciosa, le pareti schizzate d’acqua e fango nero....... Intanto, qualcuno che si avvicinava, ci urlò che nelle case era inutile cercare. Che si corresse avanti, avanti, dove i feriti aspettavano d’essere aiutati........ Oltrepassato l’immobile del cinema, di botto cessarono le file delle costruzioni. E ci trovammo davanti il vuoto: un vuoto oscuro ed irreale. Fu un attimo percepire che bisognava credere nella sparizione del paese.........."
Vajont
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PERMALINK
lunedì 9 ottobre 2006 - ore 10:05
When I smile, tell me some bad news
(categoria: " Vita Quotidiana ")
I soliti tirchi..
Piuttosto che offrirmi da bere entrano con ospite..
Sta cosa comunque mi "manda a male"..
Quel "perchè no?" m ha un po fatto pensare..
E comunque quel panino era decisamente fatto male..
Scoperto l ospite..
Meglio se me lo pago io..

Come sempre..
Alcolizzato..
Sky si che è una rete televisiva..
Sti cazzi..
Dopo un secco 6-0 non ti rimane altro da fare che star zitto...



Certo che comunque la gente è un po malfidente eh..
Vado a far qualcosa..
Vado a farmi un caffe..
No one knows what it’s like
To be the bad man
To be the sad man
Behind blue eyes
No one knows what it’s like
To be hated
To be fated
To telling only lies
But my dreams
They aren’t as empty
As my conscience seems to be
I have hours, only lonely
My love is vengeance
That’s never free
No one knows what it’s like
To feel these feelings
Like I do
And I blame you
No one bites back as hard
On their anger
None of my pain and woe
Can show through
But my dreams
They aren’t as empty
As my conscience seems to be
I have hours, only lonely
My love is vengeance
That’s never free
When my fist clenches, crack it open
Before I use it and lose my cool
When I smile, tell me some bad news
Before I laugh and act like a fool
If I swallow anything evil
Put your finger down my throat
If I shiver, please give me a blanket
Keep me warm, let me wear your coat
No one knows what it’s like
To be the bad man
To be the sad man
Behind blue eyes
Behind blue eyes Relax
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PERMALINK
domenica 8 ottobre 2006 - ore 20:20
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Il visitatore 6000 mi deve offrire da bere

Ahahahahhaahha


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PERMALINK
domenica 8 ottobre 2006 - ore 17:41
Tutto sommato, è solo un altro mattone sul muro
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Domenica scazzo..
Un ora per trovare quella cavolo di via..
Ahahhaahhahah

Sei stato catturato nel fuoco incrociato
di infanzia e notorietà
soffiato via dalla brezza d’acciaio
vieni, oggetto di risate lontane,
vieni sconosciuto, leggenda, martire, e splendi! 
Mi sono innamorato
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PERMALINK
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