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MERAVIGLIE

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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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mercoledì 14 dicembre 2005
ore 11:43
(categoria: "Vita Quotidiana")



Senato, via libera definitivo alla nuova legge elettorale

ROMA - L’assembla di Palazzo Madama ha dato il via libera definitivo alla nuova legge elettorale proporzionale. I sì sono stati 160, i no 119, sei gli astenuti. La riforma è stata approvata con i soli voti della Casa delle libertà, e non sono state apportate modifiche rispetto al testo approvato alla Camera dei deputati. Entrarà in vigore non appena sarà promulgata dal Presidente della Repubblica.


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mercoledì 14 dicembre 2005
ore 10:37
(categoria: "Vita Quotidiana")



"Soldi a politici nazionali"
Il gip: rubavano anche ai morti

Soldi rubati perfino ai morti. Caveau svuotati. Denaro sottratto ai piccoli correntisti della Banca Popolare di Lodi. Ma soprattutto la ricostruzione di una rete di interessi e malaffare in cui compaiono tutti i protagonisti della scalate finanziarie dell’anno: Gianpiero Fiorani, Giovanni Consorte, Ivano Sacchetti ed Emilio Gnutti. Ma la frana di confessioni e ammissioni rischia di portarsi dietro anche Stefano Ricucci, Antonio Fazio e una galassia di politici di primo piano su cui la procura sta indagando. L’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Clementina Forleo e consegnata ieri dalla Finanza è soprattutto la storia del nuovo capitalismo rampante italiano, dei furbetti del quartierino: 58 pagine. Tutto comincia dalle dichiarazione di Egidio Menclossi e da numerosi esposti giunti alla procura. È a questo punto che si presenta D. P., regional manager di Bpi.

L’arrivo in procura del testimone segna la svolta dell’inchiesta: "Il 7 ottobre 2005 - è scritto dell’ordinanza - in Procura il testimone racconta di aver avuto incarichi fiduciari per conto di Gianpiero Fiorani fino all’aprile 2004".

Gola profonda e i politici. "Gli incarichi a me affidati - spiega Gola Profonda - consistevano anche nel finanziamento tramite operazioni strategiche di uomini politici di livello nazionale". I nomi sono stati "omissati" dalla Procura in quanto le indagini delicatissime sono in corso. In particolare ci sarebbe stato un personaggio romano incaricato di segnalare i politici da pagare.

Consorte, Gnutti e soci. Il nome di Giovanni Consorte, il numero uno di Unipol, è uno di quelli che compaiono più di frequente. A pagina 16 del provvedimento si ricorda che Fiorani e soci contavano "sull’appoggio di importanti finanzieri, tra cui Consorte, Sacchetti e Gnutti". Ma è lo stesso Gianpiero a scaricare gli ex compagni di scalata: "Fiorani durante gli interrogatori afferma di aver organizzato la scalata insieme con Gnutti con cui aveva progettato di far confluire i pacchetti di azioni in "mani amiche" che ovviamente non avrebbero dovuto entrare formalmente nel patto sennò sarebbe scattato l’obbligo di Opa". Poi tocca a Consorte: "Anche Consorte viene indicato da Fiorani come soggetto che aveva partecipato alle iniziative, acquisendo ulteriori azioni Antonveneta oltre a quelle già in possesso fino al 3,5%". Quindi l’affondo: "Consorte era considerato fidato perché aveva già collaborato nell’operazione E-Archimede". Ma il passaggio più pesante per Consorte e Sacchetti è a pagina 41. Qui si parla di denaro sonante: i due finanzieri avrebbero ottenuto fidi "per 4 milioni di euro senza garanzia con operazioni parallele e sovrapponibili per operare su opzioni put su Stm, Alleanza, Generali, Enel e Autostrade con guadagni per 1,7 milioni di euro ciascuno".

Le mani sulla banca. "Dagli accertamenti della Procura e della Banca d’Italia - scrive Forleo - emerge che, da anni, Fiorani e soci si erano impadroniti del controllo totale dell’istituto utilizzandolo sia per acquisire il controllo di altri istituti (Popolare di Crema), ma anche e soprattutto per acquisire ingenti vantaggi patrimoniali in favore proprio e di terzi, gestendo e operando in pieno arbitrio, nell’assoluta assenza e nella presumibile complicità di organi interni, esterni e soprattutto istituzionali". I proventi delle operazioni finanziarie sui conti privilegiati erano divisi così: due terzi alla banca (e di qui finivano anche ai politici), un terzo ai correntisti.

Il ruolo di Fazio. A mettere nei guai Fazio sono soprattutto le affermazioni di Luca Simona, vicepresidente di Summa Sa., società utilizzata da Fiorani proprio per conquistare la Crema. "Fiorani mi aveva detto che l’operazione per l’acquisto della Popolare era sicura e garantita in quanto coperta e voluta da Bankitalia". Ma non era questa l’unica somiglianza tra l’"operazione Crema" e le altre successive. "L’operazione Popolare di Crema sembra presentare caratteristiche assolutamente simili alle scalate successive".

Finta italianità. Ma tra le considerazioni conclusive, nel provvedimento c’è un altro passaggio pesante che stigmatizza il "tradimento dei piccoli risparmiatori" e la "difesa pervicace della scalata... i soggetti interessati non potevano essere inconsapevoli, né potevano aver agito per tutelare "tout-court" l’italianità del sistema bancario, volendosi, anzi, dovendosi a tutti i costi con essa proteggere - per evidenti e necessitate alleanze politiche ampiamente emerse durante numerose conversazioni intercettate - chi solo dall’"italianità" del sistema bancario avrebbe potuto continuare a fruire di ingenti e illeciti profitti".

Lo spalma-debiti. Fiorani e i suoi, insomma, imperversavano concludendo operazioni su operazioni. Ma non tutto andava sempre per il verso giusto. Capitava che l’"associazione" andasse in perdita. E allora bisognava rimediare. Come? "Spalmando le perdite sui clienti della banca". Clienti inconsapevoli che si ritrovavano d’improvviso un clamoroso "incremento delle spese per commissioni e delle spese varie". In questo modo, scrive il gip, "sono stati provocati ai piccoli risparmiatori della banca danni enormi".

La truffa dei morti. Ma non è tutto, perché gli indagati avevano trovato anche un altro modo di spalmare i debiti: i soldi li prendevano direttamente dai morti. "Quando qualche cliente moriva se i parenti non si affrettavano a chiedere indietro i denari contenuti nel conto corrente, loro li incameravano". Il caveau. Ma i sistemi per svuotare le casse della banca erano molteplici e non sempre passavano attraverso abili operazioni sui conti correnti dei clienti. "In qualche caso - è scritto nei documenti notificati agli avvocati - gli investigatori hanno trovato ammanchi direttamente nei caveau della banca".

Ricucci & Billé. Massimo Pulcini, il revisore contabile di Magiste (la società di Stefano Ricucci, ndr), interrogato dai pm, dice senza tanti giri di parole: "Garlsson e Magiste (le società impegnate nella fallita scalata alla Rcs, ndr) hanno ottenuto da Bpl affidamenti con tassi fuori mercato. Per quanto riguarda l’operazione di via Lima (il famoso affare da 60 milioni nel quale Billè ha versato subito una caparra da 39 milioni nonostante il rogito sia previsto, forse, nel 2006 al termine della ristrutturazione, ndr) non c’era alcuna giustificazione economica".

Il tesoro di Fiorani. Tra un insider trading e l’altro, Fiorani si è garantito la pensione accantonando una vera fortuna. "Secondo quanto è stato possibile stimare, Fiorani avrebbe attualmente un disponibilità di 70 milioni di euro, già messa in salvo".


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mercoledì 14 dicembre 2005
ore 10:05
(categoria: "Vita Quotidiana")



I "furbetti del quartierino" hanno cantato una sola estate
di GIUSEPPE TURANI

L’estate calda di Gianpiero Fiorani, che stava per diventare uno dei banchieri più potenti d’Italia, è durata veramente poco. Nel giro di meno di sei mesi è passato dai trionfi azionari alle dimissioni e al carcere. Se a luglio era convinto di aver già in mano il controllo della Banca Antoveneta (contesa anche dagli olandesi della Abn-Ambro), all’inizio di agosto si trovava sotto inchiesta da parte della magistratura, con le azioni Antoveneta sequestrate, e, da lì a poco, spinto alle dimissioni da tutte le sue cariche nel gruppo Banca Popolare di Lodi (nel frattempo ribattezzata Popolare Italiana per prepararla ai più alti destini a cui sembrava destinata).

In Italia Fiorani non è il primo raider che conclude la sua carriera in modo drammatico, ma è certamente quello che è durato meno e, in un certo senso, è stato anche il primo raider istituzionale. Nel senso che si è mosso sotto l’ala protettrice della Banca d’Italia, cosa mai successa in questo paese.

La sua carriera è molto semplice e lineare fino al gennaio dello scorso anno. Sbarcato quasi per caso nella Popolare di Lodi, sonnolenta banca di provincia per facoltosi agricoltori e vivaci commercianti locali, ne cambia rapidamente la natura, facendone un istituto molto dinamico che si lancia nell’acquisto di altre banche di periferia.

Cattolico, tutto casa, ufficio e famiglia, entra presto nelle grazie del governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, che non è molto diverso. Se Fiorani ha l’animo del grande conquistatore di banche, Fazio ha quello del monarca assoluto. E quindi gli va bene questa specie di colonnello che si incarica di terremotare la geografia bancaria del Nord.

Al Governatore i grandi banchieri di Milano e di Torino stanno francamente sulle scatole. Sono bravi, girano il mondo e hanno l’aria di essere un po’ troppo indipendenti. E, soprattutto, pensano. Una volta sono arrivati addirittura al progetto di fare un’Opa sulla Comit e sulla Banca di Roma. Lui li ha fermati, grazie ai suoi super- poteri, ma da quel giorno non si è più fidato.

Da lì l’idea di trovare qualcuno che prendesse le misure ai Signori del Nord. Insomma, Fiorani. Un uomo con un pedigree bancario quasi ridicolo (la Lodi e basta, mai stato in una banca più grande), ma spregiudicato e fedele. E allora via con il sostegno pubblico, ostentato, nelle riunioni dei banchieri e, privatamente, l’invito a procedere.

Quando all’inizio del 2005 gli olandesi dell’Abn-Ambro (stufi di sentirsi dire di no dal governatore), decidono di lanciare la loro Opa sulla Banca Antoveneta, Fiorani e Fazio sono già pronti. Il primo si mette a comprare azioni di nascosto (servendosi di una rete di complici ai quali assicura lauti guadagni), il secondo tira tardi nella concessione delle autorizzazioni agli olandesi. Quando finalmente queste arrivano (perché non si può fare altrimenti), Fiorani e i "furbetti del quartierino" sono già pieni di azioni Antoveneta e sono in grado di far fallire l’Opa.

Ma gli olandesi presentano un esposto alla magistratura nel quale parlano dei loro sospetti. Scattano le indagini che porteranno prima al sequestro delle azioni Antoveneta comprate di nascosto (senza lanciare una regolare Opa), e poi alla rovina dello stesso Fiorani.

Nello stesso periodo erano partite altre due scalate: quella (insensata) di Stefano Ricucci alla Rcs e quella di vari immobiliaristi romani alla Bnl (che era sotto Opa da parte degli spagnoli della Bbva). Il Ricucci, un ex odontoiatra romano diventato ricco con palazzi comprati e venduti, si impantana quasi subito. E la stessa cosa capita agli immobiliaristi romani (fra cui c’è anche Ricucci) fino a quando non arriva l’Unipol, la punta di diamante della "finanza rossa" a rilevare la loro impresa.

Intanto le indagini dei magistrati proseguono a ritmo sostenuto e ben presto salta fuori che le tre scalate della calda estate del 2005, se non sono la stessa cosa, sono molto vicine. Un po’ tutti (compresi gli uomini dell’Unipol) hanno partecipato agli stessi affari e si sono fatti diversi favori. Nel caso di Ricucci e Fiorani i legami sono addirittura imbarazzanti. Se Ricucci ha rastrellato azioni Antoveneta (tenute, ovviamente, a disposizione di Fiorani), Fiorani ha finanziato quasi per intero la stupida scalata dello stesso Ricucci alla Rcs (e infatti quelle azioni stanno, come inutili e costosi rottami, nei forzieri della banca lodigiana).

Insomma, sul piano politico i più avvertiti si rendono conto che c’è stato un piano per dare l’assalto alle banche del Nord (attraverso la creazione di un mega-gruppo guidato da Fiorani) e alla Rcs (e quindi al Corriere della Sera), cioè a quello che si è soliti definire come l’establishment del Nord, poco in sintonia con il Governatore (ma anche con la maggioranza di governo).

Non a caso gli scalatori dell’estate ottengono un appoggio entusiasta da parte della Lega, un appoggio più moderato dagli altri settori della maggioranza e, purtroppo, anche da qualche esponente dei Ds (fra i raider dell’estate c’è la finanza rossa dell’Unipol, alla ricerca di un po’ di gloria e di promozione nella scena finanziaria).

Il dibattito politico sull’estate degli scalatori non fa molta strada, per la verità. Si muove invece molto velocemente la magistratura. Prima vengono accertate palesi violazioni delle norme che devono regolare il mercato azionario (acquisti clandestini delle azioni delle società contese), poi accertano arricchimenti illeciti di Fiorani e dei suoi amici. Saltano fuori conti segreti, finanziamenti occulti e conti "a rendimento garantito" (solo per gli amici, compresi alcuni parlamentari strenui difensori di Fazio).

E’ probabile che non tutto sia venuto alla luce e che i "furbetti del quartierino" avessero ancora la possibilità di manovrare, nascondere risorse, imbrogliare le carte, benché allontanati da tempo dalle loro cariche. E così alla guardia di Finanza è stato impartito l’ordine di radunare i più esposti e di accompagnarli in carcere.

Finisce così una stagione complicata e segnata da molte, troppe complicità ai maggiori livelli. Adesso si aspetta che, prima o poi, venga a galla tutta la storia di un assalto che per qualche settimana ha fatto tremare le roccaforti del capitalismo italiano e che da mesi continua a suscitare interrogativi. Possibile che nessuna delle autorità di controllo si sia mai resa conto di niente?


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mercoledì 14 dicembre 2005
ore 09:53
(categoria: "Vita Quotidiana")



Il banchiere e i suoi "bad boys" cresciuti all’ombra di Fazio
di ALBERTO STATERA

DOPO tanto parlarne, la gelida notte della caccia alla "Banda d’Italia" è scoccata, con la Guardia di Finanza sguinzagliata alla cattura dei "bad boys".

Primo fra tutti quello che, all’ombra dell’unica istituzione che conservava un pizzico di eccellenza al paese, appare il loro capo. L’uomo che, con la banchetta periclitante dei "Furmagiàtt", ha messo a ferro e fuoco quel che restava del tisico capitalismo italiano e della evanescente credibilità internazionale dell’Italia. Quel Fanfulla da Lodi da pochade, quel beltomo di provincia, colonia e brillantina, che poteva permettersi di "baciare in fronte" la massima icona dell’economia italiana, di fare costosi regalini alla consorte del governatore della Banca d’Italia e, a quel che si narra, di godere dell’affettuosa amicizia di una delle sue figlie. Gianpiero Fiorani e Antonio Fazio: una coppia tragica e al tempo stesso comica, in bilico tra i tormenti di Faust e le "Vacanze di Natale" di Boldi e De Sica.

Tra la cessione dell’anima al Maligno, per un disegno di potere maturato tra ville in Costa Azzurra e in Costa Smeralda, acquistate a suon di miliardi, jet privati, superyacht, e un sottobosco di faccendieri, affaristi di quarta, finanzieri da codice penale.

Nella notte gelida delle Procure e della Guardia di Finanza va in scena "il nuovo tornado politico-giudiziario" che prefigura l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, paventando gli "eccessi" di Mani pulite? O, dopo le intercettazioni telefoniche dell’estate, lo squarcio di un costume italico pizza e fichi, il primo autentico capitolo della storia di un golpe finanziario che era destinato a condizionare gli equilibri economico-politici del paese?

Quel che è certo, dopo mesi di inchieste, è che non ci troviamo di fronte a singoli episodi di criminalità economica ma all’agire coordinato, se vogliamo malamente, di un gruppo di potere determinato e senza scrupoli, nel vuoto della politica e nella debolezza dei cosiddetti poteri forti. Forse tutto comincia persino un lustro fa, con la madre di tutte le privatizzazioni, la Telecom. La razza padana ricca, ignorante e velleitaria, che manda a segno un’impresa impensabile, meritando le congratulazioni ai "capitani coraggiosi" di Massimo D’Alema, il primo presidente del Consiglio ex comunista, sinceramente proteso a cercare di innovare il rachitico e autoreferenziale capitalismo italiano.

Se un baluba come Emilio Chicco Gnutti, ras con foulard del baretto di Brescia e delle sfilate di auto d’epoca, riesce in un’impresa come Telecom qual è mai il palazzo d’inverno che non si può conquistare con spregiudicatezza, con giuste relazioni e cupole un po’ trasversali? Cuccia non c’è più, Agnelli non c’è più, gli Orlando, i Pirelli, i Falck, sono ricordi del passato. Poco a poco l’ala nobile del capitalismo senza capitali, che piuttosto spesso fu alquanto ignobile, si è dissolta lasciando dietro di sé il nulla. Se non a palazzo Chigi, Silvio Berlusconi, l’uomo che dall’ala nobile fu sempre rifiutato come un intruso.

I capitali? Oggi Sono nelle banche. Basta saperli estrarre, come il petrolio. Deputati all’opera, fin dai tempi di Sindona, furono sempre i palazzinari, compreso a suo tempo Berlusconi con la Banca Rasini e col Monte dei Paschi di Siena controllato dalla massoneria. Basta ripetere in grande il solito schema, soprattutto in tempi di bolla immobiliare speculativa, di finanza creativa, di cartolarizzazione. Non serve neanche più creare quartieri come Milano-2, basta intermediare. Così si prende un ragazzotto sfigato di Zagarolo, fallito come odontotecnico, ma voglioso di far tanti soldi, e se ne fa il finto scalatore di tutto: l’Antonveneta, la Banca Nazionale del Lavoro, persino la Rizzoli - Corriere della Sera, tempio presunto del potere politico - mediatico.

Ma non è tanto Ricucci, è piuttosto il "filo rosso" che lega i vari personaggi del bosco e del sottobosco emersi in questi mesi a far pensare al peggio. Non a un caso di normale criminalità economica, la Cirio, Cragnotti, la Parmalat, che pure s’iscrivono nello stesso filone politica-banche-favori-soldi facili - risparmiatori truffati. Ma un disegno di potere del nuovo capitalismo straccione che s’intreccia alle peristalsi della politica alla vigilia delle elezioni della prossima primavera.

Forse non è troppo presto, ora con i primi arresti che dobbiamo ritenere sufficientemente motivati, per tentare di disegnare un albero genealogico della Banda d’Italia, di cui per ora il capo riconosciuto è il banchiere velleitario di Lodi. Fiorani-Fazio: un governatore della Banca d’Italia debole, assediato al momento da un ministro del Tesoro come Giulio Tremonti, duro cattivo, vendicativo. Una sponda furba, familiare, rampante, come Fiorani.

Un principio forte: la difesa dell’italianità delle banche dal dilagare dei calvinisti del Nord Europa, come gli olandesi dell’Abn - Amro. Tremonti fa terra bruciata. Ma perché uno come Fazio, votato a San Tommaso e all’eccellenza predicata dall’Opus Dei di Escrivà de Balaguer, amato in Vaticano, e per anni invocato da tutti, da destra e da sinistra come somma autorità morale ed eventualmente politica, non può aspirare al ruolo di potere cui, da destra e da sinistra, lo candidavano? L’ex governatore Ciampi non è forse presidente della Repubblica?

Fiorani-Gnutti: i capitani coraggiosi, la razza padana, l’imprenditoria emergente del Nordest. Fiorani - Ricucci: il banchiere e la testa di legno, con al seguito i soliti palazzinari, da Bellavista Caltagirone, a quella galassia di conti correnti fiduciari delle banche, i Coppola, gli Statuto. Quelli a cui alcune banche preferiscono dare i soldi facili. Sullo sfondo il cotè berlusconiano, Letta, Livolsi, Comincioli, che partecipano alle grandi manovre. E il generone commerciale: Sergio Billè il gran pasticciere del bar di Messina, vecchio democristiano, che mette a disposizione i 100 e più milioni del "fondo del presidente" della Confcommercio per moltiplicare in pochi giorni di cento volte il valore di un palazzo di Ricucci, per la causa.

E che fa anche qualche affaretto personale, con la speculazione di borsa su Rcs, nell’insano sogno, ormai svanito sotto i magli delle Procure, di costituire il suo partito del Sud, o di fare il governatore della Sicilia al posto di quel gentiluomo di Totò Cuffaro.
Ma il ramo più doloroso dell’albero genealogico del presunto golpe finanziario è quello di Bologna, via Stalingrado. E’ a sinistra.

Che ci faceva Giovanni Consorte, grande capo dell’Unipol e, di fatto, della finanza cooperativa rossa, scalatore della Bnl contro gli spagnoli, con questi qui? Perché "concertò" con Fiorani su Antonveneta, ipotesi di reato per cui è indagato?

Ecco, forse è qui il vero segreto della Banda d’Italia, mentre di notte la Guardia di Finanza rastrella i primi bad boys, quelli che condussero l’Italia dal capitalismo nobile e asfittico al capitalismo rampante e straccione.


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mercoledì 14 dicembre 2005
ore 09:52
(categoria: "Vita Quotidiana")



Antonveneta, arrestato Fiorani
Nel mandato "soldi ai politici"


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martedì 13 dicembre 2005
ore 19:35
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 13 dicembre 2005
ore 19:17
(categoria: "Vita Quotidiana")



Castelli nega la grazia a Sofri
"Non ci sono le condizioni"

Il ministro della Giustizia Roberto Castelli chiude le porte alla grazia ad Adriano Sofri. "Non ci sono le condizioni per la grazia a Sofri". La decisione è arrivata sulla base dell’esame svolto dagli uffici ministeriali del fascicolo relativo all’ex leader di Lotta Continua. Non si prununcia il figlio maggiore di Sofri, Nicola: "In questo momento - replica - non ho alcun
pensiero e non ho niente da dire su quello che ho appena saputo". Secco il commento ("a titolo personale") del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Virginio Rognoni: "Mi spiace che ci sia questo convincimento del Guardasigilli. Avrei preferito che diversa fosse la sua opinione".

In una nota diffusa dal ministero, nella quale si legge che oggi "il ministro della Giustizia, Roberto Castelli e gli uffici competenti hanno concluso l’esame del fascicolo relativo al detenuto", si spiega che "sulla base delle precedenti proposte di grazia avanzate al Presidente della Repubblica e istruite su una prassi consolidata il ministro è giunto alla decisione di non avanzare la proposta di grazia in quanto allo stato non sussistono tutte le condizioni richieste dalla prassi sopra richiamata".

"Si fa presente che attualmente Adriano Sofri è completamente libero - è stato sottolineato - in quanto la pena gli è stata sospesa, e non sussiste nessun elemento negativo per la sua completa guarigione che il ministro, così come tutti, auspica".

Per il vicepresidente della commissione Giustizia della Camera, Paolo Cento, quella di Castelli è "una scelta incomprensibile dal punto di vista umano, e politicamente insostenibile". Il coordinatore dei Verdi osserva che "ci sono tutte le condizioni politiche, umanitarie e giuridiche affinché finalmente si risolva con la grazia la vicenda di Adriano Sofri, che non può continuare ad essere oggetto di strumentalizzazioni elettoralistiche".

E dagli arresti domiciliari, Ovidio Bompressi non si è detto sorpreso: "Le dichiarazioni del ministro si commentano da sole. Comunque ora mi interessano più i bollettini dei medici che curano Adriano, che non le discutibili opinioni del ministro".


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martedì 13 dicembre 2005
ore 18:15
(categoria: "Vita Quotidiana")



Amnistia perché sì
di Furio Colombo

L’amnistia, antica istituzione di regale clemenza, trova il suo riconoscimento giuridico anche negli ordinamenti democratici. Autorizza i governi a compiere un gesto eccezionale che conserva, dalle sue origini autoritarie, qualcosa di magico: quel gesto si può compiere solo al momento giusto. Se il momento è giusto, l’atto di clemenza arricchisce l’autorità di chi lo compie. L’amnistia, spiegava ai suoi allievi un grande maestro del diritto penale, Francesco Antolisei, può avvenire come celebrazione.

Può avvenire a causa di un grande evento (per esempio la nascita dell’erede maschio del sovrano), per segnare il passaggio irripetibile, o comunque raro, da un periodo storico all’altro (un gesto di clemenza dei vincitori verso i vinti, come modo di chiudere il tempo dello scontro). Oppure può trattarsi di una decisione che non fa riferimento alla volontà del legislatore o del governo, ma al realistico stato dei fatti: un atto di giustizia che risponde a uno stato di necessità.

In Italia si sta parlando con fervore e passione di amnistia, da parte di alcuni. Le domande dunque sono: quale amnistia? E chi la sta chiedendo?
La prima risposta è nella definizione del giurista Antolisei: un atto di giustizia che risponde a uno stato di necessità.

Infatti si sta parlando delle carceri italiane tormentate da tre gravi problemi incombenti: lo stato incivile delle carceri, la fatale lentezza dei processi, il disumano sovraffollamento in ogni cella di ogni prigione italiana, al punto da sfidare anche i più blandi criteri di giudizio sullo stato della nostra civiltà.

Si possono intrattenere dibattiti su chi - o quale governo - ha fatto di meno o ignorato di più questi problemi (da ex deputato dell’Ulivo dico che mai la situazione è stata grave e abbandonata come adesso, ma si tratta di un giudizio tanto convinto quanto di parte).

Nessuno però potrà o vorrà negare che in Italia, oggi, la parola “carcere” mette un brivido che non ha solo a che fare con la negazione della libertà. Rappresenta una negazione di minima umanità. Vediamo allora chi ha deciso di sollevare il problema e di chiedere, addirittura di implorare, un provvedimento di amnistia.

Trovo solo due voci, che risuonano in modo molto diverso nella vita italiana, ma hanno detto - o dicono in questi giorni - quella stessa parola, amnistia.
Una è la voce di Giovanni Paolo Secondo, ricordate? Nella sua visita al Parlamento italiano. Forse si è intromesso nelle vicende italiane, quel Papa, ma a nessuno è venuto in mente di notarlo, data l’urgenza e la natura del suo appello. Chiedeva qualcosa non per la Chiesa ma per l’Italia, a nome del più condiviso dei valori, il comune senso di umanità.

Pensava al nostro Paese, che con quel gesto avrebbe ridotto almeno un poco la somma totale delle violazioni dei diritti umani e delle ingiustizie, specialmente verso i meno difesi (l’espressione si adatta bene alle carceri e ai suoi abitanti). E pensava ai detenuti, la gran massa dei quali vede ormai la pena - qualità e durata - separata sia dal gelido contrappasso (reato e pagamento del reato) che dall’astratto però volenteroso intento di aiuto al rientro nella vita sociale.

Il Papa, ricorderete, è stato applaudito con calore senza distinzione di banchi. Quella storica visita non è stata dimenticata. Risale a non più di un mese fa l’inaugurazione di una targa che la ricorda. E la celebra. Il messaggio no. Il messaggio è andato perduto. Nel nostro Parlamento non ha lasciato traccia, come qualcosa di mai accaduto.

L’altra voce - diversa, certo - è quella di Marco Pannella.
Pannella è un leader politico con un lungo e antico lavoro sui diritti umani e i diritti civili, e un recente progetto politico detto “La Rosa nel pugno”.
La sua invocazione di amnistia, in questa Italia, in questi giorni, adesso, non ha intento politico in senso partitico, non ha rilevanza elettorale. Ma occupa un vuoto imbarazzante e dunque è impossibile non ascoltarla.

Lo ha fatto Pierluigi Battista sul Corriere della Sera di domenica. Lo facciamo noi oggi, augurandoci, mentre scriviamo, di non essere affatto originali, e di trovare in tanti altri quotidiani italiani, nei prossimi giorni, questa stessa parola e domanda e, se volete, implorazione di amnistia.

Conosco molti, da una parte e dall’altra degli schieramenti politici, che sarebbero stati più a proprio agio nel seguire la prima voce (il Papa) piuttosto che la seconda (Pannella). Ma questo Papa, Benedetto XVI, ha scelto di non parlarne. E anche a coloro che non hanno enorme simpatia per Pannella resta l’invito alla marcia di Natale per l’amnistia, una idea difficile da svalutare con tradizionali argomenti politici. Purtroppo il nuovo Papa non ha completato la frase quando ha ammonito che «i consumi inquinano lo spirito del Natale». Con tutto il rispetto, lo facciamo noi: «E dunque uniamoci nel volere un gesto di umanità e di giustizia accanto a coloro che nelle carceri italiane stipate in modo selvaggio non riescono più a vivere con un minimo di dignità».

Se scrivessi queste righe a mio nome, aggiungerei che un ministro della Giustizia così inadatto, indifferente e (quando osserva ironicamente che le prigioni non sono un «grand hotel») anche crudele, non lo abbiamo mai avuto in nessuna delle tante fasi di questa Repubblica.

Ma il giudizio sulla persona ci allontanerebbe dal gesto di clemenza, un gesto che si può ottenere solo con la volontà e l’iniziativa di tutti. I lettori sanno che non credo al “fare insieme” con coloro che hanno votato senza batter ciglio le varie leggi Cirami e Cirielli.

Però intendo usare tutto l’impegno di cui sono capace per unirmi, con questo giornale, alla invocazione di Giovanni Paolo Secondo e di Marco Pannella. Intendo contribuire a rompere disattenzione e silenzio, perché una amnistia a Natale (e, se necessario, una “marcia di Natale per l’amnistia”) sono quanto di più religioso (interfaith, direbbero i nostri colleghi giornalisti e parlamentari americani) di più laico e anche, se volete, di più nobilmente politico che si possa progettare.

Sappiamo di contare poco, noi che scriviamo e pubblichiamo questa dichiarazione. Ma vi diciamo senza esitare: in questa campagna per l’amnistia contate su di noi.


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martedì 13 dicembre 2005
ore 18:04
(categoria: "Vita Quotidiana")



«Questa guerra, che mai avrebbe dovuto incominciare, è bene finisca quanto prima; sino a quel momento dobbiamo chiamarla col suo vero nome di guerra, senza la viltà e l’ipocrisia di non voler vedere quel che i nostri soldati, che abbiamo mandato in questa guerra, fanno. La guerra».

Claudio Magris, Corriere della Sera, 12 dicembre 2005


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martedì 13 dicembre 2005
ore 17:49
(categoria: "Vita Quotidiana")



Libby, 10 anni: "Così si sopravvive al divorzio di mamma e papà"


A dieci anni regisce al divorzio dei genitori scrivendo un manuale di sopravvivenza al trauma. E’ il caso di Libby Rees, una ragazzina britannica che vedrà presto pubblicato il libro scritto all’indomani della separazione di mamma e papà.

Tutto comincia tre anni e mezzo fa, quando - dopo il dramma in famiglia - la piccola decide di scrivere una lista di cose che la aiutavano a dare un senso a quello che le stava accadendo. Poi confluite nelle sessanta pagine di Help, Hope and Happiness, che vedrà la luce per la casa editrice scozzese Aultbea Publishing.

Il libro offre alcuni consigli per superare il trauma: "Trovare un po’ di tempo per stare da soli e rivedersi il film preferito o leggersi un libro", "pensare a qualcosa di divertente", "pensare positivo, guardandosi allo specchio e ripetendosi al mattino per 5 volte ’migliorerò ogni giorno di più’", oppure "porsi degli obiettivi che spaventano e provare a superarli". E poi: eleggere ogni settimana una notte "Grazie a Dio è...", in cui fare il punto della situazione e migliorare le cose migliorabili.

O ancora: iscriversi a un club dedicato a un qualche argomenti che appassiona, per distrarsi dai propri problemi. O fare esercizio fisico: perché, come la saggia Libby ricorda a se sressa, quando è in attività "il corpo produce endorfine", e quindi benessere psico-fisico. Insomma, mens sana in corpore sano.

La madre della bambina, Kathryn Loughnan, ha raccontato al Guardian di come è venuta a conoscenza del progetto della figlia: "Eravamo uscite per una passeggiata e chiacchieravamo. Lì per lì non la presi sul serio, ma lei scrisse la lista e quando ritornò ci chiese di usare il computer. Poi stampò alcune copie e le inviò all’editore".

Secondo Charles Faulkner, che guida la Aultbea Publishing, "è assolutamente eccezionale che qualcuno tanto giovane abbia scritto un libro eccezionale"; quanto alla bimba, a suo giudizio ha "un talento incredibile". La madre di Libby, invece, ha precisato che i guadagni derivanti dalle vendite saranno devoluti a favore Save The Children, organizzazione non governativa che si batte per i diritti dell’infanzia.

Vedremo ora, al debutto in libreria, se genitori e figli acquisteranno il compendio di consigli della piccola, per vedere come superare un problema così complesso, e così frequente, nella vita dei ragazzini. O forse, più semplicemente, per curiosità. L’editore, comunque, mostra di credere davvero nel suo talento: e infatti gli ha già fatto firmare alla scrittrice in erba un contratto per ulteriori due libri.

Eppure, malgrado la giovane età, Libby non è l’autrice più giovane, ad aver pubblicato una sua opera. Secondo l’organizzazione del Guinness dei primati, il record appartiene a una bimba di appena quattro anni, residente a Washington: nel 1964 fu pubblicato il suo libro How The World Began. Il più giovane maschietto, invece, è un brasiliano di sei anni, autore (nel 2003) di Dragon Island.


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