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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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sabato 13 ottobre 2007
ore 10:11
(categoria: "Vita Quotidiana")



Confessa in tv di essere gay: il Vaticano sospende alto prelato
di ORAZIO LA ROCCA

CITTA’ DEL VATICANO - Scandalo all’ombra di S. Pietro. Le autorità vaticane tre giorni fa hanno sospeso dall’incarico e sottoposto a procedimento disciplinare un monsignore capoufficio di uno dei più importanti dicasteri pontifici, la Congregazione per il Clero, il "ministero" pontificio retto dal cardinal-prefetto Claudio Hummes, brasiliano, che sovrintende, tra l’altro, alla gestione degli oltre 400 mila sacerdoti presenti in tutte le diocesi del mondo e alla formazione religiosa di seminaristi e catechisti.

Motivo: l’alto prelato - un monsignore di circa 60 anni ben portati, titolare di rubriche giornalistiche su siti attenti alla vita della Chiesa e del Vaticano, tra i volti più noti dell’emittente cattolica Telepace dove per anni ha curato rubriche a carattere religioso - avrebbe preso parte, anonimamente, alla discussa prima puntata di Exit presentata da Ilaria D’Amico e andata in onda il primo ottobre scorso sull’emittente La7, che tra i reportage trasmessi ha presentato anche una inchiesta sull’omosessualità dei preti nella Chiesa cattolica.

Nel servizio, quattro persone che si presentavano come sacerdoti, ripresi con volti e voci contraffatte con alle spalle edifici religiosi con flash puntati pure sullo sfondo di piazza San Pietro, avevano confessato le loro preferenze sessuali, ammettendo senza troppi giri di parole di essere gay.

Uno dei quattro intervistati, stando a quanto hanno verificato i vertici della Congregazione per il Clero, sarebbe uno dei monsignori che ricopre la carica di capo ufficio nello stesso dicastero. Un alto prelato fino a pochi giorni fa in "ascesa" nell’establishment vaticano, perché titolare di altri due importanti incarichi, alla Commissione speciale per la trattazione delle cause di dispensa dei sacerdoti e alla Peregrinatio Ad Petri Sedem, l’organismo responsabile dei pellegrinaggi in arrivo in Vaticano, nell’ambito del quale operava nella Consulta pastorale.

Nell’intervista concessa ad Exit si vede che il monsignore fa accomodare spontaneamente nel suo ufficio il suo interlocutore al quale rivela con molta naturalezza la sua omosessualità, spiegando persino di "non sentirsi in peccato", ma di doverlo fare di nascosto per non essere richiamato dai superiori vista l’attuale ferma opposizione della dottrina cattolica in materia di celibato sacerdotale ed omosessualità.

Quasi un guanto di sfida sul piano della pastorale sociosessuale lanciato alle autorità pontificie dall’interno del Vaticano, nella convinzione di poter parlare liberamente perché protetto dall’anonimato.
Ma non tutto - a quanto sembra - è andato per il verso giusto, perché subito dopo la messa in onda del servizio in Vaticano qualcuno ha riconosciuto la stanza dell’incauto sacerdote trasformata in improvvisato set per registrare l’intervista, e dove si sospetta possa essere avvenuto anche qualche "episodio" a luci rosse.

Riconosciuti nel filmato pure l’ascensore di accesso alla Congregazione del Clero e la porta di ingresso del dicastero, ripresi dalle telecamere mentre il prelato fa accomodare l’intervistatore. Dopo una più attenta verifica del servizio ed una veloce inchiesta interna, facilitata anche dal fatto che l’unico a tenere la chiave dell’ufficio era il capo ufficio incriminato, il monsignore è stato immediatamente sospeso dall’incarico e denunciato alle autorità giudiziarie pontificie che hanno subito aperto un fascicolo a suo carico.

Da tre giorni la porta dell’ufficio è chiusa a chiave, nessuno vi può entrare, il telefono squilla a vuoto, sia quello del posto di lavoro del monsignore che quello di casa. Non si sa se dopo la sospensione si arriverà al licenziamento, eventualità che dovrà essere presa in considerazione dal tribunale pontificio dopo un dibattimento previsto dalle leggi vaticane. Da qualche giorno, però, dell’alto prelato si sono perse le tracce.


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venerdì 12 ottobre 2007
ore 20:03
(categoria: "Vita Quotidiana")



Studente rischia multa di migliaia di euro
"Quel film ha violato la privacy"

IMPERIA - Girava col videotelefonino dall’inizio della mattinata. Aveva ripreso anche scene e situazioni che era meglio non riprendere. Il professore se n’è accorto e ha avvisato il preside che ha chiamato la polizia postale. Gli investigatori non solo hanno sequestrato il telefonino ma hanno fatto una multa allo studente, maggiorenne, per violazione del codice della privacy. La sanzione amministrativa va da un minimo di 9 mila a un massimo di 18 mila euro. E’ una sanzione amministrativa per violazione del codice della privacy. E’ la prima volta che questa norma viene applicata e se il Garante accoglierà la richiesta, la decisione potrebbe diventare pilota.

E potrebbe l’inizio della fine per la moda del filmato rubato su You Tube. Almeno quando le sequenze riguardano la scuola. Certo i ragazzi ci penseranno su una volta di più prima di fare gli spiritosi con la video camera incorporata nei telefonini.

Il fatto è accaduto ieri a Imperia all’Istituto per geometri Ruffini. Adesso la parola passa al Garante che nei prossimi giorni deciderà quale pena, e quindi quale somma, applicare. Durante la lezione di costruzioni, il giovane ha iniziato a riprendere il professore che se ne è accorto e lo ha immediatamente ripreso, dicendogli di smetterla.

Subito dopo il docente ha accompagnato il diciottenne dal preside, Giovanni Poggio, che ha segnalato il fatto alla polizia postale. "La scuola è ancora un’agenzia formativa - ha commentato il preside - e noi abbiamo voluto con questo gesto dare un segnale a tutti gli studenti, un segnale formativo e non punitivo". E’ bastato un clic per trovare sul videofonino i due filmati girati in classe. "Lo studente - ha spiegato il dirigente della polizia postale, Ivan Bracco - ha violato l’articolo 13 sulla privacy e in particolare l’omissione dell’informativa che bisogna attuare in casi di questo genere soprattutto con i video". In sostanza, avrebbe dovuto chiedere al professore il consenso per la ripresa video. Gli studenti di tutta Italia sono avvertiti.


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venerdì 12 ottobre 2007
ore 15:32
(categoria: "Vita Quotidiana")



Rende impotente il marito fedifrago
Francia,gli ha messo bromuro nel latte

Era gelosa perché suo marito aveva l’amante e così lo ha reso impotente mettendogli nel latte, di nascosto, una dose di ansiolitici al bromuro. E’ successo a Mentone, in Francia, dove una donna di 56 anni è finita in tribunale. Il pm ha chiesto per lei due anni di reclusione. Ora i due coniugi sono in fase di divorzio. L’uomo, di 59 anni, dopo la tremenda vendetta, non potrà più avere rapporti sessuali.

Lui, un kinesiterapista con studio a Mentone, come riferisce il quotidiano la Stampa, non si è più ripreso e lamenta un’impotenza ormai cronica: "Il desiderio - dicono i suoi avvocati - è soltanto un ricordo lontano. Fa parte del passato".

"E’ vero - ha ammesso la moglie vendicativa - gli versavo i medicinali nella tazza del latte, ma solo perché era depresso e non si voleva curare". Ma al processo gli avvocati di parte civile hanno sostenuto invece che era evidente l’intenzione della donna tradita di mettere il marito in difficoltà, impedendogli di avere soddisfacenti rapporti sessuali con l’amica.

Il suo metodo è stato infallibile. Ora l’uomo ha raggiunto la pace dei sensi. Dell’amante finora nessuna traccia, "è ininfluente in questo dibattimento" ha detto il presidente della corte. La sentenza per la sadica moglie tradita è prevista il 19 novembre prossimo.


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venerdì 12 ottobre 2007
ore 10:14
(categoria: "Vita Quotidiana")



New York, donna cerca marito ricco
Banchiere rifiuta: è un pessimo affare
di RITA CELI

"HO 25 anni, sono superficiale e di una bellezza spettacolare. Cerco un marito che guadagni almeno 500mila dollari l’anno". Il messaggio è apparso qualche settimana fa su NewYork.Craigslist, il sito di annunci gratuiti online sotto la voce "donna cerca uomo". Un annuncio tra i tanti, che ha però ricevuto la risposta di un presunto banchiere che lo ha definito "un affare poco conveniente".

Nel testo la giovane chiedeva consigli su come trovare un marito ricco e si giustificava dicendo: "So che può suonare male, ma tenete presente che vivere con un milione l’anno a New York vuol dire appartenere al ceto medio, quindi non penso di esagerare con la mia richiesta".

"Ho frequentato un uomo d’affari che guadagna tra i 200 e i 250mila dollari, ma una simile cifra equivale a un blocco stradale che non ti fa arrivare nemmeno a Central Park West" aggiungeva la pretendente nel messaggio, facendo domande del tipo: "Dove si trovano i ricchi single?".

Fin qui l’annuncio dell’anonima aspirante, che ha però ricevuto la risposta di un banchiere di Wall Street che ha valutato l’offerta e l’ha seccamente rifiutata. Il misterioso uomo d’affari, che dice di pagare le bollette, offre alla giovane una analisi della sua proposta, descrivendola come un "chiaro e semplice affare schifoso".

"In termini economici, io non posso che incrementare i miei guadagni mentre è assolutamente certo che tu non rimarrai bellissima" ha scritto il banchiere. "Sei una risorsa che non può che svalutarsi, io sono invece un bene in crescita". Quindi ha spiegato: "Tu adesso hai 25 anni e rimarrai attraente per i prossimi cinque anni, ma sempre meno ogni anno che passa. La tua bellezza comincerà a sbiadire. Non è quindi un buon affare ’comprarti’ - che è quello che chiedi - sarebbe meglio affittarti" ha concluso il misterioso banchiere.

Mentre la donna ha rimosso l’annuncio da Craigslist con la relativa risposta, è diventato ora uno scherzo diffuso soprattutto a Wall Street quello di mandare email con l’annuncio e la risposta del banchiere. Invece di rimanere anonimo, l’autore della risposta ha infatti firmato con il suo nome e la compagnia per cui lavora, che appartiene alla divisione investimenti della JPMorgan Chase.

Brian Marchiony, portavoce della JPMorgan Chase ha dichiarato che nessun dipendente della banca ha mandato quella email e che la firma è finita accidentalmente quando ha allegato l’annuncio in un messaggio che ha inoltrato a un amico ed è finito sul blog.

Craigslist non ha voluto commentare lo scambio di messaggi, ma un portavoce del sito ha detto al New York Times che "tutto fa pensare che l’annuncio sia stato fatto sinceramente".


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giovedì 11 ottobre 2007
ore 15:18
(categoria: "Vita Quotidiana")





RIGURGITO ANTIFASCISTA
99 POSSE

Fichettini inamidati tutti turgidi e induriti
vanno per la strada tutti fieri ed impettiti
si sentono virili atletici e puristi
sono merda secca al sole luridi fascisti
Domenica allo stadio tutti a sfogare
frustrazioni accumulate in settimane ad obbedire
obbedire ad un potere strumentale al capitale
sissignore mi dispiace ho fatto molto male
Cala la notte e messe a posto le cartelle
reggono i calzoni con due comode bretelle
rasano la testa l’anfibio bene in mostra
coltello nella tasca e incomincia poi la giostra
Drogato negro, frocio comunista pervertito
terrone punk’ a bestia sadomaso travestito
è inutile nasconderti sarai individuato
e nel cuore della notte sarai sprangato
20 a 1 è la tua forza fascio infame
ti nascondi ed alle spalle mi colpisci con le lame
non ti fai vedere in faccia non serve a niente
con la tua puzza di merda ti distinguo tra la gente

C’ho un rigurgito antifascista
se vedo un punto nero ci sparo a vista
C’ho un rigurgito antifascista
se vedo un punto nero ci sparo a vista

Stai a sentire verme schifoso
tu non mi campi a lungo ti mando a riposo
c’è una sola violenza che posso accettare
lotta di classe contropotere
Violenza dettata da necessità
necessità oggettiva quella di poter campà’
Campare liberato dal lavoro salariato
ma la tua violenza l’ho già spiegato
è l’azione più eclatante miserabile e impotente
di chi non può far niente disprezzato dalla gente


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giovedì 11 ottobre 2007
ore 15:15
(categoria: "Vita Quotidiana")



Festa nel lager naziskin a Dachau
di Paolo Tessadri

Sono l’avanguardia dell’orrore, quella capace di superare ogni limite. Nazisti pronti all’insulto più estremo, all’oltraggio di qualunque memoria. Eccoli, fare il saluto hitleriano davanti al cippo che ricorda il forno crematorio di Dachau. Mettersi in posa compiaciuti accanto a quella scritta agghiacciante ’Arbeit macht frei’ sul cancello che migliaia di ebrei hanno varcato una sola volta. Poi mostrare le loro magliette con le machine-pistol usate dai guardiani per abbattere chi non obbediva ciecamente agli ordini. E sfoggiare le t-shirt con la sagoma delle SS davanti al monumento ispirato dall’intreccio dei corpi scheletrici nelle fosse comuni. Istantanee di una gita che incenerisce i confini della decenza, scattate per renderle oggetto di culto tra i camerati, come per dimostrare un primato ideologico: avere inneggiato al führer del Terzo Reich nel luogo dove l’Olocausto venne concepito. Dachau, a pochi chilometri da Monaco di Baviera, è il primo lager, quello in cui furono rinchiusi gli ebrei catturati nella ’Notte dei cristalli’ e gli oppositori del regime, quello usato per sperimentare il genocidio.

Le foto che ’L’espresso’ pubblica in esclusiva sono state sequestrate dai carabinieri del Ros di Bolzano durante un’inchiesta sui naziskin altoatesini. Erano conservate da alcune delle persone ritratte, che le esibivano con orgoglio ai loro accoliti. I sette camerati ripresi nelle immagini hanno patteggiato condanne comprese tra 12 e 30 mesi di carcere: l’ultima sentenza risale a poche settimane fa. Ma ai fini della pena questo reportage incredibile non ha avuto effetti: per il codice penale italiano il turismo dello sterminio non ha rilevanza. Nemmeno la legge Mancino, quella creata nel 1991 per porre freno all’ondata montante di razzismo, ha ipotizzato un tale baratro di disprezzo. Il procuratore capo Cuno Tarfusser e il pm Axel Bisignano nel sostenere l’accusa contro la banda di gitanti a Dachau non hanno potuto far pesare quello sfregio alla Memoria. Eppure il fenomeno dei tour nazisti è in crescita costante: dai luoghi hitleriani classici si passa sempre più spesso a incursioni antisemite. Che precipitano dalla goliardia alla vergogna.

Come definire altrimenti la foto, sequestrata dal Ros nella stessa operazione, che ritrae i due naziskin con l’accendino in mano sotto la lapide che ricorda la prima sinagoga incendiata in Germania durante la ’Notte dei cristalli’? In quella vacanza a Potsdam, in Brandeburgo, nel luogo del primo assalto delle camicie brune, la formazione è la stessa. Sono sette italiani dell’Alto Adige, inquadrati come militari, capeggiati dal ’comandante’ Armin Sölva e dal suo vice Christoph Andergassen. Hanno dai 18 ai 26 anni e nonostante le sentenze restano a piede libero.

L’organizzazione di Sölva e Andergassen è la Südtiroler Kameradschaftsring per la lotta di liberazione del Sudtirolo, con tanto di statuto messo nero su bianco: tra gli obiettivi, l’istigazione all’odio razziale e la venerazione di Hitler e ai suoi gerarchi. Una fede malvagia celebrata, secondo i risultati delle indagini, con minacce, pestaggi e devastazioni. Che li trasforma nell’avanguardia di una rete nera che attraversa l’Europa e che vede sfilare fianco a fianco camerati di ogni paese, spesso divisi da questioni etniche, come accade tra sudtirolesi e italiani, ma pronti a fare fronte comune con il braccio teso.

Identici gli slogan, testimoniati anche dalle magliette indossate nel lager bavarese. In una foto si vede Armin Sölva inginocchiato, mani giunte in atto di ringraziamento per lo sterminio, nella cappella che ricorda i 3 mila sacerdoti cattolici deportati. In un’altra, due camerati entrano nell’edificio centrale del campo dove è allestita la mostra sul Terzo Reich e in tenuta da skinheads posano sorridenti davanti alla grande scritta SS. Altri due compaiono vicini a una celebre frase della propaganda del Reich: ’Unsere Letzte Hoffung. Hitler’ (la nostra ultima speranza: Hitler). Indossano t-shirt con l’immagine di un soldato tedesco e di supporter di estrema destra, sempre dentro il campo di Dachau. Poi di spalle, piegati, con l’immagine di un mitragliatore su una t-shirt e sull’altra la scritta ’Siamo dei criminali convinti’, spingono giù il cippo di marmo eretto dove sorgevano i forni crematori. In un’altra immagine due del gruppo si mettono davanti al muro di cinta, sono ai lati di un cartello che indica la linea oltre la quale le guardie sparavano sui deportati: si immedesimano negli aguzzini degli ebrei.

Il lager, un monumento che dovrebbe essere tutelato in nome dell’intera umanità, appare incustodito. Nessuno ferma questi giovani altoatesini dal look inconfondibile. Si sono mossi indisturbati per ore, padroni del campo di sterminio dove non è stato nemmeno possibile stabilire un bilancio del massacro: dei 206 mila reclusi registrati, almeno 43 mila persero la vita. Ma si ritiene che molti deportati non venissero segnati nella contabilità del genocidio e che negli ultimi mesi del 1945 malattie e denutrizione fossero più letali delle SS: gli americani scoprirono 39 vagoni ferroviari colmi di cadaveri spettrali. Un inferno, che adesso serve come fondale per le foto-trofeo dei ’figli del Führer’.

Le trasferte in Germania e in Austria del gruppo altoatesino non servono solo per il turismo dell’orrore: sono fondamentali per consolidare i legami con le altre formazioni di estrema destra. I carabinieri dei Ros hanno infatti scoperto rapporti con almeno tre gruppi tedeschi e due austriaci con sede a Innsbruck, Vienna, Linz, Dresda, Berlino, Monaco e Norimberga. In una foto Sölva e Andergassen sono nella sede della Npd, il partito tedesco di estrema destra, con due rappresentanti del movimento politico berlinese: uno di questi è lo stesso uomo che ha accompagnato Sölva a Potsdam e che forse ha fatto da guida turistica nei lager.

È in questi raduni che si saldano anche i rapporti fra i neonazisti altoatesini di lingua tedesca e quelli italiani. A Passau, nella manifestazione per ricordare Rudolf Hess, l’enigmatico delfino di Hitler diventato uno dei miti nazisti, hanno marciato insieme. In una foto si vede in primo piano il gruppo di altoatesini e dietro sfilano gli aderenti al Fronte Veneto Skinheads, oggi rappresentati da Giordano Caracino, 28 anni. Secondo i rapporti dei carabinieri, nel marzo 2006 a Braunau am Inn, paese natale di Hitler, giovani del Fronte Veneto e naziskin da Roma, Verona, Trieste hanno sfilato e gridato slogan dentro un capannone: "Siamo tutti figli del Führer e discepoli del Duce". Erano presenti anche gli skinheads dei Braunau Bulldog, che nel 2005 fecero una gita a Mauthausen e dopo se ne andarono in una pizzeria a festeggiare: in Austria lo scandalo diventò un caso politico. Ma il loro gesto è diventato un modello da imitare, anche per i bolzanini. Che nelle istantanee posano davanti al cippo del forno crematorio di Dachau, dove una scritta invita alla riflessione: ’Pensate a come noi morimmo qui’. E loro invece alzano il braccio e gridano ’Sieg heil!’.



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giovedì 11 ottobre 2007
ore 13:20
(categoria: "Vita Quotidiana")



Germania, violenta la sua ex: sconto di pena perché è "sardo"

CAGLIARI - Incredibile sentenza ad Hannover. In un processo per violenza sessuale, un uomo ha avuto riconosciuta l’attenuante di essere sardo. Un cameriere di 29 anni ha tenuto segregata per giorni la ex fidanzata, l’ha picchiata, violentata, torturata e umiliata in vari modi, ma ha ottenuto uno sconto di pena ed è stato condannato a sei anni di carcere: il giudice gli ha concesso le "attenuanti etniche e culturali". Stupefatto il presidente del Consiglio regionale della Sardegna: "Se le motivazioni sono quelle riportate dagli organi di stampa, c’è da inorridire. Non c’è alcuna cultura sarda di segregazione e violenza sulle donne, si tratta di un episodio di violenza e, come tale, da condannare".

La sentenza è di un anno fa, ma è stata resa nota solo in questi giorni in quanto il legale del giovane, l’avvocato Annamaria Busia, sta tentando di fargli scontare la pena in Italia. "Ho ottenuto una copia tradotta in italiano, con il timbro del tribunale tedesco, - ha spiegato all’Agi - in vista dell’udienza per il trasferimento in Italia, prevista il 23 ottobre in corte d’appello a Cagliari".

Nella sentenza si legge, testuale: "Si deve tenere conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell’imputato. E’ un sardo. Il quadro del ruolo dell’uomo e della donna, esistente nella sua patria, non può certo valere come scusante me deve essere tenuto in considerazione come attenuante".

Il fatto di essere nato in Sardegna, per il giudice tedesco, rende quindi meno grave la responsabilità di un giovane che, convinto che la fidanzata lituana lo tradisse, l’ha tenuta prigioniera per tre settimane sottoponendola anche a violenze sessuali di gruppo. Le convinzioni del magistrato sui sardi, a dir poco bizzarre, hanno fatto risparmiare al cameriere almeno due anni di carcere. Il suo avvocato è comunque indignato: "E’ una sentenza razzista".


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mercoledì 10 ottobre 2007
ore 20:27
(categoria: "Vita Quotidiana")



Pannelli solari, verde e alta tecnologia
"L’ospedale-scandalo in mezzo al deserto"
di ALESSIA MANFREDI

ROMA - "Chi non è contrario alla guerra o contro la fame e l’ingiustizia? A parole sono tutti concordi. È nell’azione che ci si rende veramente consapevoli e partecipi degli eventi". Così scriveva nel suo diario africano l’architetto Raul Pantaleo. La sua "azione" è stata creare il centro cardio-chirurgico Salam in Sudan, progettato per Emergency. Un centro che nelle intenzioni di chi lo ha voluto doveva stupire, essere "scandalosamente bello e scandalosamente funzionale" per svegliare il mondo, far vedere che è possibile avere una struttura medica d’eccellenza anche nel cuore dell’Africa.

Dopo due anni di lavoro, l’ospedale è nato. Dalla sua inaugurazione lo scorso aprile a Khartoum offre assistenza gratuita a bambini e adulti affetti da patologie cardiache. E tutti possono dare una mano al progetto, sostenendolo fino al 31 ottobre con un sms al numero 48587 per donare 1 euro oppure chiamare lo stesso numero dalla rete fissa Telecom Italia per un valore di 2 euro. I gestori devolveranno l’intero ricavato ad Emergency.

"E’ stata una sfida enorme", racconta Pantaleo - milanese di nascita ma trapiantato da anni a Venezia, esperto di architettura sostenibile - e gli scappa un sospiro. "I primi tempi mi sentivo gelare le vene, soprattutto visto il livello tecnico disponibile nel paese. L’idea di Gino Strada di garantire il diritto alla salute nell’Africa più profonda, con un centro tecnicamente molto sofisticato, era già di per sé difficile. Poi c’era la sfida nella sfida: la parte edile".

L’ambiente vi ha creato difficoltà pratiche?
"La zona è difficile, c’è il deserto, la temperatura va dai 38 ai 54 gradi, c’è sabbia ovunque. Parliamo di un ospedale sofisticato, che è stato realizzato al grezzo quasi completamente con personale locale. C’era sempre qualcosa che non andava, ma riuscivamo spesso a prenderla in ridere. Poi tutti dicevano: non ci riuscirete mai. Invece siamo riusciti a portare il meglio. Rivendicando il diritto all’ambiente e al bello, abbiamo usato la migliore tecnologia possibile in questo momento, quella sostenibile".

La struttura è innovativa e orientata al risparmio energetico. Ci sono mille metri quadrati di pannelli solari termici per il rinfrescamento dell’edificio che fanno risparmiare parecchio: qualcosa come 300 chili di gasolio al giorno
"L’impianto dei pannelli è uno dei più grandi al mondo di questo tipo. Poi ci sono muri altamente isolanti, pareti e tetti altamente ventilati, un grande uso del verde per la mitigazione del caldo. Tutti accorgimenti che si usano per edifici di ottima fattura occidentali. E un sistema di filtraggio dell’aria che intrappola in modo naturale la sabbia e permette di abbattere la temperatura anche di nove gradi."

Che messaggio porta questo edificio nel territorio?
"Abbiamo anche voluto far vedere che in un paese come il Sudan, in fortissima crescita, che sta privilegiando un modello stile Dubai, con enormi palazzoni in vetro, lontani dalla tradizione, è possibile fare sviluppo di qualità con un occhio più attento alle tradizioni. L’edificio - 11mila metri quadrati di superficie coperta, con 4mila di ospedale vero e proprio - è basso, a corte, e ricorda il sistema della domus, dove la comunità si riunisce".

Il bello in questo caso non è un lusso?
"No. E l’ho capito proprio sul campo. In un ambiente degradato, di miseria, guerra, deserto umano e fisico, acquista un valore etico straordinario. Parliamo comunque di un qualcosa di sobrio, pulito, con molto verde. Non è un accessorio, ma rivendica il diritto delle persone a stare in un luogo adeguato".

Com’è stata quest’avventura?
"E’ stata la prima volta in Africa per me. I primi quattro mesi sono stati di totale amnesia dal mondo. Ho fatto di tutto, il muratore, ho lavorato a progetto. Ho pensato che non ce l’avremmo fatta. Intorno, c’era la miseria dei profughi sotto casa. Ma mi ha insegnato a vedere le cose dall’altra parte. Sono fortunato ad averla vissuta".

"E’ un’esperienza dopo cui ci si sente come un serbatoio umano" ha scritto nel suo diario che è diventato un libro in uscita a novembre per Eleuthera, Attenti all’uomo bianco".
"Non sta a me giudicare se il progetto è venuto bene, ma al di là di quello, vedere lo stupore della gente che viene curata al centro, come percepiscono che hai regalato loro quello che avevi, è un momento unico, privilegiato. E’ un modo per far sognare, per far vedere che nel tuo piccolo, qualcosa di concreto si può davvero fare. Un segnale, per quanto minuscolo, importante. E’ un messaggio di pace di cui abbiamo bisogno, non solo là ma anche qui".


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mercoledì 10 ottobre 2007
ore 14:58
(categoria: "Vita Quotidiana")



chi è che tra non molto lo indosserà?? eeeeh? chiiiiiiii??




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mercoledì 10 ottobre 2007
ore 14:47
(categoria: "Vita Quotidiana")



«Ho un rimpianto: non poter mettere a frutto i miei studi anche in Italia dove la ricerca sulle staminali embrionali è vietata. Ma in un futuro non lontano l’Italia sarà costretta a cambiare politica perché così vuole l’opinione pubblica. E perché anche gli individui più devoti hanno il dovere morale di battersi per curare chi già vive e soffre e non solo chi non è mai nato»

Mario Capecchi, premio Nobel per la Medicina 2007 per le ricerche sulle cellule staminali embrionali, Corriere della Sera 9 ottobre


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