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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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venerdì 5 novembre 2004
ore 10:14 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Nel testamento del rais le indicazioni al suo popolo
Nei rari momenti di lucidità, in questi ultimi drammatici giorni di Ramadan, Yasser Arafat ha chiesto alla moglie Suha Tawil di raccogliere e trascrivere le sue ultime volontà: è lei, dunque, che ha in custodia il testamento dell'Irriducibile. Si tratta di un documento corposo ed articolato, una sorta di estremo saluto al popolo palestinese e una raccomandazione: mai rinunciare alla legittima aspirazione di edificare uno Stato indipendente, soprattutto lottare uniti per i propri diritti, evitando la trappola israeliana, perché il nemico dei palestinesi ha tutto l'interesse a fomentare divisioni e lotte fratricide.
Il testo comincia con una citazione: quella della Surat Al-Fatiha, il primo versetto del Corano in cui si proclama la magnificenza e la misericordia di Allah. È anche la formula rituale per le sepolture. Nel testamento Arafat affronta il problema della sua tomba. O meglio, chiede di essere seppellito a Gerusalemme, nel piccolo cimitero musulmano adiacente alla Porta della Misericordia dirimpetto al Monte degli Ulivi, chiusa in tempi remoti dagli Ottomani perché la tradizione ebraica vuole che da lì, nel Giorno del Giudizio, passi il Messia su un asino bianco.
Anche per questo Sharon ha sempre detto: "Fin che sarò al potere, e non ho alcuna intenzione di dimettermi, non consentirò ad Arafat di farsi seppellire a Gerusalemme Est o nella Spianata delle Moschee". Quasi un anatema. La polemica sulla tomba di Arafat è vecchia come l'occupazione della Città Santa da parte degli israeliani, dopo la guerra del 1967. Arafat sostiene di aver ereditato 13 metri quadrati di terreno, lo spazio per sistemare una lapide circondata da un praticello, secondo l'uso musulmano, e quei 13 metri quadrati stanno proprio sotto il Monte degli Ulivi, a Gerusalemme Est.
Ma l'amministrazione israeliana li ha confiscati con uno stratagemma, appigliandosi ad una pretesa "assenza del proprietario". La disputa è uno dei tanti conflitti collaterali che hanno accompagnato la feroce guerra tra il Raìs e il suo acerrimo rivale Sharon, che per fare un dispetto ad Arafat comprò casa proprio dentro la Città Vecchia e per di più nel quartiere degli arabi: è facile individuarla perché sopra sventola un'enorme bandiera con la stella di David e perché sotto le finestre la pietra dell'abitazione viene imbrattata da graffiti color rosso sangue.
Nel testamento, Arafat insiste perché venga seppellito a Gerusalemme e non altrove. Un compromesso potrebbe essere Abu Dis, su di un'altura che fronteggia la Città Vecchia. Da lì si vede la Cupola della Roccia ricoperta d'oro, in arabo Qubbet es-Sakhra, edificata sul luogo che gli ebrei rivendicano perché lì c'è la roccia su cui Abramo stava per sacrificare il figlio Isacco. Insomma, tomba con vista sulla Spianata delle Moschee.
Ma Arafat ha sempre tenuto ai simboli. E ai loro significati: il poeta palestinese Mahmud Darwich gli dedicò queste parole: "Noi gli accordiamo tutta la nostra piena fiducia anche criticandolo... egli è il nostro capo e il simbolo della nostra storia contemporanea... egli abita nei nostri sogni e nei nostri cuori". Sentendosi uomo della "provvidenza", Arafat ha legato la sua vita al destino dei palestinesi e vuole legare anche la sua morte all'ideale pantheon della sua patria. In questi intrecci emotivi, sa che il funerale deve essere celebrato nella terra per cui ha sempre lottato.
Per questo, il problema della tomba è molto importante. Lo sa benissimo Sharon, il capo del governo israeliano teme che le esequie del Rais possano trasformarsi in qualcosa di incontrollabile, e lo temono pure i palestinesi moderati: aprire le porte della Spianata per l'eventuale funerale di Arafat è giudicato un azzardo, un gesto capace di innescare tensioni e derive pericolose sul piano dell'ordine pubblico e su quello politico-militare.
È tuttavia l'ultima, estrema sfida di Arafat. Non a caso i coloni minacciano di impedire l'eventuale funerale nella Città Vecchia. Non a caso qualcuno ha parlato di una tomba a Ramallah, a ridosso del Muro, in un punto dove gli ingegneri che l'hanno eretto hanno lasciato un buco, perché così si possa intravedere Gerusalemme. Un'offesa, più che un atto di generosità. E non a caso, Arafat, ha ribadito con ostinazione di voler la tomba lassù, nella Spianata, in attesa del Giudizio Universale quando solo gli uomini giusti saranno in grado di afferrare l'Haram, la Catena di Salomone, salvandosi dalle fiamme dell'inferno.
Arafat, sfida non soltanto Sharon, sfida i vecchi poteri palestinesi, a lui ostili, quelli incarnati dalla potente famiglia degli Husseini (alla quale diceva di appartenere) che ebbero nel gran mufti di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini l'eroe della resistenza palestinese nel 1948. E che hanno due tombe in questo inaccessibile sacro recinto. Loro hanno detto no alla pretesa di Arafat di solennizzare la sua traccia nel mondo dei vivi, cercando riposo eterno nel terzo luogo santo dell'Islam.
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venerdì 5 novembre 2004
ore 10:06 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Radicali e moderati: «E ora arriva la rivoluzione. Se non scateni la rivoluzione dei neo conservatori dopo una simile vittoria quando dovremmo farlo? Basta con le chiacchiere di unire il Paese. I liberali stavano per distruggerlo. Ma noi abbiamo vinto, noi siamo la rivoluzione».
Richard Viguerie, consigliere di Bush, New York Times, 4 novembre
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venerdì 5 novembre 2004
ore 09:46 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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venerdì 5 novembre 2004
ore 09:45 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Sale l'astro di Wolfowitz Ashcroft pronto alle dimissioni
Nel suo secondo mandato George W. Bush - legittimato da una vittoria netta e dal voto di 60 milioni di americani - cambierà sicuramente qualcosa sia nell'agenda politica che negli uomini incaricati di applicarla ma, al momento, non mostra troppa fretta. Anche nel quartier generale dei vincitori i "guru" elettorali lasciano il campo agli "strateghi" mentre Karl Rove analizza con i suoi uomini risultati e tendenze per offrire al presidente le migliori scelte e le migliori soluzioni per il futuro.
Dal 2 novembre sono uscite due Americhe che non sono quelle ipotizzate da Edwards in una troppo schematica divisione tra ricchi e poveri, ma che sono l'America delle due coste, con le sue università e i giornali liberal, e l'America delle sterminate praterie con i suoi ranch, i fucili, le chiese e i valori familiari. Il voto ha detto, senza ombra di dubbio, che quest'ultima è l'America della maggioranza e Bush ne dovrà tenere conto.
Il primo addio è stato anticipato dalla Cnn e sarà quello del ministro della Giustizia John Ashcroft previsto nel giro di quindici giorni. Per sostituirlo potrebbe essere chiamato il suo vice Larry Thompson, un nero, ma anche a Rudolph Giuliani la poltrona di "Attorney General" non dispiacerebbe. Il sindaco della tolleranza zero a New York, pur essendo un repubblicano moderato si è impegnato più del previsto durante la campagna elettorale e alla Casa Bianca (per la quale "Rudy" vorrebbe provare a correre nel 2008) hanno apprezzato i suoi ripetuti viaggi nella Florida di Jeb Bush.
Annunciato come partente da mesi è il segretario di Stato Colin Powell, anche se ieri il Washington Post metteva in dubbio l'addio dell'ex generale. Nell'America, che si è svegliata il 3 novembre più repubblicana e conservatrice, saranno in molti adesso ad andare a riscuotere il credito maturato in queste elezioni verso la Casa Bianca. Innanzitutto la destra cristiana.
I milioni di evangelici bianchi che si sono recati alle urne rappresentano un'armata che ha i suoi rappresentanti in Congresso e che si sente sottorappresentata. Alla Convention repubblicana di New York, in un momento in cui il partito cercava i voti dei moderati, gli esponenti della destra religiosa sono stati costretti a parlare la mattina davanti a una platea vuota, mentre repubblicani liberal come Schwarzenegger avevano il prime time televisivo.
Non è solo questione di apparenza, lo è soprattutto di sostanza e la prima cosa che gli evangelici pretendono è che Bush mantenga fede alla promessa di emendare la Costituzione vietando per legge i matrimoni tra omosessuali in tutti gli States come già hanno fatto 11 Stati.
Poi ci sono i "neocon". La presenza di Wolfowitz nella sala della Casa Bianca dove Bush attendeva i risultati con i familiari non è passata inosservata. Per il "falco" dell'amministrazione è pronta la poltrona di Condoleezza Rice - nel caso "Condy" dovesse andare al Dipartimento di Stato - ma non è escluso che possa essere proprio lui il successore di Powell. Il risultato elettorale ha rafforzato i "neocon" per i quali la sicurezza nazionale resta di gran lunga la prima questione.
Resta totalmente in piedi l'idea della democratizzazione dell'intero Medio Oriente con l'uscita di scena di Yasser Arafat che potrebbe aprire in tempi brevi nuove soluzioni al conflitto tra israeliani e palestinesi. Resta da decidere come premere su Iran e Corea del Nord, paesi verso i quali è al momento esclusa ogni operazione di tipo militare ma con cui nei prossimi quattro anni i conti andranno regolati.
E c'è la cosa più urgente, le elezioni in Iraq che si devono tenere a gennaio (primo passo altri 75 miliardi di dollari per finanziare la guerra e la lotta al terrorismo). Quanto ai difficili rapporti con l'Europa nell'amministrazione Usa si è convinti che le cose non potranno che migliorare: perché il vecchio continente non può fare a meno dell'America e perché adesso anche da Berlino e Parigi dovranno guardare con più rispetto a un presidente che è stato eletto in modo così chiaro e con una affluenza così alta.
E' un'agenda ricca anche in economia dove oltre a rendere "permanente" il taglio delle tasse Bush si è impegnato a costruire quella "ownership society", una società di piccoli proprietari in grado di pagarsi da soli pensioni e assicurazioni, dando un colpo mortale al "social security" ultimo bastione del welfare di Franklin Delano Roosevelt. Dalla sua ha il vantaggio di avere un Congresso in cui ha una netta maggioranza, cosa che rende la "rivoluzione" di Bush più facile e rapida.
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giovedì 4 novembre 2004
ore 17:07 (categoria:
"Vita Quotidiana")
E'andata oltre le migliori aspettative, possiamo continuare a essere antiamericani col cuore in pace. (jena)
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giovedì 4 novembre 2004
ore 17:01 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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giovedì 4 novembre 2004
ore 16:57 (categoria:
"Vita Quotidiana")
L'illusione dell'alta affluenza Kerry tradito dai nuovi elettori
Più affluenza alle urne uguale più giovani uguale più democratici. Questa illusione è durata fino alla notte fra il 2 e il 3. Suffragata autorevolmente da alcuni istituti di sondaggi, ha contagiato le redazioni dei grandi quotidiani e il network Cbs.
New York Times e Los Angeles Times sono usciti mercoledì mattina indicando ancora nel voto giovanile pro-Kerry la novità decisiva di quest'anno. Dai punti di osservazione delle grandi metropoli sulla East e West Coast non era visibile l'altro fenomeno, ben più massiccio, di neo-elettori accorsi in massa per salvare Bush.
L'America religiosa che compra 40 milioni di copie dei romanzi "Left behind", la fantascienza di Tim LaHaye ispirata al Libro dell'Apocalisse; l'America della Bible Belt dove l'80 per cento si dichiara credente e il 54 per cento approva l'intervento delle chiese in politica; l'America dei "cristiani rinati" che si mobilita per difendere la preghiera in classe e vuole vietare l'insegnamento della teoria dell'evoluzione (contrario all'interpretazione letterale della Genesi).
Non è la prima volta che l'America liberal, laica e tollerante, delle città costiere e cosmopolite cade in questo abbaglio: sottovalutare l'altra metà della nazione, le sue reti organizzative, la sua disciplina, il suo formidabile peso elettorale. Non è la prima volta che la parte più moderna del paese crea l'incidente fatale che fa il gioco dell'avversario: nel 1968 le bandiere a stelle e strisce bruciate in piazza dai manifestanti anti-Vietnam regalarono la "maggioranza silenziosa" a Richard Nixon (eletto trionfalmente contro il pacifista McGovern); nel febbraio del 2004 la "provocazione" decisiva è stata la fuga in avanti dei matrimoni gay celebrati qui a San Francisco dal sindaco Gavin Newsom.
Le cifre finali sull'affluenza alle urne sono impressionanti, e fanno a pezzi la logica dominante. Hanno votato 14,5 milioni di cittadini in più rispetto al duello Bush-Gore del 2000 che si era risolto (nel voto popolare) con un leggero vantaggio democratico. Dei nuovi elettori di quest'anno, 9 milioni li ha catturati Bush e solo 5,5 Kerry.
In quei numeri è contenuta, certo, anche la novità della "generazione Mtv", i teen-ager che hanno scoperto la politica nelle manifestazioni contro la guerra in Iraq. Ma il loro peso numerico non è stato quello decisivo. L'illusione ottica ha giocato un brutto scherzo ai grandi media americani. Durante la campagna elettorale era stata ben visibile l'esasperazione della sinistra democratica verso gli errori e le arroganze della presidenza Bush, perché questo era il fenomeno dominante a New York e San Francisco, Boston e Los Angeles: cioè nelle capitali dell'informazione. Di lì è nata la certezza che un aumento di affluenza alle urne non poteva che venire dalla mobilitazione dei democratici. Ma durante la campagna elettorale cresceva (e veniva alimentata ad arte) un'altra paura, quella della destra religiosa per i valori morali della famiglia calpestati dall'aborto, dai gay, dal permissivismo e dall'ateismo.
Perciò la sera del 2 novembre lo choc dei dati è stato così brutale. I sei Stati che hanno registrato il record assoluto nell'affluenza al voto - Florida, Georgia, Kentucky, South Carolina, Tennessee e Virginia - hanno tutti dato la maggioranza a Bush. Inoltre nell'America intera gli exit poll rivelavano un ordine di priorità sorprendente. Intervistati all'uscita dai seggi sul tema più importante dell'elezione, al primo posto (22 per cento) gli elettori hanno messo i "valori morali", relegando al secondo terzo e quarto rispettivamente l'economia, il terrorismo e l'Iraq. E sul terreno dei valori morali il 79 per cento propende per Bush, che ha inflitto a Kerry un distacco incolmabile (21 punti di scarto) fra gli elettori che vanno regolarmente in chiesa la domenica.
Chi aveva visto giusto è Karl Rove, il diabolico stratega elettorale di Bush fin dai tempi della prima campagna da governatore in Texas. Quattro anni fa, quando tutto il clan repubblicano si leccava i baffi per il regalo della Corte Suprema, e quando gli esperti davano per scontato che la destra religiosa avesse già votato compatta per Bush, Rove fu l'unico a rifare i conti con cura e arrivò a questa conclusione: ben quattro milioni di elettori credenti e moralisti del profondo Sud e del Mid-West nel novembre del 2000 erano rimasti a casa, probabilmente perché turbati dalle rivelazioni sull'alcolismo di Bush da giovane.
Da quel momento Rove ha lavorato per quattro anni a recuperare i battaglioni del fondamentalismo cristiano. Ha suggerito a Bush di nominare un ministro della Giustizia (John Ashcroft) integralista, ha spinto per il veto alla ricerca sulle cellule staminali, ha consigliato di usare termini biblici da crociata religiosa nella guerra al terrorismo (l'Asse del Male), ha promosso il ruolo delle chiese nell'insegnamento scolastico e in varie attività di welfare al posto dello Stato, è riuscito a fare escludere dagli aiuti al Terzo mondo ogni Paese o organizzazione umanitaria che promuova il controllo delle nascite. Infine, quando la trasgressiva e radicale San Francisco ha offerto il matrimonio alle coppie omosessuali, Bush ha proposto che venisse vietato nella Costituzione.
Insieme con l'elezione presidenziale, undici Stati hanno organizzato dei referendum sul matrimonio gay: in tutti ha prevalso il "no", incluso l'Ohio dove si è giocata la differenza decisiva con Kerry.
La tessitura paziente di Karl Rove ha fatto il capolavoro di portare alle urne milioni di appartenenti a una maggioranza silenziosa, che non si sentiva così motivata dai tempi di Nixon e di Ronald Reagan. La Christian Coalition of America, e con essa decine di organizzazioni del collateralismo clericale, ma anche gruppi giovanili come le associazioni per l'astinenza sessuale tra i teen-ager, si sono messe al lavoro con i volantinaggi domenicali nelle chiese, le riunioni di condominio e di quartiere, gli autobus per trasportare gli anziani non autosufficienti alle urne, ripetendo il miracolo della Moral Majority che fece vincere Reagan. Non tutto l'integralismo è protestante.
Proprio nell'Ohio il cattolico John Kerry ha pagato duramente la diserzione di una fascia di elettori cattolici, influenzati dai vescovi americani che avevano minacciato la scomunica contro Kerry per la sua posizione sull'aborto.
Il capolavoro di Rove ha un limite. Ha fatto il pienone dell'America moralmente conservatrice, ma a differenza di Reagan che negli anni 80 conquistò New York e il Massachusetts, non ha saputo penetrare nel territorio avversario.
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mercoledì 3 novembre 2004
ore 18:18 (categoria:
"Vita Quotidiana")
una delle poche buone notizie
Illinois, il seggio dei repubblicani va un democratico afroamericano
E' riuscito a strappare un seggio ai repubblicani, quello dell'Illinois, battendo di larga misura il suo rivale, Alan Keyes, un afroamericano come lui. Barack Obama, 43 anni, democratico è stato eletto al Senato. Astro nascente dei democratici, in politica da tempo, ma solo a livello locale, Obama era uno sconosciuto fino a poco tempo fa, ben più del suo avversario, un assiduo frequentatore dei talk show radiofonici. A luglio, alla convention dei democratici con un appassionato intervento a favore di John F. Kerry esce finalmente dall'oscurità. Punta al cuore dei democratici e vince.
Non accade spesso che un afroamericano riesca a varcare la soglia del Senato degli Stati Uniti. Lui c'è riuscito. Si laurea ad Harvard, in legge, ed è il primo afroamericano a presiedere la prestigiosa rivista "Harvard Law Review". Dopo Boston, Obama torna a Chicago. Declina tutte proposte di importanti studi legali della città e inizia a dedicarsi alla difesa dei diritti civili. Il successo di Obama, a cui la stampa africana sta dedicando col passare delle ore sempre più spazio, secondo alcuni è solo il preludio di una carriera che nel 2016, all'età di 54 anni, potrebbe vederlo diventare il primo nero candidato alla presidenza degli Stati Uniti d'America.
I democratici festeggiano, ma è nel piccolo villaggio di Nyangoma Kogalo, in Kenya che la vittoria viene vissuta come un trionfo. E' da lì che viene suo padre, è laggiù che vive ancora parte della sua famiglia. Stanotte a Kogalo, non lontano dallo sponde del lago Vittoria, non ha dormito nessuno. Tutti nei bar e in piazza a festeggiare e a brindare con una birra che porta già il suo nome. La speranza degli abitanti di questo piccolo villaggio è che l'uomo che è riuscito ad arrivare al Congresso americano possa aiutare il villaggio e tutto il Kenya. "Siamo felici che nel cuore del governo più potente del mondo ci sia qualcuno che conosca i problemi del Kenya e del Sud del mondo in generale", ha detto lo zio del neo senatore dell'Illinois, Said Hussein Obama, in un'intervista al programma sull'Africa della Bbc.
Il neosenatore Obama è il figlio di un pastore di capre che un giorno vinse una borsa di studio e si trasferì alle Hawaii. Lì incontrò una americana. I due si sposarono e nacque Barack, che vuol dire benedetto.
La più commossa è la nonna, 82 anni. "Quando sono andato a trovarlo negli Stati Uniti - racconta - mi disse che sarebbe entrato in politica, ma non pensavo che questo avrebbe provocato così tanta attenzione in tutto il mondo". Con una punta di orgoglio l'anziana donna ha raccontato di quando il giovane Barack arrivò a Nyangoma nel '92 per compiere una ricerca sulle proprie origini. "Poteva permettersi una macchina a noleggio, ma preferiva girare in lungo e largo per la provincia di Nyanza strizzato all'interno di affollati Matatu", ricorda la signora Obama facendo riferimento ai coloratissimi e chiassosi pulmini che garantiscono a prezzi economici il trasporto pubblico in Kenya.
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mercoledì 3 novembre 2004
ore 18:07 (categoria:
"Vita Quotidiana")
cane
Kerry ammette la sconfitta
BOSTON - Sono le undici del mattino quando il senatore democratico John F.Kerry, chiama al telefono il presidente Bush per ammettere la sconfitta elettorale. "Il senatore si è congratulato con il presidente", ha detto alla Cnn un collaboratore di Kerry. "La nazione è troppo divisa, bisogna fare qualcosa per riunificarla". Con queste parole Kerry abbandona la corsa. Si chiude così, senza l'annunciata battaglia legale, la corsa alla Casa Bianca.
Il senatore del Massachusetts parlerà ai suoi sostenitori alle 19, ore italiane. Poi sarà la volta di Bush, che alle 21 con un discorso alla nazione annuncerà la vittoria. I democratici avrebbero valutato che non ci sono speranze di vincere nello Stato conteso, l'Ohio, senza il quale Kerry non ha possibilità di essere eletto. Si chiude così una decisiva campagna elettorale centrata sulla guerra in Iraq, la lotta al terrorismo e l'economia.
La telefonata di Kerry è arrivata poche ore dopo che il capo dello staff della Casa Bianca, Andrew Card, si era detto convinto della rielezione del presidente in carica. E finita l'incertezza che aveva caratterizzato le elezioni il dollaro fa un balzo in avanti, mentre gli indici di Wall Street viaggiano sui massimi di giornata.
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mercoledì 3 novembre 2004
ore 11:10 (categoria:
"Vita Quotidiana")
FERMATE LE ROTATIVE!!!!
urca! che cantonata s'è preso il manifesto di oggi.. miiiii....
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