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Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. E come vivo? Vivo. In povertà mia lieta scialo da gran signore rime ed inni d’amore. Per sogni, per chimere e per castelli in aria l’anima ho milionaria. Talor dal mio forziere ruban tutti i gioielli due ladri: gli occhi belli. V’entrar con voi pur ora ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto son dileguati. Ma il furto non m’accora, poiché vi ha preso stanza la dolce speranza!
Or che mi conoscete, parlate voi. Chi siete? Via piaccia dir?

Scrivo un diario inutile. senza note, senza parole, senza frasi. Solo pagine vuote, bianche. Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano. (Alessandro Sebastiano Morandi)
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lunedì 1 ottobre 2007
ore 11:28 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Quelle aule così lontane dalla società che cambia Tutti sognano una scuola diversa, la fiducia espressa è sempre "nonostante" qualcosa di ILVO DIAMANTI
LA SCUOLA non gode di buona fama e di buona stampa, da qualche tempo. Perché considerata asimmetrica rispetto ai cambiamenti sociali, economici, culturali. Perché gli insegnanti hanno perduto considerazione, credibilità. Perché pare divenuta un luogo insicuro, attraversato da violenze quotidiane, piccole e (talora) grandi. Il sondaggio di Demos-coop, però, fornisce un’immagine diversa. Certo, la sua credibilità fra i cittadini, negli ultimi anni, è calata. Ma, il giudizio nei suoi confronti risulta ancora largamente positivo. Circa il 55% degli italiani, infatti, manifesta fiducia nella scuola e nell’università. Una quota ancor più ampia, il 60%, negli insegnanti. Oltre i due terzi delle persone si dicono "soddisfatti" dei servizi e delle prestazioni della scuola. Pubblica. Mentre la scuola privata, di ogni ordine e grado, ottiene commenti assai meno positivi.
Si tratta di dati inattesi, in contrasto con il dibattito politico e mediatico, ma anche con il senso comune. Riflettono il rapporto ambiguo fra scuola e società, tra le famiglie e il sistema educativo, tra i genitori i professori.
I cittadini, infatti, esprimono fiducia nella scuola e negli insegnanti "nonostante". Perché, in realtà, vorrebbero una scuola diversa. Con più risorse, maggiori relazioni con il mercato del lavoro. In grado di riconoscere e di promuovere il talento degli studenti, permettendo ai migliori di emergere.
Vorrebbero, inoltre, insegnanti più motivati. Sottoposti a un costante processo di "valutazione". E, quindi, "premiati" in base al merito, in termini di carriera e di retribuzione. Come propone, d’altronde, il "Quaderno bianco sulla scuola", predisposto di recente dai ministeri della Pubblica Istruzione, del Tesoro e dell’Economia. Si tratta di attese largamente deluse. Da cui originano, fra l’altro, le contestazioni di molti genitori nei confronti degli insegnanti. A "protezione" dei figli. Non sempre per "giustificato motivo".
In altri termini: la scuola fornisce un servizio utile e piuttosto apprezzato, dalle famiglie e dagli studenti. Ma non riesce più a trasmettere il senso del futuro. Non dà più "sicurezza". Come, invece, è avvenuto, in passato, nel nostro Paese. La scuola: il "centro" della vita sociale, dell’educazione, della formazione. Dove si comunicano valori, modelli e conoscenze. Dove, per dieci-vent’anni, gli individui trascorrono gran parte del loro tempo di vita. Dove passano dall’infanzia, all’adolescenza, alla giovinezza fino all’età adulta (anche se pochi, ormai, accettano di "diventare grandi"). Senza soluzione di continuità. Dove i giovani coltivano amicizie e incontrano "maestri", buoni o cattivi non importa; ma capaci di fornire modelli, di fungere essi stessi da esempio. Dove si ridimensionano le differenze sociali e si valorizzano i "talenti" individuali.
Nella "memoria" degli italiani la scuola è tutto questo. Anche se, nei fatti, si tratta di una raffigurazione eccedente e mitizzata. Oggi, però, è "impossibile" immaginare che tutto ciò sia "possibile". Perché è cambiato tutto; intorno ma anche all’interno. Il mondo, il sapere, i valori, l’organizzazione della conoscenza, la comunicazione. Sono cambiate la demografia, la struttura e la dinamica del mercato del lavoro. E’ cambiato il rapporto fra genitori e figli. Però la scuola resta sempre lì. Al suo posto. Allo snodo tra i giovani, le famiglie, la società, le istituzioni.
Anzi, occupa una "porzione" del tempo di vita personale e familiare crescente. Visto che si tende ad anticipare l’ingresso nel sistema educativo e, nello stesso tempo, ad accompagnare un numero più ampio di persone fino alla laurea, senza "perderle per strada". Visto che il rarefarsi del numero dei figli ha accentuato la pressione e l’attenzione dei genitori sulla loro "carriera scolastica".
Da ciò il contrasto di atteggiamenti e di giudizi. La scuola e gli insegnanti soffrono di cattiva fama, perché subiscono la pressione di attese irrealistiche. Che contribuiscono ad alimentare le tensioni con gli studenti e i loro genitori. D’altronde, la legittimazione sociale degli insegnanti, oggi, è declinante. Il "professore universitario" dispone ancora di un prestigio professionale notevole. Poco inferiore ai magistrati e più elevato rispetto ai manager privati e agli imprenditori. Ma i maestri e i professori delle secondarie - superiori e medie - godono, invece, di considerazione assai minore. Il che ne limita l’autorevolezza: in classe e nell’ambiente sociale. (Difficile ottenere rispetto da ragazzi i cui genitori hanno redditi, consumi, posizione professionale di livello molto più elevato).
Tuttavia, "nonostante tutto", la scuola e i professori condividono con gli studenti e le famiglie un percorso biografico molto lungo. E ciò spiega la grande fiducia di cui godono. Perché, in fin dei conti, la scuola continua a fare da "collante" in una società "scollata". E’ un elemento "normale", per questo importante, della storia personale e della vita quotidiana. Non è un caso che venga apprezzata in misura maggiore fra coloro che ne hanno esperienza diretta. La fiducia nella scuola, ad esempio, è espressa dal 54% della popolazione nell’insieme, ma dal 62% di coloro che hanno un familiare che studia e, infine, dal 66% degli studenti. Al tempo stesso, cresce parallelamente all’ottimismo nel futuro, al senso di sicurezza personale, alla fiducia negli altri. Perché è una risorsa di "capitale sociale". Luogo di relazioni, dove, per quanto in modo contraddittorio e traballante, si rafforza il "senso civico", la solidarietà.
Altra origine delle tensioni che scuotono la scuola è la frammentarietà degli interventi riformatori, di cui è stata oggetto nel corso degli anni. Soprattutto nell’ultimo periodo. Privi di coerenza, di un disegno. L’hanno cambiata senza fornirle una identità, un profilo comune. Senza comunicare un progetto, a chi vi opera, agli studenti, alle famiglie. Per questo, alcuni elementi della riforma annunciata dal ministro dell’Istruzione, Fioroni, incontrano un favore così massiccio. La riproposta degli esami di riparazione (80 per cento), l’apertura degli istituti di pomeriggio (77 per cento), la maggiore attenzione dedicata a materie come la geografia, la matematica e soprattutto l’italiano.
Riscuotono un consenso ampio perché evocano i "fondamenti" della tradizione educativa. Il ritorno alla scuola di un tempo, "quando le cose funzionavano". E riflettono l’insoddisfazione per l’esperienza recente, che non riesce a dare orientamento, senso del futuro. Certezze.
Da ciò il sospetto che le famiglie cerchino nella scuola una supplenza (ma anche un alibi) alle proprie difficoltà di capire e di educare i giovani. Come suggerisce la questione del "bullismo". Un fenomeno preoccupante, che, tuttavia, gran parte degli italiani non considera un’emergenza. Tanto meno i giovani e gli studenti. I più spaventati sono quelli che non vanno a scuola. E che non hanno studenti in famiglia. Si tratta, dunque, di una "paura" largamente in-giustificata; e in-definita. Riflette un senso di insicurezza più generale. Non è un caso che i principali responsabili della violenza nelle scuole siano ritenuti, anzitutto, i genitori. Poi, in misura più limitata, gli insegnanti. Accusati, entrambi, di non esprimere né esercitare "autorità".
L’insicurezza delle scuole, così, finisce per riflettere la crisi di senso e di governo che affligge la società. L’autorità perduta, non solo dalla politica e dalle istituzioni. Ma anche dalla famiglia. Da ciò l’atteggiamento contraddittorio nei confronti della scuola. Che critichiamo tanto. Ma ispira, nonostante tutto, fiducia. E’ come provare disagio davanti allo specchio. Guardando la nostra immagine riflessa. Perché la scuola siamo noi.
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lunedì 1 ottobre 2007
ore 10:49 (categoria:
"Vita Quotidiana")
A3, un chilometro costa 20 milioni Salerno-Reggio, il cantiere infinito. di Sergio Rizzo
ROMA — Dicono gli esperti che si sarebbe fatto prima a costruire unautostrada nuova. Soprattutto, si sarebbe speso meno. Per costruire la Salerno- Reggio Calabria ci sono voluti circa undici anni (dal 1963 al 1974) e una somma che oggi corrisponderebbe a 5,6 milioni di euro a chilometro. Per ammodernarla, di anni ne serviranno quattordici (dal 1998 al 2012) e si spenderanno 20,3 milioni al chilometro. Il conto è di 9 miliardi di euro, cioè 152 euro per ogni cittadino italiano, neonati e vegliardi compresi. Naturalmente, salvo sorprese. Per avere unidea di che cosa significa una cifra del genere, basti pensare che per la realizzazione ex novo del tracciato collinare dellautostrada tirrenica sponsorizzato dallex ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi e che lattuale maggioranza contestava per limpatto ambientale e i suoi costi eccessivi dovuti a gallerie e viadotti, era stata prevista una spesa di 14,9 milioni a chilometro.
DUE CORSIE — Ma chi pensa che, dopo aver tirato fuori tutti questi quattrini, la sgarrupata A3 lascerà il posto a una highway californiana, resterà probabilmente deluso. Dei 443 chilometri, i primi 53 saranno a tre corsie più quella demergenza. Gli altri 390 rimarranno a due corsie, come oggi, più quella demergenza. Molto più belle, molto più larghe, molto più sicure. Ma sempre due: per una strada sulla quale passano 3.000 (tremila) Tir al giorno. Per non parlare dei disagi. Già ora ci sono 148 chilometri di cantieri. E oggi, primo ottobre, è la data prevista per linizio dei lavori sul tratto compreso fra Bagnara Calabra e Reggio Calabria. Nei giorni scorsi il ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi non ha nascosto di essere terrorizzato, arrivando al punto da suggerire il rinvio dellapertura del nuovo cantiere. Ma il suo collega delle Infrastrutture Antonio Di Pietro non ci sente. E neppure lamministratore delegato dellAnas, Pietro Ciucci: il rinvio comprometterebbe tutta la tempistica dei lavori. Almeno però Bianchi è riuscito a ottenere un centinaio di milioni di euro dalla Finanziaria per alleviare un po lemergenza nellarea dello Stretto agevolando il trasporto dei Tir via mare da Messina al porto di Gioia Tauro, che farebbe scavalcare ai mezzi pesanti la terribile strettoia di Reggio.
IL «GIRONE» — Un pannicello caldo. Ma è meglio di niente. Da mesi il tratto calabrese è un girone dantesco. I disagi vengono giustificati dallAnas con il fatto che i lavori devono essere fatti «in sede», senza interrompere la circolazione dei veicoli. Ma questo spiega soltanto in parte perché il calvario sia destinato a durare, nella migliore delle ipotesi, ancora fino al 2012. Un giorno di ottobre di tre anni fa lingegner Carlo Bartoli, direttore centrale dellAnas, ha allargato le braccia: «I gravi problemi della Salerno-Reggio Calabria partono da unerrata concezione dei progetti, che ha rallentato enormemente i lavori». Ma se la colpa vada addebitata (come sempre!) a chi cera prima, o piuttosto le responsabilità non vadano cercate semplicemente, come ha detto non più tardi di un paio di mesi fa Fausto Bertinotti, alla «impotenza della politica», di cui lautostrada A3 sarebbe secondo il presidente della Camera «il monumento», poco importa. Quello che conta è il risultato. E purtroppo lautostrada Salerno- Reggio Calabria non è nemmeno uneccezione. Qualche mese fa Di Pietro ha portato in Parlamento dei dati che dimostrano come un chilometro di linea ferroviaria ad alta velocità costi 13 milioni di euro in Francia, 15 in Spagna e 44 (quarantaquattro) in Italia: dove i cantieri si sono aperti 13 anni fa e non cè ancora un tratto completo di linea funzionante. Intendiamoci, che la faccenda sia nata male e sia stata gestita peggio ancora, non cè alcun dubbio. Tutto cominciò con una legge del 1961. Lautostrada laveva fortemente voluta lallora leader socialista calabrese Giacomo Mancini che in seguito, come ministro dei Lavori pubblici, avrebbe gestito direttamente loperazione. I lavori durarono lo spazio di tre cicli elettorali: quello del 1963, quello del 1968 e quello del 1972. E ne furono fortemente influenzati: una deviazione o uno svincolo non si negò a nessuno. È così che lautostrada A3 in 443 chilometri di tracciato ha una cinquantina di uscite: una mediamente ogni 8,86 chilometri. Particolarità che ha sempre rappresentato un deterrente formidabile per il suo «pedaggiamento». Quando lItalstat ci aveva messo gli occhi sopra, si calcolò che il costo per realizzare i caselli avrebbe imposto un pedaggio tre volte superiore a quello praticato sul resto della rete.
NIENTE CONTROLLI — Ma senza caselli, vuol dire anche senza controlli. Quindi, terra di nessuno. Così sulla Salerno-Reggio Calabria è successo di tutto. Dagli scheletri rinvenuti nei canali di scolo, agli agguati a poliziotti e carabinieri a colpi di lupara, alle rapine con abbordaggio dei veicoli in transito: la più tragica finì con lomicidio del piccolo Nicholas Green. La Salerno-Reggio Calabria poteva costare pure il posto a un ministro della Repubblica, quando nel 2005 il centrosinistra presentò una mozione di sfiducia nei confronti di Lunardi per un clamoroso ingorgo con centinaia di auto intrappolate sotto una tempesta di neve. Proprio Lunardi, che nel 2001, sedendosi sulla poltrona di responsabile delle Infrastrutture, aveva promesso: «Lautostrada sarà pronta nel 2004-2005. Ho già chiesto che si paghi il pedaggio». A promettere aveva cominciato nel 1987 Bettino Craxi: la Salerno-Reggio Calabria sarebbe stata sistemata con 1.000 miliardi, ovvero 983 milioni di euro di oggi. Cinque anni più tardi i miliardi erano diventati già 5 mila. Altri cinque anni e il preventivo salì a 6 mila. Nel 1999 il procuratore nazionale Antimafia Piero Luigi Vigna ammonì: «Nel Mezzogiorno arriveranno migliaia di miliardi per grandi opere fra cui il raddoppio della Salerno- Reggio Calabria. La mafia è già al lavoro». I lavori erano cominciati da un anno ma andavano a rilento. E continuarono così. Nel 2004 la Fillea Cgil denunciò che di quel passo sarebbero finiti nel 2040. Intanto il conto era salito a 6,9 miliardi di euro. Ancora tre anni e si è arrivati alla bellezza di 9 miliardi, con la previsione di chiudere nel 2011-2012. E mancano sempre i caselli.
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sabato 29 settembre 2007
ore 11:28 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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venerdì 28 settembre 2007
ore 17:26 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Cagliari, coltivare droga in casa non è reato "se si dimostra che luso è personale"
CAGLIARI - Coltivare un paio di piantine di marijuana nel terrazzo della propria casa non è reato. Ma solo se si dimostra che la piantagione serve a soddisfare le esigenze personali di consumo. Il Tribunale di Cagliari questa mattina ha assolto un giovane denunciato dai carabinieri lo scorso agosto perchè nella sua abitazione erano state trovate due piante di marijuana.
Limputato, giudicato col rito abbreviato, è stato assolto perché il fatto non sussiste. Le motivazioni si conosceranno fra trenta giorni, ma è probabile che il giudice abbia accolto le argomentazioni del suo difensore, lavvocato Giovanni Battista Gallus, che ha richiamato una decisione della Cassazione dello scorso maggio e una, di analogo contenuto, del Gup di Cagliari, risalente a giugno.
Il 10 maggio la VI Sezione Penale della Suprema Corte, con la sentenza 17983, aveva annullato la decisione della Corte dAppello di Roma, confermativa di quella di un tribunale locale, che aveva condannato un giovane per aver coltivato nel proprio fondo cinque piante di marijuana. La Cassazione aveva assolto il ragazzo perché il fatto non sussisteva, individuando una netta differenza tra la coltivazione in senso tecnico e la detenzione per uso personale. La coltivazione presuppone infatti la disponibilità di un terreno, oltre a una serie di attività, che vanno dalla preparazione della terra alla semina, dal controllo delle piante alla creazione di magazzini per la custodia del prodotto. La cosiddetta coltivazione "domestica" di poche piantine non poteva essere compresa allinterno del concetto tecnico-giuridico.
La piantagione casalinga era stata equiparata dalla Suprema Corte alla detenzione per uso personale, ragione per cui la condanna del giovane romano era stata annullata senza rinvio, mettendo fine alla vicenda. Insomma, di volta in volta, sarebbe toccato al giudice valutare se una coltivazione, per le sue caratteristiche e la sua estensione, rientrasse nel concetto di piantagione illecita oppure no. E il tribunale di Cagliari ha sentenziato: la coltivazione di quel ragazzo, due piantine in totale, è lecita, perché la droga è destinata solo a lui.
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giovedì 27 settembre 2007
ore 16:57 (categoria:
"Vita Quotidiana")
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mercoledì 26 settembre 2007
ore 11:49 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Unimmagine ingrandita del testo letto da George W. Bush allassemblea dellOnu. Si nota una delle dizioni suggerite al presidente Usa, in questo caso per «Khartoum» che diventa «car-TOOM». Qui di seguito altri «suggerimenti» inseriti nella versione personale di Bush del suo intervento e finiti per errore nella versione ufficiale pubblicata dal sito delle Nazioni Unite.
Sarkozy [sar-KO-zee]
Kyrgyzstan [KEYR-geez-stan]
Harare [hah-RAR-ray]
Mauritania [moor-EH-tain-ee-a]
Khartoum [car- TOOM]
Mugabe [moo-GAH-bee]
Caracas [kah-RAH-kus]
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martedì 25 settembre 2007
ore 11:02 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Dietro quei no il potere dei maschi di CONCITA DE GREGORIO
Ti cacciano dal Prado, ti fanno scendere dallaereo, ti chiedono di uscire dal bar. Prima ti dicono che è tuo preciso dovere di donna e di madre allattare tuo figlio, se non lo fai sei degenere, lo privi per frivolo egoismo degli anticorpi che gli serviranno per vivere, mini la sua salute sei una specie di killer. Campagne ministeriali, proprio. Il latte in polvere oltretutto costa una fortuna le aziende ci speculano quindi ok, al seno. Poi quando lo fai ti pregano di allontanarti perché sei indecente, che vergogna quello spicchio di seno, ma che fa, ma dove crede di vivere, si copra.
Io non ci credo. Non credo allindignazione né al turbamento maschile, non credo che siano stupidi né ipocriti che quasi sempre è lo stesso. Viviamo in un epoca in cui le ditte di abbigliamento si fanno pubblicità con foto dove lui cerca di violentare lei mentre un terzo impassibile li guarda. Esibire reggicalze e scollature anche posticce purché monumentali garantisce fama denaro e spesso un posto in Parlamento. Non ho mai visto una madre che allatta farlo con ostentazione, è un gesto intimo e necessario che si compie chine su se stesse. I reggiseni, se è questo il problema, non sono wonderbra di pizzo: sono scafandri col bottone. Le madonne dei quadri lo fanno nude, è difficile anche credere al turbamento estetico: siamo cresciuti davanti a icone di Vergini nutrici. Credo che sia un rigurgito di esercizio di potere, piuttosto.
I neonati hanno fame ogni due ore, qualcuno ogni ora. Se non puoi allattarli "in pubblico" devi stare a casa. Non un supermercato né un cinema, non un caffè al bar, figuriamoci se puoi prendere un aereo o andare in visita a un museo, fare un concorso. E tuo dovere di donna pensare prima al bambino. Meglio se sparisci dalla vista, dalla competizione, dalla vita. Vai, esci pure di scena. Ripresentati quando sei in forma, lato A e lato B ben esposti, possibilmente con la biancheria giusta.
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martedì 25 settembre 2007
ore 10:33 (categoria:
"Vita Quotidiana")
"Vietato allattare" le mamme in rivolta Prado, sit in davanti alla Maya Desnuda di CRISTINA NADOTTI
Il seno della Maya Desnuda sì, quello della mamma che allatta, no. Il 7 agosto Cindy Piccard si è messa ad allattare il figlio di sei mesi nella sala del museo madrileno del Prado dove è esposto il quadro di Francisco Goya ed è stata allontanata da un sorvegliante. "Non può allattare qui, deve andare nella caffetteria o alla toilette", ha detto luomo alla donna, che voleva acquietare il bambino e continuare a guardare i quadri. Domenica scorsa Cindy è tornata al museo del Prado con una ventina di mamme, tutte con i figli in braccio. Si sono sedute sui divanetti della sala 16B e hanno allattato i bambini in mezzo ai tanti visitatori domenicali.
Questa volta nessuno si è avvicinato per invitare le donne ad andare altrove, nonostante in precedenza a Cindy fosse arrivata una lettera della direzione del Museo, con la quale la struttura giustificava il comportamento del sorvegliante e rendeva noto che presto al Prado sarà messa a disposizione delle madri una stanza dove allattare i figli in tranquillità. "Non è questo il punto - ha detto Cindy Piccard per spiegare la protesta di domenica - non serve soltanto uno spazio dedicato alle madri, serve una diversa considerazione del gesto. Vogliamo che mostrare il seno per allattare i nostri figli sia considerato normale".
In Spagna, come in Italia, negli Stati Uniti e nella maggior parte dei paesi europei, non cè una legge che impedisce di scoprire il seno in pubblico per allattare, tuttavia molte donne si sentono a disagio e sono talvolta invitate o costrette a nascondersi quando devono occuparsi dei figli. Nel novembre 2006 a Dallas, in Texas, una donna americana fu fatta scendere da un aereo quando rifiutò di nascondersi sotto una coperta per offrire il seno al bambino. Ne seguì unazione legale e numerose proteste con sessioni di allattamento collettive negli aeroporti di tutti gli Stati Uniti. Lo scorso febbraio a Roma la proprietaria di un bar si è messa a urlare "Qui certe cose non sono permesse!" e ha cacciato dal locale una donna che, mentre faceva colazione come tutte le mattine, si era fermata al tavolino anche per allattare il bambino che nel frattempo si era messo a piangere.
La gente reagisce in modo negativo a un seno scoperto per paura, secondo i sociologi. "Si tratta di reazioni sessuofobiche - è la spiegazione di Enrico Pugliese, dellIstituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali - per cui un seno nudo è visto come richiamo sessuale". Colpa però anche della confusione generata nella gente dalle tante teorie per il corretto allevamento dei bambini, che spesso si sono sostituite alla tradizione, al buon senso materno: "Nella società moderna spesso è prevalsa la teoria per cui del neonato si deve prendere cura la collettività più che la madre come individuo - continua Pugliese - Non a caso uno dei paesi dove più numerosi sono i casi di discriminazione delle donne che allattano sono gli Stati Uniti. Qui, a una società in cui lelemento puritano è molto presente si sono aggiunte teorie sulla cura dellinfanzia volubili e cicliche".
Nessuno discute più sul fatto che allattare al seno sia preferibile e consigliato, eppure farlo in pubblico è difficile. Non ci sono neanche precauzioni igieniche a sconsigliarlo: "I microbi che possono arrivare al bambino perché viene allattato in un luogo pubblico non sono più di quelli che gli passa la gente che lo accarezza o che vengono dal ciuccio - dice Roberta Lodi, microbiologa esperta di produzioni alimentari e latte in particolare - Il bambino non deve vivere in una campana di vetro e per lo sviluppo del suo sistema immunitario il latte materno è la migliore garanzia".
E Donatella Poretti, la deputata della Rosa nel Pugno che dopo lelezione in Parlamento ha chiesto le venisse messa a disposizione una stanza per allattare la figlia durante le sedute a Palazzo Chigi rivela: "Ho chiesto un luogo dedicato perché mi avevano relegato in infermeria, dove i rischi di infezione sono reali. Non ho mai avuto problemi a dare il seno a mia figlia in pubblico e non li avrei avuti neanche nel Transatlantico, ma quando ho detto come provocazione che lavrei fatto ho percepito chiaramente il disagio dei colleghi, che ritenevano scandalosa una cosa che per me era del tutto naturale.
In Italia siamo ancora allanno zero in fatto di sostegno alle madri. Le donne dovrebbero invece essere messe in condizione di poter scegliere dove e come prendersi cura del proprio figlio, con strutture e possibilità che non mirino a isolarle, ma a rendere più semplice il loro compito".
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lunedì 24 settembre 2007
ore 19:18 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Campagna choc contro lanoressia. Oliviero Toscani torna a far discutere
ROMA - Lanoressia ha gli occhi e il corpo nudo di Isabelle Caro: 31 chili di ossa, che da questa mattina campeggiano sui manifesti delle più grandi città italiane. Una sola foto, drammatica e controversa comè nella storia dellautore: Oliviero Toscani. E nella settimana della moda di Milano non poteva non far discutere "No anoressia", la nuova campagna Nolita realizzata dal fotografo milanese per il gruppo Flash&Partners. Una provocazione, ma soprattutto un allarme su una tragedia del nostro tempo. Ancora più sconvolgente perché a interrogarsi sul problema è il mondo delle passerelle, accusato da tempo di diffondere falsi miti di bellezza.
La campagna. Non lascia spazio a interpretazioni la foto di Isabelle Caro. È lei la ragazza anoressica protagonista della campagna pubblicitaria di Nolita, il fashion brand del gruppo Flash&Partners. La modella francese ha accettato di esporsi nuda allo scatto di Oliviero Toscani per mostrare a tutti la realtà di una malattia che insieme alla bulimia, vede coinvolte oltre due milioni di persone in Italia. "Mi sono nascosta e coperta per troppo tempo - afferma Isabelle - adesso voglio mostrarmi senza paura, anche se so che il mio corpo ripugna". Una malattia lunga 15 anni, che lha ridotta a pesare 31 chili: "Le sofferenze fisiche e psicologiche che ho subito hanno un senso solo se possono essere daiuto - spiega la ragazza francese - a chi è caduto nella trappola da cui io sto cercando di uscire".
Non è nuovo alle polemiche Oliviero Toscani, che spiega: "Io ho fatto come sempre un lavoro da reporter: ho testimoniato il mio tempo. Sono anni che mi interesso al problema dellanoressia. Un tema tabù per la moda. Come lAids ai tempi . Adesso largomento tabù è lanoressia". Quanto alle responsabilità, continua il fotografo milanese, il discorso è più complesso: "Io non credo che la moda abbia grandi responsabilità nel problema dellanoressia, - conclude Toscani - è una cosa molto più ampia che riguarda tutti i media e in particolare la televisione, che propone alle ragazze modelli di successo assurdi ".
Le reazioni. Apprezzamenti ma anche dissensi. La campagna di Nolita divide, comè nello stile di Toscani. Sostegno arriva dal ministro della Salute, Livia Turco. "Apprezzo sinceramente sia i contenuti che le modalità di realizzazione. Uniniziativa come questa è uno strumento da prendere in assoluta considerazione". Reazioni anche dalle passerelle milanesi, dove è in corso la settimana della Moda. "Credo che queste campagne con immagini così dure e crude siano giuste, opportune". A pensarla così è Giorgio Armani che esprime anche un desiderio: "Vorrei poter conoscere questa persona per capire i motivi che lhanno portata allanoressia". Dello stesso avviso anche i due stilisti Dolce e Gabbana che dicono: "Finalmente qualcuno dice la verità sullanoressia, cioè non è un problema della moda, ma un problema psichiatrico".
Critiche arrivano dallAba, lAssociazione per lo studio e la ricerca sullanoressia, la bulimia e lobesità. Secondo Fabiola De Clerq, presidente dellassociazione: "Lutilizzo di questa immagine è suscettibile di indurre fenomeni di emulazione e non aiuta certo i diretti interessati né le loro famiglie". Insomma, si accendono riflettori, che si spegneranno: "Poi le ragazze e i genitori si vedono sbattere in faccia le porte degli ospedali".
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lunedì 24 settembre 2007
ore 18:38 (categoria:
"Vita Quotidiana")
Ora il laptop di Negroponte è per tutti "Compri due computer, ne regali uno"
CAMBRIDGE (Stati Uniti) - "Give one, get one". Non è lo slogan di una catena di supermercati, ma l’ultima idea in materia di aiuti allo sviluppo. Le frontiere della cooperazione si allargano, e ora il consumatore occidentale ha una possibilità in più per contribuire all’educazione di un bambino povero: comprare due computer portatili low cost, il famoso "$100 laptop" creato da Nicholas Negroponte, e regalarne uno a un bimbo del cosiddetto Terzo Mondo.
Il "$100 laptop" è stato concepito con l’obiettivo di offrire ai bambini di tutto il mondo la possibilità di ricevere un’educazione moderna, partendo da 3 idee semplici. La prima è che solo colmando l’enorme divario conoscitivo i Paesi poveri avrebbero potuto avvicinare lo sviluppo del mondo ricco. La seconda è che questo processo dovesse partire dall’infanzia, ossia dall’educazione di base. La terza era che il computer fosse il principe veicolo di trasmissione delle conoscenze. Ovviamente, per essere accessibile, avrebbe dovuto avere un prezzo molto basso, i 100 dollari dello slogan.
Il laptop di Negroponte ha alcune caratteristiche che lo rendono facile da usare, proprio come giocattolo. Viene azionato da una semplice manovella. Lo si ricarica con l’energia solare o con una pompa a pedale. E ha un sistema operativo basato sull’open source Linux. A sviluppare il progetto, nel 2005, fu l’organizzazione "One laptop per child" (OLPC), società no-profit del Delaware, creata da Negroponte e altri membri del Media Lab del celebre Mit (Massachussets Institute of Technology). Il computer sarebbe stato venduto ai governi, i quali l’avrebbero distribuito ai ragazzi delle scuole. Il prezzo iniziale, in realtà, non fu mai di 100 dollari, ma di 176. Adesso è schizzato addirittura a 188, tant’è che non si parla più di $100 laptop ma di XO-1. Tuttavia, l’obiettivo di venderlo alla cifra iniziale non è stato abbandonato. Comunque, il progetto andò avanti, e fu lo stesso Negroponte a consegnare il primo computer al presidente brasiliano Lula, nel novembre del 2006, a San Paolo.
Solo i governi, però, potevano acquistare i portatili, in stock di 250.000 pezzi. L’Olpc continuava a ricevere richieste. Semplici cittadini volevano comprare il laptop, e per ottenerlo si dicevano disposti a regalarne un altro, come ha dichiarato il presidente della "Software e Contenuti" dell’Olpc, Walter Bender. Così l’organizzazione fondata da Negroponte ha deciso di estendere la vendita, lanciando la campagna "Give one get one". Ogni consumatore potrà comprare per 399 dollari due computer, uno dei quali verrà mandato a un bambino del Terzo Mondo. L’iniziativa partirà il prossimo 12 novembre, e durerà per due sole settimane. Si potranno acquistare i laptop attraverso il sito www.xogiving.org o chiamando l’1866 XOGIVING. La durata della campagna è limitata perché l’Olpc intende capire quali siano le reali dimensioni della domanda proveniente da privati cittadini.
Bender ha detto che le prime 25.000 persone che ordineranno i computer lo riceveranno entro la fine dell’anno, gli altri nei primi mesi del 2008. In caso di successo, lo schema "G1G1" potrebbe essere ripetuto. I primi Paesi a beneficiarne, adesso, saranno Cambogia, Afghanistan, Rwanda e Haiti. "E’ un modo per consentire ai Paesi che non hanno i mezzi di partecipare al progetto", ha detto Bender. Sì, perché alcuni Stati non si possono permettere neppure computer low cost, e il consumatore occidentale, in questo caso, una mano la può dare davvero.
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