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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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lunedì 4 giugno 2007
ore 12:57
(categoria: "Vita Quotidiana")



Ritrovato un Tiepolo rubato: venduto al mercatino delle pulci

PORDENONE - Un vero affare: una tela di Giandomenico Tiepolo, del valore di un milione di euro, è stata acquistata in un mercatino del Nordest per poche migliaia di euro. La tela, "Scena carnevalesca" (1765), era stata infatti rivenduta sulle bancarelle da un organizzazione che gestisce opere d’arte rubate: il quadro, assieme ad altri, è stato recuperato questa mattina dai carabinieri del Comando Provinciale di Pordenone a Portogruaro (Venezia).

Il Tiepolo era stato rubato nei mesi scorsi nella casa di un collezionista a Roma: la stessa sorte era toccata ad altre quattordici opere sequestrate durante l’operazione. Tra queste, una preziosissima icona greco-ortodossa che - secondo gli esperti - proviene probabilmente da Costantinopoli e il cui valore è inestimabile. Altri ottanta pezzi ritrovati sono ora sotto sequestro cautelativo in attesa di risalire alla loro proveninza: in totale valgono decine di milioni di euro.

L’operazione dei carabinieri di Pordenone è il frutto di numerose perquisizioni (una cinquantina in Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Emilia Romagna e Lombardia) e di indagini, scattate lo scorso ottobre. In particolare, sono stati controllati numerosi mercatini delle pulci (quattro dei quali nel Nordest), rigattieri, rivenditori di mobili d’ antiquariato.



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lunedì 4 giugno 2007
ore 11:57
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 4 giugno 2007
ore 11:12
(categoria: "Vita Quotidiana")



Una nuova P2 ricatta la politica debole
di GIUSEPPE D’AVANZO

Non è una buona cosa maneggiare l’affare Visco/Speciale come una baruffa tra due caratteri autoritari e spicciativi, e non come un conflitto tra istituzioni che annuncia un ben altro sismo, più violento e dagli esiti imprevedibili. Un’analisi senza profondità, tempo e memoria di questo "pasticciaccio" impedisce di scorgere l’autentico focus della crisi che sta incubando: il ritorno sul "mercato della politica" degli interessi di quell’"agglomerato oscuro" che si è andato costituendo all’ombra del governo Berlusconi e nella spensierata indifferenza o sottovalutazione dei leader del centro-sinistra, Prodi, D’Alema, Rutelli in testa.

Si può dire che quel che fa capolino con l’offensiva del generale è una varietà modernizzata della loggia P2. La si può definire così, una P2, soltanto per semplificazione evocativa anche se il segno caratteristico di questa consorteria non è l’affiliazione alla massoneria (anche se massoni vi abitano), ma la pervasività - sotterranea, irresponsabile, incontrollata, trasversale - del suo potere di pressione, di condizionamento, di ricatto.

E’ necessario cominciare da Visco. I passi stortissimi del comandante generale della Guardia di Finanza non possono lasciare in ombra gli errori del viceministro, che sono gravi. Non è in discussione la limpidezza morale di Vincenzo Visco, ma l’efficacia delle sue mosse e soprattutto la coerenza delle sue iniziative con la strategia del governo di cui è parte. Il primo errore del viceministro è di non rendere trasparenti le ragioni dell’urgenza di cambiare aria nelle stanze del comando della Guardia di Finanza in Lombardia, di non farne una questione pubblica.

Visco cede alla tentazione di avviare, come si legge in una lucida analisi del Sole-24 Ore, "un rozzo spoils system nei confronti di personale militare ritenuto troppo vicino alla gestione politica precedente". Che in Lombardia, la Guardia di Finanza sia stata molto prossima e a volte subalterna alle volontà del ministro dell’Economia uscente, Giulio Tremonti - e che ancora oggi possa esserlo - è fatto noto dentro la Guardia di Finanza e nella magistratura, ma Visco tira per la sua strada in silenzio e al coperto, con un altro passo falso. "Anziché stare alla larga da diatribe annose e poco misurabili", pensa "di utilizzare un gruppo contro un altro, senza calcolare modi, conseguenze e nemmeno la forza di chi gli sarebbe potuto rivoltare contro" (ancora il Sole-24 Ore).

Tatticamente difettosa, l’iniziativa di Visco ha un altro deficit. Non è politicamente omogenea alle scelte del governo che ha deciso di stringere, contrariamente a quel che crede Visco, un patto di compromissione, un’intesa, un patto di non-aggressione, chiamatelo come volete, proprio con quel network di potere, di cui il generale Roberto Speciale è soltanto uno degli attori, e nemmeno il maggiore.

Di quel network di potere occulto e trasversale, ormai si sa o si dovrebbe sapere. E’ un "apparato" legale/clandestino deforme, scandaloso, ma del tutto "visibile". Nasce con la connessione abusiva dello spionaggio militare con diverse branche dell’investigazione, soprattutto l’intelligence business, della Guardia di Finanza; con agenzie di investigazione che lavorano in outsourcing; con la Security privata di grandi aziende come Telecom, dove esiste una "control room" e una "struttura S2OC" "capace di fare qualsiasi cosa, anche intercettazioni vocali: può entrare in tutti i sistemi, gestirli, eventualmente dirottare le conversazioni su utenze in uso, con la possibilità di cancellarne la traccia senza essere specificatamente autorizzato".

Quel che combina questo "mostro", che dovrebbe preoccupare chi ha a cuore la qualità della democrazia italiana, si sa. Qualche esempio. Dopo la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, pianifica operazioni - "anche cruente" - contro i presunti "nemici" del neopresidente del Consiglio. Durante la legislatura 2001/2006 raccoglie, "con cadenza semestrale", informazioni in Europa su presunti finanziamenti dei Democratici di Sinistra. E’ il "dossier Oak" (Quercia), alto una spanna, denso di conti correnti, bonifici, addirittura con i nomi e i cognomi di presunti "riciclatori" e "teste di legno" dei finanziamenti occulti dei Ds che fanno capo ai leader del partito. Prima della campagna elettorale del 2006, l’apparato legale/clandestino programma e realizza una campagna di discredito contro Romano Prodi.

Sarebbe un errore, però, considerare il network "al servizio" del centrodestra. Quell’apparato legale/clandestino, a cavallo tra due legislature, si è "autonomizzato", si è "privatizzato", è autoreferenziale. Raccoglie e gestisce informazioni in proprio. Vere, false non importa: sono qualifiche fluide - il vero e il falso - nella "mediatizzazione della politica dove ogni azione politica si svolge all’interno dello spazio mediale e dipende in larga misura dalla voce dei media". A questa variante moderna di P2 è sufficiente amministrare, saggiamente, la cecità e le nevrosi delle power élite, angosciate dalle mosse degli alleati; spaventate dai complotti possibili, probabili, prossimi.

Con accorta disciplina, il network spionistico sa essere il virus e il terapeuta della malattia del sistema politico italiano che impedisce, all’uno come all’altro schieramento, di riconoscersi la legittimità (morale prima che politica) di governare. Alimenta così la sindrome di Berlusconi consegnandogli dossier sul complotto mediatico-giudiziario. La cura con una pianificazione di annientamento dei presunti complottardi. Eccita il "complesso berlusconiano" della sinistra e lenisce quello stato psicoemotivo, prima che politico, con informazioni sulle mosse vere o presunte del temuto spauracchio.

Quanto più il conflitto pubblico precipita oscurandosi in un sottosuolo, dove poteri frantumati, deboli, nevrotici tentano di rafforzarsi o difendersi; tanto più il network è in grado di essere il custode dell’opaca natura del potere italiano o il giocatore in più che può favorire la vittoria nella contesa.

La minaccia di questa presenza abusiva e minacciosa nel "mercato della politica", alla vigilia delle elezioni del 2006, sembra chiara al centrosinistra. C’è chi esplicitamente, con grande scandalo e dopo anni di distratto silenzio, avverte che "sono tornati i tempi della P2" e chi, più lucidamente, ragiona sul quel che è accaduto e sul da farsi. Preoccupato da una realtà che ha consentito di "sviluppare un agglomerato oscuro fatto di agenzie di investigazione e polizie private in combutta con infedeli servitori dello Stato che si muove in una logica di ricatto", trova "lo spettacolo spaventoso" e promette che "il nuovo governo solleciterà il Parlamento a indagare, accertare, comprendere cosa è accaduto". (Marco Minniti, oggi viceministro agli Interni).

In realtà, il governo Prodi appena insediato muove in tutt’altra direzione. Preferisce guardare altrove, incapace di prendere atto dell’infezione, in apparenza impotente a comprenderne il pericolo, addirittura impedito a programmare il necessario lavoro di bonifica. Quel che appare al vertice del network, il direttore del Sismi Nicolò Pollari, incappa nelle indagini della procura di Milano per il sequestro di un cittadino egiziano.

L’inchiesta mostra le connessioni del network e dimostra la sua attività di dossieraggio illegale. Incrociata con i risultati dell’istruttoria Telecom, offre una scena così inquietante per la qualità della nostra democrazia che dovrebbe convincere il governo a darsi da fare in fretta, a rimuovere, rinnovare, risanare; a chiedere al Parlamento - appunto - di "accertare e comprendere". Accade il contrario. Il sequestro del cittadino egiziano è protetto da un segreto di Stato che nemmeno Berlusconi e Gianni Letta hanno mai proposto alla magistratura milanese. Di più, per dare un minimo di credibilità alla sorprendente iniziativa, l’esecutivo non esita ad accusare dinanzi alla Corte Costituzionale di illegalismo la procura di Milano. Un altro segreto di Stato va a coprire gli avvenimenti che hanno accompagnato la missione in Iraq di Nicola Calipari, salvo poi chiedere a Washington "verità e giustizia".

Che si voglia tutelare, anche nella nuova stagione politica, il passato, i traffici e la fortuna dei protagonisti di quel network è ancora più chiaro quando si procede alla sostituzione dei vertici dell’intelligence. L’ammiraglio Bruno Branciforte va al Sismi senza alcuna delega in bianco o margini operativi e decisionali. Viene consegnato a un imbarazzante stato di impotenza. In sei mesi, per vincoli politici, non ha avuto la possibilità di rimuovere nemmeno un dirigente. Lo staff, i direttori centrali e periferici, il potentissimo capo del personale sono gli stessi dell’éra Pollari.

Ad alcuni degli uomini più fidati del generale uscente è stato consigliato di fare un accorto passo laterale diventando gli uomini forti e ascoltati del ministero della Difesa. Al Sisde il nuovo capo, Franco Gabrielli, ammette addirittura davanti al Parlamento che "così com’è, il servizio interno non può svolgere appieno un efficace compito di prevenzione". E tuttavia non riesce a incuriosire il ministro dell’Interno che, in sei mesi, non ha ancora trovato il tempo e il modo di riceverlo.

Se i "nuovi" hanno difficoltà a fare il loro lavoro, i "vecchi" possono ampliare - al contrario - il loro margine di manovra e i "punti di appoggio". Pollari è oggi consulente di Palazzo Chigi; il suo fidatissimo braccio destro, che con spavalderia minacciosa si è detto dinanzi al Parlamento "di sinistra" e prodiano, è addirittura al "Personale" della Difesa mentre il generale Emilio Spaziante, l’operativo di Pollari nella Guardia di Finanza di Roberto Speciale, è il numero due al Cesis, la struttura che fa da link tra la presidenza del Consiglio e l’intelligence militare e civile, una poltrona che, nel 2001, già fu di buon auspicio per Nicolò Pollari che da lì partì alla conquista della direzione del Sismi.

Il governo di centro-sinistra ha preferito chiudere un accordo di non-aggressione con quel network che, soltanto alla vigilia delle elezioni, appariva all’opposizione di ieri "spaventoso", "oscuro". Un’intesa cinica, realista che avrebbe anche potuto resistere se la parabola dell’esecutivo avesse dimostrato di poter durare a lungo; se la forza del governo avesse dimostrato, in questo suo primo anno, di essere adeguatamente salda e autosufficiente per poter affrontare l’intero ciclo quinquennale della legislatura.

Ai primi scricchiolii di popolarità e consenso, ai primi segnali di debolezza politica interna, il network è ritornato a muoversi con tutta la sua pericolosità. Le minacce del generale Roberto Speciale ne sono una eloquente testimonianza. "So io che fare", ha detto ieri al Corriere della Sera. La congiuntura politica, la debolezza e le divisioni della maggioranza, qualche appuntamento di carattere giudiziario non inducono all’ottimismo e lasciano pensare che il peggio debba ancora venire, altro che il match Visco/Speciale.

Dunque. Ancora poche settimane e nel frullatore politico-mediatico entreranno le migliaia di intercettazioni telefoniche raccolte nell’inchiesta Antoveneta/Bnl. Un breve saggio di quanto possano essere esplosive lo si è già avuto nel 2006 con la pubblicazione della conversazione tra Gianni Consorte (Unipol) e il segretario dei Ds, Piero Fassino. Ma in quelle intercettazioni si sa, per dirne una, che si ascolta la voce dei maggiori leader del centro-sinistra, a cominciare da Massimo D’Alema e del suo collaboratore più affidabile, il senatore Nicola Latorre.

A incupire la scena, la preoccupazione che le intercettazioni legali possano incrociarsi con gli ascolti abusivi e le indagini illegali della Security Telecom. Per quel che se ne sa, è stato trovato soltanto un dvd con migliaia di dossier, nella disponibilità di un investigatore privato che lavorava per la società di telecomunicazioni (o per lo meno per gli uomini della sua sicurezza). Nessuno è in grado di escludere, a Milano come a Roma, che quel dvd sia soltanto una parte dell’archivio segreto. Mentre non c’è dubbio che anche la più irrilevante briciola di quelle informazioni, raccolte illegalmente, sia oggi nella disponibilità dell’"agglomerato oscuro". Che avrà il modo e l’occasione di giocare una nuova partita e qualche asso.

I tempi sono favorevoli. Le anomalie, i vizi, gli sprechi della politica italiana hanno scavato un solco tra il Paese e il Palazzo mettendo in moto, per dirla con le parole di Massimo D’Alema, "una crisi di credibilità della politica che tornerà a stravolgere l’Italia con sentimenti come quelli che, negli anni novanta, segnarono la fine della Prima Repubblica". La storia ci insegna che una democrazia fragile e largamente screditata può sopravvivere anche molto a lungo, grazie ai sui meccanismi di autotutela, soltanto però "in assenza di eventi traumatici "esterni" che la facciano crollare".

Ora tutta la questione è in questa eventualità. Non c’è dubbio che il network oscuro sia in grado di creare, anche artificialmente, un evento "traumatico" esterno. I dossier - veri o falsi, non importa - raccolti negli anni del governo Berlusconi dall’apparato legale/clandestino di spionaggio possono di certo esserlo. Se si guarda a come si è mosso, contro Vincenzo Visco, il generale Roberto Speciale, sembra di poter dire che in giro ci sia anche la volontà di farlo, la determinazione senza tentennamenti.

Il comandante della Guardia di Finanza ha tentato, infatti, di "giudiziarizzare" il braccio di ferro con il viceministro, di alimentare con la sua testimonianza (aggiustata per l’occasione) un’indagine penale e, sotto l’ombrello dell’inchiesta, mettere in circolo veleni, notizie mezze vere e mezze false o del tutto manipolate, capaci di "travolgere il Paese con i sentimenti degli anni novanta". Può essere stato soltanto un piccolo accenno di quanto accadrà di qui a dieci giorni. Sapremo presto quali iniziative intende muovere, quest’altra P2 - simile, ma non uguale a quella che abbiamo conosciuta - e quale forza di dissuasione o di compromesso è in grado di opporre il sistema politico.


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lunedì 4 giugno 2007
ore 10:09
(categoria: "Vita Quotidiana")



La sinistra impopolare
di Ilvo Diamanti

I lavoratori del settore privato votano (prevalentemente) a destra. A prescindere dalla posizione e dal ruolo. Imprenditori e operai. Lavoratori dipendenti e indipendenti. Votano a destra. Come gran parte delle classi popolari. I lavoratori intermittenti, flessibili, part time. I pensionati. Le casalinghe dei ceti "periferici". Invece, vota (prevalentemente) a sinistra gran parte dei dipendenti pubblici, dei tecnici, delle figure intellettuali. I professori, gli impiegati e i funzionari degli enti locali e dello Stato. Anche i giovani votano a sinistra. Soprattutto i giovanissimi. Soprattutto se studiano oppure hanno conseguito un titolo di studio elevato (per cui, presumibilmente, svolgono un lavoro impiegatizio e intellettuale "pubblico").

Se, invece, hanno una formazione "professionale" ed entrano presto nel mercato del lavoro, allora anch’essi si orientano a destra. Non bisogna pensare, peraltro, che si tratti di un processo dettato dalla "deriva centrista e moderata" sfociata nel Partito Democratico. La base elettorale della sinistra radicale, infatti, è anch’essa "più" giovane, intellettuale, "pubblica" rispetto alla media.

Tutto ciò non costituisce una sorpresa, quanto ai lavoratori indipendenti e gli imprenditori. I quali non sono mai stati particolarmente di "sinistra". Anzi. Tuttavia, il solco che li separa dal governo Prodi e dalla maggioranza dell’Unione è divenuto un baratro. Nonostante il buon andamento del mercato e dei conti pubblici. Questione di istinto e di sentimento. Così, nel Nord "al di sopra del Po" il centrosinistra è divenuto una minoranza etnica. Più debole, di elezione in elezione. Resiste solo nelle aree metropolitane e nelle regioni a statuto speciale. Dove è più rilevante il peso del "pubblico".

Però, da qualche tempo, la sinistra arranca anche nei contesti economici più dinamici delle "zone rosse". Nei distretti industriali, ad esempio. Come mostrano gli studi di Francesco Ramella. Come hanno confermato i risultati delle elezioni amministrative di domenica scorsa. Tuttavia, il distacco fra il lavoro privato e la sinistra non riguarda solo il lavoro autonomo e gli imprenditori, ma anche quello dipendente. Soprattutto nelle aree più produttive. Nel Nord. Un distacco che si era ridotto durante gli anni del governo Berlusconi (come ha mostrato Roberto Biorcio in Itanes, Dov’è la vittoria?, pubblicato dal Mulino). Nell’ultimo anno, secondo i sondaggi, si è nuovamente allargato.

D’altronde, ciò non avviene solo in Italia. In Francia: il partito che raccoglie maggiori consensi nella classe operaia è ancora il FN di Le Pen. In Austria, il momento di maggiore successo del Fpoe di Haider si è verificato nei primi anni di questo decennio. Coincide con lo sfondamento nelle zone tradizionalmente socialdemocratiche. Dove ha raccolto il voto delle classi popolari.

Per cui si assiste, sempre di più, al controcanto fra una destra che si afferma nei settori privati, dinamici, innovativi e una sinistra che "resiste" nel settore pubblico. Protetto. All’ombra dello Stato. Fra una destra "popolare" e una sinistra "impopolare". Le ragioni per cui questo avviene sono molte e diverse. Non tentiamo neppure di riassumerle. Però è chiaro: il lavoro è cambiato profondamente negli ultimi trent’anni. Sono mutati i luoghi, i metodi e l’organizzazione della produzione. La classe operaia oggi pesa meno. Ma, soprattutto, il lavoro dipendente privato è sempre più diviso e frammentato. Mentre il ridimensionamento dello Stato sociale ne ha accentuato l’insicurezza. Decisiva ci pare la crescente "individualizzazione".

Il fatto che oggi chi lavora - non importa se in modo autonomo o indipendente - sia sempre più "solo". Più incerto. Destinato a divenirlo sempre di più. (Un "destino", quindi, che riguarda anzitutto i giovani. Flessibili, intermittenti, un debito pubblico enorme che dovranno"pagare" loro; come le pensioni che oggi percepiscono i loro nonni e i loro genitori).
Ma la sinistra è cresciuta insieme alla solidarietà. All’integrazione. Alla comunità. Alla sicurezza. Si trova a disagio di fronte all’individualizzazione che attraversa la società e il lavoro. Non è in grado di parlare a una "folla solitaria". Persone sole. Individui a cui altri individui - leader che riassumono per intero i partiti - comunicano per via mediatica. Le mancano la "professionalità", il linguaggio, per fare questo.

La sinistra. Se si allontana dai luoghi della produzione e del mercato. Se non evoca senso di "comunità" e sicurezza. Non ha futuro. Una sinistra separata dal passato e dall’idea di futuro (è pensabile?). Le rimane un presente incerto, instabile e precario. Come i ceti popolari che non riesce più a rappresentare.


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venerdì 1 giugno 2007
ore 14:43
(categoria: "Vita Quotidiana")



I nostri compiti per Madre Terra
di AL GORE

DA QUANDO nel gennaio 1992 è stato pubblicato Earth in the Balance, doviziose e inedite ricerche scientifiche hanno grandemente rafforzato la nostra comprensione di alcuni dati di fatto fondamentali: il riscaldamento globale è effettivo, sta peggiorando assai rapidamente, è causato in buona parte dalle attività umane, dobbiamo intervenire rapidamente per evitare conseguenze peggiori e, infine, non è troppo tardi.

Pressoché tutti ormai comprendono benissimo che l’uso di combustibili fossili (quali carbone, petrolio e gas) ispessisce il velo normalmente sottile dell’atmosfera che circonda il pianeta e che così intrappola molto più calore solare vicino alla superficie della Terra. I livelli anomali di riscaldamento atmosferico che ne conseguono destabilizzano drasticamente l’equilibrio climatico esistito durante tutta la storia dell’umanità.

In altre parole, noi abbiamo radicalmente alterato il rapporto fondamentale tra esseri umani e Terra. Ciò è imputabile a una combinazione di fattori diversi. Primo: in un solo secolo la popolazione umana sul pianeta è quadruplicata. Erano occorse diecimila generazioni prima che la popolazione mondiale raggiungesse i due miliardi, soglia raggiunta quando è nata la mia generazione - quella dei baby boomers. Adesso, nell’arco di una sola vita - la nostra - la popolazione mondiale sta passando da due a nove miliardi di individui (proiezione dei prossimi 45 anni). Abbiamo già superato la soglia dei 6,5 miliardi di persone.

Secondo: la potenza delle nuove tecnologie oggi disponibili ha moltiplicato di migliaia di volte l’impatto che ciascun individuo può avere sul mondo naturale. Le nostre vecchie abitudini, un tempo in massima parte positive, adesso sono perseguite con tale accentuata intensità che siamo diventati un po’ come il proverbiale "elefante in una cristalleria".

Terzo: l’insolita attenzione che riponiamo pensando sul breve periodo e perseguendo una gratificazione immediata - non solo come individui, ma, cosa più importante, nelle modalità di intervento dei mercati, delle economie nazionali e delle agende politiche - ha portato a un’esclusione sistematica delle conseguenze sul lungo periodo dalle nostre decisioni e dalle politiche che adottiamo.

Le conseguenze di questo rapporto radicalmente nuovo tra esseri umani e Terra sono devastanti: oggi non si parla neanche più tanto di rapporto, quanto di scontro. La comunità scientifica ci ha ormai sommersi di documentazioni di vario tipo a riprova dei terribili cambiamenti che stiamo arrecando al pianeta. È un po’ la loro versione di chi grida le proprie verità dalla sommità dei tetti.

Nell’edizione originale del 1992 di questo libro, avevo riportato le informazioni desunte da una carota di ghiaccio risalente a 160.000 anni fa che dimostrava che i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera terrestre non erano mai stati più alti di quelli che avevamo al momento. Nella riedizione del libro del 2000, ho utilizzato i dati di un’altra analisi condotta su una carota glaciale, risalente a 420.000 anni fa, dalla quale si perveniva alle medesime conclusioni. Adesso, dalle pagine di questo libro, potrete constatare che gli attuali livelli di CO2 sono i più alti mai registrati in ben 650.000 anni! Al pari delle altre prove e documentazioni fornite, questo dato conduce esattamente alla stessa conclusione presentata nel libro di quindici anni fa. Solo che oggi le prove sono molto più schiaccianti.

Dal 1992 a oggi quattro prestigiosi organismi scientifici hanno redatto nuovi compendi di studi che riportano un numero sbalorditivo di dati e hanno creato il più forte consenso immaginabile su queste questioni per ammonire i politici che devono prendere le decisioni:
Il Panel Intergovernativo sul cambiamento del clima, formato da oltre duemila tra i più illustri esperti del mondo, ha redatto due voluminosi rapporti che giungono alla conclusione che gli esseri umani stanno avendo un forte impatto sul clima terrestre e che le terribili conseguenze di ciò sono percepibili già oggi. Gli scienziati inoltre illustrano nei dettagli le conseguenze infinitamente peggiori che avranno luogo in futuro se non si farà nulla per porre rimedio alla crisi del clima.

L’Accademia Nazionale delle Scienze, il sistema aureo della ricerca statunitense, ha pubblicato numerosi studi, tra i quali uno del 2006 che sostiene che "probabilmente" stiamo vivendo il periodo più caldo sulla Terra degli ultimi due millenni. L’Accademia ha fornito consigli all’Amministrazione Bush su questioni chiave relative ai principi fondamentali del sistema climatico.

L’U. S. Global Change Research Program ha pubblicato nel 2000 il suo National Assessment, nel quale illustra, per la prima volta, gli impatti regionali che avrà il cambiamento climatico in termini di geografia e di settori cruciali (quali l’agricoltura, la salute degli esseri umani, e le foreste) qui negli Stati Uniti.

Nel 2004, è stato pubblicato l’Arctic Climate Impacts Assessment, nel quale si illustra in che modo le temperature artiche siano aumentante a un ritmo quasi doppio rispetto a quelle del resto del mondo, in gran parte perché la neve artica e il ghiaccio che riflettono la luce del Sole si stanno sciogliendo, lasciando dietro di sé terra scura e superfici di oceano, che a loro volta assorbono maggiormente il calore del Sole e riscaldano sempre più la regione. L’Assessment è altresì giunto alla conclusione che la riduzione dei ghiacciai marini diminuirà drasticamente l’habitat marino degli orsi polari, delle foche dei ghiacci e di qualche uccello marino, innescando l’estinzione di alcune specie.

Oltre a questi studi principali, sono stati pubblicati altri documenti che come tessere di un mosaico hanno contribuito a formare un quadro più preciso della situazione. Tra questi ricordiamo:
Uno studio del 2005 pubblicato su Nature ha stabilito che i livelli crescenti di anidride carbonica riducono i livelli di pH negli oceani, con la conseguenza che l’acqua diventa sempre più acida. Se questo ciclo dovesse continuare, alcuni organismi marini fondamentali quali i coralli e alcuni plankton (che costituiscono il primo anello della catena alimentare oceanica), andranno incontro a problemi nel mantenere e costruire i loro scheletri di carbonato di calcio. I risultati di questo studio indicano che queste condizioni potrebbero svilupparsi entro qualche decennio, e non tra qualche secolo come si è creduto in precedenza.

Numerosi studi pubblicati su Science e un articolo pubblicato di recente sia su Nature sia su Geophysical Research Letters conferma l’emergente consenso della comunità climatica sul fatto che il cambiamento del clima sta riscaldando le acque degli oceani, esacerbando di conseguenza l’energia distruttiva degli uragani.

Uno studio del luglio 2006 pubblicato su Geophysical Research Letters riferisce che i ghiacciai alpini in Europa potrebbero sparire quasi del tutto entro questo stesso secolo.

Infine, dato forse più allarmante di tutti, la Nasa ha registrato alcune immagini dai satelliti dalle quali si può notare che la coltre di ghiaccio della Groenlandia è molto più instabile di quanto si supponesse finora. I ricercatori di Harvard hanno raccolte le prove di terremoti verificatisi nel ghiaccio che hanno fatto registrate scosse tra i 4,0 e i 5,0 gradi della scala Richter. Ciò si somma al collasso di parti di ghiaccio vaste quanto Rhode Island che si sono staccate dalle penisola antartica, dando vita a ulteriori preoccupazioni per la stabilità dello strato di ghiaccio dell’Antartico Occidentale. Se dovessimo destabilizzare e lasciar sciogliere la coltre di ghiaccio alta tremila metri che ricopre la Groenlandia o una parte dell’altrettanto enorme massa di ghiaccio dell’Antartico Occidentale, in entrambi i casi il livello delle acque oceaniche salirebbe in tutto il mondo di oltre sei metri.

Pare quasi assurdo, ma potremmo mettere in moto questi cambiamenti nell’arco di tempo della vita dei nostri figli e dei nostri nipoti. A meno di intervenire tempestivamente e in modo deciso, secondo alcuni illustri esperti scienziati, in mancanza di un radicale cambiamento per tagliare l’inquinamento che provoca il riscaldamento globale, ci ritroveremo entro i prossimi dieci anni in grave pericolo e rischieremo di superare il punto di non ritorno.

Nel 1992 e nel 2000, mi sentii pieno di speranze e con l’intensa sensazione che stessimo davvero trovando la volontà di risolvere la crisi del clima. Al contrario, abbiamo effettuato un’inversione di rotta. Il presidente Bush continua a ripetere che ancora non sappiamo con certezza se la crisi del clima sia imputabile all’uomo o avvenga spontaneamente, e pertanto non ha preso praticamente alcun provvedimento per risolvere il problema.

Ma c’è di peggio: insieme al vicepresidente Cheney, Bush ha avviato la nazione nella direzione opposta. Ciò che mi risulta difficile da comprendere, in particolare, sono i provvedimenti adottati dall’Amministrazione Bush nei suoi primi cento giorni in carica, quelli che hanno per così dire dato il "la" al resto del mandato di questa Amministrazione in questo ambito. Prima di tutto il presidente ha fatto marcia indietro e ha revocato la sua promessa fatta in campagna elettorale di controllare l’anidride carbonica alla stregua di un inquinante. In seguito, poco più di quindici giorni dopo - per l’esattezza il 28 marzo 2001 - l’allora Amministratore dell’Epa (Ente per la protezione ambientale) Whitman ha annunciato che gli Stati Uniti non avevano alcun ulteriore interesse nei negoziati per il Protocollo di Kyoto.

A quel punto gli Stati Uniti hanno deciso di togliere il loro sostegno a Bob Watson, che da anni presiedeva l’Intergovernmental Panel on Climate Change. Gli hanno tolto la presidenza a favore di un candidato maggiormente vicino all’industria. Le loro ragioni di fondo per questa incredibile inversione di rotta non sono state del tutto chiarite se non più avanti, quando grazie a un Freedom of Information Act Request, il National Resources Defense Council ha ottenuto un memorandum faxato dalla sede di Washington della ExxonMobil al Council on Environmental Quality della Casa Bianca in data 6 febbraio 2001. In quel memorandum era illustrato un vero e proprio piano di intervento. L’ExxonMobil esigeva la destituzione di Watson con queste parole: "Watson può essere rimosso adesso, su richiesta degli Stati Uniti?". Nel documento si suggeriva altresì il licenziamento di altri funzionari che avevano lavorato all’U. S. National Assessment on Climate Change, tra i quali comparivano anche Rosina Bierbaum e Mike MacCracken. Anche costoro lasciarono uno dopo l’altra il pannello di esperti. Nello stesso memorandum, inoltre, l’ExxonMobil proponeva il nome di Harlan Watson per il posto di negoziatore capo per le questioni climatiche presso il Dipartimento di Stato, e questo "suggerimento" è stato anch’esso accolto dall’Amministrazione. Watson era colui che nelle vesti di rappresentante degli Stati Uniti aveva silurato gli ultimi sforzi internazionali volti a potenziare la guerra al riscaldamento globale.

In seguito sono apparsi altri rapporti che legavano ExxonMobil e l’Amministrazione Bush: per esempio, Philip Cooney è stato nominato segretario generale per il Consiglio della Casa Bianca sulla Qualità dell’ambiente. Prima di entrare a far parte dell’Amministrazione Bush, Cooney era stato un lobbista dell’American Petroleum Institute (un gruppo lobbistico dell’industria petrolifera). Nel giugno 2005 dopo l’imbarazzante scoperta del suo sabotaggio a discapito dell’integrità scientifica, attuato per conto dell’industria petrolifera, Cooney ha rassegnato le proprie dimissioni dalla Casa Bianca di Bush ed è stato immediatamente assunto da ExxonMobil.

Triste a dirsi, il trend esemplificato dalla nomina di Cooney è onnipresente e prassi ordinaria dell’attuale Amministrazione. Il 18 febbraio 2004, oltre sessanta illustri scienziati - tra i quali premi Nobel, famosi esperti di medicina, ex direttori di agenzie federali, cattedratici e presidi di facoltà - avevano firmato una dichiarazione nella quale esprimevano le loro vive preoccupazioni per l’uso scorretto della scienza da parte della Casa Bianca di Bush. Gradualmente, nell’elenco dei firmatari sono comparse le firme di 49 premi Nobel, 63 insigniti della Medaglia Nazionale per le Scienze, e 175 membri delle Accademie nazionali.
La Bibbia dice: "Laddove non vi è visione, il popolo muore". Noi dobbiamo avere una visione affrancata da vincoli, frutto delle migliori ricerche scientifiche, affinché i nostri leader possano prendere le decisioni migliori per la Terra e i suoi abitanti".

I cinesi scrivono la parola "crisi" con due caratteri: il primo è il simbolo del pericolo, il secondo quello dell’opportunità. Questa è la nostra opportunità per migliorare, per far fronte a questa crisi con successo, per vedere la verità delle attuali circostanze, per tracciare la nostra strada verso un mondo migliore.
La crisi del clima costituisce un’opportunità unica per sperimentare quello che poche generazioni nell’arco della Storia hanno avuto il privilegio di conoscere: una missione generazionale, l’euforia di un obiettivo morale irresistibile, una causa comune e unificante, e il brivido di essere costretti dalle circostanze a mettere in disparte le meschinerie e i conflitti che così spesso ostacolano l’incessante bisogno umano di trascendenza.

In questo momento è difficile immaginare di poter tagliare le emissioni globali di sostanze inquinanti che provocano il riscaldamento del clima dal 70 all’80 per cento, e che le strade possano presto riempirsi di veicoli elettrici ibridi e ricaricabili e che edifici verdi possano generare energia al punto da poterla rivendere alle società stesse che erogano l’elettricità. Forse è difficile in questo momento comprendere appieno il potenziale dell’idrogeno, immaginare una rete superelettrica intelligente, concepire che nuovi biocombustibili possano far funzionare i nostri mezzi di trasporto o di poter utilizzare macchine e apparecchiature elettriche efficientissime da un punto di vista energetico, come pure avere accesso alle più nuove tecnologie e tecniche di produzione. Tutto ciò ci è nuovo, ma già oggi esistono realtà concrete di quasi tutte queste tecnologie, o esisteranno in un immediato futuro. Le nuove tecnologie di mercato sono per noi difficili da comprendere tanto quanto Internet lo era per chi lavorava negli anni Ottanta.

In passato ci siamo imbattuti e abbiamo accettato altre grandi sfide. Abbiamo dichiarato la nostra libertà e l’abbiamo conquistata, dando vita a un nuovo Paese. Abbiamo concepito una nuova forma di governo. Abbiamo affrancato gli schiavi. Abbiamo dato alle donne il diritto di votare. Abbiamo curato la poliomielite e contribuito a sradicare il vaiolo. Abbiamo messo piede sulla Luna. Abbiamo abbattuto il comunismo e contribuito a porre fine all’apartheid.
In passato abbiamo già risolto una crisi globale ambientale, il buco nello strato di ozono, perché Repubblicani e Democratici, nazioni ricche e nazioni povere, uomini d’affari e scienziati si sono uniti per trovare una soluzione.

Adesso non possiamo attendere oltre per porre fine a questa crisi. Disponiamo di tutti gli strumenti necessari, a eccezione forse di uno solo: ciò che ci manca è la volontà politica necessaria a influenzare realmente un cambiamento. Ma grazie a Dio, in una democrazia qual è la nostra, la volontà politica è una risorsa rinnovabile.


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venerdì 1 giugno 2007
ore 13:22
(categoria: "Vita Quotidiana")



Usa: negli uffici si lavora troppo e male
Molte aziende cambiano rotta: orari flessibili, conta il risultato
di Stefano Rodi

NEW YORK - Si lavora tanto e male negli uffici americani, ma il sospetto è che non si tratti solo di un problema delle aziende oltreoceano. Resta il fatto che in un lungo articolo il New York Times denuncia proprio come la perdita di tempo sia diventata una componente fissa nelle giornate lavorative della maggior parte delle persone.

LA PERDITA DI TEMPO - La media dei lavoratori americani spende in ufficio circa 45 ore alla settimana, anche se ci sono punte di 70 ma, secondo una ricerca di Microsoft, di queste «almeno 16 sono totalmente improduttive». Nella media degli impiegati a tempo pieno la resa migliore non si realizza prima delle 11 di mattina e non va oltre le quattro del pomeriggio. Il resto del tempo è quasi solo un presidio della posizione. Nel paese che guida il libero mercato il "facimme ammuina" resta un classico: si spostano un po’ di carte da una scrivania all’altra e si tira sera.

I MOTIVI - Se gli analisti concordano sul fatto che il tempo perso sul lavoro ci sia e sia tanto, le loro opinioni divergono invece sui modi con cui lo si perde: secondo alcuni l’emorragia di efficienza maggiore finisce nella rete di Internet, secondo altri nelle riunioni. Per lo studio di Microsoft, ad esempio, esiste una media di almeno 5-6 ore a settimana di riunioni nel mondo del lavoro e, secondo il 70% degli intervistati, sono ore totalmente inutili o quasi. Ma perché si perde tutto questo tempo? Secondo Bob Kustka, fondatore della Fusion Factor, società di consulenza per i manager il motivo è ovvio: «Più a lungo si lavora, più tempo si perde. Bisogna pensare ai lavoratori come se fossero degli sportivi: in tutte le attività atletiche ci sono pause, intervalli, momenti nei quali si devono recuperare le forze. E questo avviene anche negli uffici». Tenendo anche conto che non tutti hanno la tempra di Federer o di Gattuso.

LE SOLUZIONI - Quindi se lavorare per molto tempo significa quasi sempre lavorare anche molto male, la soluzione sembra semplice: lavorare meno e meglio. Alcune compagnie americane stanno prendendo proprio questa strada, che si è aperta dietro a un principio che suona come uno slogan: «Guarda quello che produco, non come lo produco». Nel quartier generale della società Best Buy, a Mineeapolis, per esempio, si è adottato un acronimo che è poi diventato di moda: il "Rowe", che in sostanza sta per «i risultati sono l’unico scopo del lavoro». Quindi, in pratica, basta orari fissi o gara a chi resta di più a presidiare la scrivania: liberi tutti, l’importante è fare e, se uno è veloce, meglio per lui: si riposi, ma a casa.


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venerdì 1 giugno 2007
ore 12:03
(categoria: "Vita Quotidiana")







Nudi per protesta con l’aumento della tasse scolastiche deciso dal governo. Così un gruppo di studenti filippini ha deciso di manifestare per le vie di Manila. E lo ha fatto in una maniera che ha sorpreso la polizia e stupito i passanti. Nudi, alcuni solo con un cappuccio in testa, i ragazzi hanno innalzato cartelli per chiedere "istruzione gratis per tutti"


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venerdì 1 giugno 2007
ore 10:53
(categoria: "Vita Quotidiana")





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giovedì 31 maggio 2007
ore 16:12
(categoria: "Vita Quotidiana")





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giovedì 31 maggio 2007
ore 14:28
(categoria: "Vita Quotidiana")



Decalogo per il Palazzo
di MARIO PIRANI

La crisi della politica è all’improvviso diventata il fatto del giorno. Nessuno minaccia il sistema democratico, però non vi è chi non percepisca l’ondata crescente di insofferenza e di distacco dell’opinione pubblica di ogni colore nei confronti di quello che è diventato un ceto sociale pervasivo, invadente, privilegiato e totalmente inefficiente. Sia di centro sinistra che di centro destra.

Ora tutti ne parlano, le interviste si sprecano e la propensione al dibattito fine a se stesso rischia una volta ancora di confondere, annoiare, ridurre tutto a una verbosa contrapposizione. Come se non ci fosse nulla da fare.

Eppure non crediamo sia così. Il ritardo accumulato è tanto ma è forse ancora possibile proporre ai cittadini una vera riforma della politica.

E’ un compito che spetta al centro sinistra se non vuole, presto o tardi, essere travolto (la destra può vivere anche nell’anti politica). Occorre, però, avere una chiara percezione del pericolo e non ridurlo - illudendosi - ad un deficit di messaggio, a una carenza di comunicazione. No. Il baratro è nei fatti, nelle attese deluse, nei comportamenti senza differenza di qualità. E solo i fatti possono ridare fiducia e ricomporre il consenso. Fatti che debbono realizzarsi subito e tali da dare il segno del cambiamento. Ne elenchiamo alcuni, un’agenda possibile per una vera riforma.

Primo: cambio radicale dell’équipe di governo, subito dopo le elezioni amministrative, con accorpamento e riduzione netta dei ministeri, taglio della compagine dell’esecutivo (oggi 104 tra ministri e sottosegretari) con un massimo globale di 60.

Secondo: abrogazione delle leggi sullo spoyls sistem nella Pubblica Amministrazione.

Terzo: introduzione dell’obbligo del concorso con regole ferree e con classifica rigida (senza possibilità di scegliere fra rose di cosiddetti idonei) per tutte le nomine di pubblico interesse, dai primari degli ospedali ai direttori dei parchi ambientalistici, dai consiglieri di società partecipate a quelli degli organismi previdenziali.

Quarto: riduzione di un terzo del numero dei consiglieri regionali, provinciali e comunali.

Quinto: Rai liberata dalla presenza dei partiti. Nomina di un nuovo consiglio di amministrazione con personalità della comunicazione e della cultura di comprovata indipendenza di giudizio.

Sesto: abolizione del cosiddetto "panino" nei telegiornali Rai, con il falso pluralismo di dichiarazioni politiche suddivise secondo il modello artificiale tra tutti i partiti.

Settimo: eliminazione dei finanziamenti assegnati ai consiglieri per spese a loro libito, decise da alcune leggi regionali. Creazione di un elenco delle società ed enti inutili costituiti dalle Regioni e varo di un piano di tagli in proposito.

Ottavo: riduzione drastica dei privilegi dei parlamentari e dei consiglieri regionali (dalle pensioni prima dei 65 anni e dopo mezza legislatura agli infiniti benefit).

Nono: introduzione delle primarie istituzionalizzate e regolate per le cariche elettive nel Parlamento, nelle Regioni e nei Comuni.

Decimo: istituzione di norme di accesso, di libera contesa e di elezione che rendano il Partito Democratico un organismo aperto alla società, contendibile, scalabile da forze giovani, palestra di idee e valori non trampolino per carriere sicure, il partito della riforma della politica.


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