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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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lunedì 22 gennaio 2007
ore 10:38
(categoria: "Vita Quotidiana")



L’Abbè Pierre, dalla vocazione ad Assisi alla battaglia accanto ai poveri per la giustizia
di ROSARIA AMATO

ROMA - "Amici miei, aiuto! Una donna è morta assiderata alle 03:00 di questa mattina. In mano aveva ancora il documento con cui il giorno prima le era stato notificato lo sfratto". Con quest’appello lanciato da Radio Lussemburgo l’1 febbraio 1954, seguito dalla richiesta di "5.000 coperte, 300 grandi tende americane e 200 fornelli da campo" per i senzatetto l’Abbè Pierre divenne in Francia, e non solo, il più conosciuto e rispettato difensore dei diritti dei più poveri. Ruolo che ha conservato fino ad oggi, tanto da far dire al presidente francese Jaques Chirac che con la morte del religioso la Francia ha perduto "una figura immensa, una coscienza, un’incarnazione della bontà".

Henri Antoine Groués, detto Abbé Pierre, era nato il 5 agosto 1912 a Lione, quinto di otto figli, da una famiglia benestante. Dopo gli studi presso il Collegio dei Gesuiti di Lione, a 16 anni aveva incontrato il francescanesimo, in seguito a una gita in Italia, ad Assisi, compiuta con gli Scout. Lì, al Convento Le Carceri, aveva avvertito forte la vocazione per la vita monacale, e così a 19 anni era entrato nel convento di clausura dei Cappuccini di Lione, dopo aver distribuito ai poveri la sua parte di eredità paterna.

Nel 1938 viene ordinato sacerdote, ma negli anni successivi la sua vita non è quella di un religioso fuori dal mondo. La vocazione alla povertà più assoluta si coniuga infatti con l’impegno sociale, che in quegli anni significa impegno per la giustizia, per la libertà in una Francia assogettata e umiliata dal nazismo. Nel 1942 comincia così un’intensa azione di salvataggio delle vittime della tirannia nazista. E’ proprio in quegli anni che l’Abbé Groués diventa l’Abbé Pierre. Salva diverse persone (ebrei, polacchi) ricercate dalla Gestapo. Falsifica passaporti, diventa guida alpina e trasporta attraverso le Alpi ed i Pirenei le persone in pericolo.

Nel 1943, diventa a tutti gli effetti partigiano ed organizza l’Armata di Vercors che, si ricorda nella biografia del religioso pubblicato nel sito della comunità Emmaus, ha dato un importante contributo per la liberazione della Francia dal nazismo. L’Abbè Pierre viene anche arrestato dalla Gestapo, ma riesce a scappare e viene spedito ad Algeri in aereo nascosto in un sacco postale.

Dopo la guerra, rientra a Parigi e viene eletto Deputato alla Assemblea Nazionale. Nel 1947 fonda con Lord Boyd Orr il Movimento Universale per una Confederazione Mondiale. Nel 1949, con André Philip presenta un disegno di legge per il riconoscimento dell’Obiezione di coscienza. E nello stesso anno fonda il Movimento Emmaus, al quale si dedica più profondamente dal 1951, quando lascia il Parlamento in opposizione a una legge elettorale che definisce "truffa".

Il primo alleato dell’Abbè Pierre nell’opera per i senzatetto è George, un uomo condannato per omicidio e tornato a Parigi dopo venti anni di lavori forzati, che aveva tentato il suicidio visto che si era ritrovato malato e solo, abbandonato dai propri parenti. George si trasferisce a Neuilly Plaisance, una vecchia casa alla periferia di parigi che diventa la prima Comunità Emmaus.

Il movimento Emmaus diventa conosciuto e in grado di attirare un gran numero di donazioni soprattutto dopo il famoso appello a Radio Lussemburgo che nel 1954 scuote la Francia. Un mese dopo, viene aperto il primo cantiere per 82 case per i senzatetto. Nei mesi successivi l’Abbé Pierre gira tutte le città della Francia, ma viene chiamato anche da diversi paesi europei per incontri e conferenze.

E poi, negli anni, arrivano anche gli inviti dall’America, il Medio Oriente, ovunque cominciano a sorgere le Comunità Emmaus, comunità di poveri che mediante il lavoro di recupero e riutilizzo di quanto viene buttato via, riescono ad aiutare chi sta ancora peggio.

Tra i messaggi più celebri dell’Abbè Pierre, "Poveri che diventano donatori, e provocatori di chi ha e non fa nulla", "Servire e far servire per primi i più sofferenti, è la sorgente della vera Pace.", "La miseria giudica il mondo e rovina ogni possibilità di pace." "Siamo condannati a sapere tutto. L’urgenza è la condivisione, condivisione anche del bene lavoro, del tempo libero..."

L’Abbè Pierre ha anche ricevuto molte onoreficenze: tra le più importanti la Legion d’onore, nel 1981, e il Premio Balzan per la Pace nel 1991; venne anche proposto per il Nobel. Su di lui sono stati scritti libri e girati film, ed egli stesso, l’anno scorso, ha pubblicato un’autobiografia dal titolo "Dio Mio...perchè?", definita da più parti "una bomba". Nel libro infatti l’Abbè Pierre confessava di aver "conosciuto l’esperienza del desiderio sessuale e del suo rarissimo soddisfacimento", si schierava a favore del matrimonio dei preti e dell’ordinazione delle donne, criticando fortemente l’attuale Papa e il suo predecessore che confondevano in materia motivi sociologici con motivi teologici. E ammetteva anche le "alleanze" (non i matrimoni) omosessuali.

Tranne che nell’ultimissimo periodo, nel quale è stato sopraffatto dalla malattia, l’Abbè Pierre ha sempre continuato a viaggiare in tutto il mondo, per fondare nuove comunità, aiutare quelle esistenti e continuare le proprie battaglie in difesa delle persone ai margini della società.


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venerdì 19 gennaio 2007
ore 18:16
(categoria: "Vita Quotidiana")



Condannata per stregoneria, appello a Blair
Helen Duncan nel 1944 venne incarcerata per nove mesi. Ora la nipote chiede al governo che sia cancellata ogni sua «colpa»

LONDRA (Gran Bretagna) - Nel 1944 la medium britannica Helen Duncan venne incarcerata dalle autorità per nove mesi con l’accusa di «fingere di essere una strega» e mettere in pericolo la sicurezza nazionale: era stata l’ultima persona a essere condannata in Gran Bretagna in base alla legge contro la stregoneria approvata nel 1735 e la nipote Mary Martin ne ha chiesto il perdono. La legge venne infatti abolita nel 1951 ma la condanna di Duncan non venne annullata: «Avevo solo undici anni quando hanno iniziato a dirmi "sei nipote di una strega", ma era solo una donna che aveva un dono e che non ha mai messo in pericolo nessuno», ha spiegato la 72enne Martin, che ha chiesto un incontro con il Ministro degli Interni John Reid.

CLIENTI ILLUSTRI - Duncan era una medium molto conosciuta che vantava fra i propri clienti anche re Giorgio VI e Winston Churchill: i primi problemi sorsero nel 1941, quando comunicò ai genitori di un marinaio scomparso che il figlio era morto nell’affondamento della Hms Barham, nave di cui non era però stata resa ufficialmente nota la perdita. Con l’avvicinarsi dello sbarco in Normandia (che prevedeva complicati piani di controinformazione per confondere i servizi tedeschi) le autorità divennero ossessionate dalla possibilità di una fuga di notizie e Duncan venne arrestata a Portsmouth nel bel mezzo di una seduta spiritica.

CACCIA ALLE STREGHE - La questione della stregoneria era già stata sollevata più volte in passato: nel 2001 vennero perdonate le 20 donne bruciate sul rogo nel 1692 a Salem (allora colonia britannica); nel 2004 il barone di Prestonpans (località nella quale morì la Duncan) usò le leggi feudali ancora in vigore per perdonare d’autorità 81 «streghe» condannate nelle sue terre dal lontano 1604: Duncan non poté però beneficiare dell’amnistia baronale perché condannata fuori dal feudo e in base alla moderna giurisprudenza.


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venerdì 19 gennaio 2007
ore 14:47
(categoria: "Vita Quotidiana")



Scrittore armeno ucciso in Turchia

ANKARA - Lo scrittore e giornalista di origine armena Hrant Dink è stato assassinato a colpi d’arma da fuoco. Lo ha riferito la televisione turca. Dink, 53 anni, era stato condannato nell’ottobre del 2005 da un tribunale di Istanbul a sei mesi di prigione con la condizionale per «insulto all’identità nazionale turca». La pena, come precisa il sito della comunità armena in Italia, era stata poi sospesa. Direttore del giornale bilingue turco-armeno Agos, Dink era finito sotto processo per un articolo del 2004 dedicato al genocidio degli armeni.


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venerdì 19 gennaio 2007
ore 14:15
(categoria: "Vita Quotidiana")





I "naga sadhu", uomini sacri indù, ricoperti di cenere si preparano ad immergersi nel Gange per il bagno collettivo rituale del Mauni Amavasya, uno degli appuntamenti più importanti del festival indù in cui 20 milioni di indiani partecipano all’immersione collettiva nelle acque sacre. L’India è stata funestata da una tragedia proprio durante il festival. Un’imbarcazione sovraffollata si è rovesciata nel fiume Krishna, nel distretto di Mehboobnagar dello stato dell’Andhra Pradesh. A bordo c’erano moltissime persone che facevano ritorno dalla cerimonia. Sessantasei i dispersi, e la polizia teme che siano tutti morti.



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venerdì 19 gennaio 2007
ore 11:22
(categoria: "Vita Quotidiana")



Uganda, morta la sacerdotessa guerriera
Alice Lakwena guidò negli anni ’80 un esercito di disperati contro il governo centrale. Finì in una carneficina

Sosteneva di essere posseduta da un militare italiano che l’aveva convinta a cambiare nome. Dichiarò anche di essere una sorta di reincarnazione di Dio. Per questo fondò l’Esercito dello Spirito Santo e tra il 1986 e il 1987 guidò migliaia di disperati contro i soldati del governo centrale dell’Uganda. Finì in una carneficina: 5000 dei suoi uomini - tra i quali molti bambini soldato - furono uccisi a Iganda, nell’est. La sua «eredità» venne raccolta da suo cugino, Joseph Kony, mentre lei, la «sacerdotessa» guerriera del Nord, ha trascorso gli ultimi 18 anni della sua vita nel campo profughi Onu di Dadaad, estremo nord del Kenya. La scorsa notte Alice Lakwena è morta. Aveva una cinquantina d’anni, forse 51.

LA VITA - Il vero nome della Santona era Alice Auma, ma si ribattezzò Lakwena, che nella lingua ocholi vuol dire ’messaggero’. Le sue predicazioni infiammate attirarono migliaia di persone intorno a lei, pronte a tutto nel suo nome. Così nel 1986 lanciò una sorta di guerra santa e insieme etnica contro il governo, alla cui testa era appena giunto - dopo una lunga e sanguinosa guerra civile - Yoweri Musuveni, tuttora presidente ugandese. La seguivano circa 7.000 combattenti con i quali marciò dal Nord verso Kampala, vincendo anche qualche piccola battaglia. Prometteva che il suo ’olio Santo’ (il contributo, per così dire, dei riti woodoo) non solo avrebbe reso invincibili ed invulnerabili i suoi uomini, ma anche fatto divenire bombe le pietre che, insieme a mazze, bastoni e coltelli, costituivano armamento e santabarbara della ribellione. Ovviamente il miracolo (cioè la sorpresa e lo sgomento dei soldati regolari nel vedersi piombare addosso degli invasati praticamente a mani nude) non durò a lungo; e l’Esercito dello Spirito Santo, accettando misticamente lo scontro aperto con le ben armate truppe ugandesi, fu fatto a pezzi nel 1987, ad Iganda, nell’est del Paese. Restarono uccisi, secondo voci concordi, circa 5.000 miliziani dello Spirito Santo. Fu la fine del movimento, ma la donna, con altri capi, si salvò, e da allora ha vissuto, molto rispettata, nel campo profughi di Dadaad.

EREDITA’ - Nel frattempo la fiamma della rivolta mistica - un confuso coacervo di cristianesimo, con simbologie anche musulmane, che affonda le radici nella stregoneria ancestrale locale - era passata ad un altro ’profeta’, Joseph Kony, cugino, sembra, della ’grande Sacerdotessa’. Dalle ceneri dell’Esercito dello Spirito Santo, Kony ha fondato l’Esercito di Resistenza del Signore (Lra). Queste bande di assassini hanno completamente devastato il Nord dell’Uganda. Oltre 100.000 morti, più di 25.000 bimbi rapiti e resi schiavi, 1,5 milioni di persone costrette a vivere in campi profughi dove manca anche l’indispensabile. Il tutto tra orrori senza fine: mutilazioni, madri costrette ad uccidere un figlio per salvarne altri due.... Ma anche questa rivolta sembra spenta. Sono in corso negoziati di pace: molto difficili, ma per la prima volta avviati concretamente. Le trattative hanno avuto proprio in queste ore una svolta: un portavoce dell’Esercito di liberazione del Signore ha annunciato che una delegazione di ribelli si presenterà all’Aja per incontrare i magistrati del Tribunale internazionale per discutere sui mandati di cattura per crimini contro l’umanità che pendono sulle teste dei suoi leader.


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giovedì 18 gennaio 2007
ore 19:12
(categoria: "Vita Quotidiana")



Cambogia, riappare dopo 19 anni: una bimba scomparsa nella giungla

PHNOM PENH - Sembra un film, è tutto vero. E accade in Cambogia. Per diciannove anni ha vissuto nella giungla, dove scomparve all’età di otto anni. Una ventisettenne cambogiana è tornata dai suoi genitori che l’hanno riconosciuta nonostante oggi le sue sembianze siano per metà animalesche. La vicenda è simile a quella raccontata da "Tarzan delle scimmie" di Edgar Rice Burroughs e interpretata sullo schermo da Christopher Lambert nel film Greystoke. La ragazza, Rochom P’ngieng, sparì nel 1988 mentre era di guardia a un bufalo d’acqua, in un villaggio a circa 610 chilometri a nord est della capitale Phnom Penh.

A scorgerla nella vegetazione fittissima è stato un contadino, allarmato dalla continua sparizione di cibo dalla propria abitazione. L’uomo "ha cominciato a sorvegliare l’area e si è accorto di questa ragazza che sbucava dalla giungla per appropriarsi del cibo", ha raccontato il vice capo della polizia nella provincia di Rattanakiri, Prey Chlam.

"Era strana", ha continuato Chlam, "metà donna e metà animale". La notizia del ritrovamento della donna è giunta velocemente al padre, un ufficiale di polizia, che l’ha riconosciuta come la figlia perduta quasi vent’anni prima.


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giovedì 18 gennaio 2007
ore 17:24
(categoria: "Vita Quotidiana")



Lauree honoris causa, il Ministero frena
di ANNA MARIA SELINI

Chissà se il presidente del Consiglio, Romano Prodi, ricevendo la laurea honoris causa in Scienze Politiche dalla Cattolica di Milano, sarà consapevole di ottenere un riconoscimento ancora più "eccezionale" del solito. Il suo, infatti, non solo è tra i 262 titoli onorifici attribuiti dagli atenei italiani nell’ultimo anno, ma è anche tra i primi arrivati dopo la "stretta" annunciata dal ministro Mussi.

A fine dicembre, infatti, il responsabile dell’Università e della Ricerca aveva esortato gli atenei ad "un’accurata valutazione dei soggetti interessati, affinché siano effettivamente in possesso dei requisiti di eccezionalità previsti dalla legge". Niente a che vedere con la laurea a Prodi certo, ma di fatto una temporanea sospensione delle procedure d’approvazione e un richiamo al rigore, contro il moltiplicarsi e la trasformazione del prestigioso riconoscimento in un inflazionato strumento di marketing e di pubblicità accademica.

Solo nel 2004, con l’allora ministro Moratti, sono state conferite 235 lauree honoris causa, nel 2005, 171 e nel 2006, 262. Di queste ultime, 96 portano la firma di Fabio Mussi, che prima di toccare quota cento in sei mesi, ha deciso di non sottoscriverne altre. La procedura, infatti, prevede la proposta di assegnazione da parte di un docente o del preside di una facoltà, il voto favorevole di almeno due terzi del Consiglio di facoltà e la firma del ministro.

Secondo il normale iter alcune delle lauree già approvate, come quella a Prodi, verranno conferite nel 2007: tra le prossime quella a Paolo Conte dall’Accademia di Belle Arti di Catanzaro e a Moni Ovadia dall’Università per Stranieri di Siena. Tutte, va ricordato, danno gli stessi diritti di una laurea ordinaria.

I due dottor Rossi. Ad accendere le prime polemiche, nel 2005, sono state la lauree ad honorem conferite a pochi giorni di distanza a Vasco Rossi (Iulm) e Valentino Rossi (Urbino). Ma se per la laurea in Scienze della Comunicazione al primo, alcuni si erano limitati a storcere il naso, per quella equivalente al campione di motociclismo era insorto addirittura un cardinale. "La laurea ad honorem a uno sportivo è giusta solo se pertinente - aveva tuonato Fiorenzo Angelini, prefetto emerito del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, aggiungendo che - la colpa non è certo dei campioni, ma dei vertici di certe università che dovrebbero rispettare una serietà e un prestigio senza appiattire la scienza".

Più pertinenti, forse allora, le lauree ad honorem in Scienze motorie conferite a Walter di Salvo, preparatore atletico della Lazio, nel 2002 dallo Iusm di Roma o a Dino Zoff nel 2003 dall’Università di Cassino o ancora a Yuri Chechi nel 2004 a Campobasso.
Ad essere insigniti del prestigioso titolo accademico, negli ultimi cinque anni, oltre ai più consueti professori ed emeriti studiosi, sono stati anche numerosi personaggi del mondo dello spettacolo: cantautori come Luciano Ligabue (Teramo) o Renzo Arbore (Foggia), attori come Alberto Sordi (Salerno) o Roberto Benigni (Bologna) e registi come Mario Monicelli (Udine) o Ermanno Olmi (Bergamo).

Politici ad honorem. Una delle categorie più premiate dagli atenei, come dimostrano anche i titoli attribuiti in questi giorni (a Barroso dalla Sapienza), resta senza dubbio quella dei politici. Il Presidente del Consiglio vanta nel suo curriculum 23 riconoscimenti ad honorem, di cui 6 da università italiane, ultima la Cattolica. Una laurea honoris causa è stata conferita anche al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Bari) e a Silvio Berlusconi, (Università della Calabria), mentre sono plurilaureati ad honorem Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e, tra gli altri, Tommaso Padoa Schioppa.

E ancora, industriali come Luca Cordero di Montezemolo (Politecnico di Milano) e Tronchetti Provera (Iulm) o esponenti del mondo bancario come Cesare Geronzi (Bari) e Antonio Fazio. E proprio l’ex governatore della Banca d’Italia, nel 2002, venne insignito di una laurea honoris causa in Filosofia dall’Università di Catania, con una motivazione che letta oggi suona del tutto diversa. "Oltre ad avere un ruolo delicato e di primo piano nel governo del sistema Paese - sottolineò durante la cerimonia il rettore di Catania Ferdinando Latteri - il governatore Fazio è uno dei più convinti assertori della riscoperta di quello stretto legame tra economia ed etica di cui il mondo moderno ha, oggi più che mai, bisogno".

L’alloro della memoria. Con maggior parsimonia, le università conferiscono anche le cosiddette lauree ad memoriam (o ad honorem secondo l’accezione originaria, ormai usata come sinonimo di honoris causa), e cioè titoli onorifici dedicati a persone defunte, che in vita si sono particolarmente distinte per le loro azioni. Spesso si tratta di grandi personaggi originari della città o del territorio dove ha sede l’università, come nel caso della laurea alla memoria di Beppe Fenoglio voluta dall’Università di Torino nel 2005 o della cerimonia solenne organizzata dall’ateneo di Bologna nel 2004 in onore di Guglielmo Marconi.

O ancora della decisione dell’Università di Siena di conferire una laurea in Scienze dell’Amministrazione a due carabinieri suoi studenti caduti a Nassiriya.

E la Bocconi dice no. Tra gli atenei c’è anche chi non conferisce lauree a personalità di spicco, ma si limita ad organizzare seminari o convegni in loro onore. "La nostra è una tradizione che nessun rettore ha inteso superare - spiega Angelo Provasoli, ’magnifico’ dell’Università Bocconi - il titolo Bocconi va conquistato sul campo e la più o meno facile attribuzione a persone illustri non sarebbe coerente con questa filosofia. Quando Gorbaciov anni fa venne in Italia - continua il rettore - qualcuno ci suggerì di conferirgli una laurea honoris causa, ma alla fine optammo per una targa dell’università. La stretta di Mussi? Pienamente condivisibile. Il moltiplicarsi delle lauree non serve e dequalifica i titoli stessi. Bene conferirle, ma in maniera selettiva e solo a persone di grandissima qualità culturale nazionale e internazionale. Altrimenti la pubblicità per gli atenei rischia di diventare solo controproducente".


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giovedì 18 gennaio 2007
ore 13:17
(categoria: "Vita Quotidiana")



Blitz alla Diaz, sparita la prova contro gli agenti
di Marco Imarisio

GENOVA — Dopo l’agente con la coda da cavallo e le firme sui verbali di arresto, ci siamo giocati anche Gutturnio e Colli Piacentini. Sparite nel nulla. Le due bottiglie molotov addebitate ai 93 ragazzi arrestati durante la sanguinosa irruzione alla scuola Diaz, non si trovano più. In quell’ormai lontano G8, luglio 2001, una vita fa, dovevano essere la «prova regina», la conferma della pericolosità dei giovani finiti in manette. Divennero invece il fulcro dell’inchiesta sui poliziotti coinvolti in quella sanguinosa perquisizione. La «prova regina» era falsa. Fabbricata ad arte per incastrare i 93 no global e giustificare così un pestaggio a freddo, violentissimo, una specie di rappresaglia.

Gli ordigni erano stati sequestrati durante gli scontri del pomeriggio, e portati alla scuola da due agenti mentre il blitz era in corso. Sono il fulcro del processo che dall’aprile 2005 si sta celebrando nell’Aula magna del Tribunale di Genova. In Italia, è avvolto in una nuvola di silenzio. All’estero è diverso. Alcune udienze sono state «l’apertura» del telegiornale della Bbc, quando a deporre fu il giornalista inglese Mark Covell, massacrato a calci e pugni dagli agenti davanti al cancello della scuola; altre sono finite in prima pagina sulla Frankfurter Allgemeine, quando venne rievocato il calvario di Lena Zuhlke, vent’anni, tedesca di Amburgo, un anno di ospedale per riprendersi parzialmente dalle fratture e dalle lesioni provocate dalle scarpate dei poliziotti. Qui da noi, il nulla, anche se tra gli imputati vi sono nomi molto importanti della polizia italiana, accusati a vario titolo di falso, calunnia, lesioni gravi.

Eppure di cose ne succedono, nelle due udienze settimanali. Il clima è sempre frizzante. Sulla porta dell’aula ci sono sempre agenti che prendono le generalità di chi entra ed esce. L’udienza di ieri era di quelle importanti, lo testimonia la presenza di tutti gli avvocati degli imputati, evento mai successo dall’inizio del processo. Doveva deporre il dirigente Valerio Donnini, all’epoca responsabile del reparto che raccolse le molotov per strada. La discussione entrava nel vivo, insomma. Il legale di uno degli imputati ha chiesto che venissero mostrate in aula le due molotov. Durante tutta l’inchiesta, i riconoscimenti sono stati fatti tramite foto dei due ordigni, ma in dibattimento viene chiesta la sua ostensione. È uno stratagemma difensivo abbastanza comune. Trattandosi di corpi di reato, le due molotov dovrebbero essere a disposizione del Tribunale. Soltanto che nessuno le ha mai viste.

L’ultima notizia delle due «prove regine» risale alla notte dei tempi. Il 7 maggio 2002, la Procura chiede alla questura di Genova il numero esatto delle bombe incendiarie sequestrate nei giorni del G8. Sono cinque, è la risposta della Digos. Tre sono state distrutte, le altre due sono quelle della Diaz e sono custodite negli uffici della Polizia scientifica. Da lì in poi, nessuno ne ha più saputo nulla. Nei reperti del processo, quelle bombe non sono mai entrate. Nella storia di quest’inchiesta non è la prima volta che si verificano misteriose sparizioni. Era successo già un’altra volta, poco prima del rinvio a giudizio dei poliziotti. Erano scomparsi i tabulati telefonici ottenuti dalla Wind. La questura di Genova sosteneva di averli inviati in procura. Alla fine, vennero ritrovati negli uffici della Squadra mobile.
È molto probabile che la sparizione delle molotov sia attribuibile soltanto ad incuria e trascuratezza. Ma quel che emerge dal processo della scuola Diaz è la scarsa collaborazione delle forze dell’ordine quando sono chiamate a indagare su se stesse. Nelle ultime udienze è stata certificata l’impossibilità di identificare un poliziotto dalla fluente coda di cavallo fotografato in primo piano durante l’irruzione. Parla con altri agenti, dà ordini. Nessuno l’ha riconosciuto. Così come nessuno degli altri firmatari del falsissimo verbale di arresto dei 93 no global ha saputo indicare di chi è la quindicesima firma posta sul documento.

L’eccezione si chiama Luca Salvemini, fa il vicequestore a Palermo e nel giugno 2002 venne incaricato dalla procura di Genova di indagare sui falsi commessi dai poliziotti. Lo fece. E la scorsa settimana, si è limitato a raccontare in aula come le due molotov siano state introdotte alla Diaz mezz’ora dopo l’inizio della perquisizione, mentre i migliori investigatori d’Italia parlottavano tra loro nel cortile dell’istituto senza accorgersi di nulla, nel migliore dei casi. La sua deposizione ha inevitabilmente messo in risalto l’omertà e la mancanza di collaborazione degli altri suoi colleghi. Il riassunto delle puntate precedenti finisce qui. In attesa del ritrovamento delle molotov, se mai avverrà, il dibattimento va avanti a scartamento ridotto. Il tribunale ha deciso di «congelare» le testimonianze relative alle bottiglie incendiarie. Senza Gutturnio e Colli Piacentini, almeno per ora i vertici della Polizia sono dispensati dalla spiacevole incombenza.


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giovedì 18 gennaio 2007
ore 10:24
(categoria: "Vita Quotidiana")



Le donne italiane aspirano a oltre due figli, ma una volta nato il primo si fermano
di ROSARIA AMATO

ROMA - L’Italia "ha uno dei livelli più bassi di fecondità osservato nei Paesi sviluppati", ma non è la voglia di aver figli a far difetto alle donne italiane. Nell’indagine Essere madri in Italia - Anno 2005, l’Istat rileva che il numero ’atteso’ di figli è di 2,19; ma poi il numero effettivo è stato nel 2005 di 1,33. Tra le ragioni principali della discrepanza la "soddisfazione per aver raggiunto la dimensione familiare desiderata", seguita però dai "motivi economici", motivazione percentualmente in aumento rispetto alle indagini precedenti. In definitiva, spiega l’Istat, "le donne italiane mostrano una elevata propensione a diventare madri", ma poi quest’aspirazione si scontra con le difficoltà pratiche. Anche se la media attuale è comunque leggermente superiore al minimo storico di 1,19 registrata nel 1995.

Le ragioni per non fare secondi o terzi figli. Per l’indagine l’Istat ha intervistato 50.000 donne che hanno avuto un figlio nel 2003, e le ha raggiunte a distanza di 18-21 mesi dalla nascita del figlio (dunque nel 2005). Tra queste, quelle che non intendono avere un altro figlio sono il 40 per cento, in leggero aumento rispetto al 37 per cento del 2002. Le ragioni indicate sono (a parte quelle già citate): motivi di età, motivi di lavoro, preoccupazioni per i figli, motivi di salute, fatica per gravidanza e cura dei figli. Molte riferiscono in generale che "avere ulteriori figli non lascerebbe tempo per altre cose importanti della vita". Dopo la nascita del figlio, in definitiva, l’impatto con le difficoltà quotidiane (lavoro, organizzazione dell’accudimento del bambino) "si traduce in una rinuncia ad avere ulteriori figli".

Quadruplicate le madri laureate. Anche perché i tempi dello studio, di livello più elevato, e dell’inserimento nel mondo del lavoro, spostano di molto l’età nella quale si mette al mondo il primo figlio, che attualmente è di 29 anni. Dunque le madri pensano innanzitutto a studiare: quelle con diploma di scuola media superiore sono passate dal 19 per cento del 1980 al 30 per cento del 1990 fino a superare il 54 per cento nel 2003. Nello stesso tempo le laureate sono quadruplicate passando dal 4 al 16 per cento. Inoltre il 63 per cento delle donne divenute madri nel 2003 aveva un lavoro o lo stava cercando, percentuale ben più alta del 57 per cento del 2000/2001. Il 78,2 per cento delle madri ha un contratto a tempo indeterminato.

Il primo figlio dopo la laurea e ’la sistemazione’ lavorativa. Solo il 54 per cento delle madri lavora "per contribuire al bilancio familiare"; il 21 per cento lo fa per gratificazione personale, e il 18,8 per cento "per sentirsi indipendente". Ecco perché in tante posticipano la nascita del primo figlio al momento in cui si sono completati gli studi e si è trovato lavoro: a 30 anni infatti solo il 56,8 per cento delle madri con un più alto livello di istruzione ha avuto il primo figlio, contro il 69,8 per cento delle altre.

Però molte dopo la nascita del figlio perdono il lavoro. Posticipare la nascita del primo figlio però non evita difficoltà sul lavoro. Il 18,4 per cento delle madri occupate all’inizio della gravidanza al momento dell’intervista aveva lasciato il lavoro; il 5,6 per cento per licenziamento, le altre volontariamente. Il rischio di perdere il lavoro dopo la nascita di un figlio è più elevata al Sud e tra le madri che hanno al massimo la licenza media.

Le diffficoltà di chi continua a lavorare. Per il 72,5 per cento di madri che continuano a lavorare, le difficoltà sono tante. Molte fanno ricorso al part-time (c’è stato un incremento di tre punti riseptto al 2002); quasi tutte ricorrono all’astensione facoltativa dal lavoro e ai congedi parentali (con una differenza tra Nord e Sud, 80 contro 62,7 per cento). Al Sud si rientra infatti prima al lavoro, soprattutto "per esigenze economiche". Ai congedi parentali fanno ricorso le madri in misura massiccia, i padri molto ridotto (l’8 per cento).

Chi si occupa dei bambini. I nonni continuano a contare ancora molto nella cura dei bambini: a occuparsi dei nipotini della fascia di età 1-2 anni sono infatti loro nel 52,3 per cento dei casi. Solo il 13,5 per cento frequenta un asilo pubblico, il 14,3 per cento uno privato, il 9,2 per cento è affidato a una baby sitter e del 7,3 per cento si occupano i genitori. Tuttavia il 28,3 per cento delle madri che non si avvalgono di un asilo nido lo avrebbe fatto se avesse trovato posto, o se il costo della retta non fosse stato così elevato.

Chi si occupa della casa. Il 63 per cento delle madri occupate dichiara di non ricevere alcun aiuto per i lavori in casa; tra quelle che lo ricevono, il 52 per cento ha una collaboratrice domestica, il 25 per cento viene aiutata dai nonni e il 17 per cento dal partner.


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mercoledì 17 gennaio 2007
ore 15:48
(categoria: "Vita Quotidiana")





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