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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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domenica 26 novembre 2006
ore 18:22
(categoria: "Vita Quotidiana")



Le immagini degli attivisti della campagna contro l’Aids in corso a Bangkok. Travestiti da preservativo i giovani hanno distribuito i condom per le strade e sul metrò. L’iniziativa rientra nel programma delleiniziative in vista della giornata mondiale contro l’Aids che si svolgerà il primo dicembre



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domenica 26 novembre 2006
ore 16:16
(categoria: "Vita Quotidiana")





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sabato 25 novembre 2006
ore 16:55
(categoria: "Vita Quotidiana")



Canada, è scandalo per un film sui gay
Giocatore di hockey alleva un bimbo

TORONTO - Cosa succederebbe se Totti, Del Piero o Inzaghi accettassero di apparire sullo schermo in veste di gay? O l’ipotesi è troppo lontana dalla realtà? In Canada è accaduto qualcosa di molto simile, e lo scandalo è pronto a scoppiare. Niente palloni però, solo pattini da ghiaccio e bastoni. Perché nello stato nord americano lo sport nazionale è l’hockey, e una delle squadre della major league - la Maple Leaf - ha dato il permesso di usare le sue maglie ufficiali per un film che racconta la vita di un suo giocatore. Indiscutibilmente gay.

La storia, tratta dal best-seller "Breakfast with Scot" di Michael Downing, racconta l’odissea di una coppia omosessuale che si trova a dover fare i conti con un ragazzino undicenne. I due, un giocatore professionista e l’avvocato della sua squadra, vengono nominati a sorpresa tutori di Scot - questo il nome del piccolo - che sembra possedere la loro stessa inclinazione sessuale. Un problema. Nella fase dello sviluppo l’identità sessuale dei ragazzini è in fieri, e i due si chiedono se questa convivenza a tre non rischi di forzare le scelte del figlio adottivo. Nonostante il tema molto serio, sia il libro che il film lo affrontano in chiave comica.

Meno divertiti sono invece i commenti fioccati dopo la notizia dell’inizio delle riprese. Mark Tewksbury, medaglia d’oro nei 100 metri dorso alle olimpiadi del ’92, e membro della fondazione degli atleti omosessuali, s’è detto compiaciuto ma scettico: "L’idea è interessante, ma non credo che accadrà mai nel mondo reale, scoppierebbe un putiferio. Nel Canada vero poi sarebbe inverosimile: siamo ancora troppo lontani dalla possibilità di fare un outing pubblico, specialmente in sport machisti come l’hockey".

E in effetti a molti sembra strano. Gente come Don Chery, uno dei giornalisti sportivi più noti del Canada. "Sapevo che Gary Bettman - presidente della Major league - voleva che la lega ammorbidisse un po’ la sua immagine virile, ma questo, francamente, mi sembra un po’ troppo" e sembra che sia esploso in una fragorosa risata davanti a milioni di spettatori: la frase viene da un’intervista televisiva. Stupore invece per l’attore protagonista: "Quando la squadra ha dato il suo assenso sono rimasto scioccato" ha commentato Tom Cavanaugh. "Neanche in un milione di anni mi sarei mai sognato che alla fine avrei indossato le maglie della Leaf interpretando la parte di un gay".

Bizzarro senz’altro. La storia recente di questo sport su ghiaccio annovera nei suoi annali l’outing di due giocatori professionisti che però lo fecero a carriera finita. "Altrimenti sarebbe stato un suicidio", continua Cavanaugh. "Lo sport è uno degli ultimi bastioni della tradizione. Con delle regole non scritte che somigliano molto a quelle di un circolo esclusivo. E l’hockey non fa eccezione". Che Scot e i suoi due papà riescano a cambiare le cose?


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sabato 25 novembre 2006
ore 10:40
(categoria: "Vita Quotidiana")





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venerdì 24 novembre 2006
ore 18:07
(categoria: "Vita Quotidiana")



Giornata del non acquisto, giù le mani dal portafoglio
Paola Zanca

Per un giorno, non mettete mano al portafoglio. Niente spesa, niente regali, niente shopping selvaggio. È la provocatoria proposta della Giornata del non acquisto per ritagliarsi un «giorno di libertà dal consumismo compulsivo». Un´iniziativa che sabato 25 novembre si svolgerà in contemporanea in trenta paesi del mondo, dalla Francia al Giappone, dalla Norvegia agli Stati Uniti. Ad organizzarla, come recita il sito Adbusters , promotore della giornata, è un network globale che vuole «evidenziare le strutture del potere e valori socialmente, ecologicamente e culturalmente negativi che si annidano nel mondo della comunicazione e in particolare nei messaggi pubblicitari delle grandi corporations globali». Insomma, usare lo strumento del "consumo critico" per far sentire la propria voce.

Il Buy Nothing Day si è celebrato per la prima volta in Canada nel 1992 per «commemora le vittime delle politiche orientate alla massimizzazione dei consumi: dalle popolazioni del Sud del mondo deboli di fronte alla globalizzazione dei mercati, all’ambiente deturpato da rifiuti e inquinamento, alla colonizzazione dell’immaginario a opera di pubblicitari che propongono modelli di vita irrealizzabili per la maggior parte della popolazione del mondo». Insomma, un invito a «demarkettizzare» la nostra vita. E a ripensare un modello di sviluppo più sostenibile e più responsabile.

Niente contro i commercianti, dunque, ma semplicemente un´occasione per riflettere sul significato delle nostre azioni quotidiane, o meglio, dei nostri voti quotidiani per parafrasare le parole del missionario comboniano Alex Zanotelli: «Votate ogni volta che fate la spesa, ogni volta che schiacciate il telecomando, ogni volta che andate in banca, sono voti che date al sistema».

Per chi fosse affetto da shopping compulsivo e sabato dovesse avvertire qualche disturbo dovuto al non acquisto, la campagna ha messo a punto il Decrescil, un "medicinale" che fornisce suggerimenti e consigli per i consumatori dipendenti. E in vista del Natale, anche una cartolina che arriva da lontano e invita a moderare lo striscio delle carte di credito. E mi raccomando, non dimenticate lo scontrino.



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venerdì 24 novembre 2006
ore 15:56
(categoria: "Vita Quotidiana")





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venerdì 24 novembre 2006
ore 13:12
(categoria: "Vita Quotidiana")



Tokyo, il governo alla guerra del sushi
un marchio di qualità contro le imitazioni

ROMA - L’ultima goccia è stata l’affronto subito in Colorado, in un ristorante che ha osato proporgli manzo arrostito in stile coreano spacciandolo per una specialità giapponese. Il ministro dell’agricoltura nipponico Toshikatsu Matsuoka non ci ha visto più. E ha deciso che il sushi va protetto dalle volgari imitazioni sempre più diffuse in tutto il mondo, con la moltiplicazione esponenziale dei locali.

Parte così la crociata delle autorità di Tokyo in difesa delle loro ricette tradizionali. I ristoranti all’estero che vogliono fregiarsi del titolo di autentica cucina giapponese dovranno avere una certificazione apposita, approvata dal governo. Una specie di bollino blu che metta al riparo da "bufale" gli ignari avventori, spesso non in grado di riconoscere se il piatto loro proposto è realmente giapponese e non magari coreano, filippino o "fusion".

Le aberrazioni scoperte in giro per il mondo dai "poliziotti del sushi" in incognito, sguinzagliati dal ministro sin dalla scorsa estate, sono numerosissime. Soprattutto negli Stati Uniti, dove i ristoranti giapponesi sono fra i più amati. Sakè finti spacciati come liquori tradizionali. Rotoli alle alghe con ripieno di salmone e formaggio "cream cheese". Perfino anelli di cipolla fritti, come "tempura".

Decisamente troppo per rimanere a guardare. "Il sushi è un’arte molto complessa", spiega il ministro Matsuoka al Washington Post. "E’ un’esperienza che coinvolge tutti i sensi. Deve essere presentato in modo piacevole, si devono usare ingredienti adatti e deve essere preparato da chef formati ad hoc".

Chef che in patria devono sottostare ad un apprendistato duro, di diversi anni, prima di essere autorizzati a cucinare per il pubblico. Una selezione rigida, una carriera tradizionale molto rispettata e soprattutto altamente gerarchica. Proprio loro, i cuochi giapponesi all’estero, sono i primi a protestare contro la proliferazione incontrollata di improbabili "Sushi Zen" o "Mount Fuji", gestiti invece da personale non giapponese (spesso in cucina ci sono cinesi) e non propriamente preparati.

Ma le cose stanno per cambiare, promette il ministro. A New York, come a Londra, Parigi e Milano, i ristoranti che si dichiarano "giapponesi" dovranno usare solo materie prime adeguate, impiegare chef certificati e servire solo piatti nipponici. Un passo dovuto, visto che nel 2009, secondo le statistiche del governo di Tokyo, i ristoranti giapponesi nel mondo toccheranno quota 48.000.

Il governo ha già nominato un comitato di luminari gastronomici e di intellettuali, incaricato di sviluppare delle linee guida che dovrebbero diventare operative da aprile. Da quel momento, saranno delle vere e proprie commissioni culinarie a valutare la "giapponesità" dei locali internazionali e a garantire loro, se degni, il marchio di qualità.


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venerdì 24 novembre 2006
ore 12:29
(categoria: "Vita Quotidiana")



Eutanasia, Il Giornale sbaglia nome
Scambia la Turco per onorevole radicale

E’ un caso politico la prima pagina de "Il Giornale" nella quale si attribuisce alla senatrice e ministro della Salute Livia Turco una proposta di legge per legalizzare l’eutanasia. In realtà tra i firmatari dell’iniziativa c’è l’onorevole Maurizio Turco (Rosa nel Pugno). Allo scambio di persona reagisce la Turco: "Sono indignata e scandalizzata, Belpietro dovrebbe andarsene". Il direttore del quotidiano si scusa e parla di "un errore grave".

Turco: "Belpietro si dimetta"
Durissima la reazione del ministro della Salute ha dichiarato: "Sono indignata e scandalizzata di quanto è accaduto. Evidentemente la bramosia di infangare colui che si ritiene l’avversario politico del momento è tale da offuscare addirittura la vista e la capacità di leggere i nomi e cognomi delle persone e la loro qualifica istituzionale".

La Turco quindi aggiunge: "Scopriamo così che il direttore de Il Giornale Maurizio Belpietro e i suoi redattori non sanno che sono senatrice, che in qualità di membro del governo non firmo proposte parlamentari e che ’La Turco’ del titolo sparayo in prima pagina di quel quotidiano non è la sottoscritta, ma l’onorovelo Maurizio Turco deputato della Rosa nel pugno". Alla senatrice non bastano le accuse e anzi attacca: "Se un briciolo di onore professionale aleggiasse nella coscienza di Belpietro, oggi si presenterebbe una sola scelta: quella di firmare la lettera di dimissioni, che in ogni caso non eviterà a lui e al suo editore di rispondere in sede giudiziaria di quanto accaduto".

Le scuse di Belpietro
"Un errore, un errore grave di cui mi scuso sia personalmente che a nome della testata con il ministro Livia Turco" Così il direttore de Il Giornale risponde al ministro Livia Turco e aggiunge: "La redazione è stata tratta in inganno. La Turco non c’entra, c’è stato un equivoco sui nomi. Tra i firmatari di un pdl sull’eutanasia, oltre ai nomi di Grillini, Bellillo e Turci c’era anche quello di Turco, ma di Maurizio Turco".

Per quel che riguarda le dimissioni Belpietro aggiunge: "Sono stato il primo a chiedere scusa, stamattina, pubblicamente e privatamente al ministro. Trovo però singolare che chieda le mie dimissioni: quelle di un direttore di giornale, semmai, le chiedono gli editori. Le ingerenze del mondo politico nella gestione dei giornali sono gravi. Soprattutto da parte di un ministro di cui abbiamo spesso denunciato gli errori, come quello di revocare un importante direttore sanitario per poi farsi sconfessare dal Tar".

Anche Quagliarello ammette l’errore
Il senatore di Forza Italia, Gaetano Quagliarello, autore di di un articolo in prima pagina, si scusa anche lui con la senatrice e dichiara: "Per un errore materiale nell’editoriale a mia firma apparso questa mattina sul quotidiano Il Giornale in tema di eutanasia, ho attribuito al ministro Livia Turco posizioni che invece appartengono all’onorevole Maurizio Turco".


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venerdì 24 novembre 2006
ore 11:51
(categoria: "Vita Quotidiana")





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venerdì 24 novembre 2006
ore 10:15
(categoria: "Vita Quotidiana")



Droghe low cost, è allarme
In Europa prezzi mai così bassi

BRUXELLES - Una pasticca di ecstasy a soli 3 euro. Ma pure eroina e cocaina si trovano ormai a buon mercato. Anche le droghe sono entrate nel circuito del low cost: l’uso di stupefacenti non è mai stato così tanto a portata di tasche. Il record verso il basso delle sostanze preoccupa l’Europa: i numeri venuti fuori dall’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Oedt) nella sua relazione annuale ridisegnano la mappa economica e sociale dello "sballo".

Il primo cambiamento: l’offerta supera ormai la domanda. La conseguenza: la guerra dei prezzi. Marijuana e droghe leggere sono in realtà diminuite relativamente poco (attorno al 12% in media), mentre il calo per gli stupefacenti duri, rispetto al 1999, assomiglia a un vero e proprio crollo: -45% per l’eroina, -22% per la cocaina, -47% per l’ecstasy.

"I prezzi delle droghe illecite in vendita nelle strade d’Europa è crollato negli ultimi cinque anni e probabilmente il livello di oggi è il più basso mai registrato" dice l’Oedt. Che chiarisce: "Il prezzo non è che uno dei numerosi fattori che influenzano le persone nel decidere di usare droghe: per il momento non esiste un nesso diretto tra i livelli generali di consumo di stupefacenti e il loro prezzo al dettaglio. E, tuttavia, questo abbassamento in termini reali dei prezzi delle droghe in Europa non può non essere considerato allarmante".

Una pastiglia di ecstasy in una discoteca italiana varia fra i 15 e i 25 euro, a Vilnius o a Varsavia la si trova ad appena tre euro. L’agenzia europea lancia anche l’allarme Afghanistan che invade il mercato mondiale con il suo oppio e derivati e ricorda che l’Italia continua ad essere al terzo posto fra i paesi europei consumatori di cocaina, dopo la Spagna, grande consumatrice di droghe, e la Gran Bretagna.

Anche se le percentuali, che oscillano attorno al 3% della popolazione, sono molto distanti dal consumo segnalato negli Stati Uniti, che supera il 14%. Nel nostro Paese, secondo lo studio, hanno fatto uso almeno una volta di cocaina il 4,6% dei cittadini.

La sostanza più diffusa resta comunque la cannabis: si calcola che circa 65 milioni di adulti europei, pari a circa il 20% delle persone comprese tra i 15 e i 64 anni abbiano provato la cannabis almeno una volta nella loro vita. L’Italia si conferma in linea con questa percentuale e, in termini di uso, è preceduta da otto paesi, tra cui Francia e Spagna. L’eroina, secondo il rapporto, continua a non essere una droga "di tendenza", anche se le nuove generazioni corrono il rischio di una nuova vulnerabilità. I morti, comunque, sono stabili attorno ai 7-8.000 all’anno.

A causa della cocaina, che continua invece a seguire il trend verso l’alto anche se l’uso si stabilizza, muoiono "soltanto" 400 persone l’anno, ma non si riesce a calcolare, precisa l’agenzia, tutti gli aggravamenti di patologie, come quelle cardiovascolari, provocate dall’abuso di coca.

Fra quantità enormi, prezzi bassi, stupefacenti di moda o fuori tendenza, si fanno largo anche nuovi prodotti. Il più inquietante si chiama Mccp, è smerciato in pastiglie, la chiamano la "nuova ecstasy", si vende fuori dalle discoteche soprattutto di Spagna, Italia e Gran Bretagna. Un prodotto della famiglia delle piperazine, che preoccupa i sanitari più dell’ecstasy perché è al tempo stesso un antidepressivo e uno stimolante. I giovani che lo prendono, si sentono spesso male, con vomito, capogiri e svenimenti.


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