Questa è la storia dell’Osteria e dei suoi osti, una storia fatta di incontri, mangiate, ciacolate e, soprattutto bevute..
Tre lustri or sono, in quel ramo dei Colli Euganei ove i teutonici il corpo di fanghiglia solgono insozzarsi, nel luogo in cui a virtute e canoscenza le giovin menti vengono iniziate, il fato volle che un gruppo di pargoletti ebbero a incontrarsi. Una volta cresciuti essi avrebbero mostrato una più che umana gioia nell’alzar gomito e nel favellar sciemenze.
Intra cotal masnada di lattanti si distinguevan già i futuri osti:
vi erano il piccolo Ligustro dai rossi capelli del rame, tanto gentil e tanto caro, solea ripetere alle dame di buon cuore, che tanti apprezzamenti a lui facean, "el pi bon dei rosi ga copà so mare.."
Giovannin largo sorriso, che scalpi mietea come grano maturo, il bel Vallì, che a tante fanciulle il core facea palpitar, cantando le ballate dell’Antonello di Roma, il buon Rigà, sopportatore dell’altrui giovanil irrequietezza, che il senno perdette per il giuoco del cestello, il sovraciliato Gil, moderato ma profondo conoscitor dell’animo umano, tutti i bischeri ei scrutava e lor marchiava co’ sagaci sentenze ("riccardo non è molto portato per il giuoco del cestello")
Il tempo passò e i giovini osti crebbero in beltate (!?!) e sciemenza, si raffinò in loro l’arte del "parlar sfottendo" e giornate intere passavano a pungolarsi e a deridersi; vennè però il tempo in cui, ancor piccin, un regazzetto deve decidere che studio approfondire e il fato, ohi che birbone!, li volle nel medesimo istituto confinati, non solo vicini di classe, ma persin di banco.
Tra mura di saper impregnate, si incontraron gl’euganei co’bambin compaesano, il suo nome fu Mazza, che solea inebriar lo scolastico aere sprigionando panini di grassosa fattura.
Accanto ad ei sedeva un baldo giovin poco avvezzo alla dei numeri scienza, ma non per questo carente in sagacia, usava annotar su sgangherati libercoli le stravaganze che l’malsan ambiente e i lor mentori offrivano in pasto.
Passaron gl’anni tra burle, giuochi, sollazzi e insufficienze, che a rimembrar per intero, cari lettori, i secoli impiegheremmo...
In quel tempo sbocciava nei giovinotti un innato senso dello stare in compagnia, trovaron nell’etanolo ciò che li univa a minimo comun denominatore e non paghi della conoscenza dell’arte che da tutte l’altrre venne ritenuta inferiore, ma che infoca li cori degli uomini al pari dell’altre, sempre umilmente cercavan uomo che con loro condivida l’ingengno, il guizzo e la facezia. Il destino in questo sempre li favoriva ponendo come savio agricoltore i più bizzarri semi sulla strada percorsa , acciocchè si trasformi in prato fiorito dal multiforme estro, dove riposare o riprendere il cammino porta la stessa gioia. In questo prato, tra li altri, ben particolare germoglio portò frutto esaltato, di nome Mattia Carta,siculo d’origine, patavin d’adozione, gallico di spirto, poichè a venere marte sole preferir.
Ora non più glabri diverse attitudini spinsero lontani, l’un astronauta, l’un cocainomane, l’un webmaster di osceni loci, altri truffatori finanziari, l’un barelliere, l’un de’saperi giuridici studioso, l’altro laureato in fisica e mago dell’infernal futuro che si favella nominar blogosfera, ma mai perdono l’occasion di riedere alle fanciullesche usanze e ritrovarsi all’osteria, contandosela in spensieratezza e col viver gioioso in loro..