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E’ più esatto dire che...li sto rileggendo... [Pierre Riches]- La Fede è un bagaglio lieve;
D. Qual è l’atteggiamento più giusto per vivere una fede? R. Non avere mai tesi a priori o accettate ciecamente. Continuare a ragionarci sopra criticamente, cercando di capire la ragion d’essere di ciò che propone la fede e, se è il caso, rivedere le proprie tesi, perché solo così si può trovare la verità e sottoporla a verifiche e riprove.D. Gesù non dice nulla dell’Aldilà,perché? R. Sarebbe disastroso se ci avesse detto che non ci sono i cinema ma i semafori sì
- La vita segreta delle api [Sue Monk Kidd]
Maestro insegnaci a pregare [Padre Andrea Gasparino]Ogni "novità" di P. Gasparino è attesa ed accolta con gioia, come un "dono", da tantissimi giovani ed educatori. [...] In questo libro ritornano (ed era naturale) i temi cari a P. Gasparino [...] sono riprese, quasi alla lettera, molte delle riflessioni già pubblicate in un precedente volume della Elle Di Ci: La preghiera del cuore. ’’Pregare e’ un dono grande ed esigente. Non consiste nell’apprendimento di alcuna nozione: la preghiera e’ una vita.’’
Le omelie di Padre Aldo Bergamaschiwww.padrebergamaschi.com [...]il cristianesimo non è attuato o forse è attuato nelle singole persone, però appena usciamo dalla singolarità, o nella famiglia o nel sociale, vediamo tutto andare a pezzi, non c’è nemmeno l’ombra del Messaggio di Gesù. Questo sarà oggetto delle mie predicazioni future. Ciò accade - e la mia spiegazione resta ferma – perché il cristianesimo è caduto al rango di religione e non perché non è una rivelazione.[...] ![]()
Gli opuscoli di Padre Tornese
Li ho messi online tutti e 23![]()
Sulla strada di Emmaus
Polvere... Incontri... Provocazioni...
’’Strada Statale Gerusalemme – Emmaus: siamo al tramontar della prima Pasqua.
Due viandanti - Cleopa e un altro - riflettono mesti. Tema di drammatica attualità: la morte di Gesù di Nazareth. Si parla di ciò che sta a cuore. Sta a cuore ciò che si cerca. Si cerca ciò che si ama.
Conclusione: ripercorrono un Amore.
Il Risorto s’accosta ma non li folgora: li istruisce e conforta. Li ha cercati e raggiunti per rincuorarli, correggerli e illuminarli.
Ma non attacca il discorso: varca la soglia con dolcezza, con una interrogazione semplice, discreta. "Di che cosa stavate discutendo lungo la via?" (Lc 24,17).
Converge sulla loro mestizia. L’incoraggia a parlare. Si conquista la fiducia.
Fa finta di volersene andar. Fa finta: piacevole un Dio che... Fa finta !
Entrano nella locanda. Lui spezza il pane: brividi che corrono sulla pelle.
Un messaggio in codice! Poi scompare.
E i due? Avevano iniziato il loro cammino con il passo stanco e depresso, adesso partono senza indugio, di corsa, verso Gerusalemme, ansiosi di dire a tutti che l’Amico è risorto: loro lo hanno incontrato.
Stanchi di camminare, iniziano a correre: contraddizioni tutte divine!
Ho comprato un pezzo di terra verso Emmaus.
Fra poco ti apro la porta.’’
don Marco Pozza
Dalla Parte dei Bambini
AMS ONLUS (associazione per la mobilitazione sociale)
Una Suora per Amica
[...]’’Uno dei luoghi della Terra Santa che mi sono rimasti più impressi è la "roccia dell’agonia". E’ una parte di roccia irregolare che spunta nel bel mezzo del presbiterio della Basilica delle Nazioni nell’Orto degli Ulivi. Lì ho potuto passare diversi minuti di preghiera con le mie mani appoggiate su quel sasso, quasi tentando di aggrapparmici, e ancora oggi, tre anni dopo, se chiudo gli occhi e ci penso, mi pare di avere le mani appoggiate in quel luogo dove Gesù ha sudato sangue e ha fatto la sua preghiera più difficile e straziante, chiedendo al Padre non di non soffrire ma di poter avere il suo aiuto se la sofferenza era nel suo progetto d’amore.’’[...]
Movimento dei Focolarini
"Nessuno sapeva quale sarebbe stato lo sviluppo di quest’opera: le circostanze verificatesi man mano l’hanno svelato. Anche la struttura del movimento più che suggerita da idee umane
è stata ispirata da un carisma, cioè da un dono di Dio"
"Vedi, io sono un’anima che passa per questo mondo.
Ho visto tante cose belle e buone e sono sempre stata attratta solo da quelle.
Un giorno (indefinito giorno) ho visto una luce. Mi parve più bella delle altre
cose belle e la seguii. Mi accorsi che era la Verità."
Chiara Lubich
Ipocrisia - Apparenza
Non fidarsi mai delle apparenze, neppure quando si tratta di devozione! Anche i cammelli si inginocchiano, anche i fonografi recitano preghiere e laudi, anche gli affettatori di cipolle piangono, anche i cani cadono in estasi . (Gianfranco Ravasi, Avvenire 9/9/2000).
n.b. La comprensione in Cristo va ’’oltre’’ e si domanda il perchè non solo delle cose ma anche dei comportamenti indotti da una cultura cristiana superficiale e la conseguente afonia del messaggio cristiano.
Questa rubrica dovrebbe intitolarsi ’’ ho Ri-visto’’ ho ri-visto un film che ri-vedrei per altre 200 volte per ri-scoprire ogni volta che è proprio una bella storia,’’ Pomodori verdi fritti alla fermata del treno ’’ Pomodori verdi fritti... La trama: Negli anni Trenta, nel profondo e razzista Sud degli Stati Uniti, le regole della società tradizionale imbrigliano senza pietà le donne ed i neri, avvilendone le speranze di emancipazione e occludendone gli spiragli di riscatto. Fra i tavoli del Whistle Stop Cafè, gestito dalla ribelle Idgie e dalla delicata Ruth, spuntano i germogli della lotta non violenta per il riconoscimento di eguali diritti, accanto ai piatti della specialità della casa serviti caldi: fette di pomodori verdi infarinate e rosolate nel grasso. La storia del legame d’amicizia fra le due giovani donne dell’Alabama irrompe in forma di racconto nella conoscenza fra una ottuagenaria che vive in un ospizio ed una signora frustrata a causa d’un matrimonio sonnecchiante. Mansueta ed apparentemente a proprio agio nella cornice d’un menàge che galleggia sulla consuetudine più desolante, Evelyn si dimostra allieva volenterosa d’una lezione di vita vecchia di sessant’anni, ma più che mai giovane, [...] Recensione di :Simona D’Alessio
Dalle interviste di pif a youtube ’’l’esperienza di Suor Anna’’
Suor Anna su Youtube
Sono entrati con prepotenza nel mio cuore due film che ho guardato in questi giorni, li inserirò nei miei classici preferiti e intramontabili, ho pianto come la fontana di Trevi prima che la colorassero di rosso![]()
Into the wild
‘’ Il film racconta la storia del giovane idealista Christopher McCandless che, abbandonata la vita normale di tutti i giorni, va a vivere nella selvaggia Alaska. ‘’ il film è ispirato da una storia vera Il Trailer
Ogni cosa è illuminata
’’Un esordiente nel cinema, Liev Schreiber, mette in schermo un esordiente della letteratura, J.S. Foer, un ebreo americano che racconta a sua volta di uno studente americano deciso a trovare in Ucraina la donna che salvò suo nonno dalla furia nazista.’’ Recensione e storia del film
Il Trailer
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Le parole sono preziose, ma più prezioso è il silenzio "
"Che valore ha il buon senso, se non viene in mio soccorso prima che io pronunzi una parola! " Hazrat Inayat Khan
Non stare davanti a me,
potrei non seguirti;
non stare dietro di me,
potrei non esserti di guida;
ma, sta al mio fianco e
sii semplicemente mio amico.
Albert Camus
PARANOIE
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lunedì 17 marzo 2008 - ore 00:17
Gv 12,1-11
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Settimana santa
S. Patrizio (mf)
Is 42,1-7; Sal 26; Gv 12,1-11 - Il Signore è mia luce e mia salvezza
Gb 1,6-22; Sal 68; Tb 2,1-10; Gv 12,27-36
Giovanni 12,1-11
1 Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. 2 E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. 3 Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. 4 Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli,che doveva poi tradirlo, disse: 5 «Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». 6 Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. 7 Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. 8 I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
9 Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. 10 I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, 11 perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
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’’Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. ’’
Tante volte mi è stato chiesto: perché vuole andare a Gerusalemme, una volta terminato il suo ministero a Milano? E ho risposto: non lo so. Vado "avvinto dallo Spirito", come diceva Paolo, mosso inferiormente dallo Spirito del Signore. Mi pare quindi di partecipare molto fortemente ai suoi sentimenti e di viverli nel cuore. E vado senza sapere ciò che là mi accadrà. Nessuno sa che cosa può accadere a Gerusalemme, dove avvengono tante cose dolorose e strazianti.
(Carlo Maria Martini, Verso Gerusalemme)
Gesù si ferma in casa di Marta, Maria e Lazzaro: una famiglia molto cara a Gesù. Ad un certo momento della cena, Maria si alza, si inginocchia ai piedi di Gesù e li cosparge con l’unguento; poi li asciuga con i capelli. Per Giuda è uno spreco inutile. L’apostolo appare un uomo equilibrato, ragionevole e persino attento ai più poveri. In realtà, il suo interesse vero era per i soldi, non per i poveri. Gesù che guarda il cuore lascia fare la donna; quell’unguento anticipa l’olio con cui il suo corpo verrà cosparso prima della sepoltura. E poi aggiunge: “I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me”. Di lì a poco sarebbe iniziata la sua “via crucis”, fino alla morte. Maria, unica tra tutti, aveva compreso che Gesù era un “moribondo” e perciò bisognoso di affetto. Questa donna ci insegna come stare accanto a Gesù, ai deboli e ai malati. Quella che lei ha percorso sino a baciare i piedi del maestro è la via della salvezza: essere compagni dei poveri per essere accanto a Gesù. I poveri li avremo sempre con noi. Essi possono dirci quanto hanno bisogno dell’unguento dell’amicizia e dell’affetto. fonte
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lunedì 17 marzo 2008 - ore 00:15
S.Agostino: commento al Vangelo,Il turbamento di Cristo Gv 12,27-36
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Settimana santa
S. Patrizio (mf)
Is 42,1-7; Sal 26; Gv 12,1-11 - Il Signore è mia luce e mia salvezza
Gb 1,6-22; Sal 68; Tb 2,1-10; Gv 12,27-36
Giovanni 12,27-36
27 Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! 28 Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!».
29 La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». 30 Rispose Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. 31 Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. 32 Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me». 33 Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire. 34 Allora la folla gli rispose: «Noi abbiamo appreso dalla Legge che il Cristo rimane in eterno; come dunque tu dici che il Figlio dell’uomo deve essere elevato? Chi è questo Figlio dell’uomo?». 35 Gesù allora disse loro: «Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate mentre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. 36 Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce».
Gesù disse queste cose, poi se ne andò e si nascose da loro.
S.Agostino: commento al Vangelo Omelia 52
Il turbamento di Cristo.
Cristo ci ha trasferiti in sé; ha voluto provare in sé, il nostro capo, le emozioni e l’angoscia delle sue membra. Egli, il mediatore tra Dio e gli uomini, che ha suscitato in noi il desiderio delle cose supreme, ha voluto patire con noi le cose infime.
1. Dopo che il Signore Gesù Cristo, con le parole che abbiamo letto ieri, ebbe esortato coloro che lo servono a seguirlo; dopo aver predetto la sua passione dicendo che se il chicco di frumento non cade in terra e vi muore, resta solo, mentre se muore porta molto frutto (Gv 12, 24); dopo aver stimolato coloro che vogliono seguirlo nel regno dei cieli a odiare la loro anima in questo mondo per conservarla nella vita eterna; ancora una volta si mostrò condiscendente verso la nostra debolezza, pronunciando le parole con cui inizia la lettura di oggi: Ora l’anima mia è turbata (Gv 12, 27). Perché è turbata la tua anima, Signore? Poco fa hai detto: Chi odia la sua anima in questo mondo, la conserva per la vita eterna (Gv 12, 25). Vuol dire che tu ami la tua anima in questo mondo, e per questo essa è turbata vedendo avvicinarsi l’ora di uscire da questo mondo? Chi oserà affermare questo dell’anima del Signore? Gli è che lui, il nostro capo, ci ha trasferiti in sé, ci ha accolti in sé, facendo proprie le emozioni delle sue membra; e perciò non bisogna cercare fuori di lui la causa del suo turbamento: Egli stesso si turbò (Gv 11, 33), come nota l’evangelista in occasione della risurrezione di Lazzaro. Bisognava infatti che l’unico mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, così come ci sollevò alle più sublimi altezze, condividesse con noi le esperienze più umilianti.
[Dio sopra di noi, uomo per noi.]
2. L’ho sentito dire: E’ venuta l’ora in cui il Figlio dell’uomo deve essere glorificato; se il chicco di frumento muore, porta molto frutto. Sento che dice: Chi odia la sua anima in questo mondo la conserverà per la vita eterna (Gv 12, 23-25). Non posso limitarmi ad ammirarlo, ma sono tenuto ad imitarlo. Poi le parole seguenti: Chi mi serve, mi segua; e dove sono io, ivi sarà anche il mio servitore (Gv 12, 26), mi infiammano a disprezzare il mondo, e tutta questa vita, per lunga che sia, mi appare un soffio e quasi nulla; e l’amore delle cose eterne svilisce quelle temporali. Tuttavia sento il medesimo mio Signore, che con quelle parole mi aveva strappato alla mia debolezza per trasferirmi nella sua forza, sento che dice: Ora l’anima mia è turbata. Che vuol dire? Come pretendi che l’anima mia ti segua, se vedo l’anima tua turbata? Come potrò io sostenere ciò che fa tremare la tua solidità? Su chi mi appoggerò se la pietra d’angolo soccombe? Mi pare di sentire nel mio animo ansioso la risposta del Signore che mi dice: Potrai seguirmi con più coraggio, poiché io mi sostituisco a te in modo che tu rimanga saldo: hai udito come tua la voce della mia potenza, ascolta in me la voce della tua debolezza; io che ti do la forza per correre, non rallento la tua corsa, ma facendo passare in me la tua angoscia ti apro il varco per farti passare. O Signore, mediatore, Dio sopra di noi, uomo per noi! riconosco la tua misericordia, perché tu così forte ti turbi volontariamente per amore, e quei molti che inevitabilmente si turbano per la loro debolezza, tu mostrando la debolezza del tuo corpo li consoli cosicché non cadano nella disperazione e periscano.
[Cristo glorificato nelle sue membra.]
3. Chi vuole seguirlo, ascolti ora per quale via bisogna seguirlo. Viene, per esempio, un momento terribile, si presenta questa alternativa: o commettere l’iniquità o subire il supplizio: l’anima debole, per la quale si turbò volontariamente l’anima invincibile del Signore, è turbata. Anteponi la volontà di Dio alla tua. Bada a ciò che ha soggiunto il tuo creatore e maestro, colui che ti fece e che per insegnare a te si è fatto egli stesso creatura. Si è fatto uomo colui che ha fatto l’uomo; ma rimanendo Dio immutabile, ha mutato in meglio l’uomo. Ascoltalo. Dopo aver detto: Ora l’anima mia è turbata egli prosegue: E che dirò? Padre, salvami da quest’ora! Ma è per questo che sono giunto a quest’ora. Padre, glorifica il tuo nome (Gv 12, 27-28). Ti insegna cosa devi pensare, cosa devi dire, chi devi invocare, in chi sperare, e come devi anteporre la volontà divina, che è sicura, alla tua debole volontà umana. Non ti sembri perciò che egli cada dall’alto per il fatto che vuole sollevare te dal basso. Infatti si è lasciato anche tentare dal diavolo, dal quale certamente non si sarebbe fatto tentare se non avesse voluto, così come non avrebbe patito se non avesse voluto; e al diavolo rispose ciò che anche tu devi rispondere al tentatore (cf. Mt 4, 1-10). Egli certamente fu tentato ma senza pericolo alcuno, per insegnarti a rispondere al tentatore nel pericolo delle tentazioni, a non seguire il tentatore e a sfuggire il pericolo. Egli dice qui: Ora l’anima mia è turbata , così come altrove dirà: La mia anima è triste fino a morirne (Mt 26, 38); e ancora: Padre, se è possibile, passi da me questo calice (Mt 26, 39). Egli ha preso su di sé la debolezza umana, per aiutare chiunque sia come lui colto dalla tristezza e dall’angoscia, a ripetere le parole che egli soggiunge: Tuttavia si faccia non quello che voglio io ma quello che vuoi tu, Padre. E così, anteponendo la volontà divina alla volontà umana, l’uomo si eleva dall’umano al divino. Che significano le parole: Glorifica il tuo nome, se non questo: Glorificalo nella passione e nella risurrezione? Il Padre deve glorificare il Figlio, il quale a sua volta renderà glorioso il suo nome anche nelle prove dolorose somiglianti alle sue, che i suoi servi dovranno subire. Per questo fu scritto e fu detto a Pietro: Un altro ti cingerà e ti condurrà dove tu non vorresti, per indicare con qual genere di morte avrebbe glorificato Dio (Gv 21, 18-19). E così in lui Dio glorifica il suo nome, perché in questo modo glorifica Cristo anche nelle sue membra.
4. Dal cielo venne allora una voce: L’ho glorificato e ancora lo glorificherò (Gv 12, 28). L’ho glorificato prima di creare il mondo, e ancora lo glorificherò quando risusciterà dai morti e ascenderà al cielo. Si può intendere anche in un altro modo: L’ho glorificato quando è nato dalla Vergine, quando operava prodigi, quando è stato adorato dai Magi guidati dalla stella, ed è stato riconosciuto dai santi pieni di Spirito Santo; quando ricevette l’attestazione dello Spirito che discese su di lui in forma di colomba, quando fu presentato dalla voce che risuonò dal cielo; quando si trasfigurò sul monte, quando compì tanti miracoli; quando guariva malati e mondava lebbrosi; quando con pochi pani nutrì tante migliaia di persone, e comandò ai venti e ai flutti, e risuscitò i morti. E ancora lo glorificherò quando risorgerà dai morti, e la morte non avrà più su di lui alcun potere, quando come Dio sarà esaltato sopra i cieli e la sua gloria si estenderà a tutta la terra.
5. La folla che stava là e aveva udito, diceva ch’era stato un tuono; altri dicevano: Un angelo gli ha parlato. Gesù riprese: Non per me è risuonata questa voce, ma per voi (Gv 12, 29-30). Fece osservare che quella voce non era per indicare a lui ciò che egli già sapeva, ma era diretta a coloro che avevano bisogno di una testimonianza. Come quella voce da parte di Dio non era risuonata per lui ma per gli altri, così la sua anima non si era volontariamente turbata per lui ma per gli altri.
6. Ascoltiamo il seguito: E’ adesso - dice - il giudizio di questo mondo (Gv 12, 31). Quale giudizio dunque c’è ancora da aspettare per la fine del mondo? Il giudizio che avrà luogo alla fine del mondo sarà per giudicare i vivi e i morti, per assegnare il premio o la pena eterna. Di quale giudizio, dunque, si tratta ora? Già nelle precedenti letture ho cercato di spiegare alla vostra Carità che esiste un giudizio che non è di condanna ma di separazione, conforme a quanto dice un salmo: Giudicami, o Dio, e separa la mia causa dalla gente empia (Sal 42, 1). Imperscrutabili infatti sono i giudizi di Dio, come afferma un altro salmo: I tuoi giudizi sono abissi profondi (Sal 35, 7). E l’Apostolo esclama: O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi! (Rm 11, 33). Di tali giudizi fa parte anche questo di cui parla il Signore: E’ adesso il giudizio di questo mondo: distinto da quel giudizio finale in cui definitivamente saranno giudicati i vivi e i morti. Il diavolo teneva in suo potere il genere umano e teneva soggetti i meritevoli di punizione con il chirografo dei loro peccati; egli regnava nel cuore degli infedeli e con l’inganno induceva i suoi prigionieri a rendere culto alla creatura al posto del Creatore. Ma per la fede in Cristo, fondata sulla morte e risurrezione di lui, per mezzo del suo sangue versato per la remissione dei peccati, migliaia di credenti si liberano dal dominio del diavolo e si uniscono al corpo di Cristo, e sotto un così augusto Capo le membra fedeli vengono animate da un medesimo Spirito, che è quello suo. Era di questo giudizio che intendeva parlare, di questa separazione, di questa cacciata del diavolo dai suoi redenti.
[In che senso "ora sarà cacciato fuori"?]
7. Notiamo quel che dice. Come se noi gli avessimo chiesto il significato della sua affermazione: E’ adesso il giudizio di questo mondo, proseguendo ce lo spiega: Adesso il principe di questo mondo sarà cacciato fuori (Gv 12, 31). Abbiamo sentito di quale giudizio si tratta: non di quello che avverrà alla fine del mondo, quando saranno giudicati i vivi e i morti, e gli uni saranno collocati a destra e gli altri a sinistra; ma del giudizio con cui il principe di questo mondo sarà cacciato fuori. In che senso stava dentro, e in che luogo dice che dovrà essere cacciato fuori? Forse che era nel mondo e ne è stato cacciato fuori? Se egli avesse parlato del giudizio che avverrà alla fine del mondo, si potrebbe pensare al fuoco eterno in cui dovrà essere cacciato il diavolo con i suoi angeli e con tutti quelli che appartengono a lui, non per natura ma per la colpa, non perché li ha creati o generati, ma perché li ha sedotti e assoggettati; si potrebbe allora pensare che quel fuoco eterno si trovi fuori del mondo e che per questo abbia detto: sarà cacciato fuori. Siccome però ha detto: E’ adesso il giudizio di questo mondo, spiegando: adesso il principe di questo mondo sarà cacciato fuori, si deve intendere che tutto questo avviene ora e si distingue da quello che dovrà avvenire in un lontano futuro, nell’ultimo giorno. Il Signore dunque prediceva quanto già conosceva, e cioè che dopo la sua passione e la sua glorificazione, in tutto il mondo popoli interi avrebbero creduto. Il diavolo si trovava allora nel cuore di essi, ma ne è stato cacciato fuori quando essi, credendo, hanno rinunziato a lui.
8. Si osserverà: Il diavolo non era stato cacciato fuori anche dal cuore dei patriarchi, dei profeti e di tutti i giusti dell’antichità? Certamente. In che senso allora il Signore dice: adesso sarà cacciato fuori? Nel senso che quanto allora era avvenuto per pochissimi uomini, ora il Signore annuncia che avverrà ormai largamente in molti popoli. La stessa soluzione vale anche per l’altro problema, simile a questo, dove Giovanni diceva: Lo Spirito Santo non era stato ancora dato, perché Gesù non ancora era stato glorificato (Gv 7, 39). Infatti, non certo senza lo Spirito Santo i profeti preannunciarono il futuro: illuminato dallo Spirito Santo il vecchio Simeone e la vedova Anna riconobbero il Signore bambino (cf Lc 2, 25-38), e così Zaccaria ed Elisabetta per mezzo dello Spirito Santo predissero tante cose di lui non ancora nato ma già concepito (cf. Lc 1, 41-45 67-70). Tuttavia lo Spirito Santo non era stato ancora dato; cioè, non era stato ancora dato con quell’abbondanza di grazia spirituale per cui i discepoli, riuniti insieme, parlarono le lingue di tutti gli uomini (cf. At 2, 4-6), annunciando così che la Chiesa sarebbe stata presente nella lingua di tutte le genti: quella grazia spirituale per la quale si sarebbero riuniti i popoli, sarebbero stati rimessi tutti i peccati, e a migliaia gli uomini si sarebbero riconciliati con Dio.
9. Ma allora, mi si potrebbe dire, se il diavolo sarà cacciato fuori dal cuore dei credenti, non tenterà più alcun fedele? Al contrario, egli non cessa mai di tentare. Ma una cosa è che egli regni dentro e un’altra cosa è che attacchi dall’esterno; a volte il nemico cinge d’assedio una città ben fortificata, e non riesce ad espugnarla. L’Apostolo ci insegna a rendere innocui i dardi del nemico, raccomandandoci la corazza e lo scudo della fede (cf. 1 Thess 5, 8). E anche se qualcuno di questi dardi ci ferisce, c’è sempre chi può guarirci. Perché come a chi combatte vien detto: Vi scrivo queste cose, affinché non pecchiate, così a quelli che riportano ferite vien detto: e se qualcuno cade in peccato, abbiamo, come avvocato presso il Padre, Gesù Cristo giusto; egli stesso è il propiziatore per i nostri peccati (1 Io 2, 1-2). Del resto, cosa chiediamo quando diciamo: Rimetti a noi i nostri debiti, se non che guarisca le nostre ferite? E che altro chiediamo quando diciamo: Non c’indurre in tentazione (Mt 6, 12-13), se non che colui che ci insidia, anche se ci attacca dall’esterno non abbia a penetrare da alcuna parte, non abbia a vincerci né con l’inganno né con la forza? Per quante macchine di guerra usi contro di noi, se non occupa la fortezza del cuore dove risiede la fede, è stato cacciato fuori. Ma se il Signore non custodirà la città, invano vigila la sentinella (cf. Sal 126, 1). Non vogliate dunque presumere troppo dalle vostre forze, se non volete far rientrare il diavolo che è stato cacciato fuori.
10. Non dobbiamo però ritenere che il diavolo sia stato chiamato principe di questo mondo nel senso che egli possa dominare il cielo e la terra. Per mondo si intendono gli uomini cattivi che sono sparsi per tutta la terra, così come per casa si intendono coloro che la abitano. Così diciamo: questa è una buona casa oppure è una casa cattiva, non in quanto ammiriamo o disprezziamo i muri o il tetto ma i costumi buoni o cattivi degli uomini che vi abitano. In questo senso si dice: principe di questo mondo, cioè principe di tutti gli uomini cattivi che abitano nel mondo. Si chiama mondo anche quello formato dai buoni che sono sparsi per tutta la terra; in questo senso l’Apostolo dice: Dio in Cristo riconciliava a sé il mondo (2 Cor 5, 19). E’ dal cuore di questi che il principe di questo mondo viene cacciato fuori.
[Cristo attrae tutti a sé, come loro capo.]
11. Dopo aver detto: Adesso il principe di questo mondo sarà cacciato fuori, il Signore aggiunge: E io, quando sarò elevato in alto da terra, tutto attirerò a me (Gv 12, 31-32). Cos’è questo tutto, se non tutto ciò da cui il diavolo è stato cacciato fuori? Egli non ha detto: tutti, ma tutto, perché la fede non è di tutti (cf. 2 Thess 3, 2). E così non si riferisce alla totalità degli uomini ma all’uomo integrale: spirito, anima e corpo: lo spirito per cui intendiamo, l’anima per cui viviamo, il corpo per cui siamo visibili e concreti. Colui che ha detto: Non un solo capello cadrà dal vostro capo (Lc 21, 18), tutto attira a sé. Se però tutto vuol dire tutti gli uomini, possiamo dire che tutto è stato predestinato alla salvezza e niente andrà perduto, come ha detto prima parlando delle sue pecore (cf. Gv 10, 28). Oppure tutto vuol dire tutte le categorie degli uomini d’ogni lingua e d’ogni età, senza distinzione di razza o di classe, di talento, di arte e di mestiere, al di là di qualsiasi altra distinzione che, al di fuori del peccato, possa esser fatta tra gli uomini, dai più illustri ai più umili, dal re fino al mendico. Tutto - egli dice - io attirerò a me, così da diventare io il loro capo ed essi le mie membra. Ma ciò accadrà - egli dice - quando sarò elevato da terra , sicuro com’è che dovrà compiersi ciò per cui egli è venuto. Qui si richiama a quanto ha detto prima: Se il chicco di frumento muore, porta molto frutto (Gv 12, 25). Che altro è infatti l’esaltazione di cui parla se non la sua passione in croce? E l’evangelista non manca di dirlo, aggiungendo: Diceva questo per indicare di qual morte stava per morire.
12. Gli rispose la folla: La legge ci ha insegnato che il Cristo rimane in eterno, e come puoi tu dire che il Figlio dell’uomo deve essere esaltato? Chi è questo Figlio dell’uomo? (Gv 12, 33-34). Essi ricordavano bene che il Signore con insistenza aveva affermato di essere il Figlio dell’uomo. In questo passo non dice: Quando sarà elevato in alto il Figlio dell’uomo; ma lo aveva detto prima, nel passo che ieri è stato letto e commentato, quando gli fu riferito che alcuni gentili desideravano vederlo: E’ venuta l’ora in cui il Figlio dell’uomo deve essere glorificato (Gv 12, 23). E così, confrontando quella dichiarazione con questa di adesso: Quando sarò elevato in alto da terra, comprendendo che alludeva alla morte, essi gli obiettarono: La legge ci ha insegnato che il Cristo rimane in eterno, e come puoi tu dire che il Figlio dell’uomo deve essere innalzato? Chi è codesto Figlio dell’uomo? Cioè, essi dicono, se il Figlio dell’uomo è Cristo, rimane in eterno; e se rimane in eterno, come potrà essere sollevato da terra, cioè come potrà morire in croce? Capirono che egli parlava di quella morte che essi pensavano di infliggergli. Non fu dunque la luce della divina sapienza che rivelò ad essi il significato di queste parole, ma il pungolo della loro coscienza.
[Credere nella verità per rinascere in essa.]
13. Gesù, allora, disse loro: La luce è ancora per poco tra voi. E’ per mezzo di essa che potete comprendere che il Cristo rimane in eterno. Camminate dunque mentre avete la luce affinché non vi sorprendano le tenebre (Gv 12, 35). Camminate, avvicinatevi, cercate di comprendere il Cristo tutto intero: il Cristo che morirà e vivrà in eterno, che verserà il sangue per la redenzione e ascenderà in alto dove condurrà anche noi. Se invece credete solo nell’eternità di Cristo, negando in lui l’umiltà della morte, vi avvolgeranno le tenebre. E chi cammina nelle tenebre, non sa dove va (Gv 12, 35), e può inciampare nella "pietra d’inciampo" e nella "pietra dello scandalo", quale fu il Signore per i ciechi Giudei; mentre per i credenti questa pietra, scartata dai costruttori, diventò "pietra d’angolo" (cf. 1 Pt 2, 6-8). Essi disdegnarono di credere in Cristo, perché nella loro empietà disprezzarono la sua morte e irrisero il suo sacrificio; e tuttavia quella era la morte del grano che doveva moltiplicarsi, ed era la esaltazione di colui che tutto avrebbe attratto a sé. Mentre avete la luce credete nella luce, affinché diventiate figli della luce (Gv 12, 36). Dato che avete ascoltato una cosa che è vera, credete nella verità, in modo da poter rinascere nella verità.
14 Così parlò Gesù, poi se ne andò e si nascose a loro . Non si nascose a coloro che avevano cominciato a credere in lui e ad amarlo, non a coloro che gli erano venuti incontro con rami di palme e acclamazioni; ma si nascose a coloro che lo vedevano e lo invidiavano, perché incapaci di vederlo veramente; anzi, a causa della loro cecità, urtavano contro quella pietra. Quando però Gesù si nascose a quelli che volevano ucciderlo (è una cosa che vi ricordo spesso perché non la dimentichiate), pensava alla nostra debolezza, non pregiudicava la sua potenza.
domenica 16 marzo 2008 - ore 19:55
Io vado avanti come un asino...
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Io vado avanti come un asino...
Bruno Ferrero da “Cè Qualcuno Lassù”
Io vado avanti come un asino...
Sì, proprio come quellanimale che un dizionario biblico così descrive: "Lasino della Palestina è molto vigoroso, sopporta il caldo, si nutre di cardi; ha una forma di zoccoli che rende molto sicuro il suo incedere, costa poco il mantenerlo. I suoi soli difetti sono la caparbietà e la pigrizia".
Io vado avanti come quellasino
di Gerusalemme,
che, in quel giorno della festa degli ulivi,
divenne la cavalcatura regale e pacifica del Messia.
Io non sono sapiente,
ma una cosa so: so di portare Cristo
sulle mie spalle
e la cosa mi rende più orgoglioso
che essere borgognone o basco.
Io Lo porto, ma è Lui che mi guida:
io credo in Lui, Lui mi guida verso il Suo regno.
Chissà quanto si sente sballottato il mio Signore,
quando inciampo contro una pietra!
Ma Lui non mi rinfaccia mai niente.
E così bello percepire
quanto sia buono e generoso con me:
mi lascia il tempo di salutare
lincantevole asina di Balaan,
di sognare davanti a un campo di spighe,
di dimenticarmi persino di portarLo.
Io vado avanti in silenzio.
E strano quanto ci si capisca
anche senza parlare!
La Sua sola parola, che io ho ben capito,
sembra essere stata detta apposta per me:
"Il mio giogo è facile da sopportare
e il mio passo leggero" (Mt 11 ,30).
Fede danimale,
come quando, una notte di Natale,
allegramente portavo Sua madre verso Betlemme.
Io vado avanti nella gioia.
Quando voglio cantare le Sue lodi,
io faccio un baccano del diavolo,
io canto stonato.
Lui allora ride,
ride di cuore
e il Suo riso trasforma
le strettoie del mio vecchio cammino
in una pista da ballo e i miei pesanti zoccoli
in sandali alati.
Io vado avanti come un asino
che porta Cristo sulle sue spalle.
Mons. Etchegaray
Dio pesa come la felicità
L ULIVO
Un tempo che fu e non è più, l’ulivo era molto diverso da oggi. Il suo tronco, diritto, elegante e liscio come nessun altro, suscitava l’invidia di tutte le altre piante. I suoi frutti lo adornavano come grandi perle per pura bellezza. La sua chioma, pettinata con ordine, era a tal punto compatta che neppure gli uccelli più piccoli potevano farvi il nido, e il vento non osava scarmigliarla.
Soddisfatto di sé, se ne stava un giorno a godersi il sole e la brezza del mare, quando percepì un brusio proveniente dal bosco.
"È in arrivo la Grande Siccità", si dicevano l’una all’altra le piante: "Quante di noi moriranno?"
"Non certamente io", commentò fra sé l’ulivo, "che posso fare a meno dell’acqua per quanto tempo mi aggrada".
La Grande Siccità dilagò dappertutto e per un tempo infinito. Tutte le piante si spensero una dopo l’altra, rivestendo le colline di un mantello bruno.
Lunica macchia verde-argento era l’ulivo. Ma anch’egli cominciava a provare una sete feroce. Sentiva sfuggirgli la vita quando ai suoi piedi, un giorno di fuoco, si accasciarono un uomo e una donna.
Luomo era stato dilaniato da una belva feroce; il suo sangue colava copioso e abbeverava la terra e le radici riarse dell’ulivo.
La pianta superba e fatua si senti rinascere per quel prezioso alimento che le veniva dall’uomo, quando udì il sospiro della donna:"Ah, se solo quest’albero avesse", diceva, china sul poveretto, "un unguento per le tue ferite, una goccia di vita da darti! Ma esso è inutile e fatto di niente come la sua ombra".
"Ringraziamolo per la sua ombra", mormorò l’uomo morente.
A quelle parole, l’ulivo si ridestò come da un sonno infinito. Con uno sforzo eroico addensò nei suoi frutti la linfa della propria anima che stava per nascere e, divincolandosi tutto nella feroce fatica, volle restituire all’uomo un po’ della vita che il suo sangue gli aveva ridato.
Fu così che, con quel suo gesto d’amore, rimase sfigurato e trasfigurato per sempre, ma albero più utile e gradito all’essere umano di qualsiasi altro che adorni le nostre contrade. Brandelli
domenica 16 marzo 2008 - ore 14:13
Fil 2,6-11: Fino alla morte di croce
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Fil 2,6-11: Fino alla morte di croce
1. CONTESTO STORICO E TEOLOGICO1
Dalla prigione, (cfr. Fil 1,7.13s.30), probabilmente ad Efeso, verso l’anno 56, Paolo scrive alla comunità, da lui fondata verso il 50, che si trova a Filippi, ricca e strategica città della Grecia. Fedele al suo insegnamento, tale comunità era per lui fonte di profonda gioia. Paolo la esorta tuttavia a crescere nell’umiltà e insieme nella fermezza, guardandosi dagli avversari esterni.
Questo inno stupisce chi ritiene che solo verso l’epoca degli scritti giovannei si è affacciata l’idea della preesistenza di Gesù. In realtà, le diverse comunità cristiane hanno avuto il loro percorso e c’è chi fin da questi primissimi tempi ha sondato il mistero di Cristo andando oltre a ritroso alla sua venuta sulla terra. Alcuni concetti invece non sono evidenziati nell’inno: come quello della “morte per” la remissione dei peccati.
2. IL TESTO
5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù:
6 il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
7 ma spogliò se stesso
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
8 umiliò se stesso,
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
9 Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome,
10 affinché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
11 e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è Signore, a gloria di Dio Padre.
3. APPROFONDIMENTO DI ALCUNI TERMINI2
Condizione (morphé) (v. 6a. 7b)
Per due volte nell’inno appare il termine morphé , qui tradotto con “condizione”: vv. 6a. 7b.
Nel mondo greco morphé indicava originariamente forma, figura esteriore; in seguito indicò la persona in quanto è percepibile. La morphé non è un involucro esteriore che si può cambiare restando immutata l’essenza; al contrario, è l’espressione dell’essenza.
Nella LXX, la traduzione greca dell’A. T., morphé appare solo 9 volte, traduce diversi vocaboli ebraici e non è mai in riferimento a Dio. Cfr. Is 44,13: il falegname fa “una forma d’uomo”; e Dan 3,19: Nabucodonosor aveva “un aspetto minaccioso”.
Nel N.T.: nei Vangeli, il sostantivo morphé , appare solo in Mc 16,12 (“apparve…sotto un altro aspetto”), mentre il verbo tras-formare si trova in Mt 17,2 e Mc 9,2 per esprimere la trasfigurazione. Il sostantivo appare due volte nel nostro inno e poi più e anche i rari derivati si trovano in Paolo.
Con l’espressione di Fil 2,6a (in morphé , di Dio), l’esistenza di Cristo prima della sua vita terrena è definita divina: egli la “possedeva” nel passato. Con la sua esistenza terrena, egli “si svuotò”: la “forma di servo” (7b) sostituì la “forma divina”. Il modo di esistere di Cristo si modificò radicalmente. Cristo entrò in una condizione di vita che bisogna considerare “come una prigionia e una schiavitù, sotto il regime del potere cosmico e degli ‘elementi del mondo’” (Bornkamm). Cristo rinunciò all’esistenza divina preesistente per passare a un’esistenza terrena, caratterizzata dall’essere “esistenza da schiavo”. La continuità del soggetto dice tuttavia che colui che prende l’esistenza di schiavo è colui stesso che “era di condizione divina”.
In Fil 3,21 appare un termine derivato: , symmòrphon, : “Il Signore Gesù Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose”. Si tratta anche qui di un cambiamento radicale nel modo d’essere dell’umile corpo, che diventa corpo glorioso. Non significa diventare simile, ma una vita in Cristo, la cui esistenza ci penetra, senza però annullare la nostra personalità. Questo stesso termine si trova anche in Rm 8,29: ”Quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito fra molti fratelli”. Ciò significa che entriamo a far parte del suo stesso essere. Si potrebbe parlare di divinizzazione o di cristificazione. Cristo però resta un punto di confronto: “primogenito fra molti fratelli”. Lo stesso termine, ma nella forma verbale, si trova in Fil 3,10: “…diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti”. Paolo vede, nella propria morte, la morte di Cristo che prende di nuovo forma visibile. Anche se, qui come altrove, Cristo e Paolo restano due persone distinte. Anche in Gal 4,19 appare il verbo morphon , “Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!”. Così pure in Rm 12,2: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”. Si tratta anche qui di un cambiamento radicale.
Un tesoro geloso ( harpagmòs) (v. 6b)
Il sostantivo harpagmòs viene da un verbo che significa impadronirsi di qualcosa, rapire, e ricorre 14 volte nel N.T. Il sostantivo significa l’atto di rapire o la cosa rapita e nel NT appare solo in Fil 2,6b, nell’espressione “ritenere come un guadagno, un bene di fortuna”, nel senso o che si utilizza qualcosa di dato o che non si lascia sfuggire una possibilità. Nella frase si riferisce a un bene inattaccabile che Cristo possiede già, dato che se ne svuota (v. 7): si tratta dell’essere uguale a Dio. Cristo non si aggrappa alla sua condizione divina; Adamo invece, sopraffatto dalla tentazione del serpente: “Diventereste come dei” (Gen 3,5), aveva voluto impossessarsi di tale dignità.
La sua uguaglianza con (l’essere uguale - ìsos - a ) Dio (v. 6c)
Isos significa uguale, corrispondente. Appare 8 v. nel N.T. e in due passi concerne l’uguaglianza di Cristo con Dio: nel nostro passo e in Gv 5,18: “Chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio”.
Spogliò (ekénsen) (v. 7a)
Nel mondo greco kenòs significava vuoto, senza contenuto(ad es. un pozzo vuoto, una casa vuota, o riferito a una persona, si diceva “a mani vuote”), e il suo opposto era “pieno”. In senso traslato, il termine può significare una vita priva di contenuto, eticamente negativa, vissuta inutilmente3. Il verbo kenòs significa rendere vuoto, annientare.
Nella LXX, kenòs traduce ben 19 termini: allontanarsi da JHWH è affidarsi al nulla (Is 30,7; Ger 18,15). Frequente in Gb: i discorsi degli amici sono vani (27,12; 21,34); la sua vita affonda nel nulla (7,3.6.16: “i miei giorni sono un nulla”).
Nel N.T. solo Paolo usa questi termini. Il verbo mette l’accento sul vuoto di contenuto e sull’essere annullato: la fede non può essere annullata dalla giustizia della legge (Rm 4,14), la croce di Cristo non può essere distrutta dalla sapienza del discorso (2 Cor 1,17). Ma che significa “annullò se stesso” di Fil 2,7a? Secondo alcuni autori4, Cristo si è privato, cioè ha volontariamente scambiato il suo modo di essere divino e preesistente con quello umano e terreno (cf. 2 Cor 8,9: “…da ricco che era, si è fatto povero per voi…”). Per altri5, l’espressione traduce alcune parole del IV Canto del servo di JHWH: “Ha consegnato se stesso (alla morte)” e andrebbe perciò tradotta: “Ha svuotato la sua vita”, cioè: ha versato, vuotato se stesso. Il significato sarebbe: ha abbandonato la vita sulla croce. Ma poiché di croce si parla solo al v. 8, sembra preferibile la prima interpretazione.
Servo (doùlos) (v. 7b
Per i greci, la dignità dell’uomo è nella sua libertà personale. Ora, il doùlos per natura non appartiene a sé, ma ad un altro. Per i greci, è una condizione spregevole.
Nella LXX doùlos traduce l’ebr. ébed, che porta nel suo significato il ricordo della schiavitù in Egitto. Lo schiavo ebreo era a disposizione solo per il lavoro, la sua persona era intoccabile. Quello pagano, acquistato a circa 10 euro, era proprietà del padrone e considerato meno di un cane. Chi si definisce doùlos, riconosce qualcuno sopra di sé. Rispetto a un grande, era un titolo onorifico. Viene usata anche nei confronti di Dio: Mosè, Davide, i profeti erano chiamati “servi di Dio”.
Nel N.T., l’uso di doùlos e derivati è assai frequente. Noi eravamo schiavi del peccato (Rm 12,11; ecc.), Paolo è servo di Cristo Gesù (Rm 1,1; ecc.), si è fatto schiavo di tutti (1 Cor 9,9). Il Signore stesso è definito doùlos (Fil 2,7b). Assumendo la condizione di schiavo, Cristo si rende pienamente solidale con l’umanità schiava del peccato, della legge e della morte..
Divenendo simile (homòima) agli uomini (7c)
Homòima, somiglianza, è frequente nel NT. Rm 8,3 afferma che Dio ha mandato “il suo Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato” (lett.: “in figura simile alla carne del peccato”). È il mistero dell’incarnazione, che appare anche in Fil 2,7: Cristo ha preso la figura di uomo, è diventato uguale all’uomo. I Doceti ritennero questa somiglianza solo apparente. Come in Rm 8,3, qui si afferma che Cristo ha preso in sé una figura umana, unica nella storia e individua. Così Eb dirà che Cristo doveva rendersi in tutto simile ai fratelli (2,17), provato in ogni cosa a somiglianza di noi (4,15). “Uomini”, come anche “uomo” in 7d, non evidenzia l’essere maschio di Cristo, ma la sua umanità. Il termine usato infatti è ànthrpos, che significa essere umano (uomo/donna).
Nell’aspetto (schéma) (v. 7d)
Il termine schéma viene dal verbo avere (èch) inteso come stato (presenza) e come attività (comportamento). Il sostantivo appare solo due volte nel NT, in Paolo. In Fil 2,7d, si riferisce alla forma umana concreta di Gesù, così come ognuno la poteva vedere (“trovato”). Il senso che Paolo dà a questo termine appare chiaro in 1 Cor 7,31: “…passa la scena di questo mondo!”: non è la forma o l’aspetto esteriore del mondo a passare, ma la sua sostanza.6
Umiliò (etapèinsen) (v. 8a)
Nella letteratura greca, l’aggettivo tapeinòs originariamente aveva il significato locale di “essere situato in basso”, significato presente in tutti i sensi traslati: a) socialmente in basso, povero, privo di potere e di posizione sociale, impotente, insignificante; b) servile, non libero; c) scoraggiato, abbattuto. Il termine ha in genere un carattere negativo, è l’estremo opposto della hybris (orgoglio) e va parimenti evitato. Talvolta ha valore positivo, quando significa modesto, ubbidiente alle leggi degli dei.
Il verbo relativotapeinòs ha similmente il significato di abbassare, livellare, umiliare, danneggiare, rendere inferiore, in senso sociale, politico, economico; scoraggiare (il soggetto è spesso la sorte, la vita); indurre a ubbidienza, a modestia; sottomettersi a un ordinamento. La forma riflessiva “abbassarsi, umiliarsi” ha generalmente un significato negativo. Alcuni autori tuttavia esortano a risollevare coloro che si abbattono e parlano del coprirsi il capo davanti agli dei durante il culto per esprimere umiliazione. In generale comunque, nel mondo greco la condizione di inferiorità è una vergogna da evitare.
Nella Bibbia invece questa famiglia di vocaboli esprime ciò che permette un adeguato rapporto con Dio e con i propri simili. Nella LXX, il termine traduce soprattutto l’ebraico anàh = essere piegato, abbassato (da cui anawìm) . Il significato prevalente è connesso con la confessione di fede in JHWH: Dio abbatte i superbi e elegge e redime gli umiliati. È il messaggio generale dei profeti (cf. Am 2,7; Is 2,9ss; Sof 2,3, dei racconti della storia d’Israele, dei Salmi (Sal 10; 25; 31; 34; 38; ecc) e dei Sapienziali in genere. In Is 53,8, la LXX traduce interpretando: “Per la sua umiliazione (tapèinosis) è stato tolto (dal Signore, sott.) il giudizio su di lui”. Anche negli scritti dei rabbini l’umiltà aveva un posto di primo piano: ma Gesù polemizzerà contro il loro orgoglio pratico.
Nel N.T., questa famiglia di termini appare 34 volte: 4 volte in Mt e il resto in Lc-At e Paolo, Gc e 1Pt. In Mt e Lc l’uso di questi termini è legato all’annuncio dell’irruzione escatologica della signoria regale di Dio. Maria loda la grandezza del Signore, che “ha guardato l’umiltà della sua serva” e “ha innalzato gli umili” (ove “serva” suggerisce il significato di “umiltà”: cf. v. 38). Giovanni Battista chiede che per la venuta del Signore “ogni monte e ogni colle sia abbassato (tapeinthésetai) ” ( Lc 3,5), come scritto in Is 40,3ss. Gesù invita a imparare da lui che è “mite e umile di cuore” (Mt 11,29). In Fil 2,6-11, l’“umiliò se stesso” del v. 8a è definito dal cammino percorso da Gesù, diventato obbediente fino alla morte e una morte vergognosa come quella di croce, senz’altro sostegno che la promessa della fedeltà di Dio. La sua autoumiliazione fonda e rende possibile la nuova vita (“con tutta umiltà – tapeinophrosyn – avere pensieri umili - ”: 2,3)7 . “Umiliò” (v. (8) indica assunzione della “casualità e limitatezza del vivere umano in tutta la sua dipendenza e il suo condizionamento, nella sua provvisorietà e frammentarietà” (Georgi). Così Paolo ha imparato a vivere in umili condizioni (a patire la fame, la povertà, le privazioni, ecc.)8; ha imparato ad “abbassare se stesso” con il lavoro corporale9 e descrivendo la sua esistenza, dice: “Ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e tra le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei” (At 20,19). Egli nutre la speranza che il Signore “trasfigurerà il nostro misero corpo (lett. il corpo della nostra tapèinosis) per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fil 3,21). La connessione dell’umiltà con la venuta imminente del Regno si affievolisce nei Padri, ove l’umiltà è ridotta a atteggiamento penitenziale.
Obbediente (hupékoos) (v. 8b)
Il verbo hupakòu è un composto dalla preposizione “sotto” e da ascoltare (akòu) , allo stesso modo del corrispondente latino oboedire: ob-audire, alla lettera: stare sotto l’ascolto. Il significato specifico nel mondo greco è aprire rispondendo a chi domanda il permesso di entrare.
Nella LXX, il verbo traduce l’ebraico shammàh, che significa ascoltare-obbedire. Per l’ebreo, il vero ascolto mette in moto tutto l’essere, porta a un impegno concreto, all’obbedienza, che diventa piena risposta alla rivelazione. L’obbedienza suppone dunque l’ascolto. Anche Dio ascolta l’uomo e gli obbedisce; cf. Is 65,24: “Prima che mi invochino, io risponderò; mentre ancora stanno parlando, io già li avrò ascoltati”.
Il N.T. rivela che, grazie all’obbedienza di Gesù, le moltitudini sono giustificate (Rm 5,9). Per Paolo, la fede è obbedienza: Rm 10,16; 2 Ts 1,8. “L’obbedienza non indica primariamente un comportamento morale, ma la nuova condizione del cristiano, un atteggiamento positivo di accoglienza della parola” (B. Marconcini). Anche ai Filippesi è dunque chiesto di essere obbedienti (2,12).
Sopra-innalzato (hyper-hypsò) (v. 9a)
Ypsò ha alla sua radice il sostantivo hypsos che significa in origine in greco l’estensione verso l’alto, l’altezza (di cose, non di persone); in senso traslato significa superiorità, elevatezza di una cosa o di una persona; nel caso di persone può avere il senso negativo di “orgoglio”. Il suo opposto è la tapéinsis.10
Nei LXX hypsò appare 150 volte e hyper-hypsò 50 volte, col significato fondamentale di elevare (Sal 18,49; 27,5.6; 30,2…), innalzare (Es 15,2; Sal 57, 6.12; 108,6…), essere/divenire alto (Sal 89,14). Per l’AT, elevare l’uomo è prerogativa esclusiva di Dio: Dio eleva i giusti, cioè coloro, spesso oppressi, che gridano a lui (problematica sociologica). L’uomo però è esposto al pericolo di montare in superbia, innalzandosi da solo. Così in alcuni passi hypsò significa essere orgoglioso (Sal 37,20). L’esaltazione di Dio è il rendergli omaggio da parte del singolo e della comunità, professando la sua fede in JHWH Signore del cosmo e della storia. In sostanza, l’A.T. desume il concetto di elevazione dal mondo circostante, ma lo demitizza, così che esso diventa espressione dell’azione salvifica di Dio nella realtà mondana (o, in senso contrario, espressione del peccato dell’uomo) e testimonianza della gratitudine, che si manifesta nella lode e nell’adorazione. Il verbo levare o sollevare può indicare anche il gesto con il quale il padre riconosce il figlio.
Nel N.T., il verbo hypsò appare 20 volte e significa render grande, elevare, esaltare11. Per sette volte Gesù ne è il destinatario12. Nelle prime asserzioni cristologiche, la risurrezione e l’elevazione di Gesù sono ancora considerate come un tutt’uno, secondo il modello della vita del giusto com’era concepita in Israele. Nel nostro inno l’elevazione di Gesù appare come una conseguenza della sua ubbidienza nella sofferenza e consiste nell’investitura della sua funzione di Signore da esercitare non solo nella comunità, ma sul cosmo intero. Cf. Rm 1,4; 1 Tm 3,1613. In quest’elevazione “Gesù viene dimostrato come giusto” (Schweizer).
Il Nome (hònoma) (v. 9b): Signore (Kyrios)
Il Nome per eccellenza per l’ebreo è quello impronunciabile: JHWH. Il titolo di Signore, dato a Dio, diventa anche il nome di Cristo (cf. Ap. 19,16). “L’invocazione liturgica di Gesù come Signore è una delle confessioni più antiche, se non la più antica, della fede cristiana. Con essa, la Chiesa… si sottopone al suo Signore, professando anche il suo dominio sul mondo (cf. … Fil 2,11)… Per la fede giudaica contemporanea, le diverse sfere del mondo, naturali e storiche, sono rette da potenze angeliche. Da quando Gesù è stato innalzato a Kyrios, tutte le potenze devono essere sottomesse a lui e servirlo (Col 2,6-16; Ef 1,20s)” (H. Bietenhard). L’espressione “nel Signore” è frequente in Filippesi (cf. 2,24.29; 3,1; 4,1).
Ogni lingua confessi (v. 11a)
Nel NT il verbo “confessare” significa dichiarare liberamente, professare pubblicamente. La homologhìa è la professione di fede cristiana (2 Cor 9,13). “Ogni lingua” che professa ad una voce richiama la dispersione delle lingue, dopo il tentativo di auto-innalzamento di Babele: “Il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra” (Gen 11,9b). Così, Fil 2,6-11 presenta il tema della riunificazione caro agli inni paolini (cf. Ef 1,10; 2,16; Col 1,20).
A gloria (dòxa) (v. 11c)
Uno dei significati di dòxa nel mondo greco è fama, considerazione. Nella LXX questo termine esprime gloria, magnificenza e indica l’apparizione di una persona, sottolineando l’impressone da essa provocata. Doxa traduce l’ebraico kabòd, che, riferito a Dio, ne indica non l’essenza, ma il modo di manifestarsi, in tutto il suo splendore, nella creazione, nella storia o nel tempio. In generale, la gloria è una proprietà esclusiva di Dio. Si attende alla fine dei tempi un’ultima apparizione del kabòd, che ha come scopo la salvezza d’Israele e dei pagani (Is 60,1s; Sal 96,3ss). Nel NT, il termine assume maggiormente una prospettiva escatologica: la redenzione consiste in definitiva nel fatto che l’uomo e la creazione saranno partecipi della maniera di essere di Dio.
4. COMPOSIZIONE
Fil 2,6-11
(5 Abbiate in voi le stesse disposizioni che furono in Cristo Gesù)
6 il quale, essendo nella condizione di Dio,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
7 ma spogliò se stesso
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
e trovato nell’aspetto come uomo,
8 umiliò se stesso,
divenendo obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
9 Per questo Dio lo ha sopra-innalzato
e gli ha donato il nome
che è sopra ogni nome,
10 affinché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
11 e ogni lingua confessi
che Signore è Gesù Cristo
a gloria di Dio Padre.
Sette brani
Si può ritrovare nell’inno una composizione settenaria, che richiama il candelabro (la menoràh) che gli ebrei accendevano ogni sera nel tempio ad esprimere la loro speranza nel Dio d’Israele. I sette brani, concentrici, sono a due a due paralleli, con un centro costituito dal v. 8c:
A: 6: era nella condizione di Dio
B: 7abc: assunse la condizione di servo
C: 7d-8ab: sotto l’ascolto fino alla morte
D: 8c: e alla morte di croce
C’: 9: Dio lo ha sopra-innalzato
B’: 10: ogni ginocchio si pieghi nel suo Nome
A’:11: Signore è Gesù Cristo, a gloria di Dio Padre
I rapporti fra i brani
A-A’: Nel brano iniziale e finale appare “Dio”, che alla fine è chiamato anche “Padre”. A “la sua uguaglianza con Dio” (v. 6) corrisponde “Signore” al v. 11b. Cristo Gesù non si arroga come un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio (v. 6): e tutti lo riconoscono Signore, a gloria del Padre (v. 11). Tuttavia in A’ c’è in più la presenza di “ogni lingua” e c’è la “gloria” che al Padre è data dall’universale proclamazione di Gesù come Signore.
B-B’: Alla condizione di servo (o schiavo), sottomesso al potere degli elementi, che Cristo Gesù prende (v. 7) corrispondono i ginocchi piegati davanti a lui delle potenze dei cieli, della terra e di sottoterra (v. 10).
C-C’: All’abbassamento del suo essere uomo obbediente (lett. “sotto l’ascolto”) fino alla morte (v. 7d-8b), corrisponde un innalzamento fino ad un nome che è sopra ogni altro nome (v. 9). A “umiliò” corrisponde il suo opposto “sopra-innalzato”.
D: Il centro è composto in greco da tre parole: “e alla-morte di-croce”. La relazione di questa espressione con l’inizio e la fine dell’inno è di totale opposizione: “l’uguaglianza con Dio” (v. 6c) e “Signore è Gesù Cristo” (v. 11b). Questo punto estremo di lontananza dalla condizione di Dio raggiunto da Gesù ha come esito il convergere delle lingue in un sola confessione di Gesù come Signore: tutto questo è a gloria del Padre: Gesù riunifica le lingue nella lode del Padre: rifà la condizione del mondo uscito dalle mani di Dio. Si spende per Dio “permettendogli” di essere “Padre”, si spende per tutti gli essere riportandolo alla loro chiamata iniziale: la lode del Padre.
Nei primi tre versetti il soggetto è Cristo Gesù: è lui il protagonista della discesa. Oltre la croce il soggetto è Dio (v. 9), che lo innalza, e “ogni ginocchio” e “ogni lingua” come soggetti secondari (vv.10s).
5. IL CONTESTO BIBLICO
L’insieme dell’inno richiama la figura del Servo, il cui orecchio è reso ogni mattina attento, e che non oppone resistenza e non si sottrae alla sofferenza (Is 50,4ss). Il suo volto non sarà neppure più d’uomo, sarà tolto di mezzo. JHWH, cui è piaciuto prostrarlo, gli darà in premio le moltitudini (Is 52,13-53,12).
I vv. 10 e 11 si ispirano a Is 45,23: “Lo giuro su me stesso, dalla mia bocca esce la verità, una parola irrevocabile: davanti a me si piegherà ogni ginocchio, per me giurerà ogni lingua”. “Il titolo di ‘Signore’, collegato a questa citazione, va equiparato al nome di Dio nell’Antico Testamento” (Gnilka).
L’espressione “in voi”, del v. 5, che introduce all’inno, significa non “nel vostro intimo”, ma “tra di voi”. Nei versetti precedenti, infatti, Paolo esorta i Filippesi a una convivenza nella carità, che si manifesta nell’umiltà, in cui si considerino gli altri superiori a se stessi (v. 3), e si obbedisca (cfr. v. 12): termini questi che ricorrono nell’inno, riferiti a Gesù. Egli appare dunque il modello di vita della comunità, anzi, più di questo. All’espressione “in Cristo Gesù”, autorevoli commentatori danno il senso che essa ha generalmente in Paolo, non di imitazione, ma di “vita in”, così che la frase potrebbe essere così intesa: “Abbiate gli uni verso gli altri le disposizioni che si hanno, che voi avete, Filippesi, e che dovete sempre più avere nella comunione di Gesù Cristo”. Così, subito dopo l’inno, Paolo richiama i Filippesi all’obbedienza (v. 12). I versetti d’introduzione all’inno (2,1-5) e quelli che lo seguono immediatamente (2,12-18), descrivono nel loro insieme la vita cristiana, nelle sue relazioni comunitarie (1-5), che diventano apostoliche perché segno luminoso nel mondo (12-18). L’apostolo appare, in questo cammino che è di tutti, come colui che è pronto a dare la vita e con gioia, perché, nella comunione con Gesù, tutti abbiano le sue disposizioni.
6. PISTE D’INTERPRETAZIONE
“… e alla morte di croce” (v. 8c).
Al centro dell’inno c’è Uno morto sulla croce: contemplando lui, Paolo, nel buio della sua prigione, compone il suo inno. Vede il cammino che ha portato Gesù a quel punto e ciò che ne è seguito. Paolo è stato affascinato dal Cristo crocifisso, dal quale ha compreso un fatto essenziale: “Mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 3,20). Così non può più pensare se stesso se non conformato a lui: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20a). Vede con gioia il suo cammino d’apostolo configurarsi a quello del Crocifisso; poco oltre il nostro inno afferma: “E anche se il mio sangue deve esser versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento e ne godo con tutti voi” (Fil 2,17).
“Assumendo la condizione di servo” (v. 7 b)
Colui che era “uguale a Dio” volontariamente (tutti i verbi sono all’attivo), si spoglia della sua condizione per assumere quella dell’uomo, segnata dalla sottomissione agli elementi: da una conoscenza graduale e limitata, da una vita legata a un tempo e a un luogo, esposta alla fatica, alla malattia, alla morte, vulnerabile insomma. Un testo dei primi tempi della Chiesa dice: “Poiché la sua bontà fece piccola la sua grandezza, egli divenne come io sono” (Od. Sal 7,3s).
“Umiliò se stesso” (v. 8a)
L’antica tentazione:“Diventerete come dei” è da sempre nell’uomo. Egli cerca di salire: avere di più, contare di più, sapere di più, godere di più, vivere di più. Essere il primo, ricevere onore, essere servito è il suo grande sogno. In un mondo in cui il vecchio Adamo rinasce in ogni uomo, Gesù viene come l’uomo nuovo. Va nel senso opposto. Scende il solo che stava in alto.
“Fino alla morte” (v. 8b)
“Compi forse prodigi per i morti? O sorgono le ombre a celebrarti?
Si celebra forse la tua bontà nel sepolcro, la tua fedeltà negli inferi?” (Sal 88,11-12).
Così pregava l’Ebreo per convincere YHWH a salvarlo da morte. Anche il salmo più tragico, il 22: “Dio mio, Dio mio, perché mi hi abbandonato? si chiude con un canto di lode perché Dio ha strappato il suo fedele dall’orlo dell’abisso. Per Gesù non è così: egli arriva a varcare l’ultima soglia. E Dio sembra quasi aspettare.
“E noi lo giudicavamo castigato” (Is 53,4)
Non c’era morte più infame, tanto che gli ebrei non la decretavano mai, e i romani la riservavano ai non cittadini e ai ribelli. Poiché sta scritto: “Maledetto chi pende dal legno” (Dt 21,21), subendo questo supplizio, Gesù “diventa lui stesso maledizione” (Gal 3,13), raggiunge cioè il punto estremo di distanza di una condizione d’uomo da quella di Dio.
“Diventando obbediente” (v. 8b)
Lo svuotamento e la discesa di Gesù apparentemente non sono spiegati. Il v. 8 però fa intuire la presenza di qualcun’altro in questo percorso: “divenendo obbediente”. Gesù compiendo questo percorso è in ascolto fattivo di qualcuno. Il suo abbassamento è anzitutto interiore, di obbedienza. Gesù ha vissuto la sua discesa in fiducia a Qualcuno, fino all’ultima soglia, quella del non ritorno, quella in cui la vita sfugge irreparabilmente: la morte. Ha saputo dire sì anche quando questo gli strappava l’ultima cosa rimasta, l’ultimo soffio. Nessuno è più sposseduto di colui che è morto. Gesù ha rischiato più dell’orante del salmo 22.
Discesa ed elevazione
Alla discesa di Gesù fa seguito, come conseguenza, ma con un aspetto anche di successione temporale, la sua elevazione ad opera di Dio. Il Padre attende che Cristo compia per intero il suo percorso di obbedienza e di fiducia e lo costituisce Signore dell’universo. Cristo non recupera semplicemente la situazione iniziale, ma trascina quell’umanità dispersa che andava per le proprie strade (1 Pt 2,25; Gv 11,52) e l’intero universo, perché ad una voce riconoscendolo Signore, dia gloria al Padre (cf. Ef 1,14). La riflessione successiva di Giovanni, ma anche di Luca (9,51) farà intuire che la discesa era in se stessa una salita, perché era l’espressione massima dell’amore di Gesù al Padre e all’umanità.
I sentimenti di Gesù
Questo inno è estremamente sobrio, descrive i fatti e solo quel “diventato obbediente” apre uno squarcio sul mondo interiore di Gesù. Per la Bibbia l’amore non è un sentire, ma una decisione operativa. È in questa decisione la sua stabilità, anche quando il sentimento non viene in aiuto. La discesa di Gesù non fu un percorso facile, né spontaneo: “Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5,7-8). Paolo ha compreso dalla croce l’amore di Gesù (cf. Gal 3, 20), e questo amore gli preme dentro spingendolo all’apostolato: “L’amore del Cristo (cioè: di Cristo per noi) ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti” (2 Cor 5,14).
1 Sull’inno di 2,6-11 hanno molto dibattuto gli studiosi se sia paolino o meno, e quale sia la sua composizione ed il significato dei termini. Rileviamo solo che alcuni dei termini dell’inno, pur di uso raro, sono usati ancora e quasi solo da Paolo. Tuttavia, tralasciando la discussione sull’origine, noi consideriamo l’inno come ci si presenta, un inno che Paolo offre alla sua comunità. Quanto alla composizione, le acquisizioni dell’analisi retorica, che da quasi tre secoli studia il modo particolare di comporre degli autori ebraici, permettono di individuare quella che è sotto riportata.
2 Le osservazioni sui termini sono essenzialmente tratte da: COENEN, L., BEYREUTHER, E., Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento, EDB, Bologna ’91. I termini si riferiscono alla traduzione più letterale che appare, insieme alla composizione, a p.
3 . Con questo aggettivo si forma il termine “vanagloria”, che appare nell’introduzione all’inno (Fil 2,3): kenodoxìa significa futile desiderio di gloria, vanagloria boriosa. Paolo dice: se Cristo è arrivato a spogliarsi della sua gloria, non ha senso che esistano fra i cristiani controversie dettate dalla vanagloria.
4 A. Oepke e K. Barth.
5 J.Jeremias.
6 In Fil 3,21 appare un composto di questo termine (metasch) “il Signore Gesù Cristo trasfigurerà il nostro corpo mortale per conformarlo al suo corpo glorioso”.: si tratta di una vera partecipazione al corpo glorioso di Cristo.
7 L’umiltà si traduce in servizio: cf. anche Rm 12,16: “Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi”; Ef 4,2; Col 3,12.
8 “Ho imparato ad essere povero”, trad,. CEI di Fil 4,12; Il termine è il verbo tapeinòo.
9 “Ho forse commesso una colpa abbassando me stesso per esaltare voi, quando vi ho annunziato gratuitamente il vangelo di Dio?” (2Cor 11,7).
10 Spesso nei miti dell’ambiente religioso circostante l’AT si parla di elevazione di dei o uomini dopo loro imprese sulla terra: ad esempio, il dio babilonico Marduk lotta contro gli dei del caos (il drago marino Tiamat e l’usurpatore della signoria divina Kingu) e li vince. Con le due metà di Tiamat forma il mondo e con il sangue di Kindu forma l’uomo. Per questo egli viene elevato nell’assemblea degli dei a dominatore universale. A sua volta egli eleva il suo rappresentante terreno Hammurabi, lo investe cioè del dominio sugli uomini. In un mito egiziano del XIV sec. a. C., il faraone Tutmosi III viene elevato dal dio solare Ra nel mondo della luce, dove viene incoronato e dichiarato suo figlio. In tutti questi casi, l’iniziativa è degli dei. Altri miti babilonici raccontano lo sforzo di auto-elevazione al cielo di uomini, ma i loro tentativi falliscono. Ad es. Etana tenta invano di raggiungere, su un’aquila, il trono della dea Ishtar, per ottenere l’immortalità senza passare dalla morte, ma fallisce.
11 Su elevazione in contrasto con umiliazione, cf. Gc 1,9.
12 Cf. Gv 3,14; 8,28; 12,32.34; At 2,33; 5,31. Cf. anche 2 Re,11; e At 1,11: “Colui che è stato assunto (= tolto)”. Gesù è “levato” ed “elevato”: la stessa parola esprime due facce opposte di un’unica realtà, vista rispettivamente come azione dell’uomo e come azione di Dio.
13 Da D. Müller, Dizionario dei Concetti Biblici del N.T., p. 85.
P.S.: La fonte di questo prezioso (per me almeno) documento non mi è reperibile, spero di aver corretto bene i termini del greco antico e dall’ebraico che avevasno perso la formattazzione nei vari invii telematici.
domenica 16 marzo 2008 - ore 03:16
Il Messia cavalca un’asina Gv 12,12-16
(categoria: " Vita Quotidiana ")
DOMENICA DELLE PALME
Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66 - Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?
Zc 9,9-10; Sal 71; Rm 15,7-13; Gv 12,12-16
Giovanni 12,12-16
12 Il giorno seguente, la gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, 13 prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando:
Osanna!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore,
il re d’Israele!
14 Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto:
15 Non temere, figlia di Sion!
Ecco, il tuo re viene,
seduto sopra un puledro d’asina.
16 Sul momento i suoi discepoli non compresero queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che questo era stato scritto di lui e questo gli avevano fatto.
Il Messia cavalca un’asina
Giangranco Ravasi![]()
Quando da Gerusalemme si scende verso est per recarsi al santuario della visitazione di Maria a Elisabetta, situato nel villaggio di Am Karim, si intravede sulla sinistra un edificio moderno, collocato su un’altura.
È l’Hadassah Medical Center, un importante complesso ospedaliero israeliano.
Talora alcuni gruppi di pellegrini puntano anche verso questo centro medico per visitarne la sinagoga.
Essa, infatti, è abbellita da dodici stupendi vetrate ideate dal famoso pittore franco-russo Marc Chagall, che era di stirpe e di religione ebraica.
Ora, ciascuna di quelle scene, fitte di simboli e di colori, delinea il profilo delle 12 tribù di Israele e i soggetti sono stati scelti tenendo conto di una pagina poetica di forte suggestione, le cosiddette «benedizioni di Giacobbe» conservate in Genesi 49.
Il patriarca biblico alle soglie della morte pronunzia, infatti, una specie di testamento, i cui contenuti saranno ripresi anche da Mosè in un’analoga «benedizione» (Deuteronomio 33).
Si ha come uno sguardo panoramico sul futuro destino delle tribù che i figli di Giacobbe genereranno.
In realtà, così come sono costruite, queste benedizioni sono “commemorative”, cioè sono raffigurazioni della situazione posteriore di Israele al tempo della monarchia, perciò molti secoli dopoi patriarchi. Poste in bocca a Giacobbe, vengono messe al futuro e considerate un preannunzio dei destino delle singole tribù. Tra esse una posizione di prestigio è naturalmente riservata a Giuda, la tribù dalla quale discenderanno Davide ela sua dinastia (49,8-12). Ed è altrettanto naturale che questo passo sia stato riletto in chiave messianica dalla tradizione giudaica e cristiana.
Le inunagmi usate sembrano appunto evocare l’atmosfera messianica gloriosa, contrassegnata da una straordinaria prosperità agricola, simboleggiata dal vino e dal latte abbondanti e dall’asino, l’animale del lavoro nei campi.
In particolare il versetto 10, piuttosto oscuro nell’originale ebraico e che probabilmente esalta solo la regalità duratura e il primato di Giuda (lo scettro e il tributo sono simboli regali), è stato riletto liberamente in chiave messianica dalla versione latina della Bibbia, la Vulgata di San Girolamo.
Nell’originale si ha più o meno questa dichiarazione:
«Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché sia portato il tributo a lui e sua sia l’obbedienza dei popoli».
Nella resa di san Girolamo, cara alla liturgia cristiana d’Avvento, si ha invece:
«Non sarà tolto lo scettro a Giuda... finché verrà Colui che dev’essere inviato».
E per i cristiani l’Inviato per eccellenza dal Padre, come spesso si afferma soprattutto nel Vangelo di Giovanni, è Cristo.
E l’asino diventa, allora, la cavalcatura del Messia, come già aveva cantato ii profeta Zaccaria (9,9), ripreso da Matteo (21,7) per l’ingresso di Gesù in Gerusalemme.
domenica 16 marzo 2008 - ore 03:13
CONSEGNATO ALLA CROCE Matteo (26,14-27,66)
(categoria: " Vita Quotidiana ")
IL VANGELO DELLA COMUNITÀ
Le Palme (anno A) - 16 marzo 2008
CONSEGNATO ALLA CROCE
di Enzo Bianchi
Matteo (26,14-27,66)
Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
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Come portale d’ingresso alla Settimana santa, in cui celebriamo l’evento centrale della nostra fede, la Chiesa ci fa meditare quest’anno sul racconto della passione e morte di Gesù secondo Matteo, che segue molto da vicino la narrazione del testo più antico, quello di Marco, inserendo però alcune annotazioni proprie, che evidenziano la prospettiva con cui egli interpreta nella fede la passione del Signore e la consegna ai cristiani.
In tutto il Vangelo gesti e parole di Gesù sono letti come compimento delle Scritture. A maggior ragione la sua passione: «Tutto ciò è avvenuto perché si adempissero le Scritture dei profeti». E questo si manifesta anche nei particolari: le trenta monete pagate dai sommi sacerdoti a Giuda sono il prezzo dello schiavo, secondo Zaccaria (11,12-13); le frasi di scherno pronunciate dalle autorità religiose verso Gesù crocifisso sono tratte dal Salmo 22. Il compimento delle Scritture, però, non va inteso come espediente letterario o, peggio, un destino ineluttabile voluto da Dio, al quale Gesù sarebbe stato costretto a piegarsi. No, nella passione Gesù è più che mai signore degli eventi, domina tutto con libertà e consapevolezza. Gesù "sa" ciò che sta per avvenire e lo preannuncia ai discepoli, parlando di sé alla terza persona: «Voi sapete che tra due giorni è Pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso».
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Gesù capisce che il cerchio si sta stringendo intorno a lui, perché il suo modo di narrare Dio è insopportabile per il potere religioso e politico. Ma anche in questa situazione estrema ha l’autorevolezza di chi obbedisce pienamente a Dio e al suo disegno di salvezza, di chi è talmente privo di sguardi su di sé da vivere l’amore fino alla fine, a costo della propria vita: questa è la volontà del Padre che «fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni», questa è «la giustizia cristiana» insegnata da Gesù con l’autorevolezza di chi per primo l’ha vissuta.
Ecco perché sono condensati in questi due capitoli i titoli cristologici con cui la Chiesa nascente ha espresso la fede in Gesù: egli è chiamato «Signore» dai discepoli; «Cristo, Re Messia» dagli avversari – il sinedrio, Pilato e i soldati romani – che, senza rendersene conto, proclamano la verità; è acclamato «il Giusto» da una pagana, la moglie di Pilato; è riconosciuto «Figlio di Dio» da un altro pagano, il centurione che sta presso la croce. E questi titoli sono riassunti dall’unico che Gesù si attribuisce nell’ultima cena: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per le moltitudini – cioè per tutti – in remissione dei peccati». Egli è «il Servo del Signore» annunciato da Isaia, l’uomo che si è caricato delle sofferenze dei fratelli, che non si è difeso rispondendo con violenza alla violenza, ma ha speso la vita per gli altri, offrendola liberamente e per amore.
Va infine rilevata la maniera "teologica" con cui Matteo racconta la morte di Gesù: non appena egli ha emesso l’ultimo respiro «il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti».
Sì, nella passione e morte di Gesù è già annunciata la sua risurrezione. Anzi, i segni apocalittici che accompagnano questa morte anticipano profeticamente ciò che avverrà alla fine della storia: nella morte e risurrezione di Gesù il peccato e la morte sono già vinti, e questo sarà rivelato in pienezza quando nel suo amore tutti noi saremo richiamati alla vita eterna. www.famigliacristiana.it
sabato 15 marzo 2008 - ore 03:06
Mt 1,16.18-21.24
(categoria: " Vita Quotidiana ")
S. GIUSEPPE, SPOSO B.V. MARIA (s)
2Sam 7,4-5a.12-14a.16; Sal 88; Rm 3,13.16-18.22; Mt 1,16.18-21.24a (opp. Lc 2,41-51a) - Il Signore è fedele per sempre
Dt 6,4-9; Sal 77; Ef 6,10-19; Mt 11,25-30
Matteo 1,16
Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo.
Matteo 1,18-21
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18 Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19 Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. 20 Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. 21 Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Matteo 1,24
Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa,
Commento di
padre Lino Pedron
18 Dicembre (18/12/2003)
Nella genealogia di Gesù Cristo, Matteo ci ha dato una visione teologica del susseguirsi della generazioni. Ora prosegue questa sua concezione presentando il ruolo e la missione di Giuseppe dal punto di vista di Dio. Giuseppe è un uomo giusto (v.9). Il suo problema non è principalmente la situazione nuova che si è creata con la sua promessa sposa Maria, ma il suo rapporto con questo bambino che sta per nascere e la responsabilità che egli sente verso di lui. Giuseppe è detto giusto perché sintetizza nella sua persona l’atteggiamento dei giusti dell’Antico Testamento e in particolare quello di Abramo (cfr Mt 1,2-21 con Gen 17,19).
La giustizia di Giuseppe non è quella "secondo la legge" che autorizza a ripudiare la propria moglie, ma quella "secondo la fede" che chiede a Giuseppe di accettare in Maria l’opera di Dio e del suo Spirito e gli impedisce di attribuirsi i meriti dell’azione di Dio.
Di sua iniziativa Giuseppe non ritiene di poter prendere con sé una persona che Dio si è riservata. Egli si ritira di fronte a Dio, senza contendere, e rinuncia a diventare lo sposo di Maria e il padre del bambino che sta per nascere; per questo decide di rinviare segretamente Maria alla sua famiglia.![]()
Giuseppe è giusto di una giustizia che scopriremo nel seguito del vangelo, quella che si esprime nell’amore dato senza discriminazioni a chi lo merita e a chi non lo merita (Mt 5,44-48) ed è riassunto nella "regola d’oro": "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Mt 7,12). L’uomo giusto è misericordioso come Dio è misericordioso.
La crisi di Giuseppe ha lo stesso significato dell’obiezione di Maria in Luca 1,29. Maria era turbata perché non sapeva che cosa significasse il saluto dell’angelo. Giuseppe è incerto perché non sa spiegarsi ciò che è avvenuto in Maria. Maria può chiedere la spiegazione all’angelo, ma Giuseppe non sa a chi rivolgersi; per questo decide di mettersi in disparte aspettando che qualcuno venga a liberarlo dalle sue perplessità.
Matteo mette in rilievo l’identità messianica di Gesù affermando la sua discendenza da Davide, al quale Dio aveva promesso un discendente che avrebbe regnato in eterno sulla casa di Giacobbe (cfr Lc 1,33; 2Sam 7,16). Quindi, secondo la genealogia, Gesù è il discendente di Davide non in virtù di Maria, ma di Giuseppe (v.16). E’ per questo che Matteo presenta Giuseppe come destinatario dell’annuncio con il quale gli viene dato l’ordine di prendere Maria con sé e di dare il nome a Gesù. Giuseppe, riconoscendo legalmente Gesù come figlio, lo rende a tutti gli effetti discendente di Davide. Gesù verrà così riconosciuto come figlio di Davide ( Mt 1,1; 9,27; 20,30-31; 21,9; 22,42).
Il nome di Gesù significa "Dio salva". La promessa di salvezza contenuta nel nome di Gesù viene presentata in termini spirituali come salvezza dai peccati (v. 21). Anche per Luca la salvezza portata da Gesù consiste nella remissione dei peccati (Lc 1,17). In queste parole c’è il netto rifiuto di un messianismo terreno: Gesù non è venuto a conquistare il regno d’Israele o a liberare la sua nazione dalla dominazione straniera.
La singolarità dell’apparizione dell’angelo consiste nel fatto che essa avviene in sogno. Matteo forse presenta Giuseppe secondo il modello del patriarca Giuseppe, viceré d’Egitto (Gen 37,5ss). La cosa importante è che l’apparizione dell’angelo chiarisce con sicurezza che la direttiva viene da Dio.
Nel versetto 22 troviamo la prima citazione dell’Antico Testamento. Questa è preceduta dalla formula introduttiva: "Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta". Con questa espressione Matteo vuol darci l’idea del compimento delle intenzioni di Dio contenute nella Scrittura. E’ importante notare che attraverso il profeta ha parlato Dio.
Con la citazione di Isaia 7,14 Matteo presenta la generazione di Gesù come un parto verginale.
Gesù quale Emmanuele, Dio con noi, costituisce un motivo centrale del vangelo di Matteo. Questa citazione di Isaia forma un’inclusione con l’ultima frase del vangelo: "Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo" (Mt 28, 20).
Giuseppe, uomo giusto, si desta dal sonno e agisce. L’esecuzione descrive la sua obbedienza. Pur prendendo con sé Maria, egli non la conosce. Il conoscere indica già in Gen 4,1 il rapporto sessuale.
L’imposizione del nome di Gesù ad opera di Giuseppe assicura di fronte alla legge la discendenza davidica del figlio di Maria.
fonte
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sabato 15 marzo 2008 - ore 03:00
Lc 2,41-51
(categoria: " Vita Quotidiana ")
S. GIUSEPPE, SPOSO B.V. MARIA (s)
2Sam 7,4-5a.12-14a.16; Sal 88; Rm 3,13.16-18.22; Mt 1,16.18-21.24a (opp. Lc 2,41-51a) - Il Signore è fedele per sempre
Dt 6,4-9; Sal 77; Ef 6,10-19; Mt 11,25-30
Luca 2,41-51
41 I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. 42 Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza; 43 ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. 44 Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; 45 non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. 46 Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. 47 E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. 48 Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». 49 Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». 50 Ma essi non compresero le sue parole.
51 Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore.
Lascerai tuo padre e tua madre
Luca 2, 41-5
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Il concetto di famiglia ha avuto dei passaggi molto tormentati in ambito storico. Il fatto che il buon Dio abbia creato l’uomo e la donna ci ha messi nella condizione di dovere chiarire i nostri rapporti. Dio non ha creato il vino, ma l’uva, del vino siamo responsabili noi, così come Dio ha creato l’uomo e la donna, ma, circa i rapporti, siamo noi i responsabili.
Un secolo fa ancora si sosteneva che Dio avesse insegnato ad Adamo ed Eva una lingua, il che è falso: Dio ha creato il cervello nell’uomo e nella donna, li ha resi capaci di parlare, però la lingua se la sono dovuta creare loro. Avevano la potenza di dare il nome agli animali e a tutta la realtà, la responsabilità era loro. Infatti, vedete quante ne sono nate di lingue? E siccome i responsabili siamo noi, così lo siamo anche per quanto riguarda il matrimonio.
Lascerai tuo padre e tua madre ..., sono le indicazioni che Dio dà a questi due esseri originariamente autonomi: l’uomo e la donna. Posso citarvi l’ipotesi di Lucrezio, che noi consideriamo un negatore di Dio e della provvidenza. Egli dice che fu una grande conquista quel giorno in cui i padri conobbero i figli. Vuol dire che - nella concezione di Lucrezio - all’origine l’uomo e la donna erano ancora nella foresta, così come vi sono gli animali. Il dire che fu bella quell’epoca in cui finalmente l’uomo conobbe i figli, vuol dire che ci fu la stabilità della famiglia; l’uomo e la donna si sono detti che forse è bene unirsi.
A mio giudizio gli uomini, i nostri antenati, avranno tentato le più varie strade possibili di unione tra l’uomo e la donna, poi si saranno accorti che il minor male era la monogamia, mentre per il cristianesimo il matrimonio è l’ideale.
Nell’ambito della famiglia la procreazione non è finalizzata al piacere, che crea le conseguenze che vediamo, ma è in funzione della salvezza. Per i Romani era in funzione della perpetuità di Roma; dal mondo greco Platone diceva Per dare una continuità alle stirpi che lodano Dio; noi diciamo: per introdurre delle creature nel Regno dei Cieli. Quando l’angelo appare alla Madonna, al termine del colloquio, Maria dice: Ecco, io sono la serva del Signore. Traduco: Io non sono la serva del sesso mio o altrui, ma metto a disposizione il mio seno. Vale anche per noi, perché avvenga in esso non ciò che io voglio, ma ciò che Dio vuole. La famiglia, o si fonda sul rispetto di questi finalismi, o diversamente diventa una situazione dannata come quella in cui ci troviamo. fonte
sabato 15 marzo 2008 - ore 02:58
L’artigiano di Dio
(categoria: " Vita Quotidiana ")
San Giuseppe
L’artigiano di Dio
"Non fui mai portata a certe devozioni che alcuni praticano, specialmente donne, nelle quali entrano non so quali cerimonie che io non ho mai potuto soffrire, e che a loro piacciono tanto. Poi si conobbe che non erano convenienti e sapevano di superstizione. Io invece presi come avvocato S. Giuseppe e mi raccomandai a lui con fervore. Questo mio padre e protettore mi aiutò nelle necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi in cui era in gioco il mio onore e la salute dell’anima mia. Ho visto chiaramente che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare.
Non mi ricordo finora di averlo mai pregato di una grazia senza averla subito ottenuta. Ed è cosa che fa meraviglia ricordare i grandi favori che il Signore mi ha fatto e i pericoli di anima e di corpo da cui mi ha liberata per l’intercessione di questo santo benedetto.
Ad altri santi sembra che Dio abbia concesso di soccorrerci in questa o in quell’altra necessità, mentre ho sperimentato che il glorioso S. Giuseppe estende il suo patrocinio su tutte. Con ciò il Signore vuole darci a intendere che, a quel modo che era a lui soggetto in terra, dove egli come padre putativo gli poteva comandare, altrettanto gli sia ora in cielo nel fare ciò che gli chiede. Ciò han riconosciuto per esperienza varie altre persone che dietro mio consiglio gli si sono raccomandate. Molte altre gli si son da poco fatte devote per aver sperimentato questa verità.»
«Procuravo di celebrarne la festa con la maggior possibile solennità... Per la grande esperienza che ho dei favori di S. Giuseppe, vorrei che tutti si persuadessero ad essergli devoti. Non ho conosciuta persona che gli sia veramente devota e gli renda qualche particolare servizio senza far progressi in virtù. Egli aiuta moltissimo chi si raccomenda a lui. È già da vari anni che nel giorno della sua festa gli chiedo qualche grazia, e sempre mi sono vista esaudita. Se la mia domanda non è tanto retta, egli la raddrizza per il mio maggior bene».
«Chiedo solo, per amor di Dio, che chi non mi crede ne faccia la prova, e vedrà per esperienza come sia vantaggioso raccomandarsi a questo glorioso patriarca ed essergli devoti».
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«Gli devono essere affezionate specialmente le persone di orazione, perché non so come si possa pensare alla Regina degli angeli e al molto da lei sofferto col Bambino Gesù, senza ringraziare S. Giuseppe che fu loro di tanto aiuto.Chi non avesse maestro da cui imparare a far orazione, prenda per guida questo santo glorioso e non si sbaglierà» (Vita 6, 6-8)
Approfondimento: La vita di San Giuseppe
S Teresa d’Avila) ( Quest’anno la festa di San Giuseppe in tutta Italia è anticipata di 4 giorni per via della settimana santa, la ricorrenza sui calendari rimane il 19 marzo a parte il calendario liturgico.)
sabato 15 marzo 2008 - ore 02:56
Mt 11,25-30
(categoria: " Vita Quotidiana ")
S. GIUSEPPE, SPOSO B.V. MARIA (s)
2Sam 7,4-5a.12-14a.16; Sal 88; Rm 3,13.16-18.22; Mt 1,16.18-21.24a (opp. Lc 2,41-51a) - Il Signore è fedele per sempre
Dt 6,4-9; Sal 77; Ef 6,10-19; Mt 11,25-30
Matteo 11,25-30
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25 In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. 26 Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. 27 Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.
28 Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. 29 Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. 30 Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».
Nel dramma della venuta del regno dei cieli messo in scena dal vangelo di Matteo, il presente testo si trova nella sezione narrativa del quarto atto che presenta gli ostacoli incontrati da parte degli uomini secondo l’economia umile e nascosta voluta da Dio.
Il brano ha tre parti; la prima indica il progetto divino di rivelazione del mistero del regno; la seconda presenta l’intimità tra il Padre e il Figlio, la terza mostra Gesù come fonte di riposo e come esempio di mitezza e umiltà per i discepoli.
* Il piano divino di rivelazione del mistero del regno: "In quel tempo Gesù disse: Ti benedico o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Si o Padre perché così è piaciuto a te" (Mt 11, 25 26).
Gesù compie una azione di lode a Dio Padre che ha come oggetto il piano divino di salvezza; esso consiste nella scelta dei piccoli e nella esclusione dei sapienti e degli intelligenti per rivelare loro il mistero del regno di Dio. La ragione di questa scelta preferenziale di Dio è il suo beneplacito cioè la sua libertà di amore. Veniamo così immersi nell’abisso del mistero di Dio che sceglie quelli che egli vuole unicamente perché egli vuole, perché così gli piace. Il beneplacito divino è l’aspetto più profondo e inesplorabile del suo mistero.
* L’intimità tra il Padre e il Figlio: "Tutto mi è stato dato dal Padre mio. Nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare" (Mt 11, 27).
Vi è in queste parole una rivelazione molto alta sul rapporto tra il Padre e il Figlio. Essa procede in tre affermazioni. La prima riguarda la comunicazione totale del Padre al Figlio: "tutto mi è stato dato dal Padre mio". In questa totalità sono compresi tutti i segreti del regno e tutto il potere divino; Gesù ha tutto ciò che ha il Padre per via di comunicazione dal Padre al Figlio. La seconda riguarda la totale intimità del Padre e del Figlio: "nessuno conosce il Figlio se non il Padre, nessuno conosce il Padre se non il Figlio". Questa espressione indica la reciprocità e la esclusività della conoscenza intercorrente tra i due; conoscenza significa comunione esistenziale, in essa Padre e Figlio sono uguali e inaccessibili da parte di chiunque altro. E l’affermazione dell’identica dignità, dell’identica natura divina. La terza affermazione indica la libertà di rivelazione da parte di Gesù; egli può rivelare a chi vuole il mistero del Padre e della uguaglianza del Padre e del Figlio e la esclusività del loro rapporto reciproco di vita. Nel comunicare la rivelazione di questo mistero Gesù possiede la stessa libertà della scelta indicata prima come caratteristica del Padre. Questo vertice di rivelazione presenta il Figlio e il Padre nella loro unità di natura divina e distinzione personale.
Gesù fonte di riposo ed esempio di mitezza: "Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò; prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero" (Mt 11,28-30).
L’invito di Gesù è rivolto ai piccoli, prendere il giogo significa per gli Ebrei mettersi alla scuola di un maestro; giogo e peso richiamano la Legge, quella di Gesù è dolce perché non moltiplica gli obblighi, i costumi, le prescrizioni, le convenienze ma dona la partecipazione alla vita, essendo la fonte di questa vita Gesù stesso, che diviene così l’esempio per tutti.
Giuseppe Ferraro fonte