BLOG MENU:


volt, 26 anni
spritzino di spinea
CHE FACCIO? bastardo
Sono middle

utente certificato [ SONO OFFLINE ]
[ PROFILONE ]
[ SCRIVIMI ]
STO LEGGENDO

la notte e lo sporco sulle mani

HO VISTO

la mia metà oscura

STO ASCOLTANDO

la mia voce nel vuoto che echeggia senza alcuna risposta e senza significato

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

non so per quanto capisco ora potrei essere nudo!

ORA VORREI TANTO...

riuscire ad essere

STO STUDIANDO...

come passare sui binari del treno senza rallentare alla vista dei nani da salotto!!
insomma il treno è andato

OGGI IL MIO UMORE E'...

immensamente estraneo!!

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) non sapere se il mattino seguente sarai ancora vivo!!
2) scoprire che niente ha un senso, che sono insignificante e che tutti i giorni che ho vissuto si perderanno in un lieve vento senza fine

MERAVIGLIE


1) una cosa inattesa bella o brutta che sia! che solamente ti riempia la giornata e i ricordi!!
2) acre profumo di benzina


questo blog non ha alcun senso se tu vuoi parlare di qualcosa di serio e fisso non farlo con me!!


(questo BLOG è stato visitato 3774 volte)
ULTIMI 10 VISITATORI: ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite
[ ELENCO ULTIMI COMMENTI RICEVUTI ]



giovedì 24 febbraio 2005 - ore 10:22



(categoria: " Vita Quotidiana ")


studio?!
forse per me è una specie di bestia nera che sbava acido e con un alito fetido, lo incontro di fronte a me lo guardo nei grandi occhi rosso sangue, mentre si avvicina per germirmi!
io terrorizzato dalla visione schifosa inizio a fuggire verso lidi sconosciuti, ma lui è sempre presente alle mie spalle, si avvicina.....ecco un balzo è alla mia gola. ora devo proprio iniziare a studiare per quel merdosissimo ultimo esame

LEGGI I COMMENTI (1) - PERMALINK



martedì 22 febbraio 2005 - ore 10:34



(categoria: " Riflessioni ")


propaganda politica!!

LEGGI I COMMENTI (1) - PERMALINK



martedì 15 febbraio 2005 - ore 10:56



(categoria: " Vita Quotidiana ")


oggi sono più vecchio!!
anche ieri lo ero.
un giorno non cambia l'età ma un minuto si

LEGGI I COMMENTI (8) - PERMALINK



mercoledì 9 febbraio 2005 - ore 10:10



(categoria: " Pensieri ")


allucinazione enotiche (esiste) beh però ieri ho bevuto come una spugna a Venezia!!
so cappottà

LEGGI I COMMENTI (5) - PERMALINK



lunedì 7 febbraio 2005 - ore 12:05


libro in corso
(categoria: " Poesia ")


Questo è l'inizio del libro che sto scrivendo commentate se volete ma soprattutto leggete:


Sospiri di foschia sorridono alle fievoli dita del calore diurno, mentre si allontanano per mostrare la vita mai stanca del formicaio di cristallo che la notte aveva accolto nel suo scuro mantello. Infinite anime si mescolano in un flusso indefinito di solitudine e indifferenza per le strade affollate d’occhi ciechi se non per la monotonia giornaliera. Tutta New York è immersa in una giungla di rumori lampeggianti che lambiscono i tetti degli edifici più alti; le auto ruggiscono di rabbia mentre urlanti sguardi si scambiano in un’immota danza di fretta. Più d’indifferenza e rabbia, sono la paura e il sospetto che annegano i cuori dei giovani fantasmi di Manhattan. Ho paura. Paura di un'idea che mi ha corroso la mente, paura che il nemico sia al mio fianco, paura di uscire dalla solitudine della folla, paura del metallo che anch'io stringo tra le dita. Ogni strada è la stessa, ma io sono qui, all'11th avenue precisamente al numero 7 chiuso nella gabbia calda che è la mia vita. La musica della strada è continua ed inarrestabile; ormai per le mie orecchie è come il fruscio del vento tra le chiome verdi degli alberi. Mi rigiro sul letto cercando di aggrapparmi agli ultimi istanti di quiete che un sonno vuoto può darmi. Quand'ecco che con l'ultimo passo del tempo un trillo esplode nelle mie orecchie, un suono fastidioso che preannuncia un altro giorno inutile. 7:12. Apro gli occhi, che da ore avevo rinchiuso nel buio, e lentamente osservo le sfocate immagini di una stanza che già conosco a memoria.E' strano, ma l'unico cambiamento che vedo ogni giorno in quel luogo, che non sento ancora mio, è l'ora del trillo infernale. Ieri il mio incubo è iniziato alle 7:05. Domani, beh, facciamo alle 7:14. Goffamente sposto le coperte grigiastre che mi ricoprono. Dita luminose sfiorano la moquette grigio scuro ed illuminano di un'atmosfera surreale la stanza. Minuscoli puntini svolazzano dall'armadio alla porta socchiusa. Ogni mattina la camera mi sembra più piccola, solo un voluminoso armadio di compensato marrone chiaro sulla sinistra, il letto ed una scrivania appoggiata sul muro di fronte. Sulla scrivania c'è un computer dell'ultima generazione dove viaggio tra le illusioni di un mondo creato per non pensare. A destra c'è la finestra. Spalanco la vista al formicaio, mentre faccio entrare un odore verdastro come una muffa. Mi sollevo ancora stanco e mi dirigo verso la porta in boxer e maglietta. La porta si apre sul buio di uno stretto corridoio di 4-5 metri. Ci sono tre porte. Prendo la prima a destra ed ecco la piccola cucina tipica di un appartamento da single: un frigo, i fornelli, una credenza, un tavolino e qualche sedia. C'è odore di marcio. Forse è tempo che mi liberi dei rifiuti. Come un automa apro il frigo e mescolo bianco e nero in una tazza, il tutto e il niente, e li bevo. Senza pensare ritorno nel corridoio. Una porta è sbarrata da lucchetti e una lunga asta di metallo per non far entrare il nemico invisibile che tutti conoscono. L' altra porta è aperta sul bagno. Il mio corpo vi entra e si muove da solo, mentre la mia mente rimane vuota e inafferrabile; io osservo l’acqua coprirmi, mentre le mani veloci fanno una leggera schiuma bianca sulla pelle. Un volto pallido mi osserva sul muro, un viso morto ed inespressivo, smunto e privo di qualsiasi tipo di forza; scuri occhi arrossati osservano niente con rapidi movimenti, mentre una foschia invisibile li svuota della loro luce. I capelli bagnati, che hanno lo stesso colore degli occhi e delle sopracciglia, sanguinano lacrime che scivolano lungo le guance e la fronte evitando il naso aquilino e le orecchie leggermente appuntite. Sorride con i suoi denti giallognoli, un sorriso senza gioia utile solo per l'igiene orale che la mano si avvicina per dare. Sono le 7:42. E' tempo di uscire. Si veste con calzini blu, pantaloni scuri, la camicia bianca, la giacca grigio scuro, la cravatta blu e le scarpe nere. Intanto la mente è vuota. Il mio corpo si muove mentre io sono morto. Devo andare a lavoro, sono un impiegato, eseguo cioè attività non manuali a carattere prevalentemente intellettuale e di collaborazione vicino al Rockfeller Center ma in realtà osservo il mio corpo che si muove cercando di capire cosa vuol dire vivere. Mi sono detto più volte che forse mi sento così vuoto perché sono solo. Mi manca una donna, un amore, una compagna di sofferenza o anche solo di letto. Un'uscita a questo giorno che si ripete all'infinito. Il problema è che non riesco a dialogare, ogni volta che mi trovo di fronte ad un'altra persona tutte le frasi mi sembrano stupide, insensate e senza alcun significato. Io non ho interessi. Sono cose banali. Rimango a fissare un’illusione di Paradiso, mentre riecheggiano parole di lei in una voragine di coscienza. Scorrono sensuali immagini di un amore inesistente, mentre lei se ne va, sola, distante da un essere inebetito con gli occhi persi nel vuoto. Con gli amici tutto si riveste di banalità e disinteresse ed io col mio vestito divertente, sorrido compiaciuto a battute ed a frasi private del loro colore. I miei genitori hanno plasmato il mio cuore nella rispettabilità; erano brave persone nel formicaio, ma a casa mutavano in demoni vestiti d’amore, mentre scendevano ad accarezzarmi con cura. Ora vivono a San Francisco. L'ipocrisia del giusto riveste ancora le loro illusioni perchè gli occhi vedono solo ciò che io penso. Sono anni che non li vedo. Ogni tanto urla meccaniche scoppiano nell' appartamento per annunciare le loro sibilanti domande: “ ciao bambino mio, sono la mamma. Come stai? E il lavoro? Ti sei trovato una ragazza?”. Io vomito monosillabi mentre la bestia inizia a gridare la sua forza, il suo potere e riattacco. Rotola lo strisciare dei denti d' acciaio che mi proteggono nella mia prigione; è tempo di essere un numero per la soddisfazione dei burattinai. L' appartamento si apre su un lungo corridoio e, mentre scattano i denti d' acciao, le pareti giallognole si allungano sussurrando ricordi e speranze seppelliti in un mondo sognato soltanto. Sul pavimento spirali di luci ed ombre danzano scivolando su di un rosso ghiacciato. Riecheggia regolare tutt’attorno un pulsare di passi che mi spinge verso l' uscita. L' ascensore è sulla destra. Mentre lì in piedi aspetto, immagini morte riaffiorano per ricomporre un ricordo ormai sbiadito. Un' altra mattina tra i banchi di scuola era passata ed ora tutto il mio pensiero era rivolto ad un pomeriggio di gioco e divertimento. Avevo unici anni da poco più da una settimana e non mi ricordo perchè ma ciò mi faceva sentire felice ed orgoglioso di me stesso; può essere che, essendo nato in gennaio, i mesi in più mi facessero sentire più importante. Già a quell'età ero estremamente timido ed avevo una terribile paura di non essere accettato dagli altri ragazzi ma credo che questa sia una cosa abbastanza normale; ciò che mi differenziava vistosamente dagli altri era che vivevo in un mondo tutto mio, un mondo nella mia testa che si apriva alle storie più fantastiche e dove tutti mi adoravano come un dio incapace di sbagliare e di essere sconfitto. Arrivato a casa quel pomeriggio tutto si ricoprì di cenere grigia. Il bene, il male, tutto è falso, tutto è vero, i miei occhi vedono me stesso ed altri occhi mi osservano dentro loro. Tutto ciò che ci circonda l’ abbiamo inventato coi nostri pensieri; ciò che è reale per tutti è misera cosa. Il mondo in cui viviamo è unico, universale ma le sue sfumature, le sue melodie sono diverse in ognuno. Quel maledetto pomeriggio ho capito che chi ami può odiarti per amarti, il disprezzo si insinua tra lievi sorrisi e l’ ira cresce piano piano nel ventre di chi ti ama. Piccole cose inutili, la razionale stupidità le fa diventare enormi pachidermi urlanti pronti a calpestare la tua anima. Mentre soffoco sotto le macerie dei miei sogni, delle mie fantasie, tutto mi è divenuto chiaro e limpidamente drammatico: io vivo per soffrire, per nutrire altre creature e altri sogni utili solo per non vedere il vuoto delle nostre vite. Quel giorno chi mi ha dato la vita mi fatto capire quanto inutile sia vivere.
Io non ho alcuno scopo se non nascondermi, ghignante, nella terra mentre altri si spartiscono le mie membra fredde. E se in realtà niente esistesse, se la mia vita la stessi creando io col fluire dei miei pensieri? Ognuno prova emozioni perché vuole, per sentirsi vivo; mentre in realtà non prova niente, è la sua mente che inventa le sensazioni. Perché devo vivere? Non posso uccidermi per spegnere il ritmico tamburo che mi assorda, potrei forse essere nulla spegnendo questa dannata scintilla. Il buio, si, nel buio io sono tutto e niente, sono invisibile mentre mi fondo col mio armadio, le mie dita si allungano all’ infinito pronte a sfiorare anche la luna, nel buio io sono ovunque, nel buio vivo i miei sogni e i miei incubi ma non sono nulla perché nel buio non esisto. Un respiro conosciuto riapre i miei occhi mentre un’ enorme bocca di metallo si spalanca desiderosa di accogliermi. Sono solo. Passo dopo passo tremo per un’ eventualità di morte, il mio desiderio più pauroso. Devo trovare un senso al mio respiro, o almeno un qualcosa per rimanere agrappato all’ orlo del baratro. In uno sfiato caldo il metallo mi accerchia ed io scelgo la via di uscita accendendo col dito un occhio lampeggiante. Discesa per l’ inferno. Attorno a me che solo metallo, dei numeri luminosi, una pulsantiera a sinistra ed uno specchio enorme. Lo specchio c’ è in ogni ascensore per fare sembrare maggiore lo spazio ristretto in cui ti trovi, credo per farti sentire più sicuro mentre sprofondi nell’ abisso. I numeri di sangue scivolano decrescenti…20..19…18...17…La bocca enorme sbuffa per ingoiare altre due anime illuse, un uomo ed una donna. Lui indossa un completo grigio fumo di londra, una camicia azzurra ed una cravatta scura con fulmini rossastri se la luce è giusta; le scarpe sembrano nuove, luccicano ipnotiche ad ogni passo. I capelli castani sono tirati indietro in un ciuffo sopra la fronte per poi cadere più radi e piatti all’altezza del collo. Si è rasato da poco, la pelle liscia stringe le mie narici con un leggero profumo di dopobarba. Ha il naso un po’ all’insù che contrasta col mento pronunciato. Ha un fisico asciutto ed abbastanza atletico. Gli occhi verdi profumano d’acume ma al momento lanciano sguardi iracondi tra lievi sbuffi di insofferenza. Lei aveva un vestito nero che le accarezzava la pelle volteggiando morbido appena sopra le ginocchie. Le gambe lunghe ed affusolate erano sfiorate da un paio di calze chiare, ogni passo era una sinuosa danza in equilibrio sui lunghi tacchi neri. I lunghi capelli biondi ricadevano morbidi sulle spalle velate da una corta giacca nera aperta su di una appena accennata scollatura. I seni non erano abbondanti ma si intravedevano sodi sotto il vestito. Gli occhi castani erano contrariati probabilmente da un litigio col marito al suo fianco. Tra le dita bianche stringeva una borsetta blu piccolissima. Odorava di fiordaliso appena sbocciato. Aveva un viso fresco e delicato nonostante fosse stato alterato dal recente diverbio. Le labbra erano dipinte di un rosso acceso, sembravano due petali di rosa adagiati su di un cuscino rosa pallido. Quanto desideravo assaporare la sua lingua, rubarle il respiro per fonderlo col mio. Tutto il suo corpo mi chiamava a sé. Un pensiero mi trafisse la mente, un’ idea subdola, avrei potuto tramortire quell’ uomo inutile ed unirmi a quest’ angelo in un abbraccio d’amore. Assaporare ogni millimetro della sua pelle per poi unirmi a lei, essere in lei. I miei occhi scorgevano dietro l’angolo tale futuro, circondato dalle nebbie dell’immaginazione il mio cuore agiva in una realtà inventata. Tutto era perfetto, il corpo esamine di quell’ uomo mediocre a pochi centimetri dai nostri corpi avvinghiati in una morsa d’amore e piacere; lei mi vuole. Lei mi ama. Il suo calore era attorno a me; assediato da acuti strilli di godimento le mie mani scivolavano sulla sua pelle , sui suoi seni, sulla sua anima.
Tra le sue cosce stavo scoprendo il paradiso, la vita. L’ orgasmo mi rincorreva tra l’ altalenante moto del mio respiro. Oh mio dio. Che cosa sublime. Chiusi gli occhi per assaporare al massimo quegli istanti, per risentirmi, lieto e sicuro, cullato dall’ oscurità. Riaprii gli occhi per incontrare l’ appagamento in quelli di lei, ma ero solo. Solo in un ascensore vuoto. Gurdai l’ orologio al polso. Me lo avevano regalato i colleghi d’ufficio per l’ultimo compleanno, solo perchè era un’ abitudine visto che a malapena sanno il mio cognome e mi rivolgono la parola solo per i saluti obbligati. Ma tanto non mi interessavano le loro banali e vuote discussioni. Era tardi. Strinsi la ventiquattrore, dentro c’era qualche documento e il mio pranzo, ed iniziai a correre verso la porta a vetri che si apriva al formicaio. I miei passi sembrano più leggeri per la morbida moquette grigia che si distendeva malinconica davanti a me. Qualche pianta adornava il piccolo atrio, altrimenti smorto. Tutto galeggiava nella staticità di quel luogo mentre spade di luce squarciavano l’aria formando spettacoli, altrimenti invisibili, di movimento. Le scale per salire sono a destra; le ho usate due volte nei due anni che vivo qui. La prima volta le ho prese perchè i due ascensori erano fuori servizio e devo dire che 21 piani di scale mi avevano proprio risucchiato ogni energia. Davanti alla porta della mia sicura prigione ansimavo grondante di sudore mentre sentivo chiodi penetrami i muscoli, infliggendomi un dolore saettante nella testa. L’altra volta era stato per un motivo futile; come ogni giorno tornavo a casa da lavoro inabissato in un senso di inutilità e monotonia e prendere anche quel giorno la bara d’acciao mi sembrava l’ esaltazione della mia nullità.Le scale, coperte dalla stessa moquette grigia dell’atrio, salivano in uno sfondo bianco accompagnate dal nero e liscio corrimano. Ogni due rampe di scale un numero segnalava il piano accanto ad una porta. Ci misi molto tempo per arrivare al mio piano e una volta giunto alla mia porta mi accorsi che il mio senso di inutilità era ancora presente accompagnato da una stanchezza incredibile. Da allora prendo solo l’ascensore. Perchè mai dovrei fare così tanta fatica? Sulla sinistra c’è la stanza del portiere con la rispettiva reception. Io fuggo dall’atrio con una tale rapidità che tutto ciò che mi circonda si scioglie in un turbinare di colori indefiniti. Un abbraccio di legno e calce mi tiene racchiuso nel ventre di questo noto gigante di cristallo. Davanti a me si fa incontro un muro invisibile la cui porta si apre su una grossa strada battuta da branchi di anime vuote come me, ma incoscienti. Lame bianche squarciano l’atmosfera soffusa in una lotta caotica di minuscoli puntini pallidi. Le dita stringono il pomello tirandolo a me. L’aria fuori dalla prigione è viva, la sento muoversi fresca attorno a me insinuandosi tra le pieghe del mio vestito. Rapidi insetti salgono la schiena in un breve brivido di freddo. Accompagnati dalla brezza, rumori di varie intensità stritolano in un unico peso indefinito la mia testa. Si fondono i ruggiti delle auto schiamazzanti tra imprecazioni , le voci di chi intorno a me vuol far sapere di esistere ancora e altri suoni che giungono dal nulla in un unico brusio come di un vinile rovinato urlasse e rantolasse su di un giradischi prima di rompersi. Orde di odori assediano le narici in una continua lotta tra profumi, sudore, asfalto e gas di scarico; intanto il petto si gonfia pronto ad eruttare il suo disgusto per qualche istante. Mentre tutto attorno scivola via tra l’incoscenza, gli scuri e lunghi veli dei giganti di acciaio e cristallo mi opprimono al suolo chiudendo lo sguardo all’orizzonte in cambio di spiragli di luce dall’alto. Passo dopo passo tutto scompare in uno sguardo assente di chi vede qualcosa troppo spesso fino a non vederlo affatto. Cammina a testa bassa in mezzo ad altri come lui. Uomini e donne si ritrovano in un lungo serpente che striscia con mille anime svuotate. Mentre lui sa già dove dirigersi, io mi guardo attorno cercando di lenire l’angoscia crescente di un altra giornata di lavoro. Forse è il lavoro in sè che mi svuota. La mia mente a lavoro si sdoppia in due entità: una diligente che lavora e l’altra che si aggrappa a qualsiasi pensiero per non sprofondare nella noia. Stretto nelle spalle per sconfiggere in parte il freddo vedo vetrine e insegne alla mia destra. Oltrepasso negozi d’abbigliamento, qualche supermarket, bar e enormi palazzi carichi di appartamenti o di uffici senza guardarli realmente. Un inebriante profumo di brioche e caffè mi accompagna per qualche passo di fronte ad un bar mentre il mio stomaco canta le sue voglie. Vivaci colori decorano il grigiore mattutino reclamando uno sguardo. Qualche albero scheletrico allunga le dita verso il cielo aspettando qualche raggio di vita per scaldare il suo cuore. Io cammino nel mio grigiore lasciando che ogni cosa scompaia piano piano alle mie spalle. Laggiù inizio ad intravedere la strada verde che mi porta all’ufficio. Mi fermo. All’angolo della strada una piccola edicola di quelle prefrabbicate esplica le sue funzioni febbrilmente. Enormi titoloni colorati luccicano invitanti, mentre mille mani afferrano le cartacee lingue dell’orrore e sospetto, o forse bisbigliano solo cosa devi pensare tra righe di spazzatura ammucchiata in un muro di fronte alla vista. Sento la pelle del viso tirarsi diventando in parte insensibile; forse sto perdendo la maschera. Le bestie d’acciaio si fermano ad osservare noi formiche passargli davanti accompagnandoci con sbuffi di impazienza e superiorità. Attraverso la maleodorante lingua grigia verso l’oasi dal verde profumo che oggi abbraccia le gelide lacrime del cielo. Aliti caldi si disperdono nel gelido al suono del freddo vento come a testimoniare la continuità della vita. Varco l’ingresso del parco rappresentato da un grosso cancello in ferro battuto con delle punte acuminate rivolte al cielo e che chiuso diventa un arco. Il prato verde brinato è segnato da una linea di ghiaia che si scompone in vari sentieri a occupare tutta la superfice del parco. Gruppi di alberi sgualciti dall’inverno spiegano le loro scheletriche dita verso il cielo mentre ondeggiano al soffio del vento. In mezzo al parco una fontana ormai ghiacciata accoglie sul suo bordo un vecchio solitario che stringe tra le dita un sacchetto di carta marrone, mentre i suoi occhi fissano immagini del passato. Intanto meccanicamente con una mano afferra delle briciole di pane e le lancia pensanse ad una dozzina di piccioni affamati ed infreddoliti. L’ho osservato ingrandirsi per poi scomparire alle mie spalle. Ancora una cinquantina di metri e sarò fuori dal parco e dall’ altra parte della strada c’è il palazzo in cui lavoro, sono ormai cinque anni mi pare. Pensare che in questo tempo non ho fatto amicizia con nessuno dei miei colleghi; neanche con Susan. Susan é bellissima. Mentre cammina per l’ufficio sembra danzi nel suo tallieur in un rifiorire di rose che inebriano il mio cuore. Capita a volte che che i nostri occhi si uniscano mentre parole vaporose riecheggiano lontane e confuse. Susan è rossa di capelli, anche se sono tinti, e pensare che non mi ho mai saputo il colore naturale. Susan. Susan ha degli grandi occhi verdi e luminosi oltre che a un fisico stupendo, lunghe ed affulotate gambe, dei seni sodi e un viso bellissimo. Susan è solo un saluto in otto ore di lavoro, una manciata di secondi di Paradiso, o almeno della mia illusione. Una giostra di ferro e vetro gira all’ingresso dell’edificio in cui lavoro; inseguo l’aria calda entrando in un ampio atrio. Sulla destra c’è un banco informazioni. Lì lavora Anna, una donna grassa, ma con un animo gentile ed un sorriso stupendo. Mi domando spesso come faccia ad avere ancora quel sorriso con tutta la gente ipocrita e viscida che riceve ogni giorno. Forse la rende felice il fatto di essere utile a qualcuno. Anch’io a lavoro mi rendo utile a società per risolvere i problemi informatici dei loro dipendenti. Se io non ci fossi molte banche dati e sistemi operativi dei clienti non sarebbero così efficenti. Eppure non riesco a sorridere. Un battito di passi riecheggia nelle pareti accompagnando un canto di saluti. Il mio corpo si dirige verso i due ascensori in fondo, sale tre lunghi gradini che tagliano la sala in due. Sulla sinitra c’è una scrivania posata su un grande tappeto dai colori rossastri.In fianco alla scrivania c’è una voluminosa pianta dalle foglie grandi foglie verdi.Una divisa da guardia è seduta sul bordo della scrivania, al fianco si scorge una pistola. Nonostante lavori qui da cinque anni della guardia so solo che si chiama John. Le nostra discussioni si svolgono allo stesso stesso modo ogni mattina ed ogni sera lavorativa "Salve Mr. Helsinky","Buongiorno John"; sembra impossibile ma non ci siamo mai detti nientaltro.
Per me la gente del lavoro sono come un arredamento del palazzo, solo che si muovono. Così per loro io sono solo un fantasma di uno sfigato senza alcun grado di socievolezza. Un alito caldo svivola sulla mia faccia ed io avanzo nella bocca che mi porterà nel mio ufficio; è piena di corpi mutilati nell’animo. Mi stringo in mezzo a loro senza quasi respirare immaginandomi di essere solo. Appoggio le spalle alla parete in fondo lasciando il peso della mia ventiquattrore al pavimento. Anche uno specchio circondato, però, da grigio e bordò. Il pavimento è grigio così come il resto delle pareti se non fosse per una striscia bordò di una trentina di centimetri che parte da terra. Il mio sgurdo si perde in terra. Un profumo flagrante di donna penetra le mie narici accompagnato da odore di sigarette e caffè per esaltare il mio abituale mal di stomaco mattutino. Non so il perché, ma quando metto piede nell’ascensore per andare a lavoro i miei occhi si perdono ad osservare il pavimento e le scarpe di chi mi circonda. In tutto saremo in quattordici intrappolati in questa claustrofobica scatola di ferro che sale inesorabile verso il mio piano.

LEGGI I COMMENTI (10) - PERMALINK



lunedì 7 febbraio 2005 - ore 11:59



(categoria: " Vita Quotidiana ")


oggi sono finito!!
che bello!

LEGGI I COMMENTI (1) - PERMALINK



giovedì 27 gennaio 2005 - ore 15:24



(categoria: " Musica e Canzoni ")


Sabato questo suono al New Age (roncade di tv) con il mio gruppo alle 22 per l'emergenza!!
basta

LEGGI I COMMENTI (3) - PERMALINK



mercoledì 26 gennaio 2005 - ore 10:58


aiuto
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Impegni su Impegni mi schiacciano giorno dopo giorno.........mi mancan per l'univ solo un esame e la tesi che sto preparando assieme.
scommessa: riuscirò a laurearmi per marzo/aprile??


COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK



mercoledì 19 gennaio 2005 - ore 12:37



(categoria: " Vita Quotidiana ")


oggi la laurea si avvicinata.
-1

LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK



lunedì 17 gennaio 2005 - ore 10:01



(categoria: " Vita Quotidiana ")


il futuro è una pagina bianca sulla quale scatarrare in modo frenetico.

LEGGI I COMMENTI (1) - PERMALINK




> > > MESSAGGI PRECEDENTI
Solo in questo BLOG
in tutti i BLOG

BLOG che SEGUO:


marilesa psycho morgana maolars strega socrate rage cia2003 nizz kiske bert b3nfy vampiretta pol7france volt spilluz kilo666 matan melanera banshee miogaror Erilke sampy

BOOKMARKS


Vampiri di tutto di più
(da Arte e Cultura / Poesia )
volt sito
(da Arte e Cultura / Cartoni & Fumetti )
Vampire
(da Scuola / Maturità )


UTENTI ONLINE:



APRILE 2026
<--Prec.     Succ.-->
Do Lu Ma Me Gi Ve Sa
      1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30