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di trommari da commentare:
ho deciso di inserire questo articolo, senza commentarlo. lascio a voi la parola, se avete qualcosa da dire. ---------------------------------------- tratto da "L'Espresso" del 20 maggio 2004 - pag. 39
GENERALE CARCERIERE - di Enrico Pedemonte da New York
Quando lo incontrai per intervistarlo, il 13 novembre dell'anno scorso, il generale Geoffrey Miller non era ancora stato nominato capo del sistema carcerario iracheno. Era ancora il responsabile di Camp Delta, la prigione di Guantanamo dove sono tuttora confinati un centinaio di sospetti talebani catturati nel 1991 in Afghanistan. Miller è un uomo duro e tagliente, che non ama essere interrotto e si esprime pesando meticolosamente le parole, una a una. Guai a definire "prisoners", prigionieri, i rinchiusi nelle 600 gabbiette metalliche di Camp Delta. Erano "enemy combatants", nemici combattenti. La prima definizione avrebbe dato loro i diritti della Convenzione di Ginevra. La seconda no. Parlando delle pressioni psicologiche che venivano adottate nel corso degli interrogatori, Miller fu esplicito: "Usiamo procedure standard regolate da precise norme dell'esercito Usa. Negli interrogatori non sono previsti contatti fisici, né, posizioni che possano provocare stress, né deprivazione di sonno. Gli interrogatori non devono durare oltre 16 ore al giorno, e il periodo di sonno almeno otto ore." Già allora Amnesty International sosteneva che "il trattamento dei detenuti di Guantanamo è uno scandalo dei diritti umani che viola la legge internazionale e getta discredito sugli Usa". Miller disse: "Sono affermazioni categoricamente scorrette. Trattiamo i "nemici combattenti" in accordo con la terza Convenzione di Ginevra. Una commissione della Croce rossa ha verificato che li trattiamo in modo umano. Offriamo loro cure mediche di livello straordinario. Nessun altro paese tratta i suoi nemici come l'America li tratta qui a Guantanamo. Sono fiero di ogni cosa che viene compiuta a Camp Delta, e tutta l?America può esserne fiera". Un avvocato americano, Richard Bourke, aveva detto alla Abc Radio che gli americani "stavano usando le più vecchie tecniche di tortura, come nel Medio Evo". Bourke sosteneva di basarsi su rapporti fatti trapelare da militari Usa e da alcuni ex prigionieri. Uno di questi aveva denunciato di essere stato legato ad un palo: poi i militari avevano fatto il tiro a segno sparandogli contro proiettili di gomma. Altri dissero di essere stati lasciati per giornate intere in ginocchio sotto il sole di Cuba. Miller negò tutto: "Sono affermazioni non vere". Ora il "New Yorker" sostiene che il generale Miller fu spostato in Iraq proprio per l'esperienza maturata a Guantanamo. E che la lista delle norme da seguire per far crollare i detenuti arrivò in Iraq direttamente dalla base cubana. L'11 novembre, alla fine dell'intervista, chiesi a Miller dove era nato. Rispose di essere un "rancher texano" nato nei pressi di San Antonio, e aggiunse: "Gli americani si dividono in due categorie: i texani e quelli che vorrebbero essere texani". Miller assomigliava anche fisicamente al Jack Nicholson di "Codice d'onore", il generale che alla fine viene condannato per avere spinto un paio di marines a perseguitare un altro militare, fino a causarne la morte. Miller sembrò gradire il complimento: in fondo Jack Nicholson è un uomo affascinante. Ma in quel film finisce davanti alla Corte marziale. Chissà che fine farà il generale Miller. ---------------------------------------- |
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