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Messaggio di Jolie da commentare:

Ho l’impressione che si faccia sempre più confusione, ultimamente, sul tema dell’aborto ed ho anche l’impressione che la cosa, tanto per cambiare, non sia casuale. In effetti quella di confondere le idee perchè diventi più agevole, poi, manipolare l’opinione pubblica è una tecnica ormai piuttosto inflazionata nel nostro Paese.

Partiamo dall’episodio che attualmente rappresenta la cosiddetta goccia che ha fatto trabocare il vaso: lo scandalo suscitato dal documento redatto da un gruppo di ginecologi romani delle università Sapienza, Tor vergata, Cattolica e Campus biomedico; in tale documento si afferma che il medico deve intervenire per rianimare il feto rimasto vivo al termine di un aborto "anche se la madre è contraria, perchè prevale l’interesse del neonato".

La 194 permette l’aborto entro il 90° giorno dal concepimento, periodo entro il quale il feto non sopravvive all’intervento. In caso di anomalie o malformazioni però, la legge permette di abortire anche dopo tale data. E qui nascono i problemi, perchè mentre in passato un feto abortito entro la 25^ settimana non sopravviveva, oggi, grazie alla tecnologia, alcuni riescono a farcela.

In pratica la situazione è questa: una donna scopre intorno alla 22^-23^ settimana che il feto non è normale e decide di abortire; l’aborto viene praticato, ma la creatua messa al mondo non muore e manifesta un "vitalismo estremo".

Che fare dunque? Lasciare che il piccolo soccomba, come accadrebbe senza l’intervento umano, o tentare di salvarlo, visto che il neonato dimostra di voler vivere? E a chi spetta la decisione finale, qualunque essa sia, al medico o ai familiari?

In realtà i feti malformati e venuti alla luce tanto prematuaramente, di solito non ce la fanno; la questione si riferisce perciò ad una percentuale di casi concreti estremamente bassa. Anche se si trattasse di un solo caso all’anno però, le quesioni (tutte di principio) restano.

Il documento dei medici romani di fatto sostiene l’idea (abbracciata dai cattolici) che l’energia vitale (da alcuni definita "voglia di vivere") del feto debba prevalere sul rifiuto dei genitori. Il prof. Umberto Veronesi, in merito ha affermato: "E’ ovvio che un medico debba soccorrere un neonato prematuro".

Di opinione contraria è invece chi sostiene che ciò che una donna porta in seno è parte del suo corpo, una parte che ne condiziona l’esistenza e la psiche (non dal momento della eventuale nascita, ma da quello della scoperta dell’avvenuto concepimento) e riguardo alla quale, pertanto, è solo e soltanto la donna stessa ad avere il diritto di decidere.

...Nonostante io abbia sempre sostenuto con forza l’esclusività del diritto delle donne ad avere voce in capitolo, devo ammettere che ho sempre pensato ad una situazione in cui il feto faceva ancora parte del corpo della donna. Diversamente, le mie posizioni non riescono ad essere altrettanto salde....

Mi farebbe piacere conoscere altre opinioni in merito...


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COMMENTI:


Autore: Jolie
( giovedì 20 marzo 2008, ore 11:28
)

Grazie, mi fa piacere sapere che ciò che scrivo non cade sempre nel vuoto!

sono d’accordo quando parli di prevenzione e sensibilizzazione, però qui la questione è un po’ diversa; vale a dire: se ammettiamo che l’aborto possa essere una pratica in qualche modo tutelata dalla legge, al di là di ciò che ognuno di noi poi sceglierebbe di fare se si trovasse nella situazione, questa tutela della volontà femminile deve valere sempre? anche in un caso come quello che ho descritto nel post? Olì dovrebbe prevalere l’interesse del feto che, di fatto, è nato?




Autore: Maestrina
( venerdì 7 marzo 2008, ore 17:03
)

Come prima cosa voglio farti i complimenti per questo tuo blog. Per gli interventi sempre interessanti e mai banali.

Ora, per quanto riguarda la legge 194 io sono del parere che siano necessari: la prevenzione dell’Interruzione Volontaria della Gravidanza (IVG)attraverso il potenziamento dei consultori ed altre misure per promuovere la contraccezione; la formazione degli operatori con particolare riferimento alle donne immigrate; la riduzione della morbilità da IVG e il miglioramento dell’appropriatezza degli interventi con la riduzione dei tempi di attesa e l’adozione di tecniche più appropriate di intervento e anestesia; aggiornamento delle procedure e del personale preposto; rimozione delle cause che potrebbero indurre la donna all’IVG, sostenendo le maternità difficili; appropriatezza e qualità nel percorso della diagnosi prenatale, in particolare nei casi di anomalie cromosomiche e malformazioni. Infine promozione dell’informazione sul diritto a partorire in anonimo.




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