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di Jolie da commentare:
L’evento è accaduto in una villa nei pressi di Latina l’anno precedente: il 1977. Le riprese seguono le tappe dell’udienza nel 1978.
Lei, l’imputata adescatrice, vittima di uno stupro collettivo, si chiama Fiorella. Questo il suo nome. Per cognome si chiama: “Tutte le donne”.
Lo dice subito l’avv. Tina Lagostena Bassi rifiutando la mazzetta di 2 milioni di lire proposta dalla parte avversa come risarcimento.
Lo dice per dichiarare un’uscita dal silenzio di tutte le donne stuprate. Lo conferma rifiutando risarcimenti: qui si chiede giustizia. Giustizia per Fiorella e per tutte le donne.
Perché il reato che Lagostena Bassi sta denunciando non coinvolge la dignità fisica e psichica di un solo essere, colpisce tutte. Anche “quelle povere disgraziate” che sono le mogli e le madri degli imputati. Perché la Giustizia che si chiede vuole, soprattutto, un cambiamento radicale: la vittima non deve essere trattata da imputato. La sua storia sessuale, le sue abitudini di vita non c’entrano nulla.
La vittima non è complice consenziente in virtù del pregiudizio culturale che i no di una donna alle voglie di un uomo siano sempre e solo sì.
Tina Lagostena Bassi difende una donna ma accusa un modo di parlare all’interno del tribunale: quel lessico osceno, allusivo che dietro i termini latini (fellatio) contrabbanda la violenza come omaggio alla sessualità femminile se non addirittura come delega del potere sessuale dall’uomo (che abbandona il suo membro nelle fauci avide dell’altra) alla donna possibile castratrice che se non castra, non lotta con le unghie e con i denti, non imita le sante marie goretti della storia è sempre, per antonomasia, la preda conquistata e felice.
Negli anni del processo lo stupro era ancora un reato contro la morale; c’era di mezzo la “libidine”. La linea processuale era sempre trasformare l’imputata in una cattiva ragazza perché quelle buone e brave stanno a casa, non escono di sera, non fumano nei locali e non cercano lavoro.
Sono come le mogli e le madri degli imputati. Povere disgraziate consenzienti, perché “si sa com’è fatto l’uomo”. Si sa.
Tina Lagostena Bassi, nell’arringa, sottolinea la sua richiesta: non condanna esemplare o pesante, ma giustizia. Non la vita della vittima sul banco ma l’atto violento con cui la sua dignità ed il suo corpo sono stati violati. Qualunque risarcimento economico sarà un atto simbolico perché lo stupro non consente risarcimenti, è un’offesa che costa in modo incommensurabile, ma laddove un risarcimento economico sia in essere sarà devoluto alla Casa delle donne, al Centro antiviolenza di via del Governo vecchio 39, Roma.
Il filmato si conclude: poco più di un anno agli imputati, rilascio immediato ed una somma di 2 milioni di lire. Ma la sentenza è di condanna: hanno commesso lo stupro. E questa sentenza è il riconoscimento di un rovesciamento di valori richiesto con forza da un nuovo tipo di avvocatura, da un nuovo modo di essere donna di fronte e dentro i luoghi maschili: dentro e fuori un tribunale.
Una vittoria che il bianco e nero della ripresa spinge indietro nella memoria, ma testimonia come dato accaduto, come fenomeno sociale, come evento.
Ciao Tina. Grazie. |
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COMMENTI:
Autore:
Jolie
( mercoledì 5 marzo 2008, ore 20:34
)
Una gran Donna.
Autore:
bevirosso
( mercoledì 5 marzo 2008, ore 20:25
)
un Giudice una Signora
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