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IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
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OGGI IL MIO UMORE E'...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
1)

 


MERAVIGLIE

1)
2)
3)


Messaggio di pica da commentare:
...(continua)la Nobile contrada del Nicchio
Un rifugio e una grande famiglia

Era nata, con la società, una struttura che costituiva il rifugio e la grande famiglia dei contradaioli; nel modesto locale al piano terreno (un sottoscala) ci si riuniva per giocare a carte e bere. Al tempo della gazzosa e della granita (la Coca Cola era un oggetto sconosciuto) la bevanda dominante era il vino, e lì, in quel bugigattolo, il vino scorse a fiumi di fiaschi con le relative conseguenze. Si acquistava a fiaschi dal dirimpettaio bar della "Rondine", e non c'era bisogno di alcun servizio: gli avventori si riempivano il bicchiere da soli e da soli provvedevano a versare il dovuto nella cassa. Più tardi, si sarebbero fatte le cose in grande, dando vita a vere e proprie performance bibitorie come, ad esempio, la "gara della damigiana" consistente nel bere direttamente senza bicchiere da una damigiana di 25 litri. Vinceva chi stava più "attaccato" prima di essere inondato di vino. Per precauzione, i concorrenti si mettevano un bavagliolo di carta gialla. Pare che fra i campioni da battere ci fosse il tabaccaio Gaetano Salvatori, detto comunemente "Gano".
E la maggior parte degli aneddoti - o delle leggende metropolitane - che si formarono nei primi anni della Pania ebbero proprio il vino come protagonista e creatore di personaggi: il vecchietto Brando che veniva riportato via sopra un furgoncino perché incapace di reggersi in piedi ma ancora perfettamente in grado di pretendere un altro fiasco; i due tipi bassetti che, rispettivamente dalle Taverne e da Poggio al Vento passavano ore a bere senza che nessuno capisse dove riuscivano a mettere tutto quel liquido e che poi, al momento opportuno, scioglievano un inno al ben noto locale nel quale si spacciavano dietro pagamento le grazie muliebri, in via Rialto 16, cantando "Si va al casino senza paura, nemmeno la pula ci può fermare"; quello di loro due che una notte d'inverno, mentre nevicava che la mandava giù il padreterno, partì in bicicletta dalla società e arrivò solo al Chiesino dei Due Ponti perché lì la sbornia lo sopraffece e lo ritrovarono la mattina dopo in mezzo alla neve che, dato il calore che il tizio emanava, si era tutta sciolta all'intorno. Non ci si sorprende, dunque, se il conto dell'acquisto del vino per l’anno 1949 presentò la strabiliante (per L’epoca) cifra di un milione e mezzo di lire. E si noti che, allora, un bicchiere di vino non costava più di 15 lire.
Qualcuno, fra un gotto e l’altro, amava anche il moka, e ci si attrezzò con una macchina che, però, da lì a pochi anni era già inadeguata. Quando nel 19.50 si propose di acquistarne una nuova, l'economo - all'epoca Arturo Poggi - illustrò i preventivi di spesa che si aggiravano fra le 90 e le 100.000 lire. Cifre da capogiro, all'epoca, tanto che lo stesso economo, a conclusione della sua esposizione, commentò che non si potevano nemmeno prendere in considerazione. Ma la soluzione c'era: Arturo Malatesta poteva mettere disposizione una macchina a due beccucci che faceva fino a 12 caffè. Il valore era ancora alto ma più abbordabile: 19.000 lire, che, peraltro, il Malatesta stesso si impegnava a ridurre ulteriormente di 4.500 lire, impegnandosi a rilevare la macchina vecchia. Quando nel 1949 furono sborsate ben 18.000 lire per acquistare un apparecchio radio all'altezza delle necessità parve che le attività sociali si fossero ormai indirizzate verso una strada "alla grande". La risposta dei contradaioli in termini di frequentazione della nuova società, infatti, si era dimostrata superiore ad ogni aspettativa: nei primi quattro mesi del 1947, ad esempio, la società fece registrare un utile di oltre 100.000 lire (due anni più tardi, nel 1949, la società avrebbe potuto devolvere alla contrada la somma non trascurabile di 40.000 lire).
I servizi erano assicurati dagli stessi consiglieri: la delibera di consiglio del 24 giugno del 1947, ad esempio, specificava che i turni al "buffet" erano così disimpegnati, nel corso della settimana: lunedì, Gaetano Salvatori; martedì Carlo Bianciardi; mercoledì Sergio Meattini; giovedì Enzo Marzocchi; venerdì Ezio Fattorini; sabato Cristoforo Arrigucci; domenica Francesco Ciardi.
La compagnia era esclusivamente maschile. Le donne, in quelle stanze arredate alla meglio, non ci mettevano piede; i ragazzi nemmeno: erano il porto di approdo di gente che di giorno lavorava sodo e che, alla sera, si concedeva qualche ora di evasione dalle preoccupazioni del lavoro e dalle cure della famiglia. Specchio della società dell'epoca, non c'è dubbio: specchio di una cultura specifica che però, al momento, era la cultura corrente e sulla quale nessuno trovava granché da ridire. Porto nel quale si dava sfogo ad una - antropologicamente rituale, convenzionale e, in definitiva, più che simbolica, falsa - vena di misoginia. Si doveva fare: gli uomini, quando si ritrovavano da soli dovevano fingere il disprezzo dell'altro sesso: "Chi gettò la moglie nel rio, chi la gettò? Sia benedetto da Dio chi la gettò. E con una rete sfondata la pescherò. E nel profondo del rio L’amore mio io lascerò" era (parodia di una canzoncina popolare) uno dei canti preferiti, agli inizi degli anni Cinquanta, dai frequentatori della società. Quanti, dunque, si addentravano nel locale arredato alla bell'e meglio non disdegnavano il tradizionale "gotto", e tanti gotti messi insieme bloccavano le lancette degli orologi e la memoria, per cui restava difficile distinguere la notte dal giorno (ma la colpa era anche dei locali che non avevano finestre), e così il "soggiorno obbligato" divenne per alcuni una consuetudine. Si diceva allora che quando uno entrava in quei locali ci rimaneva "impaniato".
E la società fu battezzata: da ora e per sempre sarebbe stata "la Pania". La "vulgata" vuole anche che il nome abbia una paternità: Dante Marzocchi, detto "Gambino".
L'arredo, appunto, era fatto come era possibile e tale caratteristica avrebbe mantenuto anche in seguito: banchi di bar dismessi, ristrutturati e offerti a titolo pubblicitario, attrezzature da cucina, frigo e arredi vari reperiti presso tramite rapporti di amicizia e ritirati con la "promessa a pagare". Perfino il portone dell'ingresso - quello che ancora si vede che andò a sostituire la portaccia sgangherata che sbarrava i primi locali - sarebbe stato acquistato grazie alla intercessione di alcuni contradaioli dalla Banca Toscana di Piazza Tolomei che stava ristrutturando i suoi locali.
Era il 1947 quando si tennero le prime vere e proprie elezioni alle quali parteciparono una sessantina di contradaioli: Cesare Pepi presidente (e sarebbe stato riconfermato in questo ruolo fino a tutto il 1949); Gaetano Salvatori il vicepresidente e Arturo Malatesta il cassiere. Con loro, Aroldo Rovai bilanciere, Cristoforo Arrigucci economo, Francesco Ciardi vice economo e Lilio Rosi segretario. I consiglieri erano Aroldo Chiavistrelli (fra le altre cose grande improvvisatore in ottava rima, che una sera, alla fine di un "contrasto" vittorioso tenuto all’Osteria Bianca con il "Poetino del Casentino" siglò la sua vittoria con un rimato sfottò: "Tu hai avuto a fa' co' Aroldo Chiavistrelli/Cristo lo fece e buttò via i modelli"), Enzo Marzocchi, Ezio Fattorini,
Carlo Bianciardi, Vittorio Sali, Osvaldo Bocci, Bruno Scali e Sergio Meiattini. Con loro cominciava la Pania "ufficiale".
E cominciava la serie degli episodi stravaganti, o da ridere, che davano vita a leggende metropolitane che sarebbero sopravvissute nei decenni. Il gatto (abituale frequentatore della Pania, e che qualcuno giura essere morto di cirrosi epatica) finito in testa a Brunetto Rossi; il Vannini più bugiardo di un madonnaio che giurava di aver letto i tappini con , scritto "Birra Italia" sui tavoli della Pania dall'aereo la spaghettata alle tre del mattino fatta dopo aver tirato giù dal letto Nanni Sardelli per comprare la pasta e il "Sugoro" e - poiché non c'erano stoviglie serviva nei piatti di smalto bianco della luce elettrica, con la mano sotto per tappare il buco attraverso il quale, di norma e in presenza di gente normale, passava la lampadina; le acciughe sotto pesto servite con i savoiardi perché era finito il pane. E via pazziando...(continua)

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