

NICK:
raggioverde
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CITTA': cittadino mondiale non riconosciuto
COSA COMBINO: scombinato multinazionale
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STO LEGGENDO
dovrei avere più cose da leggere
HO VISTO
Buenos Aires e il Parco delle Brentelle
STO ASCOLTANDO
segnali acustici dalla distanza
ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
maglioncino e maglietta sotto
ORA VORREI TANTO...
sapere quale è la decisione giusta
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
cosa penso del mio fidanzamento -- tornare o non tornare, questo è il problema
OGGI IL MIO UMORE E'...
strano
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...

PARANOIE
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MERAVIGLIE
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Messaggio
di raggioverde da commentare:
Il mio capitolo favorito di quelli che ho scritto finora... chiedo scusa al Granduca dello Spritzenstein se faccio scoppiare la pagina o il sito!
Quattordici 20 maggio 2000
Ivo sentiva tutto il suo corpo carico di tensione mentre il treno avanzava. Appena riusciva e mantenere le mani in un posto. Il suo cuore batteva forte. Guardò l’ orologio, erano le dodici e mezza, mancavano ancora quindici minuti per arrivare alla stazione di Aisievi. Ma poteva essere qualsiasi posto, per lui la destinazione era soltanto una, Marina Della Roccia. Sul tavolo minuscolo davanti a lui aveva messo una cartella che conteneva la foto di lei e tutti i messaggi che gli aveva scritto in questi tre mesi. Caspita, non erano nemmeno tre mesi interi, si erano conosciuti il 28 febbraio e adesso era il 20 maggio! Ivo si mise a guardare nuovamente la foto di Marina che aveva gia guardato tante volte. Provava una sensazione di piacere a concentrarsi su tutti i particolari: il maglione verde, abbastanza pesante per proteggerla dal freddo ma anche abbastanza aderente da mettere in mostra le curve del suo corpo, la gonna nera che sembrava di velluto, la finestra chiusa dietro di lei, le sue dita fine che si appoggiavano al davanzale, il rossetto sulle labbra… Anche lui si era portato la macchina fotografica, per fare delle foto nuove, due rullini interi da dedicare alla città di Aisievi e a Marina. Un ragazzo di più o meno la stessa età di Ivo che stava seduto accanto gli rivolse un breve sorriso di complicità, vedendo come guardava la foto. Ivo aprì la cartella per tornare a leggere i messaggi di Marina, li aveva stampati tutti, anche quelli più brevi. Il treno cominciò a rallentare. Ma ancora più importante, un sogno stava per avverarsi, per arricchirsi di un’ altra dimensione. Non c’era mai stata un’ altra ragazza dolce come Marina nella sua vita, le sue parole non le aveva mai sentite prima. C’erano state due ragazze prima di lei, una a Montréal e una a Londra, ma con quelle due, quando dicevano “I love you” significava davvero “mi diverto con te, mi piace fare l’ amore con te, ma se diventi noioso, troppo serio o troppo attaccato a me, ti lascio.” Con Marina era tutt’ altro, ogni frase sua radiava un sentimento, una sensibilità, un riflesso della sua anima. Non poteva dubitare che lei lo amasse. Chiese permesso al ragazzo accanto per passare al corridoio, dove prese la sua valigia, caricandola sulle sue spalle. Si avvicinò all’ uscita del vagone, dove c’erano gia tre altri passeggeri che aspettavano per scendere. Dopo mezzo minuto, il treno si fermò e le porte si aprirono automaticamente. Ivo scese lentamente, poi aiutò la signora anziana che stava dietro di lui a scendere. Guardò intorno. Alla fine del binario, accanto alla macchina di convalidare biglietti, vedeva una ragazza alta e bionda con una blusa color lilla e pantaloni bianchi, ma era ancora troppo lontano per sapere se era Marina. Camminò avanti a passi veloci. Quando Ivo si trovava ancora a venti metri di distanza da lei, la ragazza si girò, lo vide, e cominciò a correre dritto verso di lui. Alcuni viaggatori la guardarono sorpresi, ma le lasciarono un pò di spazio. “Ivoooooo!!!!!!!!!!” Egli capì in mezzo secondo la sua intenzione, e spalancò le braccia per riceverla. Marina si buttò su di lui con abbandono totale. Quando una donna abbraccia un’ uomo per cui sente molto, spinge davanti il suo corpo, offrendo il massimo di sé. Marina strinse Ivo tra le sue braccia, schiacciando il suo petto generoso contro quello di Ivo, avvolgendo le sue gambe attorno a quelle di lui. Ivo dovette sforzarsi per non cadere indietro, il peso del bagaglio sulle sue spalle quasi lo sbilanciava. La prese con lo stesso entusiasmo, serrandola tra le sue braccia, accarezzandole la schiena. Si guardarono con gli occhi pieni di gioia, e poi si avvicinarono le labbra, in un bacio breve ma molto intenso. Gli occhi di Ivo vedevano soltanto il viso di Marina, sentiva soltanto il suo profumo di fiori, sentiva che il pavimento e la stazione intera scivolavano attorno. Marina aveva chiuso gli occhi durante il bacio, poi li riaprì. “Marina, sei dolcissima, sei un sogno,” le disse Ivo all’ orecchio. Lei gli regalò un sorriso che mandò una scossa elettrica attraverso il suo petto. “L’ hai capito che ti voglio bene?” disse in una voce melodiosa. Ivo la strinse un pò di più, per un secondo, la guardò negli occhi e le disse, senza la minima esitazione, “ti amo.” Poi un’ altro bacio che durò di più, si aprivano e si chiudevano le labbra insieme. Si lasciarono lentamente, separando anche i corpi poco a poco, consapevoli che ci sarebbero anche altri abbracci. Adesso c’erano dieci centimetri tra i loro corpi e si tenevano le mani. “Vieni,” disse Marina, “prendiamo l’ autobus. Hai fame?” “Ma aspetta, Marina, devo trovare un’ albergo per stanotte.” Marina si mise in punta di piedi, come portava le scarpe senza tacchi alti. Prese Ivo per le spalle, quasi scuotendolo. “Niente alberghi, Ivo, tu starai con me.” “E i tuoi fratelli cosa penseranno?” “Penseranno quello che sanno già. Che ci vogliamo bene. Vieni, ti porto a casa mia.” Lo lasciò, tenendolo per la mano sinistra. Camminarono insieme verso l’ uscita della stazione. Attraversarono la strada senza lasciarsi. Dopo dieci minuti si trovavano nel quartiere San Damiano, un pò ad est del centro. Nell’ autobus, parlavano di come avevano trascorso gli ultimi giorni, Ivo le parlava di Milano e Mascione, Marina gli parlava delle ultime canzoni che cercava di suonare sulla chitarra, della festa di compleanno di un’ amica sua tre giorni fa, e dei gatti. Ma parlavano anche coi loro sguardi, coi movimenti delle labbra, con le mani che ogni tanto si toccavano o si tenevano per alcuni secondi, si accarezzavano le dita. Scesero alla Piazza San Damiano, poi Marina trascinò Ivo per le strade, una destra dietro la chiesa, poi due isolati, poi una sinistra e un’ altro isolato, e così arrivarono davanti a una palazzina rossa di tre piani con un cancello sulla strada e un piccolo giardino davanti all’ entrata. Marina aprì il cancello con la sua chiave, ma invece di andare all’ entrata dell’ edificio, portò Ivo a sinistra. Segnalò con il dito una finestra al secondo piano, con un poggiolo piccolo, accanto a una porta doppia che portava a un balcone. “Vedi quella finestra con la cortina di color vaniglia? È la mia stanza.” Poi presero le scale per andare al secondo piano, dove c’era una porta di legno scuro davanti alle scale. Marina aprì la porta con la sua chiave, Ivo la seguì e chiuse la porta. Appena erano entrati, si avvicinarono due gatti, un maschio bianco ed arancione e una femmina grigia tigrata. Guardarono Ivo con un pò di curiosità, e poi si misero ad annusare le sue scarpe e i suoi pantaloni. Marina si inchinò subito, cominciando ad accarezzare tutti e due gatti contemporaneamente. “Alla mia destra, Mellato, e a sinistra Argenta. Micetti, vi presento Ivo.” “Ma che bellissimi!” Ivo lasciò giù la valigia e si piegò le gambe per arrivare alla loro altezza. Argenta venne vicino a lui, lasciandosi accarezzare, annusando anche il suo braccio, mentre Mellato saltò tra le braccia di Marina. Dopo alcune carezze, Argenta decise di sedersi sulla valigia di Ivo. Marina portò Mellato nella sua stanza, lasciandolo sopra il letto. “Ehi Marina, c’è una gatta sulla mia valigia!” “Se vuoi, accarezzala un pò e scenderà. Se non hai fretta, vieni di qua” Marina gli disse dall’ altra stanza. Argenta cominciò a leccarsi le zampe. Ivo entrò nella stanza di Marina. Sotto i loro piedi c’era un tappetto rosa che copriva quasi tutto il pavimento della stanza. La cortina e la finestra che aveva visto da giù si trovavano all’ estrema destra. Il letto, quasi ampio come uno matrimoniale, aveva una copertina con un disegno rosso, nero e giallo simile a quello di un tappetto mediorientale e una decina di cuscini grandi e piccoli. Prima del letto c’era il comodino con la sua foto incorniciata, e un grattatoio per gatti appeso alla parete, in basso. Più in alto, un gancio dove Marina appendeva la sua chitarra. Appese alle pareti c’erano tante decorazioni: un poster del Lago di Garda, una copia di un paesaggio di Bierstadt, il poster del film “Mediterraneo”, un quadro che raffigurava un tramonto dietro un castello alla cima di una collina e un calendario di ritratti di compositori classici: questo mese c’era Haydn. Vicino al fondo del letto, un armadio pieno di abiti, soltanto mezzo chiuso. All’ altro lato della finestra, una scrivania in legno scuro con una sedia a rotelle azzurra, uno scaffale pieno di libri e statuette di animali, e uno specchio di un metro di altezza e ampiezza, con un piccolo cesto appeso alla parete accanto dove Marina aveva messo la spazzola e il pettine per i suoi capelli, alcuni smalti per le unghie, boccette di profumo e altri articoli di bellezza. “Ti piace la mia stanza?” chiese Marina. “È molto bella” disse Ivo, “ma ancora più bella sei tu.” “Grazie” disse Marina con un sorriso. “Vieni con me, andiamo a farci qualcosa da mangiare. Ma prima mettiamo la valigia qui nella stanza. Tu dormirai qui, accanto a me.” Ivo accarezzò il dorso di Argenta per farla scendere, poi prese la valigia, una versione più grande di uno zaino di palestra, e la mise dove Marina gli mostrò, accanto all’ armadio. Poi passarono insieme alla cucina per farsi dei panini e un’ insalata. Marina aveva provveduto a comprare tutti gli ingredienti immaginabili, anche la bresaola e il formaggio affumicato. I gatti entrarono dopo un pò per miagolare e ricevere un pò di carne e formaggi. Marina chiese a Ivo se si voleva riposare un pò prima di uscire, ma Ivo insistiva che aveva voglia di conoscere la città in compagnia di lei, si potrebbe riposare di sera. Allora presero entrambi le loro macchine fotografiche e cominciarono la passeggiata. Prima, Marina voleva mostrare a Ivo un pò del suo quartiere, il liceo dove aveva studiato, il parco col laghetto artificiale e alcune costruzioni interessanti. Poi, camminarono sopra le mura a Porta Levante, entrarono nella catedrale, San Martino, e presero un caffé a Piazza Saverio Montini, di fronte a Palazzo Verazzani. Dopo, era tempo di prendere l’ autobus per andare al castello perché chiudeva alle sei. Al castello videro il panorama della città dalla torre, visitarono anche le celle segrete, giocarono con l’ eco di alcune stanze, montarono dietro i merli, fecero più di dieci fotografie, due volte chiedendo l’ aiuto di un turista per immortalarli abbracciati. Per tornare presero un’ altro autobus che li lasciava nel nord del centro storico, dove le strade portavano ancora i nomi delle gilde di secoli fa: Via dei Tintori, Via degli Orafi, Via degli Armieri e tante altre. Camminarono sotto le arcate di Via Principe di Savoia, guardarono il tramonto insieme dal Ponte Murato, e arrivarono a Piazza San Damiano. In cinque ore Ivo aveva consumato il rullino intero, con Marina nella metà delle fotografie. Non smettevano di parlarsi, di sorridersi, di giocare, senza dimenticare anche i gesti teneri, le mani che si univano, gli abbracci se si fermavano, alcune carezze fugaci. Invece di due persone che si erano viste da vicino per prima volta soltanto quel giorno, sembravano una coppia che magari si incontrava di nuovo dopo alcuni giorni di separazione. “Siamo quasi tornati,” disse Marina mentre aspettavano il semaforo per attraversare la piazza. Portò il suo braccio sinistro dietro la schiena di Ivo, mettendo la mano un pò sotto la sua spalla. Ivo la prese attorno alla vita. “Di tutto che hai visto oggi, cosa ti piace di più della mia città?” “Tu, naturalmente!” rispose Ivo, portandola un pò più vicino. “A parte me.” Marina gli strinse la spalla. “A parte te? Dovrei pensarci.” Vedendola guardare un pò a destra, dove c’era il semaforo, le dette un bacio volato sulla guancia sinistra. “Il castello, direi.” “Ivo, non così, devi essere più libero con me.” Marina si girò un pò, mettendosi di fronte a lui, passando la sua mano sinistra dalla spalla di Ivo dietro il suo collo con un tocco leggero. Gli venivano i brividi. Si afferrò al corpo di Marina, tenendola appena sotto le scapole. Sarebbe stato impossibile non baciarsi. Aumentavano e riducevano la pressione delle loro labbra, facevano incontrarsi le loro lingue, respiravano insieme. Il loro bacio, ogni movimento di labbro o lingua, aveva un ritmo proprio che si imponeva, non ammetteva altri pensieri. Il movimento delle mani di Ivo sulla schiena di Marina diventava una specie di massaggio, mentre lei gli accarezzava la nuca con una mano e sprofondava l’ altra sotto il collo della sua camicia. La cosa più difficile era lasciarsi, dopo una specie di crescendo, una congiunzione sempre più intensa delle loro labbra. E di colpo sentirono tutti e due che qualcuno un pò lontano applaudiva e gridava “Bravi! Bravi!” Marina arrossì. Ivo guardò intorno, cercando di capire da dove veniva la voce. Un ragazzo correva verso di loro dall’ altro lato della piazza. Aveva circa la stessa età di Ivo, ma era un pò meno alto, più magro, con la pelle più scura. Aveva i capelli neri lunghi a coda di cavallo. Indossava una camicia a strisce verticali marroni e grige e pantaloni rossi e teneva nella mano sinistra un sacchetto di plastica. Una volta Marina vide chi era, il suo viso riprese il colore di prima. “O tu sei Ivo o io sono un marziano,” disse il ragazzo con un sorriso una volta arrivato vicino alla coppia. “Piero, era proprio il caso di fare così?” disse Marina, girandosi verso lui. “Direi che non sembri un marziano,” commentò Ivo. “E tu sai come sono i marziani?” chiese Piero. “No, ma hai una faccia da terrestre. I marziani dovrebbero essere diversi da noi.” “Hai ragione, sono un terrestre. Infatti sono fratello di Marina. Piero, piacere.” E allungò la mano. Ivo gliela strinse, dicendo “Come hai detto prima, sono Ivo. Piacere.” Poi prese la mano di Marina. “Dieci minuti, cavolo, per dieci minuti vi vedevo così!” disse Piero. “Avete perso tre semafori. Complimenti, è da parecchio che non vedo una cosa del genere.” “Non prendertela, Ivo,” disse Marina, accarezzandogli la mano. “Mio fratello è il campione mondiale di irreverenza. Ma so che mi vuole bene.” “Allora come avrebbero reagito gli altri?” chiese Ivo. “Avrebbero fatto finta di niente in quel momento,” rispose Piero, “poi lo racconterebbero tra di loro e all’ arrivo di Marina le chiederebbero ‘chi è quel ragazzo che ti stava baciando nella piazza?’ O almeno prima avrebbero fatto così.” “E adesso?” Cambiò il semaforo e attraversarono la strada insieme, per dirigersi verso la casa. Stavolta fu Marina a dare la risposta. “Adesso non so. Probabilmente niente. Hanno promesso di rispettarmi, ma non sorprenderti se ti fanno molte domande. Ma sanno cosa c’è tra di noi e non oseranno contrariarci troppo.” Ivo avvicinò la bocca all’ orecchio di Marina. “E lo sanno che dormirò nel tuo letto?” “Credono che userai il mio sacco a pelo. Ma non li riguarda. E non soffiare nel mio orecchio, mi fai tremare tutta intera.” Ormai erano arrivati davanti alla palazzina. Piero aprì la porta, tenendola aperta per Marina ed Ivo. Montarono le scale in silenzio, Marina ed Ivo ancora tenendosi per mano. Marina lasciò la mano di Ivo per aprire la porta con la sua chiave. Come prima, c’erano i gatti appena dietro la porta. Stavolta in salotto c’erano tre altre persone, due uomini alti e biondi di più di trent’ anni di età, entrambi vestiti un pò formalmente, e una donna di altezza media dai capelli neri lisci che le arrivavano quasi alle spalle. Vedendo l’ entrata di Piero, Marina ed Ivo, si alzarono tutti e tre. C’erano già tre bicchieri pieni di vino bianco su un tavolo rettangolare e lungo. Un coro di “ciao” e “salve” si sparse per la stanza. Appena dopo i primi saluti, Piero passò in fretta alla cucina. Marina presentò tutti: i due biondi erano i suoi fratelli Stefan, quello più grande, e Jonas, il terzo, e la donna era Annamaria, moglie di Jonas. “Il mio fidanzato, Ivo.” Marina lo presentò con orgoglio, tenendolo con una mano tra il suo gomito e il suo polso, trascinandolo un pò in avanti. E con un certo sguardo di sfida nei suoi occhi. “Ivo Varesa, piacere.” Tre strette di mano di breve durata. E poi il solito tipo di conversazione tra persone che si erano appena conosciute. Ivo sapeva a memoria ogni domanda quasi prima di sentirla, dopotutto aveva visto come si erano comportati i suoi genitori coi fidanzati di Laura. Di dove era, che lavoro faceva, dove abitava adesso, progetti per il futuro prossimo, le origini dei suoi genitori e del suo cognome. E in questo caso, dove era stata scattata la foto di lui che Marina aveva nella stanza (nel centro di Londra, a Trafalgar Square). Provò anche lui a fare alcune domande. Stefan era chirurgo di ortopedia, Jonas lavorava per una ditta di consulenza informatica, Annamaria era professoressa di matematica in un liceo. Quasi senza che lo notasse, Marina era partita e tornata in un battibaleno e gli portò un bicchiere di vino. Quando Ivo lo prese, Marina gli accarezzò il braccio fino alla spalla. “Sta attenta, Marina, mi farai versare il vino sul tappetto!” disse sorridendo. “Allora bevilo,” fu la risposta. Ivo alzò il bicchiere con la mano destra, passando la mano sinistra dietro la schiena per prendere il polso di Marina. “Alla vostra salute.” “Alla vostra,” replicò Annamaria in una voce piena di significati. Il vino era secco, piemontese. Mancava un fratello, Gianluca, impegnato in cucina. Arrivò dopo cinque minuti, ed era il più alto e il più robusto di tutti: alto quasi due metri, capelli castani scuri e baffi, spalle ampie e braccia muscolose, viso tondo e pancetta, in maglietta nera e jeans. Dopo di salutare Jonas e Annamaria, vedendo Ivo al fianco di Marina lo guardò vagamente un’ attimo e poi disse “Tu sarai Ivo. Ciao,” in una voce stanca, un pò desultoria. Proprio come la descrizione fatta da Marina, pensò Ivo, “…Gianluca mi faceva paura da piccola, non soltanto perché è grosso, ma è pure ‘pesante’ in tutti i suoi gesti, tutto il suo comportamento, credo sia amareggiato perche non ha studiato come gli altri e forse anche perche non ha potuto sposarsi…” Appena dopo questa riflessione di Ivo, Gianluca e Marina tornarono in cucina per portare il cibo e i piatti. Forse non era un gran parlatore, ma Gianluca sí era un grande cuoco, e si era proprio dato da fare in quest’ occasione. Risotto ai broccoletti per primo piatto, insalata di bietine, rucola, cetrioli e pomodori, pollo alla salvia e pure alcune verdure lessate di contorno. La conversazione riguardava principalmente cosa aveva fatto ognuno nel corso della giornata, una specie di telegiornale di famiglia. In questo caso, il ruolo di Ivo era quello dell’ invitato speciale chiamato a pronunciare la sua opinione su tutto ciò che aveva visto di Aisievi finora, facendo anche i confronti con Milano, Londra, e Montréal. Il ruolo di Marina era quello della commentarista che arrichiva la narrativa di particolari e riflessioni. Dopo qualche tempo anche questo argomento si era esaurito. In quel momento Stefan disse a Marina, “Dopo la cena vuoi suonare qualcosa con la chitarra? Credo che piacerebbe a tutti.” Marina annuì senza parole, ma ad Ivo gli sembrava che la domanda l’ avesse messa a disagio. Allora cambiò l’ argomento chiedendo da quanto tempo avevano i gatti. “Da quasi quattro anni,” raccontò Piero. “Marina li aveva trovati tutti e due nel nostro quartiere, ma in giorni diversi. Argenta, la grigia, era stata abbandonata, era piccolissima e miagolava per strada. Mellato stava male, nei primi giorni Marina gli dava del latte col biberon. Poi li abbiamo portati dal veterinaio per le vacune e il resto. Sono cresciuti insieme qua da noi. Hanno fatto anche dei gattini due volte, li abbiamo regalati a vari amici e parenti.” “Io non volevo tenerli,” disse Gianluca, “ma una volta che si erano affezionati a noi, buttarli di nuovo in strada era troppo.” “Sono molto affettuosi,” aggiunse Stefan, “direi che ci sono riconoscenti.” Pochi minuti dopo la storia dei gatti, tutti finirono di mangiare. “Complimenti”, disse Ivo a Gianluca, “non ho mangiato così bene da molto tempo.” Gianluca lo ringraziò, ma senza entusiasmo, dopotutto questo era anche il suo mestiere. Piero, Stefan, Marina, ed Annamaria portarono i piatti e l’ argenteria in cucina e Piero restò in cucina per lavare tutto. Mellato venne in salotto, ricevendo carezze da tutti. Poi Jonas trovò una palla di plastica e la lanciò verso la porta della stanza di Marina. Il gatto si mise a correre, cercando di prendere la palla con le zampe, calciandola un pò più lontano, facendola rimbalzare, seguendola e poi ripetendo il tentativo di prenderla. Marina ed Ivo si cercarono un attimo, si ritrovarono fianco a fianco, si presero per mano. “Sai, amore,” Marina gli disse in una voce bassa, leggermente contrariata, “volevo suonare qualcosa soltanto per te, non volevo tanto fare una specie di concerto davanti a tutti. Mi ricorda gli anni di prima, come ero la piccolina che aveva il compito di divertirli.” Ivo cominciò a sfiorarle il palmo col suo pollice. “Marinetta, non credo che fosse stata questa l’ intenzione di Stefan. Potrai suonare e cantare quello che vorrai per me, anche domani dopo il mio colloquio, quando non ci saranno gli altri. Va bene, tesoro?” Il sorriso tornò al viso di Marina. “Domani faremo un’ altra passeggiata, ti canterò mentre camminiamo. Forse domani ti sveglierò cantandoti all’ orecchio.” “E se mi svegliassi prima io?” “Lascio la scelta a te. So che mi tratterai bene.” E si liberò della sua mano, passò alla stanza per prendere la chitarra e il plettro, e al suo ritorno si sedette su una sedia ma non cominciò a suonare prima dell’ arrivo di Piero. Marina cominciò a suonare senza preliminari, senza annunciare cosa stava per suonare. Era una melodia che Ivo non riconosceva ma di qualche modo gli ricordava la Spagna. La musica aveva una certa leggerezza ed eleganza, ma in certe seguenze e cadenze di note si poteva notare anche una passione profonda. Mentre suonava, lo sguardo di Marina cambiava, diventava più distante e anche più concentrato contemporaneamente, come se volesse entrare all’ interno della musica. La canzone durò più di cinque minuti, finiva in un diminuendo lento, come una voce che si perdeva nella distanza. Alcuni sorrisi e vari complimenti ma niente applausi. Ivo si alzò, si avvicinò a Marina, e malgrado il fatto che lei teneva ancora la chitarra tra le mani, la prese per le spalle e le dette prima un bacio tenero sulle labbra, e poi una carezza breve alla guancia. “Sei bravissima,” le disse. E poi ricordandosi della presenza degli altri, tornò indietro un pò in imbarazzo per sedersi di nuovo dove stava prima. “Marina, ha un nome quella musica che hai suonato adesso?” le chiese Piero. “L’ ha scritta Andrés Segovia, ma non ricordo come si chiama” rispose lei. E senza altre parole si mise a suonare un’ altra canzone, stavolta una di flamenco, molto più scatenata. E dopo il flamenco, una canzone moderna italiana e poi una latinoamericana. Più impressionante del talento di Marina era la sua versatilità, la capacità di adattare le sue dita a ritmi diversi, a melodie così diverse tra di loro. Le stesse dita che prima sfioravano il collo e la schiena di Ivo mentre si baciavano nella piazza. Gli venivano i stessi brividi di prima, sopratutto se cercava di guardare i suoi occhi. Quando Marina cominciò a suonare un’ altra canzone, Ivo sentì che una mano gli toccava la spalla. Si girò e vide Stefan che gli faceva segno di venire con lui nel corridoio. Quando erano arrivati tutti e due, Stefan gli disse “Senti, Ivo, lo abbiamo capito che tu e Marina vi volete bene. Non c’è bisogno di dare nell’ occhio tanto.” “Dare nell’ occhio in che senso?” “Ecco, non so esattamente che idea Marina ti avrà dato di noi e sopratutto di me. Infatti quando l’ hai conosciuta i nostri rapporti non erano i migliori. Ma non credere che ci opponiamo a quello che c’è tra di voi e che per questo debbate mostrarci quanto affetto sentite uno per l’ altro. Anche due mesi prima di venire qui, tu la rendevi già felice, questo lo potevo vedere.” “Ti da fastidio che l’abbia baciata? Mi era venuto di fare così in quel momento. Ma tu puoi capire, sei stato sposato pure una volta.” “È vero, capisco,” annuì Stefan, “ma un pò di discrezione non guasta. Non c’è bisogno di mostrare tutta la vostra passione anche a noi, diventa un pò imbarazzante.” “La nostra passione la stiamo ancora scoprendo adesso, insieme.” “Trattala bene. Questo importa più di tutto. Le stai avverando i sogni. Dai, torniamo.” E tornarono in salotto, ma Ivo trovò Argenta seduta sulla sua sedia. La prese dietro il collo e la sollevò, poi si sedette e la mise sulle sue gambe. Mentre ascoltava la musica e guardava Marina, ogni tanto dava una carezza anche alla gatta. Dopo di finire questa canzone, Marina si alzò. “Basta così, la mia mano si è stancata,” disse, “vi sono piaciute le canzoni?” “Moltissimo,” rispose Jonas per primo mentre si alzava. “È da tempo che non ti sentivo suonare la chitarra. Ma adesso è un pò tardi, Annamaria ed io dobbiamo andare a casa nostra.” Ivo, dopo di far scendere Argenta, si avvicinò nuovamente a Marina, appoggiando la sua mano destra sulla spalla destra di lei. “C’è qualcosa di magico nella musica quando tu la suoni,” le disse. Marina sorrise e si riposò la testa sulla sua spalla per un attimo. “Signorina Della Roccia,” disse Piero in un’ imitazione di un presentatore televisivo, “il suo talento sarebbe capace di suscitare elogi anche dal critico di musica più severo. Non solo sa riprodurre l’ essenza di vari generi di musica, ma riesce ad aggiungere alla sua performance un’ estratto della propria personalità.” Gianluca si era alzato per ultimo. “Marina, sei brava. Ma non è necessario che te lo dica io, credo che lo capisci di già.” Marina passò alla sua stanza per appendere la chitarra mentre Annamaria e Jonas cercavano i loro giacchetti. Quando erano tornati tutti, i due sposi salutarono gli altri uno per uno, non dimenticando di aggiungere che era stato un piacere conoscere Ivo e che forse si rivedrebbero. Ormai erano le dieci e un quarto. Tutti dimostravano segni di stanchezza eccetto Piero. Quest’ ultimo disse senza dirigersi a nessuno in particolare che aveva bisogno di lavorare su di un disegno e lasciò gli altri. Argenta lo inseguì dopo un minuto. Gianluca accese il televisore e guardò il telegiornale, ma senza prestarci molta attenzione, indicando pure ad Ivo con un gesto della mano che se voleva, poteva sedersi anche lui per guardare. Ivo si sedette mentre due politici discutevano brevemente il ruolo dell’ Italia nell’ Unione Europea. Marina gli toccò la spalla e gli disse di aspettarla un pò, doveva struccarsi. Stefan fece una telefonata, secondo le parole che diceva sembrava che chiamasse un collega di lavoro. Dopo i politici, le notizie sportive e il bollettino meteorologico e poi il ritorno di Marina. “Vieni Ivo, dobbiamo sistemare il sacco a pelo.” Passarono entrambi alla stanza di lei, presero il sacco a pelo marrone che si trovava impacchettato sopra l’ armadio e lo sistemarono sul tappetto. Per completare la messinscena, Marina mise giù anche un cuscino. Una volta che si era aperto il sacco a pelo, venne Mellato e cominciò prima a camminarci sopra e poi ad infilarsi dentro per uscire dopo qualche minuto. Marina disse a Ivo di cambiarsi nella stanza, lei si cambierebbe nel bagno e aspetterebbe che lui aprisse la porta. Così si ritrovarono dopo due minuti, lui indossando un pigiama grigio e lei una camicia di notte di seta azzurra. Dopo un pò di discussione intorno a quando si sveglierebbero l’ indomani, dissero buonanotte anche ai fratelli. Poi Marina spense la luce del salotto e una volta che erano entrati entrambi nella sua stanza, anche la luce lì. Ivo chiuse la porta. Entrava ancora un pò di luce dalla strada attraverso la cortina, abbastanza per vedersi. Con accordo tacito, si misero sotto la coperta e si sdraiarono insieme per prima volta. “Sei stanca, dolcezza?” chiese Ivo. “Parla un pò più piano, amore.” “Così va bene?” Contemporaneamente si avvicinò di più a lei e la prese per la mano. Si voltarono entrambi per guardarsi. “Sono stanca, ma molto felice. Tu sei stanco?” “Un pò, ma ti devo ringraziare, Marina, è stata una giornata favolosa.” “Ci saranno anche altre che lo saranno di più.” “Hai ragione. Ma questo giorno lo ricorderò per sempre.” Prese Marina per le braccia, trascinandola tra le sue. Lei si lasciò abbracciare, posando le sue mani tra le spalle e il collo di Ivo, premendo leggeramente su di lui con le dita e poi accarezzandolo. “Che fortuna averti trovato, Ivo, mi sento così bene insieme a te,” sospirò. E così le parole d’ amore e i piccoli gesti esplorativi di tenerezza continuarono fino a quando si addormentarono ancora abbracciati. Erano troppo stanchi per fare di più. La prossima notte sarebbe l’ occasione di lasciare libera tutta la loro passione. |
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COMMENTI:
Autore:
jessicaus
( domenica 1 giugno 2003, ore 23:02
)
Anche gli altri non sono male ma credo che in questo ognuno di noi si possa un pò ritrovare (emotivamente)
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