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STO LEGGENDO
dovrei avere più cose da leggere


HO VISTO
Buenos Aires e il Parco delle Brentelle


STO ASCOLTANDO
segnali acustici dalla distanza


ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
maglioncino e maglietta sotto


ORA VORREI TANTO...
sapere quale è la decisione giusta


IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
cosa penso del mio fidanzamento -- tornare o non tornare, questo è il problema


OGGI IL MIO UMORE E'...
strano


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
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MERAVIGLIE

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Messaggio di raggioverde da commentare:
Tutte queste strade erano ormai delle vecchie amicizie per Marina, le riconosceva dopo pochi passi. Le strade strette dove appena riuscivano a passare i misteri e i portatori, le piazze dove si girava, gli edifici che passavano. Il percorso attraversava il centro storico, poi prendeva il Corso Italia per una breve distanza, cambiando varie strade, passando anche davanti alla stazione ferroviaria, fino ad arrivare a Piazza Vittorio Veneto e poi Piazza Vittorio Emanuele, dove il vescovo concederebbe la benedizione tradizionali ai misteri alle otto di sera.
Dopo di aver fatto il giro della piazza, i portatori posarono il mistere, come avevano fatti anche quelli degli altri ceti. Anche i musicisti delle bande potevano posare i loro strumenti e concedersi una pausa. I consoli davano a ognuno dei portatori e processanti una piccola tessera che li permetteva di prendersi qualcosa da mangiare gratis da uno dei bar vicini. I trapanesi ammiravano i gruppi sculturali da vicino, alcuni fotografi e turisti passavano da un mistere all’ altro scattando fotografie. La gente di ceti diversi si incontrava all’ estremo della piazza o nelle strade vicine, tutti parlavano soltanto della processione.
I quattro amici si unirono di nuovo, si abbracciarono tutti insieme. “Ammonì a pigghiari un pocu ri mangiari,” disse Sandro, uno dei massari, al passare accanto a loro. Aveva portato il mistere davanti a Piero durante l’ ultima ora.
“Nun ti preoccupari, facemu n’tempu,” rispose Floriana mentre massaggiava la spalla di Piero. Anche loro andarono verso i bar dove si dirigevano gli altri partecipanti del loro ceto. L’ afflusso di tanti clienti in un breve periodo rendeva la situazione all’ interno dei bar leggeramente caotica. Camminare per ore intere, anche senza l’asta sulle spalle, metteva fame. Lì si incontravano tutti, i portatori, i consoli, i processanti, gli amici, i parenti e tanti altri che seguivano la processione.
“Come vi sembra la processione finora?” chiese Marina ai ragazzi una volta che tutti avevano preso del cibo, un panino o un trancio di pizza.
“Impressionante,” disse Ivo mentre teneva in mano un trancio di pizza coi pomodorini, “ancora più di quanto mi dicevi.” Poi fece sparire il trancio in meno di un minuto.
“Meno male che ci avevate detto di allenarci,” aggiunse Piero, ma con un sorriso che dimostrava che le sue parole erano prive di amareggiamento o cattiveria.
“Per noi che siamo di Trapani,” disse Floriana, “è tutta un’ emozione particolare. Ci sono tanti che la vedono ogni anno dallo stesso posto, che da alcune settimane prima non riescono a parlare di altro.”
Immediatamente dopo di aver mangiato, tornarono nella piazza per la funzione religiosa e il discorso del vescovo. Quelli che avevano portato un mistere, quelli che avevano sfilato davanti o dietro, tutti si riconoscevano, si salutavano pure alcuni sconosciuti. A volte Floriana presentava agli altri qualche persona che conosceva dalle processioni degli anni precedenti o dal quartiere di Trapani dove abitava prima. Per queste ore, tutti appartenevano al popolo dei misteri. La dispersione della gente di tanti ceti nelle varie zone della piazza la faceva diventare un mare di colori, attorno ai colori delle sculture stesse e degli addobbi floreali.
Il discorso del vescovo cercava di spiegare legami tra le sofferenze di Cristo raffigurate dai misteri e le sofferenze presenti nel mondo di oggi. Marina lo ascoltava, accanto alle tre persone che aveva di più nel suo cuore, e le parole che sentiva assumevano anche altri significati. Anche lei stava lì, come diceva il vescovo, monsignor Miccichè, “per soddisfare un bisogno dell’ anima.” Lui accennava all’ immagine del Calvario, non per caso il mistere che apparteneva al popolo intero: “Le nostre case, scuole, uffici, piazze, strade sono calvario in cui si consumano le tragedie di tante vite spezzate, crocifisse, ferite. Famiglie dove non si respira amore…” Sì, anche Marina aveva conosciuto questo, sapeva che molto facilmente anche la sua vita avrebbe potuto risultare così. “… dove ognuno rimane solo con i suoi crucci, i suoi drammi e le sue tragedie.” Ma per fortuna lei non era restata sola. Poi questo giorno e questa processione non servivano soltanto a ricordare la crocefissione di Gesù e la sua morte, ma anche la sua resurrezione che si festeggerebbe dopo altri due giorni. Come Marina aveva sofferto il suo proprio martirio, ma ormai, dopo tanto tempo, aveva potuto ricominciare, trovare una vita nuova. Prese la mano di Ivo, la portò alla sua spalla, lo abbracciò senza parole, stringendosi contro di lui. E lui capiva, Marina si accorgeva, vedendo come il suo sguardo si girava verso di lei, sentendo le mani di lui attorno alla sua vita, forse entrambi pensavano alle stesse cose. Rimasero abbracciati così fino a quando una ciaccola li richiamò alla realtà: la processione ricominciava, anche il dovere. Adesso tutti i gruppi dovrebbero avanzare per la Via Fardella, la strada principale della Trapani moderna, fino a Piazza Martiri d’ Ungheria e poi tornare verso il centro. Una gran parte della notte si impegnerebbe così; i portatori cercherebbero di avanzare rapidamente con le “arrancate”, muovendosi in avanti senza l’accompagnamento della musica, per evitare ritardi e distacchi troppo grandi tra i gruppi. Vederli tutti partire di nuovo era come una seconda uscita, anche una nuova affermazione: la città cambiava, tante vite e tanti ruoli cambiano, ma la processione ci sarebbe ogni anno.
Lungo tutta la via, c’era tantissima gente che guardava la processione, ma la loro non era soltanto attenzione passiva, vari erano amici o parenti dei partecipanti e parlavano o camminavano brevemente con loro quando si presentava l’occasione. Poco a poco cominciavano a venire anche altri ragazzi per permettere alcuni minuti di riposo ai portatori. Se erano parenti o amici della gente del ceto, venivano accolti con piacere, con sorrisi e gesti simpatici. Altri, meno conosciuti e spesso più giovani, dovevano chiedere permesso ai massari, che non lo concedevano sempre. In un momento Marina si girò indietro e vide Nino chiedere e ricevere il permesso di portare il mistere; il suo posto era davanti e a sinistra. Cinzia, la moglie di Agostino Marettimo, portò dei bicchieretti di caffé ai portatori; il figlio di un massaro teneva una ventina di boccette d’ acqua per tutti in una busta plastica. I consoli venivano ad avvertire che si doveva avanzare più velocemente, i salinai cominciavano a prendere un distacco. I colpi di ciaccola, le alzate e i passi striscianti, il mistere avanzava illuminato dai ceri lunghi ai bordi del gruppo.
Durante le ore notturne, sopratutto dopo la girata della processione in Piazza Martiri d’ Ungheria e l’inizio del ritorno verso il centro, tutto diventava un pò più libero. Marina poteva andare un pò più avanti, però senza passare il limite dello stendardo del ceto. Riusciva a vedere la scultura del trasporto di Cristo al sepolcro portato dai massari e più lontano, le ragazze dei salinai vestite di nero, come di lutto. Poteva anche parlare brevemente con Floriana o alcune delle altre ragazze, come Sonia che lavorava all’ albergo, o Giulia Di Giacomo, che era andata alle elementari con Floriana e si sposava quest’ estate. Tornava anche indietro, lanciando alcuni sguardi fugaci verso la statua espressiva della Madonna Addolorata che seguiva, annunciando la fine della processione. Aveva visto la statua anche nella chiesa, ma coperta dal manto nero e dai voti prendeva ancora di più le sembianze di una donna vera che aveva perso il figlio.
Mentre avanzavano i minuti e il gruppo, Marina trovava un nuovo ruolo. Andava vicino al sepolcro e ai portatori per parlare anche con loro, sapeva che non avevano per niente un compito facile. Con alcuni sorrisi, alcuni complimenti, anche alcune battute di spirito cercava di incoraggiarli tutti, non soltanto Ivo e Piero. Naturalmente se Ivo prendeva una pausa Marina si avvicinava e camminavano brevemente tenendosi per mano, e se Piero usciva parlava anche con lui, ricordandogli che dopo di aver portato il mistere, portare Argenta o forse anche Floriana in braccio sarebbe una cosa da niente. Ma senza negare la serietà della processione o l’importanza delle emozioni coinvolte, queste le capivano tutti soltanto guardando in avanti. A Marina toccò anche più tardi il compito di consolare Nino, quando dovette uscire perche gli faceva male il collo e si sentiva scoraggiato, incapace di portare bene il mistere come i grandi. Lo abbracciò, gli accarezzò la testa e gli disse “Nino, non è una cosa facile portare un mistere, molti non ci hanno neanche provato. Floriana ti farà un massaggio dopo e ti sentirai meglio, e se ti alleni bene il prossimo anno sarai più forte. Guarda come fanno gli altri, vedi che si stanno sforzando. A quindici anni non ero poi così brava con la musica, ci vuole del tempo.” E in un’ altro momento, quando stava accanto a Ivo, lui le disse “Amore, vieni un pò più vicino e fammi da appoggio.” Lei eseguì e Ivo posò il suo braccio sinistro sulla spalla di lei, trasferendole un pò del peso che sosteneva, fino alla prossima volta che i portatori posarono il mistere. Marina sorrise: quanti ragazzi avrebbero preferito anche farsi male prima di chiedere l’aiuto di una donna? E poi tornò al suo posto davanti al mistere, mentre il suo sguardo esplorava. Guardava i misteri che stavano più in avanti, gli alberi intorno alla via e la gente che seguiva la processione, coglieva il contrasto tra la tranquillità di una città normalmente addormentata a quest’ ora e la concentrazione dei portatori, dei consoli e dei processanti.
Il ritorno della processione nel centro storico creava un’ atmosfera particolare. Le candele e le forme delle statue creavano dei giochi affascinanti di luce e ombra sulle pareti degli edifici accanto alla strada. Anche a quest’ ora, c’era della gente che usciva al proprio balcone per vedere i misteri, alcuni calavano delle offerte usando dei cestini collegati a delle puleggie. Dopo la monotonia di Via Fardella, le strade strette che appena facevano posto ai misteri, le girate dei portatori, il percorso che non prendeva sempre la via più diretta, erano dei cambi benvenuti. Spontaneamente, quando i pastai si avvicinavano a Piazza Magistrale, Marina passò dietro e chiese ai portatori se potrebbe avere l’onore di fare una battuta con loro.
“Vediamo come si fa,” disse Massimo, “tu vorrai stare con Ivo e Piero, no? Allora se io mi sposto a sinistra e Sandro va un pò avanti…”
“Sto io in punta d’asta,” disse Piero. Cominciò una breve discussione tra i portatori di quale sarebbe la posizione giusta per Marina e come si sposterebbero loro per accommodarla. “Alla prossima calata, vieni dietro me,” le disse Ivo, toccando con la sua mano destra il punto esatto dell’ asta dove lei dovrebbe stare. Ma il caporale storceva il naso ante quest’ idea.
“Ma chi fissaria stai cumminannu,” disse ad Ivo con lo sguardo pieno di sdegno, “mettiri na’ fimmina sutta l’asta? Nunnè accussì chi si fa a prucissioni!”
“Ascuta!” rispose Ivo, guardando Catanzaro negli occhi. “Se non la lasci, parlo con Natale e tu non ci sei il prossimo anno. E adesso perderai tre portatori.”
“Quattru massari c’appizzi,” disse Salvatore Vattiata, il massaro giovane che faceva il balloncino.
“Cingue,” aggiunse Valerio, che lavorava a Varese e scendeva ogni anno per partecipare alla processione. “Idda, è una di niautri.” Perdere cinque portatori, addirittura i tre più alti, sarebbe una difficoltà seria.
“Stava babbianu, nun ti pigghiari a malu,” Fabio, che faceva il massaro da più di vent’ anni, cercò di calmare il caporale, “è soltanto una battuta.”
“Soltanto una,” annuì Marina.
“A posto, piciotti!” La voce del capoconsole Marettimo dominò il momento. Tutti i portatori presero i loro posti in mezzo secondo, anche Marina si mise sotto l’asta destra, dove le aveva indicato Ivo, mettendo la sua spalla sotto una piccola spugna attaccata all’asta. Piero stava dietro di lei. “Alza con le gambe, non con la schiena,” le disse tra il primo e il secondo colpo di ciaccola. E poi alzarono il mistere e cominciarono ad avanzare, strisciando i piedi in modo coordinato. Destra, sinistra, destra, sinistra.
“Sei sempre il mio balcanico ossessionato,” sussurrò Marina nell’ orecchio di Ivo e gli fece il suono di un bacio.
“Marina, mettiti a spadda chiù avanti, accussì nun ti pisa troppu,” le disse Valerio, che le stava a sinistra.
“E tienimi se vuoi,” aggiunse Ivo, “tutti ci stringiamo qui.” Marina portò avanti le sue braccia, aggrappandosi a lui. Il suo petto gli toccava la schiena. I loro sforzi si combinavano, non si potevano più distinguere, il peso del mistere li univa. La battuta durò pochi minuti, ma Marina sapeva che la ricorderebbe per anni. Quando si fermarono e Marina uscì da sotto l’asta, Piero le disse “Vedi quanta forza hai dentro di te, sorellina?”
L’itinerario continuò: Via Torrearsa, dove tanti anni fa Natale Marettimo aveva aperto il suo ristorante, il vasto spazio aperto della Casina delle Palme dove ora c’era il chiosco dell’ Azienda Provinciale Turismo, poi Piazza Lucadelli col vecchio ospedale. Dopo si tornava tra le strade strette come Via Nunzio Nasi, Via Custonaci e Via Corollai. Agostino si allontanò brevemente dalla processione, tornando immediatamente dopo con uno scatolone di dolci e un vasoio di bicchieretti di espresso da distribuire tra tutti gli integranti della processione.
Poco dopo arrivò l’alba. I gruppi precedenti erano ormai arrivati nella zona del porto peschereccio, a Piazza Scio i primi, altri al Largo delle Ninfe o più indietro, allo Scalo d’ Alaggio. In quella zona ricominciarono a suonare le bande dei ceti dei pescatori e dei pescivendoli. La stanchezza di tutti, ma sopratutto dei portatori, era visibile, adesso portavano il mistere e andavano avanti quasi meccanicamente. Alcuni avevano il volto più rosso di prima o le occhiaie, o il cappello macchiato dalla cera. Ma quando ricominciarono a suonare le bande, e i portatori ad eseguire le annacate, ognuno ritrovava la forza dentro di sé per eseguire ogni movimento. Anche la gente che li guardava sembrava avere ricuperato un nuovo entusiasmo. Poi, in una fermata, il capoconsole chiamò vicino a lui Marina, Floriana, Ivo e Piero.
“Avete fatto più che la vostra parte, ragazzi, e vi sono proprio riconoscente,” disse Natale, “ma visto che Ivo e Piero sono venuti qui per prima volta, è meglio se andate a vedere le entrate di tutti i gruppi, è qualcosa da non perdersi. Vi lascio liberi, so che vorrete stare insieme.” Dopo alcune proteste vane, i quattro amici salutarono velocemente tutti i loro compagni di processione di queste ore e attraversarono velocemente le strade del centro per arrivare vicino alla Chiesa del Purgatorio appena prima dell’ entrata del primo gruppo. La banda suonava la marcia “Ah! Si versate lacrime” che ormai tutti e quattro avevano imparato; Marina non poteva evitare di cantarla. L’ annacata finale del gruppo era un capolavoro di disciplina: i portatori attraversavano lo spazio davanti al portone della chiesa, avvicinavano il mistere all’ entrata e poi lo giravano, tornavano indietro, ripetendo questi movimenti più di una volta, come se non volessero che finisse la processione. Questo durava fino a quando tutti i consoli si schierarono dietro il mistere a dargli una spinta simbolica, e durante le ultime note della marcia, i portatori, senza interrompere l’annacata, portarono il gruppo sculturale dentro la chiesa mentre il pubblico applaudeva. La banda tirava dritto senza entrare nella chiesa.
“Ogni anno almeno un console piange durante l’entrata”, disse Floriana quando era entrato il gruppo, “l’emozione è tanta. Il lavoro di tanto tempo, poi tutta la processione, e poi vedi che finisce.” Rimasero dietro le transenne all’ altro lato della strada dall’ entrata della chiesa, vicino a dove Franco riprendeva le entrate con la sua telecamera. Guardavano le annacate finali dei gruppi, ascoltavano le marce, si scambiavano pochissime parole perche a volte le emozioni non ne avevano proprio bisogno. Come anche durante le entrate, Marina sentiva che le note delle marce scorrevano dentro di lei, e vedendo i volti di Ivo e di Piero, sapeva che per loro non si trattava più di una curiosità o qualche specie di folclore: erano diventati parte della processione e la processione era diventata parte di loro, era un legame in più che li univa tra di loro e li univa anche ai portatori che facevano entrare i misteri nella chiesa, ai musicisti che suonavano, a quelli che si facevano gli auguri e poco a poco cominciavano a partire, a tornare ognuno alla propria vita.

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