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Batterista e membro fondatore dei mitici Beach Boys, Dennis Wilson affogò ubriaco nelle acque di Marina Del Rey il 28 dicembre del 1983. Scomparso in mare a 39 anni appena compiuti. E dire che il suo primo e unico album da solista, uscito nel 1977 e da poco ristampato, laveva chiamato «Pacific Ocean Blue». Alla notizia della morte, Charles Manson, dalla prigione in cui era rinchiuso, commentò: «Lha ucciso la mia ombra, perché mi ha rubato la musica e ha cambiato parole che venivano dallanima».
Erano stati amici, Dennis e Charlie. Un anno prima che questultimo, sedicente anticristo con il pallino di diventare rock star, ordinasse alla sua Family la strage nella villa di Roman Polanski a Cielo Drive, Los Angeles: 4 morti, tra cui la moglie del regista, lattrice Sharon Tate, incinta di 8 mesi. Era il 9 agosto del 1969. Non parlava volentieri di quella faccenda, Dennis, proprio per niente. Aveva conosciuto Manson per caso, dando un passaggio a due autostoppiste: le aveva portate a casa sua, erano stati a letto insieme ed era poi uscito per una session di registrazione. Al ritorno si ritrovò davanti il 33enne Manson con tutti i suoi seguaci: la Family, appunto, di cui le ragazze facevano parte. Dennis non sinfuria. Anzi, affascinato da Manson, decide di ospitare la combriccola. Iniziò così unestate a base di orge e droghe psichedeliche. Del resto, se cera qualcuno che credeva nellamore libero, che aveva un dannato bisogno di libertà e amore, quello era proprio Dennis Wilson. E se i matrimoni nel suo curriculum sono «solo» cinque (di cui due con la stessa donna, lattrice Karen Lamm), non conviene mettersi a contare i suoi flirt, a meno che non si abbia molto tempo da investire. Il buon Dennis era belloccio ed era anche lunico vero surfista dei Beach Boys. Quello, per intenderci, che aveva convinto gli altri membri della band – i suoi due fratelli Brian e Carl, il cugino Mike Love e lamico Alan Jardine – a diventare cantori di sole, spiagge, auto veloci, ragazze in costume e via discorrendo. Gli altri bluffavano. Dennis no, lui il mare lo amava per davvero.
Musicalmente aveva iniziato in sordina: non era particolarmente dotato come batterista (gli andò meglio al piano), mentre la sua voce, resa forse roca dallabuso di alcol e droghe, poco si adattava agli efebici coretti dei Beach Boys. Soprattutto, era caduto nel cono dombra del fratello maggiore Brian, indiscusso genio del pop rock. Dennis aveva invece bisogno di tempo per affinarsi. «Brian Wilson è i Beach Boys. Lui è la band. Noi siamo nulla, lui è tutto», ammetteva. Era un tipo insicuro, Dennis, ma riuscì ugualmente a farsi strada, poco a poco, come coautore di molte canzoni del gruppo. Soprattutto a partire dal 1968, quando firmò «Little Bird», retro del singolo «Friends». Da quel momento il suo contributo sarà sempre più consistente. Uno dei brani da lui portati allattenzione della band si intitolava «Cease to exist» ed era stato composto dallamico Manson (anche se a quel tempo, Dennis iniziava più che altro ad aver paura di Manson). Il brano non era malaccio, ma venne ugualmente modificato, soprattutto nel testo.
Lapertura diventò «Cease to resist» e il pezzo, ora intitolato «Never learn not to love», venne pubblicato nel 1968 sul lato B di «Bluebirds over the mountain». Niente da fare, Charles proprio non riusciva a dimostrare al mondo il suo talento musicale. Perfino la session di registrazione che un esasperato Wilson gli aveva organizzato con il produttore Terry Melcher finì in un nulla di fatto. Tanto che Manson cominciò a odiare Melcher, «reo» di aver stroncato i suoi sogni. Motivo per cui, secondo alcuni, lassassinio di «Cielo Drive» sarebbe dipeso dal fatto che il precedente proprietario della villa dei coniugi Polanski sia stato proprio Melcher. A questi biografi non resta che supporre lenorme senso di colpa di Dennis: era stato lui ad aver tirato in ballo il produttore, no? Chissà quale peso ebbe questa vicenda nel suo animo, quando iniziò a mettere mano ai brani confluiti in quel grumo di passioni che è Pacific Ocean Blue, ristampato a 31 anni di distanza in versione Deluxe. La migliore prova solista di un Beach Boy, con buona pace del genio di famiglia Brian. Senzaltro, la più intensa e passionale. Anche i brani più catchy, come liniziale River Song, hanno sbocchi lirici inaspettati sullonda del pianoforte di Dennis. Per non parlare dellintro di Friday Night, costruito su echi pinkfloydiani e blueseggianti. Gli accenti black, disseminati qua e là, sono del resto il punto forte di questo disco ottimista e malinconico. Ascoltare Dreamer, Time o Pacific Ocean Blues, per credere. In altre parole, lendless summer è alle spalle e un uomo buono si riappropria del ciclo delle stagioni: arriva lautunno, il mare si raffredda, ma il bel tempo resta dietro langolo. Oltre alle 12 tracce delloriginale Pacific Ocean Blue, nel primo dei due dischi che compongono questa ristampa trovano posto anche una manciata di bonus track, tutte inedite. Il secondo cd contiene invece Bambu, ovvero quelle Caribou Sessions che avrebbero dovuto costituire il secondo album solista di Wilson, ma che non vennero mai portate a termine (ci ha pensato lamico e produttore Gregg Jakobson, curatore di questa edizione, insieme al fonico John Hanlon): 16 tracce più un bonus. Menzione donore, infine, per il libretto, studiato per far sbavare i collezionisti incalliti. |
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