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di Jashugan da commentare:
Dal Corriere della Sera di Aldo Grasso PANTANI Il campione e l’orgoglio ritrovato
I grandi muoiono più volte, per poi risorgere, e Marco Pantani è morto più volte. È morto sei mesi fa, in una squallida stanza di un albergo per un'overdose di cocaina. È morto quando gli organizzatori del Tour non lo degnarono nemmeno di un invito e lui sentì che il mondo stava per crollargli addosso. È morto quando fu appiedato senza riguardi a Madonna di Campiglio perché nel suo sangue erano stati trovati valori troppo alti di ematocrito. Il Giro d’Italia del 1999 doveva essere la cavalcata del suo definitivo trionfo e invece fu l’abisso. Adesso il referto medico dice che Marco è morto per una disgrazia, non per un suicidio. E questo, per quanto paradossale, è un modo per restituirgli un po' di vita. La lunga relazione clinica del professor Giuseppe Fortuni contiene una "verità" che i tifosi del Pirata in cuor loro custodivano da tempo: nel midollo osseo del corridore non ci sono tracce di sostanze dopanti, come l’eritropoietina, almeno non in misura determinante.[...] Dunque, questo l’aspetto decisivo, non c’è nessuna correlazione, come qualcuno sospettava, tra doping e cocaina. In altre parole, Marco era schiavo della cocaina, "aveva perso il controllo della realtà", ma la cocaina non rappresentava lo stadio successivo di una schiavitù da doping, non era la discesa che segue la salita. Com’è stato giustamente osservato, l’atleta era fortissimo, l’uomo un po’ meno. Non commetteremo certo l’errore di tuffarci in quei facili esercizi retorici di stampo televisivo per spiegare i meandri della psiche, le colpe della società, le terapie non messe in atto. Il povero Marco è stato accompagnato al camposanto sommerso da un diluvio di analisi sulla sua fine, di commemorazioni a buon mercato, di riferimenti al "male oscuro", di pietà a uso delle telecamere o dei taccuini dei giornalisti. Di una cosa sola siamo convinti: Marco è caduto nell’inferno della droga perché non sapeva darsi pace di essere stato individuato come capro espiatorio. Chissà quante volte si sarà chiesto: "Perché io? Perché hanno voluto colpire proprio me? Perché in un mondo dove tutti si aiutano solo a me è toccata la parte del criminale?". Ma queste sono le domande che il mondo del ciclismo dovrebbe fare sue: non nascondersele, non mascherare quello che tutti sanno, non attingere a piene mani all’ipocrisia per tacersi la realtà dei fatti. Il povero Pantani si era persuaso di essere vittima di un complotto, un’ossessione che non lo avrebbe più abbandonato. Così si è lasciato andare, si è infilato nel tunnel della tossicodipendenza, ha dilapidato un patrimonio, si è intontito di porcherie. Sconfitto per aver perso l’orgoglio del campione e di sé medesimo. Ma ora, leggendo la relazione finale sulla sua morte, non ci sentiamo sconfitti anche noi? Per aver perso un campione che ha saputo farci sognare e più ancora per non aver capito che di Pantani non ce n’era uno solo (quello che più ci tornava comodo) ma ce n’erano altri: fragili, complessi, confusi, risentiti, scriteriati. Che poi è la vera condizione umana. Nel convincimento di essere vittima di un complotto, Pantani non è più riuscito a liberarsi di un assillo: così si è lasciato andare, si è smarrito, si è infilato nel tunnel della tossicodipendenza. Crollare e perdersi non sono privilegi da anemici; le nature forti, se solo entrano in conflitto con se stesse, sono più delle altre in grado di patirne. Subiscono crisi quasi per assoggettarsi a una punizione, il campione che è in loro impiega tutta la sua energia a divorarsi. Speriamo almeno che ora pedali in pace |
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