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Messaggio di gimp da commentare:
Jannacci era un terùn

«Pecché mi sunt nu bello sciuretto. T’é capit? Mi tengo i soldi e la macchina con le ruote in lega leggera, mi sunt vegniù a Milan cunt una partida de limun e ho fatto i soldi pecché mi sunt viun che laura e mi sunt fa un kiù accussì. Pecché de nott lavuravi a fà la metropolitana e la mattina andavi al mercat ad accatta i limun e li vendevi tre cento lire. Adess però mi sunt nu bello sciuretto e se voglio mi ti compro. Mi ti compro...».
Per la prima volta la parola terùn l’ho sentita tanti anni fa nella scuola elementare di via Mugello, dove mia madre mi ha accompagnato il primo giorno e poi più perché anche un ragazzino di sei anni poteva attraversare il viale Corsica senza correre grossi rischi. Pantaloni corti estate e inverno e via andare dal maestro Grassi che aveva fatto la grande guerra e che, secondo quanto raccontava, l’aveva vinta lui da solo contro tutti. Un bel tipo il maestro Grassi con la mania dell’albo d’onore e del ciclismo perché suo figlio correva in pista, al Vigorelli. I miei compagni si chiamavano Salvatore, Nicolino, Carmelo, neri di capelli e con la pelle olivastra, avvilita sul volto da qualche foruncolo tipo fame atavica, uno schizzo qua e là.

Foruncoli postbellici, come oggi non si usano più nemmeno in Meridione. «Mi sunt terùn» mi disse uno di loro e io pensai che fossero tutti fratelli, giunti dall’estero, portati forse dagli americani i quali, mi dicevano, non facevano altro che mandare roba in Italia per aiutarci a venir fuori da un momento «particolarmente difficile».

Oggi il brufolame e la carie dentaria dei bambini si spiega con l’eccessivo consumo di dolci, allora, forse per ragioni politiche, la diagnosi aveva motivazioni completamente diverse.

Come si dice: cambiando l’ordine dei fattori il risultato non muta, una regola questa che il maestro Grassi ci insegnò molto presto, subito dopo avermi detto che terùn voleva dire meridionale, ma nel senso buono. «Sai - dissi un giorno a mia madre - nella mia scuola ci sono più meridionali che italiani...».

Seppi allora da lei che anch’io ero un terùn, uno di loro. «A Milano - mi spiegò - ti chiami Enzo, ma quando vengono gli zii da Bisceglie diventi Vincenzo, anzi, Vincienzo, Vincensì con l’accento sull’i come Carmelì, Mimì, Catarì pecché me dici sti parrolle ammare».

Nessuno mai ha voluto spiegare il significato della parola terùn, in senso etimologico, ma non è questo il problema; il fatto è che coi terùn molte persone ce l’hanno a morte. Sono loro i responsabili dell’impantanamento della nostra società, i terùn vanno benissimo per prendersi un po’ tutte le colpe, ma ce n’è una che tra tutte è la più grave, quella di puzzare di miseria ed è per questo che, secondo qualcuno, «bisognerebbe mettere una frontiera a Firenze...» «No, anzi, a Bologna». E piano piano la frontiera finiscono per metterla alla porta di casa, visto che di terùn ce n’è un po’ dappertutto. Quella storia della frontiera non è poi tanto seria, nel senso che quelli che la vogliono, in fondo, ce l’hanno già: in testa, nella loro testona, hanno una frontiera con la scritta: «Non si affittano camere ai meridionali» come in certi posti che non sto qui a raccontare perché sennò verrebbe fuori una menata troppo lunga.

A me, invece, il fatto di essere terùn mi fa tenerezza, perché terùn - è vero - si nasce, ma si può anche diventare. Diventare terùn significa prendere coscienza di certe responsabilità fino a ieri ritenute scomode; vuol dire permettere di essere meno egoisti; vuol dire, un giorno, domandarsi: cosa farò da grande?

Ma, forse, questo discorso lo capiscono soltanto i terùn, malati di gelosia, superstizione, orgoglio, parole vecchie, fuori corso, in un mondo dove è indispensabile essere razionali, funzionali, moderni, senza complessi.

I terùn, invece, di complessi ne hanno troppi e se li portano addosso con la puzza dell’aglio e del peperoncino piccante che dà così fastidio alla gente perbene.

In questo Paese terrone, che ha generato poeti terroni, santi terroni, impiegati e operai terroni, cantanti terroni e via dicendo, c’è un momento in cui forse è meglio chiamarsi Roberto piuttosto che Nicola e prima o poi si finisce per dire che la pastasciutta fa ingrassare e il riso no, o a dire è di Milano anche se ha la casa piena di pecorino portato dalla zia due giorni prima, come quel mio amico terùn che va a casa a far le vacanze e quando torna parla così: «Sai, sono stato giù venti giorni, venti giorni a chillu paese. Beh, cosa vuoi, non mi trovo più. Forse perché i miei amici se ne sono andati, forse perché ormai ragiono in un altro modo. Giù sono rimasti ancora quelli di prima, aspettano non si sa che cosa, sono come rassegnati. L’anno prossimo le vacanze vado a farle a Riccione».

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