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raggioverde
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dovrei avere più cose da leggere
HO VISTO
Buenos Aires e il Parco delle Brentelle
STO ASCOLTANDO
segnali acustici dalla distanza
ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
maglioncino e maglietta sotto
ORA VORREI TANTO...
sapere quale è la decisione giusta
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
cosa penso del mio fidanzamento -- tornare o non tornare, questo è il problema
OGGI IL MIO UMORE E'...
strano
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...

PARANOIE
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MERAVIGLIE
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Messaggio
di raggioverde da commentare:
Che emozione -- oggi ho finito di scrivere il mio romanzo!
Ecco l'ultima parte dell' ultimo capitolo, fresca appena sfornata: (N.B.: Franco Amantia, Salvatore Amantia e Luca Strazzera sono tutti personaggi veri)
“Adesso non sei più una stella sbandante, Marina,” le disse Ivo mentre guardavano l’entrata dei naveganti, “sei una stella annacante.” “E noi siamo i portatori incoraggiati,” aggiunse Piero in un tono quasi solenne, “e voi le nostre fonti d’ ispirazione.” C’era qualcosa nell’ atmosfera, nella musica o nei colori, o forse era anche la sensazione di sentirsi ancora dedicati alla processione, che impediva a loro di partire. Anche se si allontanavano brevemente per prendere un caffé o qualcos’ altro da bere, o per sgranchirsi le gambe, poi tornavano allo stesso posto. I gruppi continuarono ad arrivare, ognuno inserendo qualche tocco particolare di maestria nella sua entrata: forse una marcia insolita, un movimento diverso nel modo di avvicinare il mistere alla chiesa, qualche effetto visivo creato dal modo degli addobbi di argento di riflettere il sole mattutino del sabato. E mentre la processione avanzava lentamente verso il suo fine, parlavano principalmente di questa, dei suoi dettagli, di quello che avevano visto e sentito, le differenze tra essere spettatore e partecipare. Appena prima dell’ arrivo del ceto del popolo, i quattro amici notarono qualcosa che non era successo nelle altre entrate. Venivano vicino all’ entrata della chiesa molti massari in divisa, consoli che riconoscevano come quelli di altri ceti e altre persone che non conoscevano, sopratutto molti uomini in giacca e cravatta. Alcuni arrivavano quasi correndo. Il pubblico, che aveva già cominciato a scarseggiare dopo le prime cinque entrate, adesso diventava nuovamente numeroso, con tanti sguardi pieni di anticipazione. Quando si avvicinò il mistere dell’ ascesa al Calvario, si notava che un uomo basso e baffuto, coi capelli castani e gli occhiali, guidava il mistere. Il suo sguardo sereno ricordava a Marina l’ espressione di Cristo in alcuni dei gruppi sculturali. Altri invece, vicino a lui, non erano per niente sereni: i due portatori alle punte delle aste anteriori, uno in divisa da massaro e l’ altro in giacca e cravatta, piangevano in silenzio mentre tenevano il mistere sulle loro spalle, senza che l’emozione alterasse il ritmo della loro annacata. E poi Marina ricordò dove aveva visto quell’ uomo. “Floriana,” chiese alla sua amica, “quel signore non l’abbiamo visto anche mercoledì, davanti alla barraca dove si incontrano le due Madonne? Se mi ricordo bene, teneva un cero lungo.” “C’era allo scambio del cero, hai ragione,” rispose Floriana, “ma non so chi è.” Si girò per chiedere qualche spiegazione a un giovane massaro che stava accanto a lei e guardava il mistere. “Si chiama Franco Amantia,” rispose il massaro in una voce tremula che difficilmente riusciva a controllare, “sta male da mesi, è il migliore di tutti noi…” e poi si allontanò, coprendosi il viso con le mani, lasciando gli altri ancora più perplessi di prima. “Cerchiamo anche noi di entrare nella chiesa,” propose Piero, “quando entreranno i nostri qualcuno ci potrà spiegare, forse uno dei consoli o dei ragazzi.” Mentre i portatori eseguivano l’annacata finale dell’ entrata, condotti da Franco Amantia, l’emozione dei presenti diventava sempre più evidente. Sguardi alterati, teste abbassate, occhi piangenti e asciugati da fazzoletti. Con accordo tacito, Marina, Ivo, Piero e Floriana rimasero a guardare l’entrata del gruppo in chiesa fino alla partenza della banda. Sentivano il nome di Franco Amantia ripetuto in tante conversazioni attorno a loro, ma non riuscivano a cogliere cosa si diceva. Muovendosi lentamente tra la gente, i quattro amici girarono l’angolo a sinistra, andando in senso contrario alla processione. Arrivava il mistere della sollevazione della croce, quello che curavano i falegnami, carpentieri e mobilieri. Più lontano, i pittori e decoratori portavano il gruppo della crocifissione, col soldato romano che colpiva il costato di Gesù con la sua lancia. Per motivo della presenza di tanta gente, arrivarono nel cortile della chiesa dopo più di cinque minuti, poi entrarono alla chiesa stessa dalla porta laterale. Anche lì dentro succedevano tante cose contemporaneamente. I massari portavano nella chiesa il mistere della sollevazione, e dopo un ultimo colpo di ciaccola lo posarono accanto agli altri misteri già entrati. Due uomini si sforzavano per togliere le aste dalla piattaforma del gruppo dell’ ascesa al Calvario. I portatori e i consoli dei gruppi che avevano già concluso il loro contributo alla processione si scambiavano gli auguri per la Pasqua, con tante strette di mano e tanti abbracci; alcuni di loro uscivano dalla porta del cortile, mentre altri restavano per vedere le entrate restanti, aspettavano qualcuno o semplicemente si aggiravano nella chiesa, vogliendo ancora cogliere l’atmosfera della processione. Arrivò nella piazzetta davanti alla chiesa la crocifissione e molti cercarono una posizione strategica all’ interno che permettesse a loro di osservare quello che potevano dell’ annacata attraverso il portone. Anche la musica delle bande si poteva sentire dentro. Eseguirono le loro entrate i gruppi della crocifissione, della deposizione e del trasporto al sepolcro. Restava soltanto il mistere di Cristo nell’ urna, quello che anche Marina aveva portato, e poi ci sarebbe il momento culminante della processione, l’ entrata della Madonna Addolorata. Ivo, guardando verso la piazzetta quando arrivò la processione dei pastai, disse a Marina, “Potevamo esserci anche noi.” “Hai ragione, tesoro,” gli rispose, “ma così abbiamo potuto vedere tutte le processioni insieme. Non dirmi che ti sta venendo la malinconia.” “Accanto a te? No, no,” Ivo scuoteva la testa, “hai fatto bene a portarmi qui. Adesso devo portarti a Montréal, conoscerai anche i miei.” “Se hanno portato te al mondo, saranno certamente gente ottima,” Marina gli disse con un sorriso. E poi tutti e quattro si misero a guardare in silenzio l’ arrivo, l’annacata finale, la spinta dei consoli e l’entrata e la posata finale di quello che era diventato il loro mistere. Senza il bisogno di dirsi niente, si avvicinarono ai loro compagni di processione, scambiandosi gli auguri con loro. Alcuni dei massari chiedevano se Ivo e Piero ci sarebbero anche il prossimo anno. “Senza rancore,” disse Ivo al caporale Catanzaro, “io dovevo accontentare Marina e non mi scuso per questo. Auguri.” Il caporale sembrava ancora un pò stupito. Floriana e Giulia parlavano del matrimonio di questa, che si svolgerebbe pochi giorni prima di Ferragosto, forse anche Floriana potrebbe esserci. “Prima che io torni su, parla con Enrico e così ci incontriamo tutti.” Dopo di aver salutato tutte le ragazze e anche alcuni dei portatori, Marina trovò il capoconsole Marettimo, che era stato anche il suo datore di lavoro. “Signor Natale, vorrei ringraziarla per tutto quello che ha fatto…” cominciò, ma la interruppe alzando la mano. “Cosa dici, Marina, Floriana è anche nipote mia. E poi, adesso che sei stata anghe sutta le aste, non devi più chiamarmi Signore, soltanto zu’ Natale.” “Ma io il ringraziamento lo devo dare comunque, zu’ Natale,” rispose lei, abbracciandolo spontaneamente. “Per tutto, non soltanto la processione.” “Marina, sei ‘na piciotta in gamba,” il capoconsole le pizzicò la guancia, “e mi hai portato anche due massari. Io ti chiedo soltanto questo, ogni volta che torni a Trapani, vieni all’ albergo per suonare o cantare un pò.” Ma poi si ricordò qualcosa. “Aspetta, c’è qualcuno che il tuo ragazzo e tuo frate dovrebbero conoscere. Dopo la trasuta dell’ Addolorata, falli venire un attimo.” Tutta la gente del ceto si era scambiata gli auguri, ma nessuno andava via, perche tutti aspettavano l’ arrivo della Madonna. Prima della statua stessa, arrivava il corteo delle devote vestite di nero, col capo coperto, che portavano i ceri lunghi. Non erano tutte vecchie, c’erano anche molte di meno di trent’anni; era il corteo più grande di tutta la processione. Alcune di loro erano pure scalze. Poi arrivò nella piazzetta l’ Addolorata stessa, con l’abito nero coperto di voti, cosparso di petali di fiori lanciati da qualche balcone in una strada vicina. I suoi massari indossavano un abito particolare, bianco e rosso, di una tonalità tra il rosso e il granata, in un tentativo evidente di ricordare le casacche delle vecchie confraternite. Anche questa volta, l’annacata finale, la statua che entrava in chiesa col volto verso il pubblico, come un ultimo saluto al popolo trapanese. E poi si chiuse il portone della chiesa, era finita la processione per quest’ anno. Marina portò Ivo, Piero e Floriana vicino a Natale. Lui li condusse a un lato della chiesa, davanti al mistere dell’ ascesa al Calvario. Lì stava un massaro maturo, non molto alto, coi capelli scuri ricciuti, lo sguardo stanco, gli occhi rossi. “Auguri, Salvatore,” gli disse Natale e gli strinse la mano, toccandogli la spalla con l’altra. I quattro amici si guardarono all’ istante, lo stesso pensiero invase le loro menti contemporaneamente: era figlio di Franco Amantia, era lo stesso uomo che avevano visto portare il mistere nella chiesa! “Auguri, Natale,” disse Salvatore, abbracciandolo. “Chi sono i tuoi amici?” “Ragazzi,” disse Natale dirigendosi verso loro, “vi presento Salvatore Amantia, caporale massaro. La sua famiglia sta nella processione da generazioni, come anche lui da quando era ragazzino. Salvatore, ti presento mia nipote Floriana, Marina, e i miei portatori nuovi Piero e Ivo.” Strinsero tutti e quattro la mano di Salvatore. Tutti avevano le stesse domande in mente, ma non osavano dire niente. “Voi non abitate a Trapani, vero?” chiese Salvatore. “No, abitiamo tutti ad Aisievi,” rispose Floriana. “Di noi soltanto Floriana è trapanese,” aggiunse Marina, “mio fratello ed io siamo di Aisievi e Ivo… lo diventerà.” Ma poi si rese conto che Salvatore sembrava un pò distratto, guardava intorno, faceva cenno di avvicinarsi a qualcuno più in là. “Papà,” disse Salvatore, guardando alla sua destra. “Pensavo saresti tornato a casa.” Anche tutti gli altri guardarono nello stesso senso, videro che Franco Amantia si avvicinava a loro. La somiglianza tra padre e figlio era evidente. “Non potevo perdermi a trasuta di Maria,” rispose Franco. “Buongiorno, Natale.” Strinse brevemente la mano del capoconsole e poi il si fermò al vedere Floriana. “Tu sei nipote di Aurelio e Luisa Adragna, vero?” “Sì, sono la figlia di Gasparre e Lucia,” rispose lei, sorpresa di essere riconosciuta. “Ma come mai lo sapeva?” Franco sorrise. “Somigli alla tua madre quando anche lei stava nella processione dei pastai. E poi ricordo tua nonna che di notte portava il caffé a noi massari, quando non c’erano ancora le macchine. Non è soltanto la mia famiglia che sta nei misteri da anni.” Natale presentò anche gli altri. “Marina cantava e suonava la chitarra nel mio ristorante l’anno scorso, non so se l’hai sentita. Piero è suo frate, Ivo è quello che spacca tutto per lei.” Ovviamente qualcuno gli aveva raccontato tutti i particolari del battibecco con Giovanni Catanzaro. “E voi ragazzi,” disse Franco, dirigendosi a Piero e Ivo, “avete portato l’ urna adesso per prima volta, vero?” “Floriana e Marina ce l’hanno chiesto da gennaio,” disse Piero, “non potevamo dire di no.” “L’ ha portato anche Marina,” aggiunse Ivo, tenendola per mano. “Avete fatto bene,” rispose Franco, “u mistere si deve portare con amore. Ricordo anch’ io com’ era stare sutta la vara per prima volta, non si dimentica, ho visto anche tanti altri alla loro prima battuta.” Era così la processione, cambiavano i nomi e i volti, ma rimaneva sempre l’emozione. “Vedete quel signore?” Con la mano, segnalò un uomo alto in giacca scura, coi capelli ricciuti e gli occhiali, di circa quarant’ anni, evidentemente stanco, che stava accanto a una delle colonne rosse della chiesa. Lo stesso che era entrato alla chiesa in lacrime, in punta d’asta accanto a Salvatore. “Era un piciotto di dodici anni e camminava accanto al mistere ‘Ecce Homo’ che portavo anch’ io, appoggiava la mano sulla vara e seguiva il nostro passo. Un carabiniere cercava di cacciarlo via, io ho detto ‘è figghiu meu, sta con me’ e gli ho messo il mio berretto in testa, durante l’entrata mi appoggiavo su di lui. Ora è il maestro cerimoniere di tutta la processione, si chiama Luca Strazzera. Luca, vieni qua!” Si avvicinò anche Luca, ma era troppo commosso per dire molto. I ragazzi si congratularono con lui per la processione, si espresero onorati di aver potuto partecipare. Lui li ringraziò con cortesia. “Siete stati nella processione tutti insieme per prima volta,” disse Franco. “Per me è stata l’ultima volta. Il prossimo anno, quando tornerete ‘n Trapane pi misteri, ricordatevi di me, perche non ci sarò più.” “Ma, Signor Franco… lo sa?” chiese Marina, in una voce debolissima. Apriva e chiudeva gli occhi velocemente. Voleva che fosse il contrario, sarebbe restata volentieri per ore intere con questo signore ad ascoltarlo raccontare i suoi ricordi della città vecchia e dei misteri, magari anche sentirlo consigliare anche i ragazzi sul modo di portare un mistere. “Lo sappiamo.” Salvatore e Luca dissero allo stesso momento. Anche Natale annuì senza parole. “Dai, figghia, non piangere.” E Franco Amantia abbracciò Marina, come fosse dovere suo di consolarla. “Canterai una marcia per me.” “Ci saremo, è una promessa,” disse Ivo, guardando brevemente in alto. Tutti e quattro si abbracciarono con Franco, con Salvatore, con Luca. Si scambiarono l’ addio, gli auguri per la Pasqua. E poi uscirono dal cortile della chiesa, tornarono prima nella piazzetta quasi vuota e poi in Corso Vittorio Emmanuele, dove i poliziotti stavano togliendo le ultime transenne. Le nuvole si ammucchiavano lentamente, ma ancora scorgeva il sole. “Andiamo a casa di zio Ciccio, ci aspettano per il pranzo,” disse Floriana, “e poi dobbiamo riposarci un pò, semu stanchi morti.” Prese la mano di Piero e cominciarono a camminare verso Palazzo Cavaretta. Marina guardò indietro per un attimo. Poi portò il suo braccio attorno al corpo di Ivo. Salutò il suo enigma e riprese la sua strada. |
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COMMENTI:
Autore:
jessicaus
( domenica 17 agosto 2003, ore 19:17
)
Complimenti!!
Autore:
strega
( domenica 17 agosto 2003, ore 17:10
)
raggino COMPLIMENTI!!! ammetto ke non ho letto l'ultima parte del capitolo xkè voglio godermi il romanzo tutto d'un fiato...non vedo l'ora!!!!!
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