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di Lou da commentare:
TELEKOM SERBIA, RADICALI: DA FASSINO PAROLE IMPORTANTI, MA NON BASTA Comunicato di Benedetto Della Vedova e Gianfranco dell’Alba deputati europei e Giulio Manfredi membro del Comitato Nazionale Radicali Italiani
Le dichiarazioni rilasciate al Corriere della Sera da Piero Fassino cominciano (tardivamente, troppo tardivamente, ma tant’é… a gettare un fascio di luce sull’operazione Telekom Serbia: nel 1997 il Governo italiano, secondo quanto concordato tra UE e USA dopo gli accordi di Dayton, spingeva le imprese ad investire in Serbia per incoraggiare la democratizzazione dei Balcani (allora, prima della cacciata di Milosevic, una chimera, coma Fassino ben sa). Con queste parole, forse, si comincia a stracciare il velo di ipocrisia e di reticenza che fino ad oggi aveva portato i politici protagonisti della vicenda a negare tutto, compresa l’evidenza dell’impossibilità che un’operazione di tali dimensioni e sensibilità politica potesse passare inosservata.
Del resto, non si trattava di impiantare uno stabilimento della Coca Cola. La Stet era una azienda pubblica – a differenza di quanto sostiene nell’intervista il leader della Quercia la privatizzazione avvenne quasi sei mesi dopo la conclusione dell’affare – e questo rende peculiare la transazione: seppur decise dagli amministratori (come ancora sostiene Fassino), le operazioni di cessione/acquisizione incidono patrimonialmente sugli azionisti, in questo caso il Governo italiano, che ha pagato, e quello serbo di Slobodan Milosevic, che ha riscosso. Noi crediamo, senza dubbio alcuno fino a prova provata del contrario, che Fassino sia estraneo a qualsiasi ipotesi di corruzione. Ma i radicali hanno denunciato fin dal 25 giugno 1997, con l’interrogazione parlamentare lasciata senza risposta del senatore Milio, la gravità del caso Telekom Serbia. Si chiedeva, tra l’altro: “quale rilevanza strategica è sottesa all’operazione? ..tale rilevanza giustifica il rafforzamento del regime di Slobodan Milosevic?”
Nessuno dei Ministri di allora interessati all’operazione in ragione del proprio ufficio, Prodi, Dini, Ciampi e lo stesso Fassino, trovarono mai le parole per rispondere ai radicali. Oggi, con oltre sei anni di ritardo, Fassino comincia a fare un po’ di chiarezza, rivendicando in qualche modo le buone ragioni politiche che potevano spingere il Governo italiano ad avallare l’operazione. Ma non è possibile pretendere, come sembra voler fare Fassino, di archiavare la responsabilità politica di aver materialmente sostenuto i preparativi di Milosevic in vista del massacro kossovaro come una “scommessa fallita della comunità internazionale”. Ciò che è accaduto era prevedibile e previsto – innanzitutto dai radicali-, cavarsela con una battuta non è possibile. Ci aspettiamo che Fassino abbia il coraggio, avendo abbandonato la strategia del silenzio, di andare fino in fondo nella ricerca e/o assunzione della piena responsabilità politica dell’accaduto. |
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