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raggioverde
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CITTA': cittadino mondiale non riconosciuto
COSA COMBINO: scombinato multinazionale
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dovrei avere più cose da leggere
HO VISTO
Buenos Aires e il Parco delle Brentelle
STO ASCOLTANDO
segnali acustici dalla distanza
ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
maglioncino e maglietta sotto
ORA VORREI TANTO...
sapere quale è la decisione giusta
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
cosa penso del mio fidanzamento -- tornare o non tornare, questo è il problema
OGGI IL MIO UMORE E'...
strano
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...

PARANOIE
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MERAVIGLIE
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di raggioverde da commentare:
Corri Tore Corri
Tore Canivetti spesso correva per dimenticare, per “ricaricarsi le batterie” come diceva di solito, per lasciare alle spalle la vita quotidiana e le sue preoccupazioni, o talvolta anche perche era troppo nervoso per addormentarsi e doveva stancare il suo corpo prima. Adesso invece ricordava, mentre avanzava verso le ultime frazioni di Trapani, sempre tenendo il mare alla sua sinistra. Poteva controllare i suoi movimenti, anche il suo modo di respirare, ma non la sua mente. Poteva finalmente essere sé stesso, ma quello cosa significava? Per primo, riprendersi il suo nome, finalmente sentirlo pronunciato bene. Nessun americano poteva o voleva pronunciare il nome Salvatore, e per il primo anno negli Stati Uniti i compagni di scuola lo chiamavano per dispetto “salivatory” o “Salvatore the lavatory”, ovvero il gabinetto. Non poteva diventare Sal perche questa abbreviazione ricordava il nome femminile Sally, quindi quasi per mancanza di alternative era diventato Tore, che tantissima gente poi scriveva per sbaglio Torrey. Senza dimenticare le tantissime volte che doveva spiegare come scrivere il suo cognome, lettera per lettera. Suo padre era più fortunato: il suo nome, Leonardo, era anche quello di una delle famose tartarughe Ninja, quindi indimenticabile per i suoi allievi. “Salvatore, sei un fallito, un disgraziato.” Quelle erano state le parole proprio del suo padre due settimane prima, quando Tore cercò di spiegargli perché si era dimesso dalla carriera promettente di avvocato presso la società Burroughs and Mickelson, una delle più prestigiose di Chicago. “Lo so che non ti piaceva lasciare Trapani, ma lo dovevamo fare, ora siamo qui e viviamo molto meglio, è questa la società dove dobbiamo andare avanti. Qui abbiamo delle opportunità che in Sicilia possono soltanto sognare, e vuoi buttare via tutto? Guarda che di furfanti ce ne sono dappertutto, quelli che avevamo in Sicilia erano molto peggiori.” Quelli che c’erano in alcuni quartieri di Chicago erano pure peggiori, ma questo era un argomento diverso. Infatti Tore non era mai arrivato a conoscere il motivo della partenza della sua famiglia da Trapani. Era successo così in fretta che non riusciva a ricordare da quale momento in poi l’ avevano deciso. Se interrogava i suoi genitori, otteneva sempre la stessa risposta: “dovevamo farlo, c’erano problemi”, seguita sempre da un elogio alla loro nuova vita negli Stati Uniti. Ogni volta che l’aveva chiesto al nonno, nelle sue poche visite, prometteva di spiegargli tutto in un’ altra occasione, ma non l’aveva mai fatto. Forse qualcuno qui a Trapani potrebbe spiegarglielo? Continuava a correre, senza accelerare o rallentare. Il vento sembrava meno forte di prima. Tore guardò il suo orologio, finora aveva corso ventiquattro minuti. C’era ancora tanta strada da fare. Si stirò le braccia un attimo senza cambiare minimamente il suo passo. I suoi occhi si riempivano di immagini della Sicilia, la sua terra natale che ora gli toccava riscoprire. Le case di pietra di Erice, le scampagnate di Pasquetta a San Vito o nella zona delle saline, la spiaggia di Castellammare. Quella torre vicino al mare dove buttavi dentro una pietra per ogni paura, ogni scanto che sentivi. Le chiese storiche di Trapani che sembravano nascoste tra gli edifici, il labirinto delle strade piccole. Naturalmente, senza dimenticare i giorni delle feste religiose, quando Trapani diventava un’ esplosione di suoni e colori. Come dimenticare la statua ballante di San Francesco di Paola accompagnata da marce allegri, con la gente che si arrampicava per toccarla con un fazzoletto? Oppure la festa che veniva chiamata jocu focu proprio per i fuochi d’ artificio che scoppiavano sopra il mare? Naturalmente senza dimenticare il Venerdì Santo, u jorno ri Misteri, con venti gruppi sculturali che transitavano la città intera sulle spalle dei trapanesi. Ogni anno i suoi genitori portavano Tore e i suoi fratelli, Alberto e Rosalia (diventati Al e Rosa a Chicago), alla zona del porto peschereccio all’ alba per farli vedere ripartire i gruppi verso la loro entrata alla Chiesa del Purgatorio. Anche suo nonno faceva parte di quella manifestazione, era il capoconsole del ceto dei falegnami e ogni anno camminava davanti alla scultura che rappresentava la ferita al costato di Gesù. Un mondo totalmente diverso, niente a che fare con Chicago, con la facoltà di leggi o l’ ufficio dove negli ultimi tre anni spesso trascorreva più di dodici ore al giorno. Adesso che si trovava davanti a un bivio nella sua vita, era logico pensare a come sarebbe risultata se non se ne fossero mai andati da Trapani. Sarebbe diventato giornalista come era il suo padre, oppure mobiliere come il nonno? Forse sarebbe andato a Palermo o in qualche altra parte dell’ Italia per studiare leggi, forse anche lui avrebbe continuato l’ ondata di siciliani che si trasferivano altrove per trovare un lavoro dignitoso. Avendo visto Luigi, gli veniva in mente che se fosse rimasto in Sicilia, probabilmente avrebbe già formato una famiglia. Non sentiva nessun bisogno particolare di fare figli, ma se alcune cose fossero risultate di modo diverso – se lui avesse saputo gestire meglio la sua vita e il suo tempo – adesso sarebbe a punto di sposarsi con Michelle. Michelle Kozlowski. I suoi nonni erano arrivati negli Stati Uniti dalla Polonia quasi sessant’ anni prima, temendo per la sorte della loro patria dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale. A volte parlava ancora il polacco in famiglia e da ragazzina si era entusiasmata al incontrare per prima volta dei parenti che erano rimasti a Cracovia. Si erano conosciuti in una festa quando erano ancora studenti, lui di leggi e lei di infermeria. Quando erano usciti insieme per prima volta, lei indossava un maglioncino aderente di color celeste e una gonna di velluto nero e si erano scambiati il primo bacio passionale nel Museo d’ Arte di Chicago, davanti a un dipinto di Turner. Non si stancava mai di perdersi tra gli occhi castani di lei o di accarezzarle i capelli castani lisci, senza dimenticare tante altre curve morbide del suo corpo. Dopo alcuni mesi, pensavano già a un futuro insieme; infatti, lui ci aveva pensato un pò troppo, tanto che alla fine aveva trascurato il loro presente. “Tore, non posso più così,” lei gli disse una domenica, il viso pieno di lacrime. “Non voglio stare con un uomo che non ha tempo per me. Sono passate tre settimane intere dall’ ultima volta che abbiamo pranzato insieme. Lavori fino a tardi e poi ti trovo sfinito, quasi non riesci nemmeno a parlarmi. E se adesso pensi sempre al lavoro, come sarà dopo?” Non importavano le spiegazioni di Tore che tutto lo faceva per loro, perche così potrebbero risparmiare per il futuro, comprare una casa più presto, fare delle vacanze più interessanti, vivere una vita molto migliore di quella studentesca, senza la minima privazione. Nemmeno la convinceva il fatto che le ditte di avvocati si aspettavano la dedizione totale dai giovani associates, stimavano soltanto chi riusciva a svolgere più lavoro, inoltre spesso si lavorava in gruppo ed era l’ avvocato caposquadra a dettare i ritmi. “Sono convinta che esistono molti avvocati che amano le loro fidanzate o mogli e trovano il tempo di stare con loro,” disse Michelle con freddezza. “Non ho bisogno di una casa o di una macchina luccicante, ho bisogno di un uomo che mi sa mostrare che sono importante nella sua vita. Quello che fai dimostra il contrario. Io ho imparato anche la tua lingua per sentirmi più vicina a te, ma tu quando c’eri per me? E se non hai tempo per me, nemmeno io l’ avrò per te.” Con movimenti bruschi, si mise a buttare dentro una valigetta ogni cosa che aveva portato all’ appartamento di Tore, alcuni abiti, alcuni dischi di musica, alcuni articoli di bellezza. “Ti supplico, Michelle,” disse lui mentre lei si preparava a partire, “Se vuoi cercherò di cambiare, non lo potrò fare subito, ma cercherò di trovare il modo. Ti amo, non lasciarmi così!” Lei gli rispose che era troppo tardi, che lui dovrebbe avere capito da solo che la trascurava e che questo non era giusto. Tore si sentiva immobilizzato dalle sue parole, quando Michelle aprì la porta per uscire non riusciva a fare mezzo passo in avanti, nemmeno quando la chiuse per sempre. Poi sentì il ronzio di un’ automobile che partiva in fretta. Si buttò sul proprio letto e cominciò a prenderlo a calci. Perche sapeva che lei aveva ragione. Tore cercò di nascondere tutto dai colleghi, ma dopo pochi giorni non ci riusciva, dopotutto erano loro quelli che vedeva durante la maggior parte del giorno. “Questo lavoro non è facile, non è da tutti,” lo consolava Frank Enna, anch’ egli di origini siciliane. Era diventato avvocato ai trentacinque anni, dopo una carriera da giocatore di baseball interrotta bruscamente da un incidente stradale. “Le cose che devi fare tu adesso, prima le facevo io, così funziona tutto qui.” Un’ anno prima gli aveva spiegato che non potrebbe mai difendere un cliente davanti al giudice e alla giuria, perche il suo accento sarebbe visto male. “Sembri troppo straniero così. Lo so che non è giusto, ma è questa la società in cui viviamo. Non tutti i ruoli sono per tutti.” “Le donne,” disse con disprezzo Charles Eichelberg mentre accendeva un sigaro. “Chi se ne frega di quello che pensano? Si lagnano se lavori molto e non ti vedono, ma poi quello che compri coi soldi del lavoro lo prendono volentieri. Vestiti nuovi, gioielli, pellicce e diventi Dio ai loro occhi. Se non ci sta una, ci starà un’ altra, non preoccuparti. E non dimenticarti che devo avere il tuo rapporto sulla causa della Marczak Metals domani alle cinque.” Si immerse nel lavoro per cinque mesi, tornando a casa soltanto per dormire o per correre. I colleghi applaudivano i suoi sforzi, gli incrementarono due volte lo stipendio in base alle ore fatturabili ai clienti, gli promettevano che tra due anni diventerebbe socio della ditta. Fino al giorno in cui gli affidarono un incarico insolito. Alcuni amministratori e azionisti di una società farmaceutica erano stati accusati di falsificazione dei registri di contabilità, evasione delle tasse, vendita di informazioni commerciali confidenziali, essenzialmente di essersi arricchiti ai danni della società attraverso una serie di manovre complicate. L’ avvocato caposquadra, Steven Mickelson III in persona, affidò a Tore l’incarico di investigare il passato e la vita personale dei cinque impiegati della società che avevano scoperto e denunciato la malversazione. Se uno di loro aveva consumato qualche sostanza proibita, era stato coinvolto in un incidente stradale sospettoso, urlava bestemmie razziste di notte, scommetteva sulle partite di basket o aveva un fratello in prigione, Mickelson doveva sapere tutto. Invece, Tore aveva letto tutti i documenti del caso in un periodo di sedici ore, interrompendo la lettura soltanto per bere un caffé o mangiare un panino, e aveva capito che le prove della colpevolezza degli imputati erano schiaccianti. Il suo incarico era di cercare qualche modo di convincere gli impiegati di ritirare le proprie accuse, facendoli temere per la propria reputazione e dignità. L’indomani si presentò nell’ ufficio del suo caposquadra e gli disse “Mi tolga dal caso, per favore. Non ho nessuna intenzione di spalare fango su queste persone. È più che evidente che i nostri clienti sono un branco di ladri.” “Forse lo sono e forse no,” replicò Mickelson con equanimità perfetta. “Sono loro che ci pagano e quindi siamo obbligati ad offrire a loro la migliore difesa che possiamo. Il nostro dovere è di trovare ogni modo di sfruttare la situazione a loro vantaggio. Tu sei bravo a fare delle ricerche, per questo ti ho dato questo lavoro. I clienti ci pagano per ottenere risultati, non importa come. Forse gli altri non sono affidabili, sono invidiosi o lanciano accuse per farsi promuovere. O forse vale lo stesso per il procuratore. Noi lo dobbiamo scoprire, fa parte della legittima difesa degli interessi del cliente. Anche il più colpevole del mondo ha questo diritto.” “La difesa, certo. Ma che c’ entra investigare la vita privata di tante persone?” “Bisogna sempre scoprire e sfruttare il punto debole dell’ avversario. Come nello sport, come in tutto.” E dopo una pausa. “Guarda che ho bisogno di un avvocato, non di uno sfegatato con preoccupazioni etiche.” “Ha bisogno di una coscienza. E non si comprano da Neiman-Marcus.” Con queste parole, Tore lasciò il dossier del caso sulla scrivania, uscì dall’ ufficio e poco dopo anche dall’ edificio, togliendosi la cravatta e lasciandola davanti all’ entrata. Prese la sua automobile, una Honda dell’ anno scorso, dal parcheggio custodito e dopo pochi minuti percorreva la strada accanto al Lago Michigan. Finalmente era libero. Poteva mangiare il pranzo senza fretta, non doveva più contare il tempo in ore fatturabili al cliente. Aveva anche la sensazione di respirare un’ aria diversa. E quella di Trapani, ancora più diversa. Ma non poteva restarci per sempre, anche questa parentesi si dovrebbe chiudere. Ma per tornare a cosa? Il nonno non potrebbe più fornirgli nessun consiglio. Una settimana prima del suo arrivo a Trapani, aveva ricevuto una telefonata da Geoffrey Burroughs, l’altro socio fondatore della ditta. Prima proponeva a Tore di prendersi un paio di settimane di riposo e poi chiedere scusa a Mickelson e tornare al lavoro, diceva che capiva come un lavoro difficile poteva innervosire un giovane avvocato. Poi, quando Tore non si dimostrava veramente convinto, cominciò con le minaccie. “Guarda, se parli con qualcuno del motivo della tua partenza, mi incaricherò personalmente di assicurare che non potrai mai più lavorare come avvocato in questo stato. Ho degli amici in posti alti nel Collegio, se taci ti lasceranno in pace, ma se parli ti faranno sospendere in definitiva.” Tore gli disse soltanto che non aveva nessun motivo per preoccuparsi. In quel momento, non era nemmeno sicuro se voleva continuare a fare l’ avvocato, inoltre sapeva che il fatto di essersi dimesso da quella ditta certamente non sarebbe visto come un merito, soprattutto a Chicago, dove gli avvocati erano degli artisti veritabili nel mantenere un equilibrio tra la segretezza, la diplomazia e lo sparlamento. La sua storia potrebbe facilmente venire raccontata in giro in tante versioni che lo dipingerebbero come colpevole, incapace di sopportare la pressione, irascibile ed inaffidabile, ancora peggio, infedele al sistema. Forse sarebbe costretto a ricominciare in un’ altra città. Ma in questi giorni, Tore preferiva non fare piani per il futuro, non voleva nemmeno mettersi a considerare le possbilità. Quello lo farebbe una volta tornato negli Stati Uniti, non era costretto a prendere una decisione in fretta. Continuava a correre piano piano, ogni passo appena si distinguiva da quello precedente. Tra poco arriverebbe a cinquanta minuti, tempo di tornare indietro verso Trapani. Sentiva la voglia di riscoprire la città, di fare un paragone tra i suoi ricordi e quello che vedrebbe davanti a lui adesso. Non soltanto di percorrere le strade o visitare le chiese, i monumenti, i parchi: l’aveva già fatto. Anzi, di imparare di nuovo come era la vita di Trapani. Chi potrebbe aiutarlo? Anche i suoi cugini ormai erano diventati quasi sconosciuti. C’erano tante cose che voleva sapere, ma non era sicuro neanche del modo migliore di cominciare. |
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