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NICK: valentina
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STO LEGGENDO
- Ossessioni, fobie e paranoie (S.Freud)

- Lamento per Ignazio Sanchez Mejias e altre poesie (Federico García Lorca)

HO FINITO DI LEGGERE:
- "Undici minuti" di Paulo Coelho.


HO VISTO
tanta ipocrisia...


STO ASCOLTANDO
F. Battiato
Carmen Consoli
Limp Bizkit
*********************

[ L’essenziale è sopravvivere
a qualunque condizione,
in piena facoltà d’intendere,
farò fronte all’impegno.
Adesso il vento è favorevole,
mi accingo ad issare le vele…

…il fine giustifica i mezzi e richiede
determinazione… ]


ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
maglione, jeans neri


ORA VORREI TANTO...
...tornare a BLED!!!
o essere nella torre del castello di Pergine


IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
...un sistema per fiocinare Telecom se non mi installa l'ADSL entro breve!!


OGGI IL MIO UMORE E'...
mi sento morantica


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
1)
2)
3)
4)

 


MERAVIGLIE

1)
2)
3)
4)
5)
6)
7)


Messaggio di valentina da commentare:
L'origine del lago di Santa Colomba in una leggenda che ci racconta come, a lungo andare, la ricchezza riesca a corrompere tutti quelli che, in un modo o nell'altro, ne entrano in possesso
Il lago di Santa Colomba, nel territorio di Civezzano

Tanto, tanto tempo fa, il monte Calisio era tutto coperto da verdi pascoli. Ogni primavera, i pastori solevano risalire le sue pendici con i propri greggi, attirati dall'abbondante erba e dalle fresche acque che, in breve tempo, rendevano i loro animali grassi e forti.
Fra gli altri vi era un ragazzino, proprietario di uno zufolo che egli soleva suonare seguendo le sue dieci pecorelle. Pochi, a quel tempo, avrebbero potuto vantarsi di suonare così male, ma poiché egli non lo sapeva e alle pecore non importava, il tempo trascorreva felice per tutti quanti. Un giorno, egli si trovava proprio ai piedi del monte Gallina, vide scendere dal cielo un globo luminoso. A quella vista il pastorello spalancò tanto d'occhi e poco mancò che il diletto zufolo non gli andasse per traverso. Lentamente, lentamente, il grande globo continuò a scendere, si avvicinò a terra, sembrò toccarla e… sprofondarsi in essa. Terrorizzato il ragazzo gettò un urlo e poi cominciò a correre a perdifiato verso casa sua. Corri, corri, come giunse in vista del paese, cominciò a gridare: «Padre, madre, aiuto, aiuto!»
A quelle grida, porte e finestre si spalancarono e tutti quelli che a quell'ora non erano nei campi si affacciarono chiedendosi l'un l'altro cosa fosse successo. Fra gli altri vi erano anche i genitori del nostro pastorello che, temendo gli fosse accaduta una disgrazia, gli corsero incontro tutti affannati:
«Che ti è successo figlio mio? Su racconta: forse che un orso ha assalito il tuo gregge? Oppure i briganti ti volevano uccidere?», gli chiese il padre.
«No», rispose il ragazzo, «ho visto un globo».
«Un globo?», trasecolò la madre.
«Certamente, un globo. È sceso dal cielo ed è sprofondato nella terra», insisté eccitato il pastorello.
A quelle parole il padre cominciò a rimboccarsi le maniche della camicia ed a gridare minaccioso:
«Un globo eh? A chi vuoi darla da intendere? Invece di badare alle mie pecore ti sei addormentato ed ora vuoi farci diventare gli zimbelli di tutto il paese raccontando i tuoi stupidi sogni. Te lo do io il globo, adesso!» E afferrata una verga che si trovava lì presso, l'alzò minaccioso sul figlio che, senza tentar di dare nuove spiegazioni, si voltò precipitosamente cercando salvezza nei prati, scesi correndo poco prima. I paesani si affollarono attorno ai suoi genitori, compassionandoli e tentando di consolarli: «Poveretti!» dicevano, «dopo tutto quello che avete fatto per quel figlio, dopo che gli avete insegnato a portar le bestie al pascolo, a zappare, a spaccar legna, ad essere sottomesso ed umile, ecco che lui si mette in testa di sognare a piacer suo. Non solo, ma pretende anche che gli altri si interessino ai suoi sogni! Poveretti voi, poveretti voi!»
Intanto il ragazzo era arrivato in cima al monte, vicino alle sue pecorelle. Raccolse da terra, dove gli era caduto, l'amato zufolo e si guardò attorno sospettoso: vide prati pieni di fiori, abeti, tanto cielo, ma di globi neppure la traccia.
«Forse ha ragione mio padre», disse fra sé e sé. «Il globo me lo sarò sognato».
E, portato alle labbra lo zufolo, cominciò a suonare una triste nenia.
Il giorno seguente però, verso mezzogiorno, il ragazzo vide ancora un globo luminoso staccarsi dal cielo, scendere lentamente verso di lui ed affondare nel terreno poco distante. Socchiuse gli occhi, li riaperse. Davanti a lui non v'era più nulla.
«Sto proprio diventando un gran dormiglione», disse fra sé e sé. «Ha ragione mio padre: devo correggermi da questo brutto difetto». Tale è la forza che hanno sui bravi figlioli le poco sagge parole dei vecchi.
Nel cuore del pastorello però covava un dubbio atroce: e se, in fin dei conti, il suo non fosse stato un sogno?
Aspettò con impazienza il giorno seguente. Le ore gli sembravano eterne. Come si accorse che stava avvicinandosi mezzogiorno cominciò a darsi pizzicotti per essere certo di non star dormendo. Scrutò intensamente l'orizzonte. Ad un tratto, dalla volta celeste sembrò staccarsi un grande globo luminoso che lentamente scese verso di lui, finché si sprofondò poco lontano.
Ben deciso a venir a capo di tanto mistero il pastorello, vinto il proprio sgomento, corse là, dove era sparita l'immagine misteriosa.
Quale non fu la sua sorpresa nel trovarsi sull'orlo di una enorme buca. Incuriosito vi scese dentro cercando i resti del suo globo. Invece, scorse, seduto poco distante, uno strano, vecchissimo ometto.
Era tutto vestito di scuro e uno sbertucciato copricapo gli nascondeva parte del viso.
«Finalmente ti sei deciso a venire», esclamò stizzosamente l'ometto.
«Mi… mi avevate chiamato?», domandò il ragazzo.
«Chiamato?», s'indignò l'essere misterioso diventato paonazzo in volto. «Sono tre giorni che, a nome di tutti i nani metalliferi ti invio il nostro segnale, la palla di fuoco, e tu osi domandarmi se ti ho chiamato!»
«Veramente…», tentò di giustificarsi il ragazzo, inghiottendo a vuoto per l'emozione, «il vostro globo era tanto bello che io ho creduto di averlo visto solo in sogno».
«Bene, bene», bofonchiò il nanetto un poco rabbonito, «concludiamo questo spiacevole argomento. Invece», e la sua vocetta si fece stridula per la rabbia, «perché non mi chiedi cosa vogliamo da te?»
«Già, proprio, sicuramente», sussurrò il pastorello che cominciava a spaventarsi sul serio, «Cosa volete da me?»
Il nano metallifero lo squadrò dalla testa ai piedi, poi scompigliando con le dita la sua lunga barba, disse meditabondo.
«Stammi a sentire: a noi è giunta voce che tu sei un gran bravo ragazzo. Ed io non lo metto in dubbio. Un po' tontarello, forse, ma certamente bravo. Grazie alla tua virtù il mio popolo ha deciso di farti partecipe delle grandi ricchezze che noi abbiamo accumulato in secoli di indefesso lavoro, nelle viscere della terra. Se tu scaverai in questa buca, troverai tanto argento da vivere per sempre nella ricchezza Ti dirò di più. Tutti gli uomini che scaveranno in questo luogo diventeranno dei gran signori. Però ricordati: come noi nani, oggi, ci mostriamo generosi verso gli uomini, essi, a loro volta, dovranno esserlo, sempre, col loro prossimo. Il giorno in cui qualcuno di essi mancasse di carità verso un povero, noi verremo a vendicare il tradimento ed a riprenderci il tesoro».
Detto questo, il nano metallifero fece un inchino al pastorello e poi sparì nella terra smossa.
Il ragazzo, senza perder tempo, corse a casa e narrò ai suoi genitori l'avventura occorsagli. Padre e madre si guardarono in viso desolati, pensando che il loro ragazzo fosse definitivamente impazzito. Non avendo però il coraggio di rimproverarlo in così grave contingenza, afferrati due badili, lo seguirono in cima al monte. Con grande sorpresa videro che la buca esisteva veramente. Ancora scettici cominciarono di malavoglia a spalare qualche badilata di terra. Quale però non fu la loro felicità nell'accorgersi che, frammisti alla terra, vi erano dei pesanti pezzi d'argento.
«Evviva!», gridò la madre. «Siamo ricchi!»
«Sì», l'ammonì il ragazzo. «Non dimenticatevi però che per conservare questa ricchezza dobbiamo farne partecipi anche gli altri».
Padre, madre e figlio, allora tornarono in paese e si attaccarono alle corde delle campane.
«Din, don, din», facevano le campane.
«Cosa c'è, cosa c'è?», gridavano tutti, accorrendo affannati.
Quando tutti, ma proprio tutti i paesani furono raccolti in piazza, il padre del pastorello raccontò quel che era successo. Allora i paesani, munitisi di torce e badili risalirono il monte, fino alla cava magica.
Da quel momento per tanta povera gente ebbe inizio una nuova vita. Tutti arricchirono permettendo però anche ad altri, venuti da lontano, di godere del loro tesoro. Gli anni, felici e tranquilli, si succedettero agli anni.
Finché fu in vita, il pastorello, divenuto poi un uomo prudente ed un vecchio saggio, non si stancò mai di raccomandare a tutti di esser generosi, di non rifiutare mai nulla a chi chiedesse loro aiuto. Un brutto giorno però egli morì e le nuove generazioni, un poco alla volta, dimenticarono i suoi ammonimenti diventando avare e cattive.
Una sera capitò da quelle parti un viandante, stanco ed affamato.
Bussò alla prima porta del paese.
«Buona gente», supplicò quando la porta gli venne aperta da una vecchia arcigna, «potreste darmi un tozzo di pane? Sono molto affamato».
«Se il pane fa comodo a te, fa comodo anche a noi», gli rispose con malagrazia la donna. «Se non sappiamo a chi darlo, lo diamo ai nostri maiali». E gli sbatté la porta in faccia.
Con un sospiro il viandante bussò ad un'altra porta: «Buona gente», disse all'uomo che aperse l'uscio, «non avreste da darmi ricovero per questa notte? Sono tanto stanco. Se mi addormento in un bosco temo di venir sbranato dagli orsi».
L'uomo lo squadrò con aria ironica:
«A quel che sembra, voi potete servire proprio solo a sfamare gli orsi. Addio!», disse e gli sbatté la porta sul viso.
Il viandante bussò a tutte le porte de paese, ma nessuno gli diede né ospitalità né pane. Aveva ormai perso ogni speranza quando giunse dinanzi alla casa della vedova, quella al limitare del bosco. Con sua grande sorpresa la donna lo fece subito entrare, condivise con lui la sua cena e poi, accesa una candela, disse:
«Venite, buon uomo. La stanza che posso offrirvi è poveramente arredata, ma pulita. Vuol dire che vi adatterete. Si sa, una vedova non può salire sul monte a scavare l'argento quasi fosse un uomo, né attendersi aiuto da gente dura come i miei compaesani. Deve perciò cercar di vivere col poco che dà l'orto e il lavoro delle sue braccia».
Il viandante la guardò poi esclamò:
«Non preoccupatevi, buona donna. Per me la vostra camera e la cena che mi avete offerto sono degne di un principe, perché arricchite dalla vostra generosità. In compenso voglio darvi un consiglio; qualunque rumore udiate nel corso della notte, non affacciatevi alla finestra a guardare».
Poi si ritirò lasciando la donna stupita per quanto aveva udito. Lo sarebbe stata ancora di più se avesse potuto vedere quanto succedeva nella stanza del suo ospite inaspettato. Infatti appena egli ebbe chiuso la porta dietro le proprie spalle, cominciò a rimpicciolire ed invecchiare rapidamente. I suoi abiti divennero più scuri e sul capo gli comparve un cappello sbertucciato. Presto, presto il nano metallifero (sì, era proprio lui, l'iracondo benefattore del pastorello), spalancò la finestra, scavalcò il davanzale, si lasciò cadere per terra, in istrada, e poi… via di corsa verso la cima del monte. Alle sue spalle si udì un gran tuono, poi la pioggia cominciò a scrosciare a dirotto, la terra tremò… una ad una le case di quegli uomini avari e crudeli crollarono seppellendo i loro abitanti.
Si salvò solo la casetta della vedova generosa che, ricordando le parole dell'ospite e sospettando della sua natura magica, non scostò nemmeno di un millimetro porte e finestre per vedere quel che succedesse fuori. Si azzardò ad uscire solo il giorno seguente.
Al posto del vecchio paese si stendeva un limpido, tranquillo lago. A guardarvi dentro si poteva scorgere sul fondo il campanile della chiesa sommersa.

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