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Messaggio di Lou da commentare:
Raccomando i miei affezionatissimi lettori di andare a votare il 15 a due referendum e di andare a votare NO a entrambi e in particolare a quello per l'estensione dell'art 18 per questi motivi:
Perchè votare NO al referendum sull'estensione dell'Art.18

Attualmente per i lavoratori dipendenti delle aziende private sono in vigore due differenti discipline, a seconda che il lavoratore sia assunto in un'azienda fino a o con più di quindici dipendenti. In ogni caso il licenziamento individuale deve essere motivato da "giusta causa" o "giustificato motivo". Qualora il magistrato stabilisca che non sussista nessuna di queste due motivazioni, in aziende con più di quindici dipendenti viene decretato il reintegro del lavoratore, con condanna del datore di lavoro al pagamento di tutte le retribuzioni e di tutti i contributi relativi al periodo dal licenziamento alla sentenza, che spesso giunge dopo numerosi anni. Tale meccanismo di automaticità del reintegro è riscontrabile solo in Italia. Il licenziamento senza giusta causa operato da un datore di lavoro fino a quindici dipendenti viene invece sanzionato dal giudice con la corresponsione al lavoratore licenziato di un indennizzo monetario, non essendo in questo caso applicabile l'art. 18. L'articolo 18 ha determinato, per le imprese alle quali si applica, una situazione di estrema rigidità del mercato del lavoro, che è una delle principali cause dell'elevato tasso di disoccupazione in Italia - in particolare tra i giovani - di un ricorso, fin troppo massiccio, ai contratti atipici, nonché dell'elevatissima percentuale di disoccupati di lungo periodo. Sul fronte delle imprese più grandi, l'art. 18 funziona come potente deterrente a nuove assunzioni con "normali" contratti a tempo indeterminato; per le aziende più piccole, invece, costituisce un disincentivo alla crescita degli addetti oltre le quindici unità. I dati mostrano che l'art. 18 ormai assicura due cose soltanto: disoccupazione nel peggiore dei casi, e lavoro nero nel migliore, dal momento che nessun imprenditore accetta più di contrarre con i propri dipendenti un matrimonio indissolubile sotto forma di contratto a tempo indeterminato. Secondo le ultime stime, il "sommerso" occupa nel nostro Paese circa dieci milioni di persone. I promotori del referendum non vogliono soltanto conservare questo sistema, che fa sì che in Italia l'unico mercato del lavoro funzionante sia quello del lavoro illegale: vogliono estenderlo, ed estenderlo proprio a quella parte del sistema produttivo che presenta i maggiori tassi di crescita. Qual è l'effetto pratico del referendum? Se c'è un bar, un negozio, una bottega a conduzione familiare che ha bisogno di un lavoratore in più, questa assunzione assumerebbe la connotazione di un matrimonio senza nessuna possibilità di divorzio. Insomma, viene venduto come un referendum che dà più diritti, in realtà dà meno libertà e rende ancora più difficili le opportunità di occupazione. La concezione che i promotori del referendum paiono avere dei "diritti", è ben strana, e più vicina a quella di "gabbia" o "costrizione": se perdo il lavoro, due cose più di tutte voglio che mi siano garantite. La prima è un mercato del lavoro libero, vivo, competitivo e legale, che mi possa offrire una nuova occupazione in tempi ragionevoli. La seconda, è poter contare su un ammortizzatore sociale che mi consenta di sopravvivere dignitosamente fino al momento in cui avrò trovato un lavoro nuovo. Oggi uno strumento di questo tipo non esiste se non per i lavoratori della grande industria: con cassa integrazione, mobilità e prepensionamenti, si sono pagate le ristrutturazioni della Fiat senza salvare un solo posto di lavoro; si sono violate le più elementari regole della concorrenza, sia tra le imprese che tra i lavoratori (inoccupati, precari, disoccupati si sono trovati in una competizione - persa in partenza - con i cassintegrati a zero ore che svolgevano un altro lavoro, ovviamente sommerso, potendo già contare sull'assegno erogato dallo Stato).

Michele De Lucia, membro della Direzione di Radicali italiani e Coordinatore del comitato per il No al referendum sull’art.18

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