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raggioverde
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Buenos Aires e il Parco delle Brentelle
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ORA VORREI TANTO...
sapere quale è la decisione giusta
IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
cosa penso del mio fidanzamento -- tornare o non tornare, questo è il problema
OGGI IL MIO UMORE E'...
strano
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...

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di raggioverde da commentare:
Ventuno 10 maggio 2001
Dopo quasi un giorno di viaggio col treno, Ivo aveva dimenticato cosa fosse lo spazio aperto. Non ricordava nemmeno quante città aveva passato, sopratutto tenendo in mente che aveva cominciato il viaggio a Brescia, per motivo di un impegno di lavoro, invece di Aisievi. Un treno fino a Milano, meno di un’ ora. Poi l’ Inter-City che scendeva a sud nella notte, Ivo aveva bevuto un bicchierone di grappa montenegrina per addormentarsi, sapeva che altrimenti le sue emozioni lo manterrebbero sveglio. Invece aveva aperto gli occhi nuovamente nella pianura estesa vicino alla stazione di Latina. E poi tante ore da far passare senza fare niente, leggendo il giornale del giorno precedente, cercando di addormentarsi di nuovo senza riuscirci, attraversando tutti i vagoni del treno per prendere qualcosa da mangiare e poi tornare a passi lenti. Tante ore messe a guardare i paesaggi sconosciuti, e dopo dieci minuti non riusciva a trattenere il loro ricordo. Due caffé proprio schifosi presi alla stazione di Salerno, dove scese per cambiare treno e prendere quello che lo portava a seguire la costiera calabrese. E tante conversazioni con Marina che si immaginava, tante versioni di lei che incontrava nei suoi pensieri. Una Marina spaventata, ancora dominata dai ricordi dolorosi. Una Marina forte ed indipendente che ormai si rifaceva la propria vita. Una Marina che diffidava di ogni sua parola perche aveva già sofferto troppo. Una Marina innamorata che si scioglieva nelle sue braccia. Una Marina appassionata della cultura siciliana. Una Marina arrabbiata con lui perche non era arrivato prima, oppure una che gli diceva che aveva fatto male a venire, era ormai troppo tardi per sperare di tornare al suo fianco.Tante Marine, e tante conclusioni possibili al loro incontro. E dopo chi ci sarebbe? “Non so proprio niente”, si era detto Ivo mentre attraversava lo stretto di Messina, sempre nel treno. Tutto gli sembrava irreale, dalle sensazioni di caldo e freddo che lo costringevano a togliersi e rimettersi la giacchetta dopo pochi minuti al panorama delle montagne coperte di verde che circondavano l’aeroporto di Palermo da sud, come una specie di muro isolante. E adesso cercava di orientarsi nella Piazza Umberto, davanti alla stazione ferroviaria di Trapani, con la valigia caricata sulla sua schiena, con le gambe che ancora protestavano per le ore di inattività, abbagliato dal sole siciliano. Nella stazione aveva comprato una piccola piantina della città ma adesso non riusciva neanche a guardarla, appena poteva guardare il suo orologio e capire che erano le sei del pomeriggio. Vide un bar appena oltre l’ angolo della piazza ed entrò per bere un caffé macchiato e mangiare un dolce. Dopo cinque minuti si sentiva meglio, la caffeina e lo zucchero gli permettevano di mettere un pò di ordine ai suoi pensieri. La cosa migliore da fare sarebbe di telefonare all’ albergo dove lavorava Marina, oppure, visto che era vicino, andarci direttamente. Orientandosi secondo la piantina, prese Via Osorio e poi girò a destra. Vedeva sulla sua destra un cancello e poi una serie di alberi alti, principalmente palme, che facevano da sfondo per una fontana circolare di grandi dimensioni. Ancora sconvolto dal viaggio, per un secondo gli sembrava una voragine. Poi si fermò e ci mise un minuto per capire che le figure attorno erano soltanto statue di cavalli e deità marine. Si concedette un sorriso ironico, stupito dalla propria immaginazione, poi arrivò davanti a un viale alberato molto ampio, pieno di automobili, motorini e autobus, dove non funzionava il semaforo. Al momento opportuno, quando si era bloccato un pò il traffico, si disse bruscamente “Idemo” e camminò velocemente fino all’ isola in mezzo. Oltre il viale si aprivano due piazze, o più giusto era dire una piazza rettangolare e immensa e un parcheggio oltre questa. Alla sua sinistra, Ivo vedeva un palazzo neoclassico con le bandiere dell’ Italia, della Sicilia, e della città di Trapani appese dal balcone al primo piano. Un pò più lontana e sull’ altro lato della strada, l’imponente scatola di cemento grigio della Questura. Ormai era vicinissimo e sentiva nell’ aria che qualcosa stava per succedere, ma cosa? L’ albergo Cesare Augusto era un edificio di cinque piani, ovviamente di costruzione moderna ma non di stile moderno. All’ entrata, la facciata di colore marrone chiaro veniva interrotta da colonne e pilastri bianchi che formavano delle piccole arcate. I balconi, con le sbarre di ferro dipinto, si affacciavano al mare azzurro. Ivo entrò col cuore in gola, quasi inciampando sul tappetto variopinto, ma non vide Marina. Dietro il banco della ricezione c’era una giovane ragazza dai capelli neri ricciuti che indossava una camicia bianca e una gonna azzurra e gli rivolse un sorriso professionale ma anche simpatico. “Buonasera,” gli disse. “Sto cercando Marina Della Roccia,” rispose Ivo, “Sono Ivo Varesa e mi manda Floriana.” “Marina è andata via alcune ore fa. Aspetti un momento e vedo se la trovo a casa.” Quello significava a casa della nonna di Floriana, l’unico posto per cui Ivo non aveva né l’ indirizzo né il numero di telefono. La ragazza marcò il numero rapidamente, ovviamente lo sapeva di memoria. “Ciao Marina, sono Sonia, dall’ albergo. Senti, c’è un ragazzo arrivato da Aisievi che chiede di te… sì, proprio lui, cosa gli devo dire?… Certo, non preoccuparti… va bene, a presto.” Poi si rivolse di nuovo ad Ivo. “Marina viene tra un’ ora, nel frattempo abbiamo una stanza libera, così si può riposare un pò, fare un bagno, quello che vuole.” “E come sta Marina?” “Bene, bene, ma lei stessa le potrà dire di più.” Ma era quella una risposta diplomatica o una risposta autentica? Impossibile sapere. Sonia gli dette la piccola schedina che funzionava come chiave della stanza e gli spiegò come arrivare. La stanza era grande, con tutto il pavimento coperto da un tappetto azzurro, due letti ampi, un piccolo tavolo e due sedie, un armadietto con una decina di stampelle, un televisore nuovo e il piccolo frigorifero di un mini-bar. La carta da parati ripeteva dei disegni di mappe antiche della Sicilia e dell’ Italia. C’erano due tipi di cortine: prima una cortina translucente di un colore giallo chiaro, e poi una di stoffa più pesante, di un colore tra l’arancione e il rosso. Con un’ ora a disposizione, Ivo decise che l’ idea migliore sarebbe di radersi, fare una doccia e cambiarsi, era meglio che Marina non lo vedesse con gli abiti che indossava già da più di trenta ore. Inevitabile il ricordo, come anche il paragone con la prima volta che si era cambiato a casa di lei. Quando si era vestito di nuovo, con un polo bianco e i suoi jeans nuovi, mancava circa una decina di minuti all’ ora prevista per l’arrivo di Marina, quindi scese per le scale per incontrarla. Marina lo aspettava in piedi all’ altro lato dell’ area di ricezione, accanto a una porta che conduceva verso la sala colazione e il bar. I suoi capelli erano più corti di prima, adesso lisciati, sembravano anche un pò più chiari. Portava degli orecchini piccoli, una maglietta grigia scura, pantaloni neri e scarpe da ginnastica. Sarebbe dimagrita, ma non di molto. Quello che era cambiato era lo suo sguardo: più maturo di prima, più concentrato, più consapevole. Ivo non aveva bisogno di avvicinarsi per capire che lei non lo accoglierebbe affettuosamente, anzi Marina gli sembrava più rassegnata che altro. “Ciao, Marina,” la salutò, constringendosi a sorridere. “Ciao Ivo,” rispose lei senza cambiare espressione. Ivo si avvicinò e lei gli tese la mano per un attimo, niente di più. “Allora sei venuto,” disse lei in una voce piatta. “Andiamo a camminare un pò?” “Certo, tesoro, portami dove vuoi.” E quando uscirono insieme dall’ albergo, Marina non lo lasciò tenere la porta aperta per lei, si allontanò un pò per aprire la porta accanto da sola. Si fermarono davanti allo stesso momento, con due metri di distanza tra di loro. Marina gli indicò con una mano che voleva andare a sinistra. Si incamminarono insieme, in parallelo al mare. In fondo si vedevano i resti di qualche fortificazione. Ivo cercò due volte di prendere la mano di Marina, lei la allontanava. “Sai che adesso vivo ad Aisievi, vero?” le disse Ivo, con le prime parole che gli venivano in mente per rompere il silenzio. Anche se guardava lei, Marina non si voltava, continuava a guardare avanti. “Sì, lo so. Lavori ancora coi poliziotti?” “Sì, sempre con loro, Nico mi ha arrangiato tutto, ricordi. E tu come stai?” “Io? Bene. Se hai parlato con Floriana sai cosa faccio.” “Deve essere bello poter lavorare con la musica, so quanto ti piace.” Un tentativo nuovo di sorridere, di guardare Marina, ma era come se lei non lo avesse nemmeno notato. “Hai ragione, mi piace.” Nemmeno una molecula di entusiasmo nelle sue parole. Adesso avevano avanzato di più. A sinistra, dopo la strada che stavano per attraversare, c’era un mercato coperto, adesso chiuso, quello del pesce. In avanti non c’era più una vera strada, era un sentiero che avanzava a una distanza dal mare, appena dietro una serie di case rosse vecchie che perdevano il loro colore. Poi cominciava un muro non molto alto alla loro destra. Tra il muro e il mare, sotto l’altezza del sentiero, c’era un piccolo spazio di parcheggio, poi alcuni metri d’erba, poi un metro di sabbia prima dell’ acqua. Più lontano, due moli artificiali di pietra proteggevano la costa e le piccole imbarcazioni ancorate nei paraggi dalle onde. “Trapani è bella,” disse Marina, “ma i trapanesi non la curano abbastanza. Un pò più in là ci sono le mura di Tramontana, poi la piccola torre, è una zona più suggestiva. Il mare mi calma sempre.” Continuarono a camminare a passi lenti, insieme ma distanti. Dopo altri tre minuti di silenzio assoluto Ivo si fermò bruscamente e si girò verso Marina. “Marina, ti prego, guardami almeno!” Anche Marina si fermò, girò la testa ma non il corpo. Mise le mani insieme dietro la schiena. “Ti vedo, Ivo. Ma cosa vuoi da me?” “Devo per forza volere qualcosa? Dimmi perchè…” La sua bocca non riusciva a formare le parole. Aveva troppe domande da fare per poterle concentrare tutte in una. Marina lasciò un sospiro senza aprire la bocca. “Non ti avevo detto di lasciarmi stare, di non cercarmi?” “Sì, è vero, ma quello era mesi fa.” Ivo cercava di guardarla dentro gli occhi, lei respingeva lo suo sguardo. “E poi quando Nico ha trovato la tua foto nella processione… non potevo smettere di pensarti.” Non era soddisfatto delle sue parole, ma non trovava altre. Il suo lavoro consisteva di trovare parole per altri, perchè non trovava quelle giuste adesso che gli importava di più? “Floriana è più saggia di me,” disse Marina. “Lei sapeva che mi avresti trovata, che prima o poi verresti qua.” Fece alcuni passi in avanti, Ivo la seguiva. Stavano a cento metri di distanza da dove si alzavano le mura. Poi lei si fermò di nuovo e incrociò le braccia davanti al suo petto. Il sole era già tramontato, cominciava a fare buio. Il silenzio pesava, pesavano anche le parole. “I tuoi genitori non torneranno più,” disse Ivo, “li ho fatti partire tutti e due.” “Va bene.” Ma non cambiava niente nello suo sguardo. “Marina…” “Ivo, per favore.” Marina buttò giù di colpo le sue mani. “Soltanto per questo, soltanto perche ti mancavo e hai potuto trovarmi, dovrei fare la buona ragazza e tornare con te? Come dovevo fare la buona ragazza e ascoltare sempre i fratelli. Come dovevo fare la buona ragazza e lasciarmi portare via da mio padre o mia madre. Tutto quello è passato, non mi va più.” E mentre Ivo tentava di trovare una risposta, continuò. “Lo so che mi ami. Non basta.” “Ma non senti niente? Non lasciarli vincere, Marina.” Lo sguardo di Ivo si abbassava, si arrendeva. Sentiva che qualche forza spingeva il suo corpo intero in giù. “Smettila di obbligarmi a farti soffrire,” disse Marina guardando dall’ altra parte. “Non sono arrabbiata con te, ma non posso costringermi ad amarti soltanto perche lo vuoi tu. Sono successe troppe cose. Non posso pensare all’ amore, ogni volta che sento questa parola mi sento morta, impassibile. Ho dovuto rifarmi la vita da capo, non posso riprenderla come fosse un film interrotto.” “Marina, non ti sto chiedendo niente per me, voglio soltanto farti felice.” Marina finalmente si girò verso Ivo con uno sguardo impaziente. “Lasciami, Ivo, non sono più quella che amavi. La mia vita devo crearla io con le mie forze, l’ho già quasi persa e non mi interessa il passato. Torna ad Aisievi o vai dove vuoi, non posso più essere l’eroina dei tuoi sogni. Perdonami se divento cattiva, ma non mi lasci proprio altra scelta. Meriti una ragazza che possa davvero amarti senza mettersi nei guai. Ma quella non sono io. Addio, Ivo.” Si girò bruscamente a sinistra, infilandosi in una strada stretta senza lasciargli il tempo di reagire. Tornava nella sua nuova città, nella sua nuova vita, dove non c’era posto per lui. Per qualche secondo Ivo voleva mettersi a correre, inseguire Marina, cercare di ragionare con lei, ma le sue gambe non riuscivano a muoversi in avanti. Inoltre non servirebbe a niente. Marina non lo voleva più. Il vento e le onde si agitavano, Ivo restava fermo. Ormai era notte. Una corrente di freddo gli pungeva la pelle, gli gelava il cuore. Guardò il cielo, alzò le braccia in un segnale di resa. Immaginava un terremoto sotto i suoi piedi e poi al guardarsi intorno si sentiva pronto a sbattersi contro il primo muro disponibile. C’era soltanto una cosa da fare ormai, andare via. Si girò verso i suoi passi precedenti, gli sembrava di vedere le proprie orme e quelle di Marina che si allontavano. Adesso camminava velocemente, quasi correva, lasciando le mura e la piazza del mercato di pesce alle spalle. Seguiva il mare, ma aveva in mente soltanto la strada per la stazione. Il suo cuore batteva a raffica. Tutti i misteri si erano sciolti e Marina non lo voleva più. Attraversò il lungomare senza guardare se venivano delle auto, provocando un coro di frenate, clacson e gridi. Li udiva ma nemmeno girava la testa. Non voleva nemmeno tornare nell’ albergo per prendere la sua valigia, non voleva parlare con nessuno. Le automobili nel parcheggio ai suoi occhi diventavano dei mostri, le statue attorno alla fontana diventavano draghi e diavoli circondati da un muro di fiamme. Anche le sue dita tremavano. Mentre attraversava la Via Fardella, di nuovo senza degnare il traffico di uno sguardo, gridò all’ improvviso “Trapani, ti odio!”. Per fortuna non reagisse nessuno. Avevano vinto i zingari di Cavanera. Aveva vinto la sfortuna. Marina non lo voleva più. Arrivò nella stazione e si comprò dalla macchina automatica un biglietto per il primo treno per Messina. Lo schermo gli mostrava anche l’itinerario che doveva prendere per Aisievi, quale treno prendere da quale stazione, ma lui non riusciva a capire o ricordare niente. Voleva soltanto mettere subito il massimo di chilometri tra lui e la sua disfatta. Era venuto dall’ Inghilterra, aveva mandato il padre di Marina all’ ospedale, aveva continuato a cercarla e sperare in un nuovo incontro in tutto questo tempo, e adesso? Se lei glielo avesse chiesto, Ivo sarebbe restato a Trapani per Marina, sarebbe andato ovunque con lei, avrebbe attraversato tutta Trapani a piedi nudi se le servisse a qualcosa. Forse l’avrebbe anche sposata? Ma adesso non poteva fare niente. Marina non lo voleva più. Trovò il binario senza capire come, il treno era quasi pronto per partire. Per fortuna non c’era molta gente e poteva sedersi in un posto senza nessuno accanto o davanti a lui. Si coprì il viso con la giacchetta per fingere di dormire, così non verrebbe disturbato da nessuno. Sentì un fischio e poi il movimento del treno che si allontanava da Trapani. Il suo cuore era stato buttato nel mare. Sotto la giacchetta, Ivo veniva assalito dai ricordi, lo vedeva tutto. Cominciando dalla prima sera, vedeva sé stesso nella sua stanzetta a Baker’s Arms, guardando il computer, col cuore in preda a una nuova illusione, stregato dalle parole di Marina. Vedeva i loro primi messaggi, la foto di lei che usciva dalla sua stampante, sentiva la voce di lei durante la loro prima telefonata. Tutte le emozioni di prima gli piombavano adosso. Ecco che vedeva il loro incontro alla stazione di Aisievi, l’arrivo a casa di lei, i gatti dietro la porta, la passeggiata attraverso la città, i primi baci. Tutto da cancellare, tutto da dimenticare. Marina non lo voleva più. Lacrime di preoccupazione a Manchester, quando gli arrivò la notizia dell’ incidente di Marina. Tanti messaggi disperati di tutti e due, l’accusa velata nel messaggio che annunciava la fuga di lei da casa. I ricordi non seguivano più nessun tipo di ordine o logica, si scombinavano e vedeva tutto. Ecco che Marina gli cantava all’ orecchio mentre la teneva abbracciata e poi nel bosco di Ischitella Mascione gli spiegava come potrebbe trovarla. Floriana gli raccontava tutto e lui beveva il caffé con Piero nel ristorante indiano a Leyton. Il treno avanzava, ma quale era? Vedeva Marina nella Processione dei Misteri e ai bordi della strada vendevano semi i due zingari di Ponticello. Pedalava da Aisievi a Montecastello e trovava Marina tramortita per strada con Mellato che miagolava accanto a lei. Calciava il Professor Della Roccia e poi gli suonava il cellulare nella stazione di Milano. Guardavano i dipinti e le armi nel museo mentre Marina gli parlava dei pochi ricordi che aveva della sua madre. Tante parole, tanti sguardi, tante sensazioni. Ed ecco che vedeva anche la loro prima volta, quando dopo molti baci lei intuì cosa stava per succedere e gli chiese “sarai tenero con me?”. Nel buio della stanza, spostava i capelli biondi di Marina per baciarle il collo, poi le abbassava la camicia di notte dalle spalle e accarezzava le colline morbide dei suoi seni, sentiva il battito del suo cuore. No, non era mai successo, o non lo doveva ammettere d’ora in poi. Marina non lo voleva più. Non lo vedeva nessuno, adesso poteva piangere. E di colpo nella mente di Ivo entrò la voce del nonno paterno, morto sei anni fa. Lui aveva sette anni ed era inciampato, aveva sbattuto la testa contro una sedia. “Ma cosa fai, piangi? Vergognati, un vero uomo non deve mai piangere, deve essere forte, smettila!” “Scusami nonno,” Ivo disse adesso a voce alta, “ma qualche volta ci vuole proprio.” La finestra del treno gli raffreddava un lato della testa. Il sale dai suoi occhi gli entrava in bocca. Marina non lo voleva più. |
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