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STO LEGGENDO
dovrei avere più cose da leggere


HO VISTO
Buenos Aires e il Parco delle Brentelle


STO ASCOLTANDO
segnali acustici dalla distanza


ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
maglioncino e maglietta sotto


ORA VORREI TANTO...
sapere quale è la decisione giusta


IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
cosa penso del mio fidanzamento -- tornare o non tornare, questo è il problema


OGGI IL MIO UMORE E'...
strano


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
1)
2)
3)
4)
5)
6)
7)

 


MERAVIGLIE

1)
2)
3)
4)
5)
6)
7)


Messaggio di raggioverde da commentare:
E quello che manca non l'ho scritto ancora...

Ventidue
18 novembre 2001

Alle otto di sera, la stazione centrale di Milano era un viavai continuo di gente. C’ era chi arrivava, chi andava via e chi aspettava. Un treno arrivava dalla Svizzera, un’ altro partiva per Roma, quello che veniva da Venezia e continuava fino a Genova era in ritardo di quindici minuti. Lo spazio davanti ai binari conteneva persone di quasi tutte le nazioni, in qualsiasi momento si parlava una decina di lingue, una Nazioni Unite con l’assenza quasi totale di cravatte. In fondo al binario quindici, Ivo saliva sul treno per Aisievi.
Quante cose potevano cambiare col tempo, pensò una volta che aveva trovato un posto dove sedersi. Tra quattro mesi diventerebbe zio, diventerebbe Uncle Ivo, a Montréal Laura e Dennis aspettavano il primo figlio. Si era lasciato crescere i capelli, ormai gli arrivavano al collo del suo giaccone lungo e grigio. Affondò nel sedile, esausto dopo nove ore di interpretariato simultaneo. Adesso non lavorava più con la polizia, perche a maggio il governo era cambiato, e la Lega Lombarda non poteva tollerare la presenza di un pugliese, per di più uno nominato al suo posto dal governo di Amato, alla Questura di Milano. Infatti, si vociferava che la partenza di Mascione fu una delle condizioni dettate al nuovo primo ministro Berlusconi se voleva il sostegno dei parlamentari leghisti. In una sera, spiegò ad Ivo perché rifiutava anche il posto che gli era stato offerto, a Bari. “Non la sopporto questa politica, la Lombardia per i lombardi e tutti i terroni se ne vadano al sud. Elena” – la sua moglie – “ha il suo lavoro qui, i miei figli hanno i loro amici e dopo vorranno anche andare all’ università con loro.” Era diventato un consulente di sicurezza per le imprese, per i magistrati, per chiunque temeva di essere preso in ostaggio, ricattato, o preso di mira di qualche altro modo da criminali e terroristi. “Tutti quelli che devono il loro lavoro o la loro promozione a me dovranno stare attenti, anche tu dovrai arrangiarti. Io ti posso assicurare che avrai sempre i documenti validi, ma sarà meglio che tu lasci la polizia e diventi autonomo.”
La vita di Ivo era diventata molto simile a quella prima del suo arrivo in Italia. Alcuni dei suoi clienti dall’ Inghilterra continuavano a mandargli lavori da tradurre, si era presentato a tutte le agenzie di traduzioni e interpretariato di Aisievi e varie di Milano, Bergamo, Brescia e Como. Non lo infastidiva dover lasciare i poliziotti, si era stancato un pò della mentalità incolta e limitata di molti di loro. Faceva le traduzioni nel suo appartamento, andava dalle agenzie aisievine soltanto per portare via i testi. Andava ovunque per gli incarichi da interprete, ma ormai era essenzialmente finita la stagione delle conferenze. Cominciava a guadagnare bene, qualche volta pensava che dovrebbe comprarsi un motorino o una piccola automobile, oppure spostarsi a Milano per aumentare ancora di più le sue opportunità di lavoro, ma non lo faceva ancora.
Ad Aisievi, cominciava a farsi una piccola cerchia di conoscenti, tra i pochi poliziotti che gli erano risultati simpatici, alcuni impiegati di agenzie di traduzioni, e alcune persone che lavoravano nei posti che frequentava, come la libreria Stella Artis appena dietro la cattedrale o la piscina nuova dove nuotava almeno due volte alla settimana. Manteneva pure i contatti con alcuna gente che conosceva da Londra. I veri amici, comunque, erano ancora pochi, e quello più intimo rimaneva Piero. Sorprendendo tutti, Piero e Floriana avevano cominciato a uscire insieme alla fine dell’ estate, erano andati insieme al Lago di Como tutti e tre un mese fa.
Anche il dolore cominciava a passare. Finalmente poteva scendere alla stazione, camminare sul Ponte Murato o attraversare Piazza San Damiano senza cercare Marina. Non aveva più la sua fotografia sul commodino, ma non l’ aveva nemmeno buttata via, sapeva che non sarebbe capace di farlo. L’ aveva soltanto messa da qualche parte, come anche i suoi vecchi messaggi e le altre loro foto. Ma le due volte che si era trovato sulla strada di casa sua, non poteva evitare di lanciare uno sguardo momentaneo verso il suo balcone. In altri giorni, gli sembrava difficile credere che tutto fosse davvero successo, gli sembrava una leggenda, una storia scritta da qualcun’ altro, tutto troppo irreale per essere mai successo.
Insomma, era una vita. Forse non era l’ ideale, sperava di migliorare alcune cose, ma era un’ abitudine, era qualcosa di sopportabile. I genitori lo avevano visitato per alcuni giorni nell’ estate, per Natale andrebbe lui a visitarli, aveva già comprato il biglietto. Quello che sapevano era che il loro figlio faceva il lavoro di prima, adesso in una città italiana, usando la bicicletta invece della metropolitana e mangiando risotti e spaghetti invece di kebab, panini o pollo korma. In effetti, a volte mancavano a Ivo i sapori esotici che poteva trovare a Londra; una o due volte al mese, andava a Milano per concedersi il piacere di un pasto cinese, indiano, greco o arabo.
Il telefonino di Ivo suonò; adesso aveva una suoneria diversa, era il ritornello della canzone “Gente” di Laura Pausini, “Non siamo angeli in volo venuti dal cielo, ma gente comune che ama davvero, gente che vuole un mondo più bello…” Era un modo di ricordarsi di tirare avanti, di essere forte. Guardò lo schermo, era un numero di Aisievi, pensava di averlo visto qualche altra volta, ma non lo ricordava. Cominciava da 4, allora era dalla zona ovest; aveva imparato già che il 2 corrispondeva al centro, il 3 al sud, il 5 all’ est, il 6 al nord e gli altri numeri alle zone più nuove. Forse sarebbe qualche cliente che lo telefonava dalla sua casa, oppure un telefono pubblico.
“Pronto.”
“Ancora mi vuoi bene?”
Quella voce! C’era soltanto una risposta possibile. “Non ho mai smesso, Marina.”
Si incontrarono di nuovo alla fermata dell’ autobus di fronte alla stazione alle nove e un quarto. Marina si appoggiava al palo della luce, indossava una giacca nera imbottita col cappuccio, non completamente chiusa. Si era fatta una permanente ai cappelli, che ora le arrivavano fino al gomito. C’era qualcosa nello suo sguardo che Ivo non aveva visto a Trapani, una specie di stanchezza o di confusione.
“Bentornata, Marina,” le disse una volta che si sapeva abbastanza vicino da essere sentito.
“Ci ho messo tre ore a pensare se dovevo chiamarti o no,” disse lei. “Sono tornata ieri, ho dormito nel salotto di Floriana, ma stasera dormirò a casa mia.”
Gli autobus venivano alle altre fermate, lasciavano e prendevano gente e se ne andavano. Un africano che vendeva maglioni e felpe rimetteva la sua merce in una valigia enorme. Le automobili cercavano dove parcheggiare. Il giornalaio all’ altro lato della strada cominciò a chiudere per la sera. I tassisti cercavano clienti e i viaggiatori entravano e uscivano. Un bambino piangeva tra le braccia della sua madre. Non importava, c’erano soltanto loro due.
“Pensavo di trovarti arrabbiato, amareggiato, che mi manderesti a quel paese,” disse Marina, guardandosi le mani.
“Lo sono stato,” disse lui. “Ma se avevi bisogno di stare senza di me…”
“Avevo.” E finalmente gli rivolse lo sguardo. Adesso c’era una corrente diversa nell’ aria. Ivo si avvicinò di un passo, Marina non si allontanò, soltanto si raddrizzò il corpo.
Ivo la guardò negli occhi. “Marina, possiamo conoscerci di nuovo, possiamo dimenticare tutto e ricominciare?”
“Aspetta,” dicendo questo, si mise insieme le mani. “C’è qualcosa che voglio dirti. Non sei l’unico che ho fatto scappare.”
Marina non aveva voluto pensare all’ amore, ma l’amore aveva pensato a lei. Il suo nome era Dino, aveva venticinque anni e lavorava per un’ agenzia viaggi che organizzava gite ed altre attività per i clienti dell’ albergo. Anche lui aveva sentito cantare Marina, aveva voluto conoscere quella ragazza dallo sguardo distante, dalla voce che sembrava volare con le note e galleggiare sulle onde del mare. All’ inizio si era mostrato premuroso, portandola a vedere i palazzi barocchi di Palermo, i templi di Segesta e Selinunte, le spiagge di Marausa e Pizzolato, dove Marina poteva ancora ricordare la carezza delle acque limpide sulla sua pelle. Lei credeva di aver trovato un amico, cominciava a fidarsi di lui, era la prima persona a Trapani oltre la famiglia di Floriana a cui poteva ammettere di avere un passato, anche se non gli spiegava tutto. Con la sua sicurezza, Dino aumentava quella di Marina, fino a quando si avvicinò troppo.
Portandola di nuovo a Trapani di sera, aveva fermato la macchina in una strada della zona alta, soltanto sorridendo quando Marina gli disse che era andato dalla parte sbagliata. La prese per mano e si avvicinò con evidente voglia di baciarla. E Marina disse quello che non aveva potuto dire l’altra volta, “no, fermati!” Ma Dino insisteva, cercava di prenderla per il corpo e poi lei tirò indietro la mano, aprì la porta, e si buttò indietro con tutta la sua forza, lasciando un grido acuto.
“Non dirmi che…” disse Ivo, ascoltandola, ma non ce la faceva a finire la frase. Marina capì invece e con un gesto della mano gli indicò di lasciarla continuare.
Dino si era mostrato più stupito che altro al vederla cadere fuori dell’ automobile. “Ma che ti prende, fai la difficile?” E a Marina vennero le lacrime, “Non cercare mai di usare la forza con me, è già successo una volta!” In poche frasi, gli raccontò come era stata stuprata. E la cosa più strana era che non era sicura nemmeno se lui la credeva o no. “Non mi importa cosa ti è successo,” aveva detto, “tu mi piaci e sarai mia.” Proprio queste parole mandarono Marina in bestia. “Mi hanno fatto del male e dici che non ti importa? Ma vaffanculo!” E lo aveva lasciato lì, aveva corso fino alla casa dove si era rifugiata prima con Floriana, nascondendosì nel giardino per più di un’ ora. Poi fece tutto il cammino dalla frazione al centro, sempre sul lato sinistro della strada per non lasciarsi raggiungere, e l’indomani aveva raccontato al Signor Natale esattamente tutto quello che era successo.
“Se Dino avesse voluto capirmi, se si fosse mostrato anche lui ferito da quello che mi era successo, se avesse portato pazienza con me, forse mi sarei innamorata di lui,” spiegò Marina ad Ivo. E all’ improvviso gli prese la mano, “Ma lui pensava soltanto a sé stesso, mi vedeva come una sfida. Non era come te.”
Un campanile lontano intonava le dieci. Ma Ivo avrebbe giurato che sentiva da qualche parte, come uno sfondo lontano, le note di una chitarra.
“Marina, io sono un balcanico ossessionato che picchia i padri prepotenti, attraversa tutta l’ Italia in treno per incontrare l’eroina dei suoi sogni e poi lascia anche la valigia a Trapani. Cosa potresti volere da un tipo così?” le chiese, lasciando la sua mano.
“Che mi ascolti,” disse Marina, “proprio come hai fatto adesso. E se vuoi la tua valigia, andiamo a casa di Floriana a prenderla. Vieni.” E cominciarono a camminare insieme, non importava che non cercavano di riprendersi per mano. Passarono davanti all’ entrata della stazione, continuarono in silenzio fino all’ angolo di Via Sondrio, poi una sinistra. Ivo temeva ancora la fragilità del momento, non diceva niente perche non voleva trovare per sbaglio la parola che portasse Marina a lasciarlo di nuovo, come a Trapani. Non sapeva se il silenzio di Marina lo doveva incoraggiare o farlo preoccupare di più. Ma continuava a camminare accanto a lei, non soltanto per curiosità di vedere come andrebbe a finire questo incontro, ma anche perche si sapeva desideroso della sua presenza. Dopo altri due isolati arrivarono accanto alla fontanella che marcava il limite della zona universitaria. Dietro la fontana, si inalzavano il palazzo rosso di quattro piani che ospitava le facoltà di lettere e storia, psicologia e sociologia e la costruzione grigia triangolare di informatica e ingegneria. La facoltà di matematica, luogo di tante noie per Marina, stava a mezzo isolato di distanza. E di colpo le parole uscirono da sole dalla bocca di Ivo. “Mi sei mancata.”
“Anche tu mi mancavi,” disse lei in una voce tremula. “Da due mesi cerco di convincermi del contrario e non riesco. Dino mi ha fatto capirlo. Volevo essere amata come lo ero da te. E dovevo rivedere Aisievi, non posso negare che c’è qualcosa di me anche qui.”
Qualche forza metafisica li constrinse a fermarsi allo stesso momento. “Marina, sei sicura di quello che dici?”
Marina apriva e chiudeva gli occhi. “Ivo, ci sono tante cose che non so. Non so come mi sentirò domani, non so se ho fatto bene a tornare, non so bene quanto dentro di me è rimasto da prima. Quello che so è che ti vorrei vicino a me, per scoprirlo tutto questo insieme, se mi vuoi anche tu. Ma non sarà facile. A volte sarò malinconica, ci sono volte che non sopporto niente e nessuno, ci saranno volte che piangerò pure senza motivo. Sei disposto a sopportarmi?”
Stavolta fu Ivo a prendere la mano di Marina, senza nessuna resistenza di parte di lei. Si avvicinarono mezzo passo di più. “Per me non sei una sfida come per Dino, e non sei un premio come per i tuoi genitori. Non accetto di vederti così. Non sono in concorrenza, voglio essere un alleato, qualcuno che sai di avere dalla tua parte, anche se sbaglia. Lo so che sbaglierò, come ho sbagliato anche prima. Ma non allontanarti soltanto per questo.”
“Ivo, ho imparato molto a Trapani. La famiglia di Floriana mi voleva bene e non dovevo essere perfetta per loro. Potevo stare in una famiglia senza sentirmi meno libera per questo. Ho imparato a fare le mie scelte, adesso la mia scelta è di stare qui. Per il resto… vedremo.”
Anche Ivo fece la sua scelta. “Marina, ti posso abbracciare?”
“A una condizione,” rispose lei in una voce seria.
“Dimmi.” Ma sapeva che la accetterebbe.
“Che non mi chiederai mai più permesso per questo,” disse Marina con un sorriso dolce, lasciandosi portare tra le sue braccia. Ivo la tenne abbracciata, non molto stretta, ma sperava abbastanza forte per farla capire che non la voleva lasciare. Anche lei lo abbracciò. Si guardarono negli occhi, sottoscrivendo così un nuovo accordo tra di loro.
“Bentornata, Marinetta.”
“Ti voglio bene, Biancorosso,” gli disse Marina all’ orecchio. Ivo la strinse un pò di più, cominciò a strofinarle i capelli che le cadevano sulla schiena. Il getto d’acqua della fontana sbatteva contro il suo fondo e le sue pareti: sembrava un applauso discreto.

(Nota dell' autore: "biancorosso" e "stellasbandante" sono i nomi che usavano Ivo e Marina nella chat dove si erano conosciuti)

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COMMENTI:


Autore: giulietta
( lunedì 7 luglio 2003, ore 23:38
)

E io lo aspetto con ansia questo 23° capitolo....




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