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Messaggio di ecce_ da commentare:
Un italiano nel deserto etiopico
Scriverà la costituzione dei Nomadi
di IAIA PEDEMONTE

Una piccola carovana di tre cammelli raggiungerà nei prossimi giorni l'altopiano intorno al fiume Wabe Shebele, una terra di nessuno zeppa di magri cespugli, tende, capre, dromedari e bambini, nella semiarida regione Somala dell'Etiopia, un "buco nero" sulle carte geografiche, quasi inesplorato e abitato presumibilmente da 80.000 pastori nomadi. Alla testa del gruppo c'è Alberto Salza, antropologo "specializzato in nomadi" che collabora con ONG, associazioni e Università di Torino, accompagnato da un socio-antropologo etiope e un interprete locale.

Unico bagaglio: carta e penna. Li accoglieranno i Capi Clan, che li metteranno in contatto con i responsabili delle famiglie, a gruppi intorno ai pozzi o nei pascoli. Questo è il mondo degli abitanti del deserto in cui Salza, con l'ONG Comitato di Collaborazione Medica, prepara da anni un'incursione storica: definire i diritti dei pastori nomadi. "Come un polmone che respirando si allarga e si restringe, il ciclo della transumanza ha bisogno dell'erba come dell'aria: persone e animali si disperdono sui pianori nella stagione delle piogge e si raggruppano sui canali vicino ai villaggi rivieraschi nel jiilal, la stagione secca, in un equilibrio secolare di fusione e scissione. Ora la stagione è secca e mi sarà più facile trovarli- racconta Salza, che ha già lavorato con i Tuareg nel Sahara - Ma con i Tuareg era più semplice: si incontrano sulle vie carovaniere e si parla di prezzi e carichi di fieno o datteri. Qui invece vivremo con la popolazione locale per definire un gruppo comune di valori, qui si va a scavare in un modello di pensiero".

Soprattutto, Salza è uno che non si arrende: in anni di deserto questo sessantenne atletico non ha imparato solo vari idiomi arabi, ma anche che in zone di conflitti sociali gli operatori umanitari corrono molti rischi (quindi niente particolari sui suoi spostamenti) e che c'è poco da riflettere, ma molto da agire (quindi niente umanitarismo fondamentalista). In due parole: "questa è una questione di giustizia".

Perché se si fermassero i nomadi che vivono dalla Mongolia all'Iran, dal Corno d'Africa al Sahel (circa 25 milioni solo in Africa), sarebbe una catastrofe umanitaria: non solo scomparirebbe la cultura millenaria di questi guardiani della biodiversità, ma le città del sud e del nord del mondo sarebbero soffocate da una massa di accattoni e migranti.

Se ne sono resi conto il governo etiope e l'Unione Europea, che hanno deciso di avviare il progetto "Human Rights amongst the Nomadic Pastoralists" per scrivere, per la prima volta nella storia, i Diritti degli ultimi viandanti, mille volte accennati, sempre inevasi.

Lo scopo è aiutare persone che nessuno ha mai contato, "che non sono neanche un numero", a continuare la loro storia, incrementare la produttività, vivere meglio, non solo usando pastorizia e terra, ma anche grazie ad assistenza medica, partecipazione alla vita sociale, accesso ad un credito, ricorso non ad aiuti umanitari ma a dovuti sostegni economici: insomma, aiutarli a partecipare a modo loro alla vita moderna, da cui comunque ormai non sono più isolati.

"Oggi è inevitabile che tutti entrino in contatto con la "civiltà eurocentrica" - spiega Salza- e non resta che venire a patti. Ma poiché non esistono né Cultura Universale né Legge Universale, scriveremo la Carta dei Diritti dei Nomadi confrontandone i bisogni, non insegnando ma imparando da loro, perché i diritti umani si costruiscono dall'interno. Prima di tutto il diritto di esistere: saranno loro stessi a dirmi chi è un nomade, quale è la vita che vuole fare, quali diritti tutelano la sua sopravvivenza, per esempio quello di muoversi.".

Così, per sei mesi, Salza lavorerà come "neutro ascoltatore e traduttore del pensiero occidentale", andrà in giro in jeans, camicia e mantella di lana, dormendo nelle tende, mangiando polenta e latte di cammella. Ad ogni tappa si sgozzerà per lui una capra, secondo la forte tradizione dell'ospitalità, mentre lui continuerà il suo lavoro di "mediazione", perché "non è vero che con la barbarie non si viene a patti, ma si discute", mangiando poco, "perché così non ho mai preso neanche un mal di pancia", mentre un interprete trascriverà fedelmente discussioni e conclusioni in lingua somala: "Sotto le povere tende degli abitanti dell'Ogaden prende il via un lungo processo: scrivere una Costituzione per gruppi finalmente registrati e riconosciuti legalmente; incrociare i dati con Governo e Dichiarazione Universale dell'ONU; studiare regole su misura, che serviranno alle stesse minoranze del mondo, dai Masai ai Mongoli".

Un esempio? La scuola potrebbe spostarsi con i bambini, i maestri essere nomadi con conoscenza del territorio, le vacanze, ovviamente, prima delle piogge.

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