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Messaggio di ecce_ da commentare:
Vivere a due anni dietro le sbarre
ecco l'asilo dei piccoli carcerati

"Apri" dice Ivan alla guardia, "apri" ripete, anche se la "r" si inceppa nella lingua e "apri" diventa "api", ma non importa, perché Ivan ha due anni, vive in un carcere e sa che oltre quella parola c'è il sole, il giardino, il muro di cinta, il cortile d'asfalto. Lì il suo orizzonte si interrompe, la linea si spezza, anche l'immaginazione fatica a nascere, e il mondo sembra una scatola a sbarre piena di regole e di divieti, dove è meglio piangere piano, correre piano, strillare piano. Gli educatori raccontano che i bambini detenuti con le madri nelle sezioni "nido" dei penitenziari femminili tra le prime parole che imparano a pronunciare c'è anche il lessico del carcere: "Mamma" "pappa" e poi "apri", "chiavi", "guardia", "aria". Bambini dietro le sbarre. Bimbi che crescono in luoghi dove le porte restano sempre chiuse, le finestre hanno le sbarre, gli adulti portano la divisa e la pistola. In tutta Italia sono settanta i baby carcerati da zero a tre anni che trascorrono i loro primi mille giorni di vita (i giorni più preziosi, dicono gli esperti dell'infanzia) in una cella, nonostante una legge del 2001 che porta la firma della parlamentare Ds Anna Finocchiaro preveda per le madri detenute arresti domiciliari, pene alternative al carcere o reclusione in strutture protette sul modello delle case famiglia. Piccoli "colpevoli nati", così li ha definiti l'Associazione Antigone, e che oggi scenderanno in piazza insieme ai nonni per chiedere che "nessun bambino varchi più la soglia di un carcere", in una manifestazione organizzata dall'associazione "A Roma Insieme".
Rebibbia, carcere femminile di Roma. Anna, Jania e le altre fanno passeggiare i figli nel piccolo giardino già tiepido di sole davanti alla sezione nido, oggi in ristrutturazione, ma che diventerà in pochi mesi abitabile e funzionale. Ci sono Ivan, Mirko, Margherita: tre dei 22 bambini da zero a tre anni ospitati nel grande penitenziario insieme alle loro madri, alcune italiane, in gran parte nomadi, tutte dentro per furto e spaccio, donne ultime tra le ultime che fuori non saprebbero a chi lasciare i loro bambini. "Quando la sera chiudono le celle Ivan inizia a dare calci alla porta - racconta Anna, 22 anni, altri due figli a casa, un cumulo di furti da scontare fino al 2008 - e corre sempre dietro agli educatori perché ha capito che loro possono uscire, e cento volte al giorno mi prende la mano e mi dice mamma aria, vuol dire andiamo fuori, vuol dire che non ce la fa più a correre tra la cella e i corridoi, ogni volta che ci sente litigare si nasconde e poi non parla più, la notte si sveglia e grida, ogni rumore lo fa tremare". Tra un anno Ivan, così dice la legge, dovrà lasciare il carcere, mentre Anna resterà dentro, e la mente e il cuore di Ivan, raccontano gli operatori, che di queste scene ne hanno viste tante, "resteranno segnati per sempre da questo distacco, così come la sua vita è stata già segnata dai mille giorni trascorsi in prigione". Già, perché come può un bimbo crescere se i suoi occhi sbattono tutti i giorni contro un muro e il suo sguardo confina fin dalla nascita con un orizzonte che non può valicare un muro di cinta?

Eppure Rebibbia è un caso a parte. Perché qui la sezione nido esiste davvero, è piena di giocattoli e di murales colorati, i bambini vengono portati ogni giorno all'asilo comunale, e diverse puericultrici si danno il cambio per assistere mamme che allattano e mini-detenuti che giocano. Non così in altre carceri femminili. "La storia di Anna- spiega Leda Colombini, un lungo passato di militanza politica e femminista, oggi anima infaticabile di "A Roma Insieme", associazione che dal 1994 ogni sabato porta in libera uscita i bimbi di Rebibbia - è esemplare del dramma delle detenute madri, in particolare delle straniere. Si portano i figli in carcere perché non possono lasciarli a nessuno, qui dentro vivono in simbiosi con i bambini, i quali a tre anni però devono uscire. Giusto, è assurdo che crescano in cella, ma nello stesso tempo è una tragedia. Per due motivi. Perché il distacco è insopportabile per entrambi, e perché il futuro di questi bambini, che comunque in carcere sono protetti e curati, diventa ancor più incerto. Tornano infatti in nuclei familiari che non conoscono, in situazioni di forte degrado. Quando li rivediamo, di solito hanno subito una regressione fortissima. Raramente riusciamo a convincere le madri a darli in affido". Per questo era nata, nel 2001, la legge Finocchiaro. "La gran parte delle detenute madri è dentro per piccoli reati e potrebbero essere ospitate in case famiglia protette, dove scontare la pena senza doversi separare dai figli a tre anni e farli crescere in luoghi più umani. I giudici sono però assai restii nel concedere arresti domiciliari, in particolare alle nomadi, vista loro recidività, e soprattutto le strutture alternative non esistono".

E allora? Ivan, che alla fine ti regala anche un sorriso e trova un sasso da tirare, e gli altri 22 piccoli ospiti di Rebibbia sono davvero "colpevoli nati"? Anna Finocchiaro, autrice della legge, dice semplicemente: "La verità è che costa troppo occuparsi di settanta bambini e costruire per loro strutture dove possano vivere con le madri detenute. A quanti importa sapere che i piccoli che crescono in cella soffrono la reclusione assai più che gli adulti? Mi risulta però che fino ad ora soltanto il comune di Roma abbia costruito alcune case protette. Il clima politico non è favorevole, ma in nome di questi bambini ci vorrebbe uno sforzo di civiltà e di fiducia nel ruolo rieducativo e non solo punitivo del carcere".

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COMMENTI:


Autore: Gatsu81
( domenica 20 marzo 2005, ore 18:55
)

Adozione forzata..se le madri sono in galera giustamente significa che ovviamente non sono in grado di insegnare nulla di buono ai loro figli..quindi non è giusto rinchiudere anche loro..
Metti una nomade agli arresti domiciliari..voglio vedere quanto ci mette prima di scappare..già il fatto che le abbiano messe dentro è un miracolo..




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