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Kiyoaki
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CITTA': Metropolis
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Messaggio
di Kiyoaki da commentare:
 Sabato pomeriggio ho avuto il piacere di conoscere di persona Rufus13, Lercio e, soprattutto (il germanismo “über alles” rende meglio il concetto), Carlà. Nella primitiva stesura mentale, immaginavo i caratteri che di lì a non molto avrebbero riempito il foglio bianco striato di elettricità, e quel nome era composto da caratteri maiuscoli, in grassetto, e di un paio di punti più alti di tutti gli altri. Ma ora mi rendo conto che il tratto volutamente evidente farebbe risaltare nel volgare piano visivo la potenza simbolica celata dietro a un nome, incisa in realtà in ben più impegnativi e profondi piani semantici. Altre volte, quando traversavo come un’ombra le piazze, in cerca di succhiare l’ebbrezza che sfuggiva agli altri grotteschi vampiri, mi era capitato di intravederlo, seguendo gli insulti che gli amici gli gettavano contro e che lui, puntualmente, evitava con noncurante eleganza, come un ballerino, o un grande pugile, lasciando che finissero a sgocciolare la lurida pochezza giù per un tombino. Ma la sensazione di disinvolta invincibilità che emanava dai suoi abiti vagamente ispirati alla pacchiana estetica heavy metal, mi giungeva sempre come un velo di effimera importanza, quella stessa infantile euforia mista a meraviglia che si prova trovandosi il cammino interrotto dalla troupe di uno spot pubblicitario. Quel sabato camminavo, rapido, rapace e nei miei desideri tagliente. Uno di quei giorni in cui la normale prospettiva non basta, ma annoia, invecchia, maledice sorridente. Gli occhi li avevo liberati, sciolti dal guinzaglio dell’educazione e del razionale seguito di un percorso. Cercavo di respirare più odori possibili, di scomporli, selezionarli, seguirli se invitanti, ma tutto doveva essere molto rapido, molto operativo. Le vibrazioni di energia ipodermica dei vecchi tempi tornavano vibranti, come crepe in un muro di muscoli repressi. Infilavo una strada senza sapere l’esatto motivo, ma sapendo per certo che era quello giusto. A momenti finivo risucchiato dai corposi flussi di persone, simili a vocianti cadaveri mossi da un sistema di ingranaggi accurato e asettico. Il mio muoversi era un’alternarsi di luoghi affollati e sobborghi isolati, così procedendo sbucai vicino a una chiesa, una chiesa che volevo vedere dentro. Quando vedo una chiesa voglio vederla dentro, mi piace il dentro delle chiese. Provo un senso di regressione e alienazione. Mi sembra di essere un bambino che non capisce più dove si trova. Fu mentre seguivo questi smottamenti di pensieri che rividi, inconsuetamente vicino al luogo di culto, ma fiammeggiante e alto sulla strada, Carlà. Sotto il chiodo di pelle nera, indossava una maglia della stessa assenza di colore, decorata con lingue di fuoco che sembravano quasi illuminare dal basso il volto orgoglioso, rendendolo solenne e vagamente minaccioso. Era attorniato da due fedeli servitori (non me ne vogliano Lercio e Rufus13, ma certe cose si riconoscono a pelle). La scena mi fece pensare a un anticristo, che alle implorazioni dei ladroni si strappa i chiodi con una bestemmia, e sceso dalla croce inizia a ballare, balla, balla vecchia spugna! Non mi sentivo pronto per avvicinarmi a Carlà, temevo di scottarmi, così mi presentai timidamente a Lercio, che avevo riconosciuto in uno dei due aiutanti. In altro contesto sarei stato entusiasta di conoscerlo di persona, ma in quel momento si trattava solamente di un rispettoso vassallo, quasi un appendice, anzi, il braccio violento della Legge. La legge di Carlà. Temevo che questi si accorgesse del mio timore nei suoi confronti, così finsi disinvoltura, ma non potevo mentire a lungo. Carlà avanzò di un paio di passi e tese la mano, scandendo bene il suo nome: “C – A – R – L – A’ “. E basta. Come a dire “Non chiedere altro. Non chiedere mai più altro”. Una misteriosa energia promana dai suoi occhi. Qualcosa di innaturale e al tempo stesso profondamente ferino, aggrappato orribilmente ai più celati anfratti della psiche umana. Un’energia inquietante, non scevra della seduzione sessuale, qualcosa che colpisce simile alla sfumata consapevolezza, alla compiaciuta estrema debolezza fisica proprie dello stato febbrile. Non dubitavo di come riuscisse ad esercitare un immenso potere sui suoi fedeli, fino a soggiogarli totalmente. Scambiammo due parole, ma fu come un sasso gettato su uno specchio d’acqua inflessibile e limpidissimo. Le espressioni usate per prendere contatto, la banalità dell’appena fatto e dello stiamo per fare erano i pallidi tentacoli di un discorso polimorfo, che la vera comunicazione incideva e scavava come un cuore cancerogeno di un nuovo organismo nato divorando la realtà. La casualità di questo incontro è stato il fulmine articolato e inarrestabile della volontà di Carlà, tesa alla meta. Il linguaggio: un servo, l’azione: la donna giustamente sottomessa. Spero di essere pronto, e degno per quanto si profila all’orizzonte.

Si ringrazia Lercio per la concessione all'uso della fotografia soprariportata |
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COMMENTI:
Autore:
Lercio
( venerdì 1 aprile 2005, ore 10:27
)
Cazz, sapevo che avevi scritto riguardo a Sab. ma riesco a vederlo solo ora con la scusa che ero a Trieste con un 56k...
GENIALE!!
Autore:
Temporale
( mercoledì 30 marzo 2005, ore 21:10
)
concordo con momo
Autore:
teodora
( giovedì 24 marzo 2005, ore 21:42
)
sublime! ma il tizio della foto è carlà?
Autore:
( mercoledì 23 marzo 2005, ore 10:06
)
oh yes!
Autore:
Spruatz
( mercoledì 23 marzo 2005, ore 09:28
)
un post sopraffino  è sempre bello leggere quello che scrivi, lasciatelo dire.
Autore:
momo
( martedì 22 marzo 2005, ore 14:31
)
Questo blog è troppo bello per essere su Carlà
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