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Messaggio di Lou da commentare:
di Gabriele Ferraris


«Sweet Jane» di Lou Reed questa sì che è... estasi

31 maggio 2003

I lettori affezionati sanno che questa rubrica non è particolarmente tenera con le antologie, i «best of», malattia senile della discografia che, incapace ormai di proporre novità credibili, si rifugia nel «catalogo»; ma, avendo svenduto i grandi album per un tozzo di pane al circuito delle edicole, tenta di raccattare qualche spicciolo riciclando le grandi canzoni dei grandi solisti e delle grandi band in meste compilazioni.

Detto ciò, ci sia consentito di contraddirci.
Un’antologia può essere cosa buona e giusta, se strappa le masse giovanili dal baratro dell’ignoranza nelle quali un sistema ottuso le ha precipitate.

Questo ci accadeva di pensare mentre dal lettore uscivano le note di «Sweet Jane», e una giovinetta ascoltava estatica la voce magica e cattiva di Lou Reed. Cresciuta, infelice, nell’era dei Cremonini e delle Shakire, la fanciulla non credeva alla proprie orecchie; e quando è partita la chitarra di «I’m waiting for the man», ho capito. Questa è la musica che anche la generazione-Lunapop vorrebbe ascoltare. E’ la musica che un essere civilizzato si porta dentro. Ma i mercanti di fumo, gli infingardi costruttori del nulla, i predicatori dell’idiozia, non vogliono dargliela.

E allora ben vengano le gherminelle dei discografici, ben venga un’antologia come «Nyc Man», doppio lussureggiante cd che raccoglie una trentina di oggetti pericolosi, canzoni di Lou Reed che appartengono al meglio della cultura novecentesca: è estasi, questa, altro che ecstasy. «Ecstasy», certo, non poteva mancare; né «Walk on the wild side», e «Vicious», e «Satellite of love»...

Ma che sto a fare? Ve le dovrei recitare tutte, una dopo l’altra, raccontarvi dei torbidi interventi di Bowie, del tocco fatato di Warhol, della bruciante meteora Velvet Underground... Voi giovani, che non c’eravate quando uscivano quegli album memorabili, versate il vostro obolo e compratevi la purissima beatitudine, compratevi quest’antologia, se non potete permettervi l’opera omnia del marcio tra i marci, del genio tra i genii...

Ma ecco che, da dietro una pila di vacui prodottini di stagione, fa capolino... Fa’ vedere... «The essential Clash»... C’è «London calling»? C’è. C’è «Rock the Casbah»? C’è. E «London’s burning»? C’è, c’è, c’è.
Viva le antologie, strumenti di resistenza umana, vangelo della gioventù.


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