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«De gloria olivae»: la profezia sul successore di Wojtila
di Armando Torno

Prima di un’elezione papale indovini e astrologi hanno avuto sempre lavoro. Ancor oggi, giorno dell’apertura del Conclave, interpretano profezie più o meno apocrife. Diremo subito che una prima raccolta del genere è fatta risalire a Merlino e di essa si comincia ad avere notizia verso la fine del XIII secolo. Il presagio numero 164 recita: «Quando la Santa Madre del signore comparirà in più parti e quando Pietro avrà due nomi, sarà tempo di prepararsi perché l’ora sesta sarà vicina». Va da sé che «l’ora sesta» è quella in cui morì Gesù e che il successore di Pietro con due nomi è caratteristica del papato dopo Paolo VI. Le apparizioni mariane, infine, non mancano.

Il testo più famoso è però legato al nome di Malachia. C’è chi lo ritiene scritto dal santo omonimo, amico di San Bernardo, morto nel novembre 1148 e canonizzato già nel 1190. La sua profezia sulla successione dei romani pontefici comincia nel 1143, con Celestino II, e indicando il numero di 111 papi giunge sino alla fine dei tempi. Ogni vicario di Cristo è individuato con un breve motto. Tuttavia, è ormai impossibile attribuire il testo in questione al santo; si deve parlare di uno pseudo Malachia, anche perché - come ha notato Ludwig von Pastor nella sua monumentale Storia dei papi - questa profezia cominciò a circolare nel 1595 allorché il benedettino Arnold Wion la ospitò nel suo Lignum vitae , edito in quell’anno a Venezia. Il carattere apocrifo si deduce anche dal fatto che i motti per le previsioni da Celestino II a Gregorio XIV (papa tra il 1590 e il 1591) furono ricavati dallo stemma o dal casato o addirittura dal nome di battesimo; a volte si conformavano al titolo cardinalizio o al paese d’origine. Dopo Gregorio XIV le frasi si fanno più enigmatiche e «solo a forza», sottolinea il Pastor, possono essere messe d’accordo con la storia reale. Si può supporre che il testo fosse fabbricato dopo la metà del XVI secolo (il teologo Harnack lo mette in rapporto al Conclave del 1590), prendendo spunto dal compendio - è del 1557 - che il Panvinio fece alla Storia dei papi del Platina.

Comunque sia, ammettendo che questa serie di profezie avesse qualche valore, ricordiamo che Giovanni XXIII fu definito da Malachia «Pastor et nauta» (è stato Patriarca di Venezia), Paolo VI «Flos florum», cioè «fiore dei fiori» (nello stemma di Montini c’erano tre gigli), e l’appena scomparso Giovanni Paolo II «De Labore solis», ovvero «dallo sforzo del sole» (veniva da Est).
Il prossimo - che, stando al computo, dovrebbe essere il penultimo successore di Cristo - è indicato come «De gloria olivae». E tale «gloria dell’ulivo» può essere letta in molti modi: sia in relazione alla pace, sia dipendere dal colore della pelle olivastra del futuro pontefice, sia ricadere in un più generale senso biblico, dove l’ulivo è simbolo dei giudei. L’ultimo pontefice è indicato come «Pietro romano»: vale a dire che il papa conclusivo della successione apostolica dovrebbe chiamarsi Pietro II, disobbedendo in tal modo alla tradizione che non ha mai visto riprendere il nome dell’apostolo. Ma la fine dei vicari di Cristo coincide, per la profezia, anche con quella del mondo. Così il testo del Legnum vitae (Malachia, in tal caso, ha dedicato alcuni versi e non soltanto un motto): « Nell’ultima persecuzione della Santa Chiesa, risiederà Pietro il Romano che farà pascolare le sue pecore fra le tribolazioni. Passate queste, Roma
sarà distrutta e il giudice temibile giudicherà il suo popolo». La catastrofe della città eterna si legge anche in un messaggio del XVI secolo, attribuito a tale «Monaco di Padova», il quale profetizza che «quando l’uomo
salirà sulla luna, grandi cose staranno per maturare sulla terra. Roma verrà abbandonata, come gli uomini abbandonano una vecchia megera, e del Colosseo non rimarrà che una montagna di pietre avvelenate». Nostradamus con le sue celebri Centurie non ci aiuta meglio di Malachia. Versi oscuri, sovente rivelano particolari a seconda della traduzione. La seguente quartina è
stata indicata come quella che potrebbe riguardare il futuro pontefice: «Non dalla Spagna, ma dall’antica Francia / Non sarà eletto per la tremante navicella / Al nemico sarà fatta intesa / Che dentro suo regno sarà peste crudele». Sul futuro del papato c’è anche un fatto riferito da Stephen Skinner nel suo Millenium Prophecies .

Egli sostiene che Pio X, durante un’udienza del 1909 con il Capitolo generale dei Francescani, cadde in trance e quando rinvenne con sguardo sgomento proferì parole come queste: «Ciò che ho visto è terribile...Sarà me stesso? Sarà il mio successore? Ciò che è certo è che il papa lascerà Roma, e nel fuggire dal Vaticano dovrà camminare sui corpi morti dei suoi sacerdoti. Non ditelo a nessuno fintanto che sono vivo». Vi sono inoltre le profezie che si leggono nel De Magnis tribolationibus et Statu Ecclesiae, stampato a Venezia nel 1527. Meno note delle ricordate, parlano di un papa che «verrà da lontano e macchierà con il suo sangue la pietra». L’attentato a Giovanni Paolo II ci può stare; dopo di lui sono previsti soltanto due
pontefici: il primo sarà un «seminatore di pace e di speranza, in un mondo che vive l’ultima speranza»; il secondo verrà a Roma per «incontrare tribolazione e morte». Che aggiungere? Una profezia romanzata è del 1968: in quell’anno il vaticanista Emilio Cavaterra pubblicava nelle edizioni del
Borghese Il papa negro . La fascetta del libro recitava: «Sarà il prossimo?». L’ipotesi faceva eleggere, dopo lungo Conclave, il cardinale Anacleto Wenthombu, figlio del re africano Tsinghila Nzomba, con il nome di Leone XIV. La sua elezione, però, era prevista per il 1987. Sulla sorte della Chiesa in molti hanno azzardato profezie, da Merlino, con una raccolta apocrifa di cui si ha notizia nel XIII secolo, alle Millenium Prophecies di
Stephen Skinner, pubblicate nel 1994.


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