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di ecce_ da commentare:
Le due Case delle Libertà di EDMONDO BERSELLI
CHE COSA fa un capo populista quando le cose si mettono male? Procede a tentoni come Silvio Berlusconi in questi giorni. Cerca di inventarsi la tattica momento per momento. Prima evita la crisi con un'acrobazia circense, lasciando storditi gli alleati, An e Udc, a cui aveva promesso seppure a malincuore il "nuovo inizio"; poi si lascia avvolgere dalle spire della crisi stessa; infine si ritrova nel gioco, per lui mortificante, delle consultazioni, degli incontri al Quirinale, delle trattative con gli alleati riottosi. Tutto troppo complicato, faticoso, frustrante. Nella breve comunicazione rilasciata al Senato, si era lamentato platealmente delle pastoie costituzionali.
Pensando al momento liberatorio in cui la riforma della Casa delle Libertà consegnerà al premier i poteri del dominus. Ma per adesso, accettato con riserva, secondo prassi, l'incarico del Quirinale, Berlusconi deve sottomettersi alle cerimonie partitiche della valutazione degli equilibri politici nel governo, al calcolo del peso dei ministeri, alla discussione dei nomi da aggiornare, da cancellare, da ripescare.
Nonostante le rassicurazioni di Gianfranco Fini e Marco Follini, la nascita del nuovo governo non è così indolore come l'ottimismo berlusconiano prevede. Innanzitutto, se sarà confermato dalla lista definitiva dei ministri, il ritiro da Palazzo Chigi del segretario dell'Udc è il sintomo di uno smarcamento politico che già qualifica il Berlusconi-bis come un governo sotto osservazione.
In secondo luogo, non è per nulla facile procedere al riequilibrio (di fatto in chiave antileghista) che Fini e Follini reclamano dal premier. Per questo ieri sera si susseguivano gli incontri, si diffondevano insoddisfazioni, gli elenchi cambiavano di ora in ora. Anzi, su questo terreno si potrebbe assistere a qualche conseguenza paradossale. Perché se sono credibili le indiscrezioni sulla composizione del governo, si direbbe che Berlusconi non sta procedendo a una mediazione politica, e neppure alla ricerca della sintesi.
Si limita piuttosto a spartire i ministeri, eliminando qualche tecnico, in modo da fare spazio a una personalità forte di An (il nome più caldeggiato è quello di Francesco Storace, caduto dalla condizione di asso politico a vittima dell'ondata di centrosinistra sollevatasi alle regionali), e ad ammiccare al Mezzogiorno, creando un ministero specifico. Ma questo risiko, che ai tempi del pentapartito si chiamava più modestamente gioco dei quattro cantoni, non è risolvibile con l'algebra del vecchio manuale Cencelli. Perché oggi il problema di fondo della Cdl non è affatto un problema di equa lottizzazione delle quote di partito.
Si trattasse soltanto di trovare un metodo spartitorio, Berlusconi non avrebbe difficoltà. Anche il ritorno nella compagine di una personalità fortemente controversa come quella di Giulio Tremonti, di cui dieci mesi fa Udc e An reclamarono e ottennero la testa, sarebbe soltanto un tassello della spartizione complessiva.
Invece si dà il caso che la coalizione di centrodestra sia afflitta da una frattura autenticamente, profondamente politica: vale a dire la spaccatura fra le due sub-coalizioni costituite da Forza Italia e la Lega da un lato, e An-Udc dall'altro. Una contraddizione che risale agli albori dell'impresa politica berlusconiana, e che non è mai stata portata a una sintesi. Nel momento della sconfitta elettorale, e del ridimensionamento immediato dell'immagine berlusconiana, il conflitto politico e culturale tra le due componenti è riemerso con forza. Sicché in queste condizioni il Berlusconi "doroteizzato" dal desiderio di concludere la legislatura a qualsiasi costo non trova altra soluzione che istituzionalizzare il conflitto interno, incorporandolo nel governo.
Comunque vada, il dilemma è insanabile. Tanto per dire, l'uscita del leghista Roberto Calderoli dal governo sarebbe intollerabile per la Lega, ma la sua permanenza al ministero delle riforme, oltretutto mentre il peso delle presenze leghiste o paraleghiste potrebbe addirittura aumentare, non può essere gradita alla coppia Fini-Follini. Ma non basta. Se si considera il cosiddetto programma di fine legislatura, descritto dallo stesso Berlusconi in termini di "rilancio dell'economia e delle imprese, difesa del potere di acquisto delle famiglie, creazione di posti di lavoro e impegno per il Sud", ci vuole poco ad accorgersi che esso costituisce la negazione patente del programma liberal-leghista del 2001 e della successiva azione di governo, nonché una resa evidente alle ragioni politico-elettorali dell'Udc e di An.
Naturalmente Berlusconi ha le doti, anche di autoconvincimento, per presentare un programma che non condivide, simboleggiato in sintesi dai tagli all'Irap anziché dall'ulteriore colpo di scure sull'Irpef. Tuttavia il livello di credibilità di un governo che rovescia la propria impostazione in politica economica non può che essere scarso. Al presidente incaricato non manca la capacità - anche mimica - di raccontare che adesso la Cdl completerà la legislatura realizzando in sei mesi ciò che non è riuscita a combinare in quattro anni.
Proverà ad argomentare tutto questo dando la colpa all'Europa, alla "vecchia" Costituzione, alla sinistra e a Prodi, e cercherà di realizzare un programma elettoralistico tenendo insieme la retorica euroscettica di Tremonti e la lealtà europeista di Follini, e l'impasto approssimativo della devolution con il premierato. Ma alla fine anche Berlusconi si renderà conto che il fallimento del suo governo non è un prodotto del destino, o della perfidia della politica, ma l'effetto di una composizione mancata, cioè di una destra rimasta vittima della propria schizofrenia. Rifarà il governo, a meno di imprevisti. Ma il problema non è mettere su un esecutivo, è rifare la destra. E questa non è un'impresa che si fa in questo finale di partita. |
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COMMENTI:
Autore:
ecce_
( sabato 23 aprile 2005, ore 09:40
)
non di sola politica vive questo blog..
Autore:
MAGICPUFFO
( sabato 23 aprile 2005, ore 09:30
)
...KE STRESS SEMPRE A PARLAR DI POLITICA... POVER UOMINI!
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