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Messaggio di ecce_ da commentare:
"Difendere le democrazie
è la missione della sinistra"
di MASSIMO GIANNINI

Presidente D'Alema, la guerra in Iraq e il caso Calipari, per i due poli, sono diventati il terreno di una vera e propria ridefinizione politico-culturale. Come giudica l'intervento del premier in Parlamento sul nostro 007 ucciso a Bagdad? Davvero il caso Calipari è per Berlusconi quello che il caso Sigonella fu per Craxi?
"Ma quale Sigonella! Oggi Berlusconi deve registrare una sconfitta. Dalla vicenda Calipari esce a pezzi la strategia miope e inefficace che il Polo ha cavalcato in questi anni. Si erano illusi che la creazione di un asse di ferro con gli Stati Uniti, a scapito delle relazioni europee, ci avrebbe portato solo vantaggi. Oggi, purtroppo, raccogliamo i frutti amari di quella sèmina, sbagliata e irresponsabile...".

Però è vero che una "commissione mista" non era mai stata ottenuta da nessun Paese.
"È stata solo un'altra illusione, figlia dello stesso errore di politica estera. Era scontato che un Paese come l'America non avrebbe mai consentito a riconoscere il torto dei suoi militari in guerra. Del resto gli Stati Uniti, come Berlusconi dovrebbe sapere visto che li sostenne anche in quel caso, hanno rifiutato la giurisdizione di un tribunale penale internazionale. Riconoscono solo la loro, di giurisdizione. E l'amministrano con manica larga, come dimostra l'assoluzione per i generali di Abu Ghraib".

Ora attacca Berlusconi, ma ai tempi in cui lei era premier non le andò molto meglio sulla tragedia del Cermis.
"È vero che anche in quel caso i militari furono assolti da un tribunale militare americano. Ma il nostro governo pretese di rinegoziare le regole sull'uso delle basi ed ottenne dagli Usa il riconoscimento delle proprie responsabilità e il risarcimento delle vittime, cosa mai avvenuta in precedenza. Nel caso Calipari non avremo nulla di tutto questo".

Comunque, nonostante la sconfitta alle regionali, il Cavaliere rilancia sul partito unico del centrodestra. Non vi preoccupa?
"Mi sembra un falso rilancio. Non ci vedo il segno della novità, né di una effettiva ricomposizione politica. Ha più che altro il sapore di una minaccia verso gli alleati. Berlusconi prova a resistere, tenendo insieme i cocci della sua maggioranza. Ma al di là di questa "resistenza" non c'è uno sbocco politico chiaro".

Quindi secondo lei la partita è già chiusa, avete ha già vinto?
"Niente affatto. Il centrosinistra si deve dare un'agenda per affrontare un anno molto difficile. La crisi del berlusconismo si porta dietro due rischi molto concreti. Il primo è che si inasprisca ulteriormente lo scontro politico, e il premier radicalizzi ancora di più le sue offensive ideologiche. Il secondo è che si incrini il sistema bipolare, che si favorisca una generale disgregazione del nostro assetto politico".

Dove coglie gli indizi di questa minaccia al bipolarismo?
"Nel costante tentativo di certi ambienti di dimostrare a tutti i costi l'inaffidabilità del centrosinistra. L'intenzione è chiara: alimentare il caos anche nell'opposizione, visto che nella maggioranza il caos c'è già, serve a dimostrare che, con questo assetto politico falsamente bipolare, chiunque governi avremo sempre il caos. Questo agevola le tentazioni neo-centriste e proporzionaliste. Ma così si indebolisce il sistema politico, e quindi la nostra stessa democrazia".

La risposta migliore a queste minacce sarebbe che voi foste realmente coesi, almeno sulle grandi questioni programmatiche. Invece non è così.
"È vero, a volte appariamo divisi. Ma spesso le divisioni sono il frutto della rappresentazione falsata che si dà del nostro dibattito interno. Lo si descrive o come lotta di potere, e quindi è un litigio di bassa cucina sulle poltrone ministeriali. Oppure come frattura insanabile tra anime inconciliabili, e quindi si strumentalizzano e si enfatizzano alcune posizioni della sinistra radicale, anche al di là della loro effettiva consistenza elettorale".

Presidente D'Alema, parli chiaro. Ce l'ha di nuovo con i giornali? Ricominciamo con i processi alle "iene dattilografe"?
"Ce l'ho con le posizioni ambigue, tendenziosamente terziste, che emergono in certa stampa. Si montano casi, si inventano "svolte". Con il solo obiettivo di alimentare i conflitti, e di dare l'idea dello sfascio".

Stiamo ai fatti concreti. La sua uscita alla Fondazione Italianieuropei "sull'espansione della democrazia" che in certi casi non può prescindere dall'uso della forza non è una svolta?
"Ma quale svolta? Sono affermazioni che ho fatto più volte, e di cui abbiamo cominciato a discutere già al congresso del nostro partito. Sarebbe una "svolta" dire che non dobbiamo lasciare alla destra il monopolio della difesa della democrazia nel mondo?".

Ma questa non rischia di essere una legittimazione ex post alla guerra in Iraq, che invece avete sempre contestato?
"Sono questioni completamente diverse. La guerra unilaterale degli Usa non ha avuto alcuna legittimazione internazionale, e infatti è stata giustificata con la menzogna delle armi di distruzione di massa di Saddam. Non solo, ma aggiungo che l'esito di quella guerra, alla luce di come stanno andando le cose in Iraq, non è affatto certo che sarà la democrazia".

Senta, è stato Bertinotti a dire che è "in totale disaccordo con lei". Non se lo sono inventato i giornali.
"Lo capisco. Se Fausto legge sui giornali un titolo che dice "Giusto esportare la democrazia anche con i carrarmati" fa benissimo a dissentire. Anche io dissentirei da me stesso, se avessi detto una cosa del genere. Peccato che io non l'abbia detta. Ho detto invece l'esatto contrario, e cioè che è un tragico errore esportare la democrazia con le guerre. Ma proprio per questo mi sono posto la domanda: cosa dobbiamo e possiamo fare, quando le democrazie in tante parti del mondo sono bandite o minacciate? Lasciamo tutto com'è, e confidiamo solo sulle marce pacifiste? Mi pare una risposta povera e cinica".

Quindi in certi casi la risposta più giusta è l'uso della forza?
"È il tema drammatico che il centrosinistra non può più eludere. Dobbiamo farlo per dare risposte diverse da quelle dei "neo-con" della destra americana. Dobbiamo impegnarci per una riforma delle istituzioni multilaterali, a partire dall'Onu. E per una ridefinizione del diritto internazionale, che ci consenta di chiarire su quali basi, dalla soppressione dei diritti fondamentali al genocidio, il ricorso all'uso della forza può essere legittimo. Questo ho detto, questo ripeto. Se il centrosinistra vuole tornare a governare il Paese, si deve impegnare con serietà su questi argomenti, che rappresentano tanta parte della credibilità di una coalizione riformista".

Lei è sicuro che siate tutti d'accordo nell'Ulivo? Prodi, sugli americani, continua a mantenere un giudizio molto duro...
"Sull'Iraq non siamo certo noi a dover fare autocritica. Semmai la sta facendo proprio l'America, che ormai ha abbandonato le assurde teorie sulla guerra preventiva o la Coalition of the willing. L'attacco all'Iraq è stato un fallimento disastroso. E la stessa tesi secondo la quale si resta lì finché il Paese non sarà pacificato, ormai, mostra tutti i suoi limiti, perché purtroppo può anche succedere che questa pacificazione non avverrà mai.

Per questo una riflessione sulla exit strategy ci riguarda tutti. Noi non chiediamo il ritiro immediato, ma è chiaro che se ci sarà mai una soluzione per l'Iraq, questa sarà solo politica, e non certo militare. Anche su questo, il centrosinistra deve prendere un'iniziativa forte, per rafforzare l'Europa ma cercando il dialogo con gli Stati Uniti. Se torneremo al governo, tra un anno dovremo trattare comunque con Bush".

Ma le sembra davvero pronto, questo centrosinistra, ad affrontare un compito così gravoso?
"Nell'Ulivo c'è grande consapevolezza di quanto tutto questo rappresenti per noi un banco di prova. E mi sembra ci sia anche un grande consenso, sulle linee generali di politica estera che ho appena indicato. Certo, la discussione è appena iniziata. Stiamo entrando nel vivo di un confronto programmatico molto delicato...".

Siamo onesti: su questo un bel po' di ritardo c'è.
"Dopo la sua nascita, la federazione unitaria non ha registrato i passi avanti necessari. È il momento di accelerare le tappe. L'Ulivo deve funzionare con i suoi organismi e deve operare con le sue decisioni comuni, contribuendo così ad accelerare la definizione del programma, la scelta dei candidati e le liste".

Il suo è un appello a Prodi, pare di capire?
"Sì, lancio questo appello a Romano. Di fronte alla crisi del centrodestra, dobbiamo rispondere con la forza e la credibilità del nostro progetto riformista. Sta a Prodi farlo vivere e portarlo a compimento, in vista del ritorno al governo del Paese. E sta a lui farsi carico di far percepire la Federazione come la casa di tutti".

Ma nella Margherita Franco Marini non ne sembra tanto sicuro.
"Ho letto delle sue preoccupazioni. Non credo affatto che vi siano assi privilegiati tra Prodi e i Ds. Ma il fatto stesso che lui abbia di queste preoccupazioni deve impegnare noi tutti, e Prodi per primo, a dissiparle".

Nel frattempo, in Europa, c'è una sinistra che continua a vincere, anche se fa la guerra in Iraq. È quella di Tony Blair, che molti, nell'Unione, considerano un "traditore della sinistra".
"Sono analisi rozze e provinciali. Io critico Blair, per le sue scelte sull'Iraq. Ma lui ha vinto le elezioni perché, nonostante tutto, rappresenta una forza laburista che è riuscita comunque a garantire redistribuzione del reddito e solidarietà sociale".

Lo attaccano per le ragioni esattamente opposte.
"Segnalo qualche dato: la spesa sociale in Gran Bretagna è superiore a quella italiana di ben 2 punti di Pil. Così come lo sono le spese per il sostegno alla malattia, all'invalidità, alla disoccupazione, che in questi anni hanno registrato un forte incremento. Ecco perché Blair continua a vincere. È il prototipo di una sinistra dinamica che sa fare scelte innovative. Dobbiamo comprenderla. Senza pregiudizi, senza scomuniche. Noi non siamo un gruppetto di no global, ma apparteniamo alla stessa grande famiglia riformista del socialismo europeo. E come Blair in Gran Bretagna, vogliamo e dobbiamo meritarci sul campo il governo del nostro Paese".

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