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MERAVIGLIE

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2)


Messaggio di dooolce da commentare:
“Paura di morire? Io avevo solo
paura di vivere”.
Così inizia la testimonianza di Manal,
raccolta da
Maurizio Pagliassotti, redattore di VITA.
Manal è palestinese, ha ventitrè
anni e,
fino a qualche tempo fa,
viveva in un campo profughi
a Nablus.

“Mio cugino si è fatto ammazzare durante un
assalto ad un check point,
gli ebrei lo hanno riempito di proiettili...
anche io voglio fare come lui,
tanto per me non c'è speranza
e la mia vita è un inferno
che non riesco più a sopportare.
Io voglio andare a Tel Aviv...
Non ho paura di morire,
io ho paura di vivere”.

"Voglio essere una martire
e voglio uccidere quanti più ebrei possibile..."

Manal per sua fortuna non è precipitata
nella sua follia
senza ritorno,
ma un gruppo
di giovani
volontari francesi
è riuscito a farle
ottenere
l'asilo politico
in Francia, dove
lavora
attualmente e
dove il giornalista di VITA
l’ha incontrata.

I racconti di
Manal parlano
delle percosse,
delle irruzioni
dei soldati nella notte,
degli estenuanti
controlli ai posti di blocco
effettuati continuamente,
del coprifuoco che dura
intere settimane e ti
impedisce di essere libera.
Ma ascoltando
le sue storie capita
di sentire che i
soldati entrati
in casa prima sono due,
poi quattro,
poi dieci,
segno che
probabilmente
vivere in quel
clima alla
lunga confonde le idee
sulla realtà.

A Nablus Manal lavorava
con i bambini
orfani nel campo profughi
ed un giorno,
durante un coprifuoco,
andò dai soldati
israeliani con la scusa
di dover
attraversare la strada
chiusa per un motivo
urgentissimo.
I militari le urlavano
di andarsene,
le puntavano
il fucile addosso e
sparavano in aria
per spaventarla,
ma lei imperterrita
sussurrava
"stasera voglio
farmi ammazzare... così tutti capiranno".
Attirata dai giornalisti
che stavano vicino
al blindato sperava
che le televisioni e
i fotografi di tutto il mondo riprendessero il suo assassinio.

“Sono in lista d'attesa,
ci sono solo
dei problemi tecnici”,
questa frase sembra
quella che noi italiani
ripetiamo davanti
ai lunghissimi tempi d’attesa
del nostro sistema sanitario,
ma Manal parlava ai suoi
compagni di sventura
della difficoltà
di superare i posti
di blocco e
della scarsità di esplosivo
e dei congegni elettronici
all'interno
della Cisgiordania!

Le ragazze come Manal,
e anche molto più giovani
non sono casi isolati.
Il mito del martire
ha trovato larghi consensi tra le giovani palestinesi
ed il gruppo
integralista Hamas,
durante le parate,
fa sfilare gruppi
di ragazze a volto coperto,
chiaro simbolo
che sono aspiranti kamikaze.
In realtà è l'intero mondo
palestinese che ormai sembra
adorare la figura del martire.

“Le stesse università –
continua Pagliassotti
nel suo articolo
- sono fucina di agitatori
che incitano all’Intifada,
ma anche le moschee, i circoli politici e
in genere tutti
gli ambiti sociali
sono pervasi dall'assoluta
fiducia nella lotta armata”.


"Perché non dovrei?
I palestinesi non hanno armi,
non hanno un esercito, non hanno niente.
Gli ebrei invece hanno
duecento bombe atomiche,
i carri armati, i fucili,
il quarto
esercito del mondo,
l'appoggio
della nazione più potente
del mondo
gli Stati Uniti”
dichiara Manal.

E l’articolo si conclude con la citazione
di una vignetta
apparsa su un quotidiano
francese,
in cui due soldati israeliani,
commentando l'uccisione
del fondatore
di Hamas
lo sceicco Yassin,
dicono: “Signor Generale
l'attacco è stato un
successo ed ha prodotto
sei morti, venti feriti e
duemila kamikaze…”
Nulla di più vero.

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